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postato il 6 marzo 2014 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Al Congresso del Ppe di Dublino


Con l’euro retorica non si batteranno i populismi presenti nei singoli Stati. Questa Europa va cambiata: non puo’ chiedere solo rigore, ma pensare alla crescita e all’occupazione dei giovani. Le prossime elezioni europee non possono essere la rivincita delle passate elezioni nazionali. I grandi partiti devono
presentarsi uniti nei singoli Stati e anche il Ppe e’ chiamato alla sfida del futuro. Superare, in Italia come altrove, le vecchie contrapposizioni e le laceranti divisioni significa dare un messaggio chiaro: quello del Ppe italiano, come riferimento comune dei riformisti e dei moderati

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postato il 4 marzo 2014 da Redazione | in "Esteri"

Ucraina: governo ineccepibile, no alternativa a dialogo

La linea del governo è ineccepibile. In Ucraina ci sono interessi vitali della Russia, interessi energetici nostri, ci sarà bisogno di un grande supporto finanziario a un Paese disastrato. La via della collaborazione tra Russia, Ue e Usa non ha alternative, tantomeno le armi.

Pier Ferdinando

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postato il 19 febbraio 2014 da Redazione | in "Esteri"

Marò: no al processo in India

Non accettiamo per Massimiliano Girone e Salvatore Latorre il processo in India perche’ il sistema giudiziario indiano si e’ dimostrato incapace e inaffidabile, come hanno dimostrato i fatti di questi due anni. Un potere giudiziario che si subordina a quello del governo non puo’ che essere definito inaffidabile. Ci inchiniamo davanti ai due pescatori morti, ma in questa vicenda noi siamo le vittime: dopo due anni non c’e’ ancora un’imputazione nei confronti dei due nostri fucilieri di Marina, ma solo una presunzione di colpevolezza mai dimostrata.

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postato il 18 febbraio 2014 da Redazione | in "Esteri"

Maro’: Arbitrato internazionale e intervento immediato Onu

Chiediamo un arbitrato internazionale e un intervento immediato dell’Onu. Dobbiamo essere uniti per rispondere a quella che e’ una vera e propri provocazione. Non si e’ mai visto in un Paese civile che il potere giudiziario chieda consigli al governo sull’applicazione di una legge. Noi siamo molto preoccupati per questo nuovo vulnus che ci proviene dall’India. Il nostro Paese e’ unito e noi siamo soddisfatti dell’attenzione con cui Renzi ci ha promesso che seguira’ questa vicenda che ci brucia fortemente. Noi chiediamo un arbitrato internazionale immediato un intervento delle Nazioni unite immediato perche’ i nostri maro’ non possono essere giudicati da un sistema inaffidabile come quello indiano.

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postato il 16 febbraio 2014 da Redazione | in "Politica"

Casini: Il governo non è uno spot serve un patto senza ombre

Tre le priorità: economia, lavoro, fìsco. Inaccettabile se l’esecutivo si sposta a sinistra, con Ned e Popolari lavoriamo per il Ppe in Italia

L’intervista pubblicata sul Messaggero di Carlo Fusi

Veniamo subito al sodo. Chissà se anche Pier Ferdinando Casini pensa, come fa Angelino Alfano, che il governo Renzi abbia solo il 50 per cento di possibilità di riuscire. «Rispondo. La vicenda della crisi è stata degna della pagine meno edificanti della prima Repubblica. Per cui onore a Letta: scaricare su di lui le presunte inefficienze del governo è una grande falsificazione della realtà. Diciamo la verità: il suo grande errore è maturato nel congresso del Pd quando ha totalmente confidato nei nuovi equilibri del partito. Ma voltata una pagina, la si è voltata per intero. Tuttavia Letta non rimarrà troppo in panchina».

Le chiedevo del presumibile governo Renzi.
«Bisogna capire il passo che riuscirà ad imprimere e la tipologia di coalizione che intende varare. E’ chiaro che le forze centriste e moderate non possono assistere ad una trasformazione della natura del governo verso sinistra».

Secondo lei quale piega deve prendere la soluzione della crisi?
«Mi piacerebbe una piega alla tedesca. Loro che se lo possono permettere hanno aspettato 55 giorni; io penso che qui da noi si possono aspettare 5 giorni per realizzare un accordo preciso, circostanziato e limpido. Questo è l’unico modo per evitare di sottoscrivere una intera frettolosa che naufraga e porta alle elezioni dietro l’angolo. Noi possiamo vincolarci al governo solo sulla base di un programma preciso, del tipo che non si rimette in discussione il giorno dopo, e che si fonda su tre priorità: economia, lavoro e fisco».

Anche lei tira fuori la storia delle elezioni anticipate. Ma non era proprio lei a dire che le elezioni anticipate sarebbero una sciagura?
«Le elezioni sono un danno: era il mio pensiero di ieri, rimane il mio pensiero di oggi. Però ci vuole chiarezza. Renzi ha le armi per minacciare una classe politica impaurita dicendo: o mangiate la mia ministra o si va a votare. Poiché la classe politica impaurita non vuole andare a votare, molti sono tentati di mangiare la ministra. Io che ho un pò più di esperienza di altri, dico che nessuno può imporci di accettare contraddizioni e perciò costringerci a mangiare una minestra che non ci piace. Perchè a votare ci si va con il Consultellum, senza doppio turno, e perciò la minaccia di Renzi è un’arma spuntata».

Ma insomma a suo avviso qual è il principale errore che Renzi deve evitare?
«Ritenere che il governo del Paese sia un continuo di fuochi di artificio e di spot. Questo cliché purtroppo l’abbiamo già visto, come abbiamo visto i roghi dalle leggi bruciate da Calderoli. E non sono stati spettacoli positivi per il Paese».

Senatore, quello che nascerà sarà un governo privo dell’ombrello del Quirinale che invece ha coperto in tante occasioni Letta. Per Renzi è un vantaggio o uno svantaggio?
«Premesso che il presidente Napolitano è un geloso custode delle norme costituzionali e che sia il governo Monti che quello Letta sono stati votati dal Parlamento, non c’è dubbio che l’assunzione in prima persona da parte del leader del Pd della premiership sgrava il capo dello Stato della supplenza che ha dovuto esercitare. Forza o debolezza? Nella fisiologia istituzionale dovrebbe essere la normalità. Ma se Napolitano ha esercitato una moral suasion è stato per evitare guai all’Italia, non certo per provocarli. I timidi ma realisti miglioramenti dell’economia ci dicono che quella supplenza è stata la benvenuta».

E i nuovi ministri a quale criterio devono obbedire? Renzi si gioca parecchio sui volti della sua squadra…
«Deve individuare gente competente e seria. Del dilettantismo e del pressappochismo non sappiamo che farcene. Ok alle esigenze di rinnovamento che giustamente anche l’opinione pubblica reclama, ma niente concessioni all’immagine. Contano più la professionalità e la conoscenza che il bel volto».

Ma insomma alla fine lei la fiducia la voterà o asseconderà la posizione di Berlusconi?
«Premesso che se il governo Renzi avrà alcuni specifici requisiti lo voterò altrimenti no, proprio quello che dice lei mi preme sottolineare. C’è stata una gigantesca campagna di falsificazione costruita sul titolo di una mia intervista».

Sicuro che solo da un titolo di giornale possa discendere una affiliazione politica? O non c’è qualcosa di più concreto che lei non ammette?
«Io non devo ammettere o smentire alcunché. La mia opinione è che con la nuova legge elettorale che si prospetta e con Grillo al 25 per cento è necessario pensare in Italia alla costruzione di un’area imperniata sul Ppe che fronteggia un’area imperniata sul Pse. Un percorso difficile e lungo, che poggia sul fatto che ognuno di noi è convinto della validità delle scelte fin qui fatte. Tuttavia il terreno da arare è quello. Ogni evocazione di ritorno da Berlusconi, di vitello grasso o cose simili lascia il tempo che trova. Assieme a Ncd e ai Popolari per l’Italia noi lavoriamo, nel perimetro dell’attuale maggioranza, per la prospettiva che le ho detto».

Sì, ma nell’attesa con Berlusconi ci parla o i rapporti sono chiusi?
«Se è riuscito Renzi a dimostrare di non essere afflitto dal morbo di Berlusconi incontrandolo e sfidando ogni critica nel suo schieramento, non possiamo certo essere noi a restare prigionieri della sindrome berlusconiana e non pensare più a fare il Ppe italiano perché c’è lui».

E l’idea di un governo di legislatura le piace?
«Un governo dura se fa le cose che deve fare. Il resto sono chiacchiere».

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postato il 8 febbraio 2014 da Redazione | in "Politica"

Casini: il Pd smetta di rinnegare il governo

Berlusconi? Il progetto del Ppe in Italia non ha alternative
casini

L’intervista di Pietro Perone  a Pier Ferdinando Casini pubblicata su “Il Mattino”

Non c’è giallo sulle future alleanze dell’Udc, o quantomeno sulla riflessione che Pier Ferdinando Casini ha avviato alla vigilia del congresso del suo partito e in vista delle elezioni «formato Italicum», sia che si svolgano in primavera o il prossimo anno. Nel frattempo, a guidare il governo potranno essere Enrico Letta o Matteo Renzi, non fa la differenza purché i democratici ci «mettano il corpo e l’anima. Non è accettabile per noi partecipare a un esecutivo nei confronti di cui il Pd assume l’atteggiamento di considerarlo solo un governo amico prendendo le distanze un giorno sì e pure l’altro», avverte Casini.

Il ministro Mauro intanto ha sostenuto, dopo aver parlato con lei, che l’Udc non andrà con Berlusconi, avvalorando la tesi di un ripensamento. È così?
«Non debbo assicurare nulla a nessuno, nel senso che il mio comportamento è stato sempre lineare. Sono trent’anni che è così. Mentre molti sedevano tranquillamente nei banchi del Pd o in quelli del Pdl, ho rischiato l’osso del collo per creare in Italia un centro politico, il terzo polo. L’ho fatto nel 2008 e sono stato coerente nel 2013. Ora prendo atto, con realismo politico e con la stessa onestà di allora, che si sono verificati due fatti: in primo luogo la politica si trova ad arginare il populismo di Grillo che può provocare solo disastri in questo Paese; in secondo luogo è in arrivo una legge elettorale che ci impone un’aggregazione di centrodestra e un’altra di centrosinistra».

Condivide dunque la bozza di legge elettorale che la prossima settimana arriverà in aula?
«Avrei potuto capeggiare la rivolta dei ”piccoli” contro una riforma che sicuramente avvantaggerà le forze maggiori oppure accettare la sfida di Renzi e di Berlusconi. Ho deciso per la seconda perché non mi interessa issare la bandiera delle piccole forze in una sorta di sindacalismo corporativo. Credo piuttosto che bisogna organizzare in Italia l’area del socialismo europeo, a cui sono chiamati Renzi e Vendola; e l’area moderata del centrodestra».

L’adesione di Forza Italia al Partito popolare europeo proprio negli ultimi tempi è stata più volte in discussione.
«Non nascondo che per creare quest’area ci siano ancora tanti macigni, problemi seri da superare. Stiamo discutendo di avviare un percorso con un atto di onestà reciproca. Non sono disposto ad atti di abiura e non ne chiedo ad altri, ritengo di avere fatto in questi anni delle scelte che si sono dimostrate giuste sul federalismo, come sull’abolizione delle Province o le quote latte. Abbiamo cantato fuori dal coro e la nostra testimonianza è stata utile».

E ora non si rischia di cancellare questo patrimonio di idee?
«Quando Berlusconi è salito sul predellino dissi che non volevo farmi annettere e forse non mi sbagliavo, visto che il primo a tornare indietro è stato proprio il Cavaliere ricostituendo Forza Italia, mentre altri della destra hanno preso strade diverse, a cominciare da Fratelli d’Italia. È giusto che ognuno sia fiero delle scelte compiute e le rivendichi con orgoglio, ma non si può andare avanti con gli specchietti retrovisori. In Italia non ci sono soltanto Grillo e Renzi, ma esiste un’area moderata che chiede di essere rappresentata».

Tra le vostre fila, soprattutto in Campania, ci sono malesseri rispetto alla futura alleanza con Berlusconi: si profila una spaccatura nel partito?
«Il 21 ci sarà il congresso dell’Udc e credo che questa mia riflessione contribuirà a rendere il nostro appuntamento un avvenimento vero. Se la maggioranza dissente dalla mia linea mi rimetterò ad essa e dirò obbedisco, come fanno i carabinieri. È inutile però che ci si lamenti dell’annuncio, perché c’era il rischio che il nostro congresso finisse per essere irrilevante, mentre così sarà un momento di dibattito autentico».

Fin qui la politica: ma Berlusconi in questi vent’anni è stato un leader padre-padrone non solo del suo partito ma anche nell’alleanza che di volta involta si è costituita intorno a lui. Fini, per esempio, le ricordala gestione personalistica, quasi aziendale. Non teme di entrare nuovamente in conflitto con Silvio?
«Non debbo essere io a spiegare a Fini perché si verificò la rottura, ma quando Renzi non ha esitato a incontrare Berlusconi, e secondo me ha fatto bene, è partito dalla consapevolezza che il leader di Forza Italia può piacere o meno, ma è stato legittimato dagli elettori e rappresenta una parte consistente del Paese e del voto moderato. Se non vogliamo fare solo testimonianza accademica dobbiamo cercare di capire se in Italia nei prossimi anni ci sarà la possibilità di costituire un’area moderata. È ovvio che non potrà essere quella che va a Strasburgo a contestare Napolitano, un atto di infantilismo politico oltre che di autolesionismo nazionale».

Un’alleanza di centrodestra si fa anche insieme con la Lega: convivenza possibile?
«Nel Carroccio si dicono cose diverse. Maroni alla commemorazione di Tatarella ha sostenuto una tesi che condivido: “nel ’94 – ha detto – ci mettemmo insieme per vincere ma poi non sapevamo cosa fare”. Ecco, non si tratta di fare un revival del passato né di costruire un’adunata di generali senza esercito ma di innovare il centrodestra così come Renzi cerca di fare nella coalizione opposta».

Una staffetta a Palazzo Chigi è quello che serve oggi al Paese?
«Non mi scandalizza né l’ipotesi che Renzi assuma il comando delle operazioni perché è stato legittimato dagli elettori; né l’ipotesi che a Palazzo Chigi continui Letta, una persona seria e a cui è ingeneroso addossare una difficoltà del governo. L’unica cosa che non è accettabile per noi è partecipare a un esecutivo nei confronti di cui il Pd assuma l’atteggiamento di considerarlo solo un governo amico. I democratici devono starci con il corpo e con l’anima. Non si può continuare a prendere le distanze un giorno sì e pure l’altro».

Quindici giorni per chiarirsi, basteranno?
«La direzione Pd convocata per il 20 febbraio prossimo deve essere risolutiva. Non ci potrà essere un secondo tempo».

Conflittualità sempre più alta in Parlamento: la decisione di Grasso sulla costituzione diparte civile contro Berlusconi da parte del Senato rischia di rendere ingovernabile Palazzo Madama così sta avvenendo già a Montecitorio
«Voglio dare un giudizio sereno, anche da ex presidente della Camera: sono assolutamente contrario a processi contro chi gestisce le aule, peraltro non previsti. Detto ciò sono rimasto meravigliato che Grasso, dopo aver convocato l’ufficio di presidenza del Senato, abbia avocato a sé la decisione. O non si convoca l’organismo e si assume la scelta da soli, oppure l’organo collegiale ha l’ultima parola. Neanche sul caso Lusi è arrivata la costituzione di parte civile, proprio in virtù della divisione dei poteri. Per quanto riguarda invece Boldrini, non c’è dubbio che alla fine della vicenda abbia fatto bene a mettere in votazione i decreti, se no l’avesse fatto avrebbe ricevuto critiche più motivate rispetto a quelle avute finora. E’ evidente, però, che la capacità di una presidente della Camera si basa sulla possibilità di minacciare la tagliola ma non di applicarla».

E lei quando è stato presidente della Camera ha mai fatto scattare la ghigliottina?
«No, ho sempre trattato con i gruppi. Ma se dovessi fare l’avvocato difensore della Boldrini, e non mi compete, direi che la moral suasion è efficace nella misura in cui c’è una civiltà di rapporti, ma dopo aver visto quanto è avvenuto alla Camera purtroppo ne è rimasta ben poca».

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postato il 7 febbraio 2014 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

L’intervista a ‘Le invasioni barbariche’

Alla trasmissione di La7, condotta da Daria Bignardi

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postato il 6 febbraio 2014 da Redazione | in "Esteri"

MARO’: LETTERA PRESIDENTI COMMISSIONI BICAMERALI ESTERI E DIFESA A 162 PAESI UIP

I presidenti delle Commissioni Esteri e Difesa del Senato, Pier Ferdinando Casini e Nicola Latorre, e della Camera, Fabrizio Cicchitto ed Elio Vito, che recentemente hanno guidato una missione parlamentare bicamerale a Nuova Delhi per la vicenda dei marò, insieme al presidente del Gruppo italiano dell’Unione interparlamentare (UIP), Antonio Martino, hanno indirizzato, a questo riguardo, una lettera a tutti i presidenti dei 162 Paesi aderenti all’Unione Interparlamentare.
L’UIP è l’organizzazione internazionale più antica e riunisce, nella sede di Ginevra, delegazioni di tutte le assemblee legislative del mondo, tra cui l’India. Recentemente ne sono stati presidenti l’on. Pier Ferdinando Casini e prima di lui, dal 1999 al 2002, la parlamentare indiana, Najma Heptulla”.
Di seguito il testo della lettera.

Caro Collega,
ti scriviamo come rappresentanti dell’Unione interparlamentare italiana, in relazione al caso dei due militari, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, trattenuti in India da oltre due anni in quanto coinvolti in un incidente avvenuto il 15 febbraio 2012, in acque internazionali, al largo delle coste del Kerala.
I due militari – che si trovavano a bordo di una nave petroliera italiana nell’esercizio di funzioni connesse al contrasto alla pirateria marittima e loro attribuite e riconosciute ai sensi della legge italiana ed internazionale – sono coinvolti in una complessa controversia a seguito della morte di due cittadini indiani che quel giorno si trovavano a bordo di un’imbarcazione che avrebbe incrociato la nave italiana.
A distanza di due anni, la dinamica dei fatti non è stata ancora chiarita. Nonostante questo i militari sono da allora trattenuti in India, prima in stato di detenzione e attualmente presso l’Ambasciata d’Italia, anche se nei loro confronti non è stato formulato alcun capo d’imputazione.
E’ evidente il contrasto con le norme del diritto internazionale. Trattandosi di fatti avvenuti a bordo di una nave italiana, in acque internazionali (come riconosciuto dalla Corte Suprema indiana), la competenza ad accertare le eventuali responsabilità di militari italiani non può che essere del nostro Paese.
L’Italia ha fin qui collaborato con l’India nel contesto di relazioni amichevoli e non nel convincimento di adempiere ad obblighi internazionali. Tale condotta è da ritenersi, quindi, senza pregiudizio dei diritti dell’Italia all’immunità giurisdizionale dei suoi fucilieri e alla giurisdizione sugli stessi in base al diritto internazionale, temi sui quali permane, dalla data dell’incidente Enrica Lexie, una divergenza di valutazioni sotto il profilo del diritto internazionale.
La consapevolezza dell’esistenza di un conflitto di giurisdizione avrebbe dovuto portare le Autorità indiane verso una composizione negoziata della controversia, nel rispetto di quanto previsto dal diritto internazionale in questi casi, così come era nell’auspicio italiano, e dello stesso dettato costituzionale indiano. E’ prevalso, invece, un atteggiamento di ricerca di una soluzione unilaterale in termini peraltro indeterminati nei tempi e nei contenuti.
E’ grave che le autorità indiane, a due anni di distanza dai fatti, non abbiano ancora formulato alcun capo d’imputazione nei confronti dei due militari, ma al contempo impediscano loro di far ritorno in Italia, in attesa dell’eventuale processo.

La vicenda rischia di costituire un pericoloso precedente, perché introduce un elemento di incertezza giuridica che mina alla radice le operazioni di contrasto al fenomeno della pirateria e, più in generale, l’azione della comunità internazionale a sostegno della pace e della sicurezza.
Non si tratta dunque solo di una questione bilaterale tra Italia e India, ma di una controversia che riguarda le regole fondamentali della convivenza e della cooperazione tra i Paesi.
Anche per questo la delegazione delle Commissioni Esteri e Difesa del Parlamento italiano, rappresentativa di tutte le forze politiche, che la scorsa settimana si è recata a Delhi, ha incontrato i rappresentanti diplomatici degli Stati Uniti e degli alti Paesi europei, insieme al Capo della delegazione dell’Unione europea. Non è stato invece possibile effettuare alcun colloquio a livello parlamentare bilaterale. Nonostante le nostre ripetute richieste, infatti, il Parlamento indiano non ha ritenuto di incontrare la delegazione italiana. Si tratta di un gesto incomprensibile, che contrasta con la tradizione di amicizia tra i due Paesi e la fitta rete di relazioni interparlamentari esistenti.
Ti saremmo grati se vorrai segnalare a tutti i componenti del tuo Parlamento questa spiacevole vicenda, anche al fine di assumere ogni iniziativa che riterrai utile per una sua giusta soluzione.
Con i migliori saluti

Sen. Pier Ferdinando Casini
Presidente Commissione affari esteri del Senato, Presidente onorario Unione interparlamentare

On. Fabrizio Cicchitto
Presidente Commissione affari esteri della Camera dei deputati

Sen. Nicola Latorre
Presidente Commissione difesa del Senato

On. Elio Vito
Presidente Commissione difesa della Camera dei deputati

On. Antonio Martino
Presidente Gruppo italiano dell’Unione interparlamentare

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postato il 6 febbraio 2014 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Ospite del Tg3

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postato il 3 febbraio 2014 da Redazione | in "Spunti di riflessione"
postato il 1 febbraio 2014 da Redazione | in "Politica"

Svolta di Casini, addio al sogno centrista: “Torno nel centrodestra con Alfano e Fi”

Il Terzo Polo ormai è Grillo. Renzi? Non lo ostacolerò

Casini Pier Ferdinando

L’intervista di Francesco Bei pubblicata su “Repubblica”

Alla Camera molti suoi amici delle forze minori -dai Popolari all’Ncd- si sforzano di cambiare l’Italicum. Ha un senso opporsi alla corrente?
«Gli ultimi dei mohicani difendevano un mondo che non c’era più. Aveva senso pensare a un terzo polo di centro, e dunque dare battaglia contro uno sbarramento così drastico, quando ancora si poteva immaginare uno schema “tedesco”, con socialisti, democristiani e liberali. Oggi tuttavia la partita che stiamo giocando è un’altra».

Quale?
«Quella contro un populismo anti-europeo e anti-istituzionale, che mette a soqquadro il Parlamento e attacca in maniera dissennata il capo dello Stato. Le forze responsabili — centrodestra e centrosinistra—sono chiamate a serrare le file. Non c’è più spazio per procedere in ordine sparso, non servono a niente le battaglie di retroguardia. Al punto in cui siamo l’unico antidoto allo sfascismo è l’accordo fra Renzie Berlusconi per fare la riforma elettorale, quella del Senato e del Titolo V».

Proprio lei, il campione delle critiche al «bipolarismo malato»!
«Sia chiaro, io voterò un emendamento sulle preferenze, penso che ci sia ancora spazio per migliorare questa legge, ma vada come vada: meglio l’Italicum che continuare così. È in corso una ristrutturazione drastica delle forze politiche, Vendola l’ha già capito e punta a mettersi d’accordo con Renzi. A noi moderati invece spetta il compito di lavorare sullo schema del partito popolare europeo. E dobbiamo anche fare in fretta, perché il centrodestra è molto indietro, sul piano dei contenuti, rispetto alla carica innovativa rappresentata da Renzi».

Renzi le piace?
«Può sembrare uno smargiassone e io stesso non gli ho risparmiato critiche. Ma non voglio mettergli i bastoni tra le ruote. Ci siamo parlati e ci siamo intesi. E lo sa perché? »

Perché è un “piacione”, come dicono a Roma?

«No, perché è un politico. E sono i politici, non gli apprendisti stregoni, che producono le reali innovazioni. Renzi è un prodotto del laboratorio politico, esattamente come Casini. Solo che, a differenza mia, ha vent’anni di meno e per questo lo invidio».

Dunque costruirete il nuovo centro destra, il Ppe italiano. Con chi?
«Con Alfano ovviamente. Ma da Toti a Fitto, insieme a slogan del passato ho sentito anche cose sensate».

Non giriamoci intorno, la vera questione è la presenza ingombrante di Berlusconi. Accettate pure lui?
«Certamente quella di Berlusconi per noi è una grande questione che esiste. Le divaricazioni drammatiche che ci sono state non possono essere ricomposte con una battuta ma con un dibattito politico serio. Del resto, se la cosa fosse
facile, non staremmo qui parlarne».

Alle Europee che accadrà, si parlava di una federazione di centro.
«Se serve mettere insieme una federazione di centro per superare lo sbarramento, la si faccia pure. Ma con la consapevolezza che si tratta di un progetto residuale rispetto alla ristrutturazione in corso».

Casini torna a casa?
«Io per costruire il centro ho rischiato, ho rotto con Berlusconi e sono passato all’opposizione. Poi ho combattuto accanto a Monti, mettendoci la faccia da solo, mentre Berlusconi e Bersani, che pure governavano con noi, si sono defilati. Ma la sera delle elezioni ci siamo accorti che il nostro terzo polo era evaporato. Anzi, l’aveva fatto Beppe Grillo».

E lei cosa farà?

«Io, come dice il mio amico D’Alema, ora mi occupo di politica estera».

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postato il 27 gennaio 2014 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Marò ai Parlamentari: vostra presenza ci dà forza

In missione a New Delhi

maròdelhi

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postato il 26 gennaio 2014 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

A ‘Telecamere’

Ospite dell’approfondimento politico di Rai 3 condotto da Anna La Rosa

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postato il 26 gennaio 2014 da Redazione | in "Esteri"

«In missione a Delhi per sostenere i marò e far valere il diritto»

L’intervista a Pier Ferdinando Casini pubblicata sul “Corriere della Sera” di Virginia Piccolillo

Da quasi due anni Salvatore Girone e Massimiliano Latorre sono sotto accusa per la morte di due pescatori del Kerala. Ancora non sanno se il 3 febbraio verrà formulata per loro un’accusa di omicidio o di terrorismo, in base al Sua Act che prevede la pena di morte. In questi giorni sui media indiani è filtrato uno scontro tra il ministro dell’Interno, accusato di aver «ignorato un determinante parere legale» e quello degli Esteri, «furioso» perché il collega intende accusare i marò dì terrorismo.

Presidente Pier Ferdinando Casini, oggi con una delegazione italiana volerà a Delhi. Andate a riprenderli?
«No. Non spetta a noi. E non vogliamo alimentare false aspettative. È però importante che una delegazione composta dalle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, con i presidenti e rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari, si presenti unita in India».

Per fare cosa?
«Innanzitutto esprimere solidarietà ai marò. A dir loro che non sono soli. Poi per dire che non è possibile confondere chi lotta contro il terrorismo con i terroristi. Non so cosa sia successo, ma so che i marò erano a garanzia di equipaggi e navi insidiate da terroristi. Le autorità indiane devono sapere che se passasse una tesi dissennata come questa sarebbe ritenuta un precedente pericoloso per tutta la comunità internazionale. Non ci sarebbe più certezza del diritto. Nessuno se la sentirebbe più di partecipare a missioni internazionali antiterrorismo».

Non andava fatto prima?
«Avremmo potuto, ma abbiamo voluto evitare che d fossero accuse di protagonismo».

Le accuse abbozzate sono ben più gravi. C’è chi ha ipotizzato che il destino dei marò abbia obbedito a ragioni di scambio commerciale. «Non penso che nessuna convenienza economica possa giustificare un atteggiamento diverso da quello necessario a salvare i nostri marò. Ma in coscienza non credo sia accaduto. Le commesse economiche e i buoni rapporti commerciali sono l’ultimo dei problemi rispetto alla vita».

Altri hanno accusato una gestione diplomatica pasticciata del caso. Il «no» del ministro Terzi all’India sulla riconsegna dei marò giunti in Italia, la retromarcia del governo Monti. Lei che lo sosteneva, cosa ne pensa?
«Non voglio parlare né del ministro Terzi né di altri. Non escludo affatto che ce ne siano stati, ma il capitolo “pasticci” si aprirà solo quando i marò saranno tornati a casa. E io sono per fare chiarezza, anche con una commissione d’inchiesta parlamentare, sulle troppe contraddizioni. Prima fra tutte quella, inconcepibile, di consentire che la Enrica Lexie entrasse nel porto indiano. Ma i panni sporchi si laveranno dopo. Ora significherebbe solo mettere in difficoltà i marò».

L’accusa di far passerella non può esserci anche ora?
«No, perché dopo che diversi gruppi, anche i Cinquestelle, avevano annunciato missioni, abbiamo ricevuto sollecitazioni dal ministero degli Esteri e dalla difesa dei marò ad evitare di presentarsi in ordine sparso, dando l’immagine di un Paese che non riesce a presentarsi unito neanche in questo».

Chi incontrerete?
«Vedremo Girone e Latorre per far capire loro che non sono una delle tante pratiche ma la questione principale, e alcuni ambasciatori europei per chiarire che questo e un problema di tutta l’Europa. Che è poi ciò che ha detto il ministro Emma Bonino a Davos e ciò che il commissario europeo per la politica estera, Catherine Ashton, ha fatto presente alle autorità indiane. Poi speriamo di poter incontrare i nostri omologhi indiani per esprimergli il nostro stato d’animo. Un grande Paese come l’India non può, dopo due anni, non aver ancora formulato un’accusa. È stata una grande inciviltà».

I ministri dell’Interno e degli Esteri sarebbero ancora te disaccordo su quale vada formulata.
«Purtroppo nelle turbolenze della politica indiana la vicenda è diventata strumentale. E i marò sono nel tritacarne di questi contrasti palesi».

C’è stato qualche ritardo da parte nostra?
«No. Dopo i primi concitati momenti, con il governo Letta rappresentato lì da Staffan de Mistura, i contatti, anche se non pubblicizzati, sono continui. Non li abbiamo dimenticati. E siamo pronti a chiedere il coinvolgimento nell’eventuale processo di giudici terzi internazionali per dimostrare che Girone e Latorre hanno solo tentato di fare il loro dovere».

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postato il 24 gennaio 2014 da Redazione | in "Esteri"

Quel che andiamo a fare in India per i nostri marò

La lettera di Pier Ferdinando Casini al direttore di “Libero” Maurizio Belpietro

Caro direttore,
ho letto con grande interesse l’articolo che Maria Giovanna Maglie ha dedicato alla missione che una delegazione parlamentare compirà tra breve per visitare i due fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, trattenuti in India da quasi due anni. E mi preme fare qualche precisazione sulle motivazioni della visita. Come tutti sanno, si tratta di una vicenda complessa e dolorosa, che ha ancora molti punti oscuri e che da parte italiana, fin dall’inizio, non è stata sicuramente gestita nel migliore dei modi. Per questo ho proposto che il Parlamento attivi una commissione d’inchiesta sulla vicenda, in modo che ciascuno, compreso chi ha sbagliato, si assuma in pieno la sua responsabilità. Ma ho precisato che questo chiarimento sarà bene avviarlo solo dopo che Latorre e Girone saranno tornati a casa, perché farlo adesso, mentre loro sono sotto processo in india, rischia solo di peggiorare le cose. Le Commissioni esteri e difesa del Parlamento hanno seguito la vicenda fin dall’inizio, approfondendo in varie occasioni con i ministri interessati e con il commissario straordinario del governo. I resoconti parlamentari stanno lì a dimostrarlo. Ci siamo sempre mossi d’intesa col governo, nel rispetto della distinzione dei ruoli, per dare il nostro contributo ed esprimere vicinanza ai nostri militari, ma sempre con cautela, evitando ogni mossa che potesse peggiorare le cose. Con la stesso senso di responsabilità, insieme ai presidenti Cicchitto, Latorre e Vito, abbiamo scelto accuratamente tempi e modi della nostra missione, evitando che iniziative scomposte di singoli parlamentari e di singole forze politiche dessero l’immagine di un Paese che procede in ordine sparso, magari per qualche piccolo interesse elettorale. Partiamo adesso, in una fase cruciale della vicenda, sotto il profilo sia processuale che diplomatico, visto che finalmente la questione ha assunto un profilo internazionale ed europeo (anche per questo, a Delhi, incontreremo gli ambasciatori dei principali Paesi dell’Unione). E abbiamo deciso che a partire fosse una delegazione ampia, rappresentativa di tutti i gruppi parlamentari, per portare ai nostri fucilieri la solidarietà di tutti gli italiani. Se avessimo voluto strumentalizzare la vicenda non avremmo aspettato tanto: in questi due anni di occasioni ce ne sarebbero state tante. Caro direttore, conosco la passione professionale con cui “Libero” sta seguendo questa vicenda: mi auguro che almeno per una volta uomini politici e carta stampata possano fare squadra “insieme”.

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postato il 22 gennaio 2014 da Redazione | in "Politica, Riforme"

Casini: “Il Parlamento non è un passacarte, non rinunceremo alle preferenze”

Buono l’impianto della legge ma servono modifiche come la soglia di accesso al premio. Non temo lo sbarramento.

L’intervista a Pier Ferdinando Casini pubblicata su “Repubblica”

«L’impianto della legge elettorale è buono ma dobbiamo inserire le preferenze e alzare la soglia per accedere al premio di maggioranza». Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc, non vuole alzare barricate. Le modifiche al nuovo sistema di voto le chiederà in Parlamento «dialogando con Renzi e Berlusconi», senza mettere in pericolo la maggioranza. E apre a un nuovo rassemblement di centro che unisca i popolari e il Nuovo Centrodestra di Alfano, magari per poi coalizzarsi con il Cavaliere alle elezioni politiche.

Presidente Casini, come giudica l’Italicum?
«Complessivamente mi sembra abbia una buona impalcatura e il doppio turno assicura un vincitore certo. Giudico invece troppo bassa la soglia al 35% per accedere al premio di maggioranza che oltretutto sembra non tenere conto della sentenza della Corte Costituzionale sul Porcellum. C’è poi c’è il tema delle preferenze: con le circoscrizioni così piccole inserire il voto di preferenza significa rendere più trasparente il processo di selezione della classe dirigente evitando gli sperperi che si verificano alle europee, dove le circoscrizioni sono ben più ampie».

Siete pronti a dare battaglia per ottenere queste modifiche?
«Il Parlamento non è un passacarte ma nessuno può dire prendere o lasciare, nemmeno noi. Su questi punti porteremo avanti una riflessione serena con tutu gli interlocutori a partire da Renzi e Berlusconi».

Quindi il governo non rischia.
«Non abbiamo intenzione di fare barricate, sono sempre segno di debolezza. Faremo dei ragionamenti seri con persone che ritengo ragionevoli. D’altra parte sarebbe un peccato disperdere il valore di questo accordo che ritengo molto importante per il futuro dell’Italia con il superamento del bicameralismo perfetto e la revisione del Titolo V della Costituzione».

L’Italicum prevede una soglia di sbarramento alta per entrare in Parlamento: vi porterà alla creazione di un nuovo soggetto di centro con Alfano, Mauro e magari i montiani?
«Oggi la sfida delle forze moderate non è più fare da argine all’area socialista, ma battere il populismo e l’antieuropeismo che in Italia con Grillo è ormai un polo consolidato. Non mi spaventa il fatto che ci dobbiamo schierare e che ci sia una soglia di sbarramento che anzi porterà ad aggregazioni e a processi virtuosi».

Conferma che è in corso un dialogo con Alfano e Mauro per questo rassemblement?
«Se non ci fosse sarebbe strano: siamo tutti nel Ppe e tutti sosteniamo il governo Letta per cui non vedo perché dovremmo essere competitivi tra noi anziché collaborativi. Di punti di unione ce ne sono tanti».

La lista si farà?
«Lo scopriremo vivendo».

Ci proverete per le europee o guardate alle politiche?
«Le elezioni europee hanno uno sbarramento più basso e credo che i processi politici non vadano subiti ma cavalcati».

Vede la possibilità che questo nuovo soggetto si possa alleare con Berlusconi in una nuova coalizione di centrodestra?
«Questa riforma a mio parere assicura un orizzonte di medio raggio alla legislatura e le alleanze si fanno sulla base della condivisione dei valori e dei programmi. Detto questo non c’è dubbio che a me piaccia di più il Berlusconi che va al tavolo con Renzi piuttosto del Berlusconi che sale sull’Aventino per far cadere il governo Letta. E mi lasci dire che non capisco le critiche al Renzi che dialoga con il Cavaliere visto che tutti sosteniamo che le riforme si fanno coinvolgendo maggioranza e opposizione. Non solo l’atteggiamento del segretario del Pd è stato coerente, ma mi ha sorpreso positivamente la scelta di percorrere la strada più difficile, quella di coinvolgere anche noi forze intermedie, anziché di fare l’accordo solo con Berlusconi. Non ha preso una facile scorciatoia il che è segno di grande intelligenza politica».

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postato il 18 gennaio 2014 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Alla Moncloa con Mariano Rajoy

L’incontro a Madrid col premier spagnolo

Con Rajoy alla MoncloaI rapporti tra la Spagna e l’Italia, la situazione politica ed economica nei due Paesi e le eventuali azioni in comune in ambito europeo sono stati alcuni dei temi trattati in un incontro con il premier spagnolo, Mariano Rajoy, e il presidente dell’internazionale democristiana e della Commissione esteri del Senato italiano, Pier Ferdinando Casini.

 

Casini e Rajoy – che dell’Internazionale DC e’ vicepresidente – hanno concordato sulla necessita’ della politica europea di contrastare piu’ efficacemente il crescente populismo e l’ondata di antieuropeismo che si riscontra in alcuni Paesi.

Altro argomento dell’incontro sono state anche le prossime elezioni europee e le future scelte del Ppe.

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postato il 12 gennaio 2014 da Redazione | in "Esteri, Interventi"

Marò: Riportiamoli a casa. E poi indaghi il nostro Parlamento

Caro Direttore,

ho motivo per ritenere che l’esasperazione della campagna elettorale in corso in India e la crescente influenza nazionalista possano essere contrastate più efficacemente da parte nostra mettendo a punto nelle sedi competenti strategie serie che chiamino in causa autorità sovranazionali nell’ambito della giurisdizione Onu. Di qui il vertice che si è svolto ieri in sede di governo e le determinazioni che potranno avere anche un carattere riservato per evitare un gigantesco polverone che, a questo punto, può solo danneggiare ulteriormente i nostri marò. A questo orientamento si sono peraltro ispirate le Commissioni Esteri e Difesa del Parlamento italiano che in più di un’occasione hanno approfondito il tema con i ministri interessati e con il commissario straordinario, Staffan De Mistura.
Detto questo, mi preme essere chiaro e non reticente: una grande nazione come l’Italia nei momenti di difficoltà deve trovare l’unità necessaria per affrontare le avversità. Non c’è spazio per polemiche né per strumentalizzazioni che potrebbero servire a raccattare qualche voto in più, ma certo non farebbero l’interesse nazionale. D’altronde quando Danilo Taino scrive «non lasciamoli soli», penso intenda cogliere questo aspetto del problema. Ho già espresso in sede parlamentare che all’indomani della soluzione, in Italia si dovrà avviare un serio approfondimento su modalità di gestione, disfunzioni nella catena di comando e mancanza di una coerente strategia di approccio a questo incidente internazionale.
Nessuno di noi ha dimenticato l’inspiegabile rientro in porto della nostra nave, o il pericoloso ondeggiamento in ordine ad ipotesi diverse e formulate nel giro di pochi giorni circa il rientro dei nostri militari dopo le vacanze di Natale dell’anno scorso. Una commissione d’inchiesta parlamentare sarà a mio parere lo strumento più serio perché questa vicenda si concluda assegnando a ciascuno la sua precisa parte di responsabilità. Ma solo dopo il rientro dei due militari a casa, non prima.

 

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postato il 8 gennaio 2014 da Redazione | in "Esteri"

Casini: «Interessi comuni fra l’Iran e l’Occidente»

Senza gli ayatollah, qualsiasi strategia regionale rischia il fallimento

«Sarebbe un errore, anzi un gravissimo errore, non portare l’Iran al tavolo per la conferenza internazionale sulla Siria. Nessuna pace potrà dirsi durevole, nell’intera area del Medio Oriente, senza il supporto e il sostegno di Teheran. Qualsiasi strategia regionale rischia il fallimento senza l’Iran». Pier Ferdinando Casini in questi giorni è nella capitale iraniana come presidente della commissione Affari esteri del Senato. Sta incontrando molti protagonisti della scena politica iraniana, incluso il ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif.

L’Italia continua a credere nel dialogo con l’Iran. Pochi giorni fa la visita del ministro Emma Bonino, primo ministro degli Esteri dell’Unione Europea a raggiungere Teheran da dieci anni a questa parte. Ora lei, Casini…

«L’Italia vanta un credito nei confronti dell’Iran. La visita del ministro Bonino, l’incontro di Enrico Letta alle Nazioni Unite col presidente iraniano Rouhani, ora noi del Parlamento… Non nascondiamoci dietro a un dito, stiamo subendo il pregiudizio negativo di non essere al tavolo di Ginevra. Nonostante questo, I’Italia è vista come un interlocutore privilegiato. In Iran abbiamo sia grandi che medie e piccole imprese italiane molto attive, tutte nei settori non colpiti dall’embargo».

Intanto l’Iran non appare nella prima lista dei Paesi convocati al tavolo di Ginevra sulla Siria. E Teheran non intende accettare comunque un «ruolo secondario».

«La verità è che l’Occidente ha un grandissimo bisogno dell’Iran per una strategia regionale convincente. In Afghanistan siamo alla vigilia del ritiro delle truppe e c’è un serio rischio di ritorno al passato, con oltretutto un preoccupante aumento della coltivazione e produzione di oppiacei e in generale delle droghe: l’aiuto dell’Iran sarà essenziale. In quanto alla stabilizzazione dell’Iraq, unico altro Paese sciita dell’area, è ovvio dover contare su Teheran: pure qui l’Iran e l’Occidente hanno un interesse comune, battere i militanti sunniti di Al Qaeda. Hezbollah è un attore ormai globale, sia per la Siria che per il Libano. E la stessa questione palestinese trova nell’Iran un interlocutore obbligato».

 Lei crede che gli Stati Uniti la pensino così? Cioè che arrivino alle sue stesse conclusioni?

«Il disgelo tra Iran e Occidente, quindi con gli Stati Uniti, non è frutto di un sentimento generico ma, appunto, di interessi comuni. E se l’Occidente ha le sue esigenze di stabilità in quel quadrante geografico, l’Iran subisce pesantemente gli effetti delle sanzioni soprattutto nei settori di alta tecnologia. In quanto agli Usa, io credo che se l’amministrazione Obama ha deciso di impegnarsi nei negoziati sul nucleare, sa che non possono fallire. E lo stesso vale per la dirigenza iraniana: e qui bisogna tenere conto che molti settori interni, soprattutto quelli più conservatori, prosperano anche economicamente proprio sulle sanzioni».

In tutto questo quadro internazionale, però, Israele appare duramente ostile verso qualsiasi accordo con l’Iran. Cosa ne pensa?

«Credo che Israele svolga ottimamente il suo ruolo e faccia bene a mettere in guardia l’Occidente da qualsiasi eccesso di ingenuità. Ma Israele sa con altrettanta chiarezza che la sua difesa è imperniata sul realismo. Una volta garantito che il processo di intesa sul nucleare è una cosa seria, anche Israele capirà. Avremo, come Italia, il nostro ruolo, in questo chiarimento: nel nostro Paese non c’è una sola forza politica che possa essere considerata in alcun modo anti-israeliana…».

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postato il 7 gennaio 2014 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Visita ufficiale in Iran

Incontri della delegazione italiana con il ministro degli Affari esteri iraniano Zarif, il Presidente del Consiglio del Discernimento, Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, il Nunzio apostolico in Iran, monsignor Leo Boccardi ed il presidente Commissione sicurezza nazionale ed Affari esteri del parlamento iraniano, Alaeddin Boroujerdi.

Amicizia Italia- Iran – C’e’ una tradizione di amicizia fra il parlamento italiano e quello iraniano che abbiamo rinnovato in questa circostanza. Le incomprensioni e fatti che ci hanno diviso in questi anni sono chiari a tutti, pero’ oggi non si tratta di sollevare problemi del passato ma di guardare avanti. Abbiamo colto nei nostri interlocutori un grande interesse per l’Italia e per la nostra posizione che il ministro Bonino e’ gia’ venuto qui ad esprimere direttamente.
Ripresa degli scambi commerciali. Auspico che, superata questa fase si rinnovino quegli scambi commerciali ed economici che sono stati drasticamente abbattuti, quantitativamente, dall’embargo e da questa stagione.
Ginevra 2. Il negoziato a Ginevra e’ complicato, tutt’altro che scontato nei suoi esiti ma noi auspichiamo che si possa raggiungere un’intesa anche perche’ l’Iran e’ un grande paese, importante per la stabilita’ dell’area, e puo’ essere associato a scelte fondamentali per il futuro dell’Afghanistan, della stessa Siria, del Libano e della questione palestinese.

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