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postato il 14 settembre 2014 da Redazione | in "Esteri, Interventi"

Califfato: quello spettro che non turba l’Europa?!

Alla tavola rotonda organizzata a Chianciano con Domenico Minniti, Sottosegretario di Stato ai Servizi segreti e Giuliano Ferrara, direttore de “Il Foglio”. Coordina il dibattito Paolo Messa, fondatore Formiche. In apertura la testimonianza di Rezan Kader, Alto rappresentante del Governo regionale del Kurdistan.
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postato il 12 settembre 2014 da Redazione | in "Esteri"

Marò: vicenda tutt’altro che conclusa, ma si intravede luce

marò2Premiata iniziativa politica e diplomatica di Governo e Parlamento

La decisione che riguarda Massimiliano Latorre premia l’iniziativa politica e diplomatica del Governo e del Parlamento. Continuiamo a lavorare senza trionfalismi perché Salvatore Girone è ancora in India e la vicenda è tutt’altro che conclusa. Questa prima luce che si intravede deve essere consolidata con un nuovo governo indiano e con un Parlamento che dimostrano maggiore senso di responsabilità.

 

Pier Ferdinando

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postato il 11 settembre 2014 da Redazione | in "Giustizia, Spunti di riflessione"

I Pm non decidano le primarie

Pier Ferdinando CasiniI Dem devono sostenere quei candidati

L’intervista di Francesco Bei a Pier Ferdinando Casini pubblicata su La Repubblica

ROMA. Emiliano d’Appennino, bolognese d’adozione, Pier Ferdinando Casini guarda con preoccupazione al terremoto politico-giudiziario che sta scuotendo il Pd nella sua regione.


Le primarie forse saltano, i candidati vengono inchiodati uno dopo l’altro. Che sta succedendo?

«Succede che i nodi sono venuti al pettine e la politica deve assumersi la responsabilità di decidere. Altrimenti tanto vale andare alla procura della Repubblica e chiedere a loro il nome del candidato alla presidenza della Regione. Non possiamo accettare l’idea che – dalle candidature alla politica industriale – siano i magistrati a determinare tutto».

Lei guarda il dito ma dimentica la luna: la corruzione dei politici. Che cosa dovrebbero fare i pm a questo punto, voltarsi dall’altra parte?
«La colpa non è dei magistrati, è nostra: abbiamo trasformato lo Stato di diritto in una gogna mediatica. Andando avanti di questo passo le persone perbene non faranno più politica. Se il tritacarne mediatico-giudiziario continua ad avere mano libera e basta un avviso di garanzia a trasformarti in un mostro, tanto vale alzare tutti le mani in alto».

In Emilia è un’intera classe dirigente a essere finita sotto accusa. Come è potuto accadere, come è stato possibile secondo lei?
«Appunto, l’Emilia. Qualche anno fa la Finanza fece irruzione a casa di Guazzaloca, uomo della massima correttezza, che poi è stato del tutto scagionato. Intanto ci ha rimesso la salute. Vogliamo parlare della sinistra? Errani è stato assolto in primo grado e poi, condannato in appello, si è visto costretto a lasciare. Ed è unanimemente considerato una persona specchiata. Ora, proprio nel momento della consegna delle firme per le primarie, arriva quest’altra ondata».

Anche lei con la giustizia ad orologeria?
«Qualche strana coincidenza c’è. Come diceva qualcuno, a pensar male si fa peccato ma… Non si può tenere aperta un’inchiesta del genere per due anni. Oltretutto c’è anche il diritto dei cittadini di sapere se sono stati amministrati da banditi oppure no».

Cosa dovrebbe fare il Pd?
«Se la politica continua ad accettare di essere liquidata come un affare da malfattori non andiamo da nessuna parte. Non possiamo avallare l’idea che pasteggiamo tutti ad aragoste a spese dei cittadini».

Di casi “Batman” nelle regioni ce ne sono stati a iosa…
«Ci sono i ladri, ma fare di tutta l’erba un fascio serve solo ai banditi che si nascondono nel mucchio. Se il Pd è convinto che quelli siano i candidati giusti per le primarie si assuma la responsabilità di sostenerli. Altrimenti si crea un precedente pericoloso per la democrazia».

Ne ha parlato con Renzi?
«No, ma dopo ciò che ha detto a Porta a Porta voglio sperare che non sia distante dal mio modo di pensare. Mi sembra che sia cosciente del fatto che vada salvaguardato l’equilibrio dei poteri dello Stato».

Parla della riforma della giustizia? L’Anm non è stata tenera nel giudizio sulla legge…
«Una reazione che non mi è piaciuta affatto. Sull’autonomia della magistratura la riforma è molto vellutata, non ci sono norme ad personam, la responsabilità civile è molto light. Eppure, nonostante questo, il governo è stato considerato colpevole di lesa maestà. Sembra quasi che una parte della magistratura sia nostalgica dello scontro perenne con Berlusconi. Ma tutti devono accettare che non esistono più santuari intoccabili».

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postato il 2 settembre 2014 da Redazione | in "Esteri"

L’Europa nell’occhio del ciclone

A Bologna, alla festa dell’Unità, il confronto con Massimo D’Alema sui temi di politica internazionale

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postato il 2 settembre 2014 da Redazione | in "Esteri"

Marò: Italia si muove fra diplomazia e arbitrato internazionale

L’intervista a Guido del Turco ai microfoni del Tg5

Dopo due anni e mezzo i fucilieri di Marina, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, che sono andati in India per una missione internazionale vidimata dall’Onu non hanno ancora un’imputazione specifica. Inoltre, la giustizia indiana si sta rimpallando questa decisione da un tribunale all’altro e questo e’ inammissibile.
Non abbiamo alternative. Purtroppo questa situazione rischia di essere piu’ grande della nostra capacita’ di incidere, ma noi continuiamo su due strade. Da un lato la via del governo, la diplomazia, i colloqui di Renzi col Primo ministro indiano, il nostro lavoro all’Onu (anche noi Presidenti di Commissione stiamo aspettando di partire per incontrarci con i nostri omologhi che ancora non sono stati eletti); e dall’altro la via legale dell’arbitrato internazionale: si tratta di una doppia strada che gli stessi maro’ conoscono e tutto sommato condividono.

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postato il 22 agosto 2014 da Redazione | in "Esteri"

Sull’Iraq quante anime belle e troppe timidezze dai cattolici

CatturaL’intervista di Umberto Rosso a Pier Ferdinando Casini pubblicata su La Repubblica

Al pacifismo di chi vuol dialogare con gli sgozzatori dell’Is, e pensa di risolvere tutto con una pacca sulle spalle, io proprio non credo. Quante anime belle, da Cinquestelle a Sel. Ma mi sanno dire questi presunti negoziatori come lo fermiamo il massacro dei cristiani curdi?’.

Presidente Casini, ma resta solo l’invio delle armi? E la diplomazia che fine ha fatto?
Il negoziato non lo fai con la resa dell’Occidente, incapace di reagire alle stragi quotidiane e al genocidio di un popolo. Ai messaggi atroci e al tempo stesso raffinati che gli jihadisti spediscono ogni giorno ai nostri paesi e agli Usa come la feroce decapitazione della reporter americano.  Se l’Occidente vuole negoziare, deve battere un colpo. Molto forte, aiutando quelle popolazioni a difendersi. Solo così potrà cominciare, dopo, la partita della diplomazia.

Perché non pensare ad un intervento dell’Onu?
Una bellissima e ‘rassicurante’ coperta, non c’è dubbio. A tutti, e ne ha parlato il Papa stesso, piacerebbe che venisse ‘stesa’ laggiù. Però l’Europa deve fare la propria parte, muoversi senza temporeggiare oltre, perché se no resterà un grande cimitero. I grillini chiedono il dialogo con le milizie jihadiste? E allora ci provino loro a farli ragionare, ma subito, perchè tra un po’ ci ritroviamo con i califfati in tutta la Libia. Io penso che il tempo è scaduto, e che purtroppo siamo tutti arrivati in ritardo. Tutti.

A che cosa si riferisce?
‘Mi sono molto piaciute le cose dette dal Papa, ma credo che perfino nel mondo cattolico si sia tardato a capire l’entità di quel che stava accadendo, e si sia peccato per eccesso di timidezza. E tuttavia, attenzione: non si tratta di uno scontro tra occidente cristiano e mondo islamico, bisogna assolutamente evitare di vedere così quel che sta succedendo e quindi di reagire seguendo uno schema del tutto sbagliato.

Qual è la sua chiave?
Europa e Usa, se vogliono evitare guai peggiori, devono aprire un tavolo con alcune delle potenze regionali, con alcuni paesi determinanti in quell’area: Iran, Turchia, Egitto. Purtroppo finora è mancata una visione di insieme, a cominciare da Bush e dallo stesso Obama, con conseguenze catastrofiche. Come in Libia. O in Siria. La democrazia non si esporta.

Sarebbe stato meglio tenersi Gheddafi?
 Non c’è dubbio. L’intervento scatenato da Sarkozy e Cameron si è risolto in un atto di autolesionismo. Devo dire che da questo punto di vista aveva ragione Berlusconi. La Libia del dopo Gheddafi è un paese ingovernabile, con il ritorno dei califfati islamici come a Bengasi.

E in Siria?
Obama stava per scatenare l’intervento armato contro Assad. Avrebbe innescato una catastrofe. L’Italia lo aveva capito. E lo ha capito bene la stessa Israele, che preferisce tenersi uno come Assad che l’implosione della Siria.

A questo punto, in Siria sarebbe stato meglio lasciare in sella Saddam?
Il meglio è nemico del bene. Nessuna nostalgia per un dittatore sanguinario ma non basta buttarlo giù per creare democrazia.

L’Italia non è isolata, sul piano internazionale, per l’invio delle armi?
Non direi. L’Europa ha dato il via, il 15 agosto, agli aiuti nel contesto di un corridoio umanitario nella regione, ma con alle spalle il governo iracheno che sta nascendo, fortunatamente, al posto di quello di Al-Maliki.

È una scelta che ci espone al rischio terrorismo?
Sarebbe una bugia sostenere il contrario. Il rischio esiste, e non da oggi

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postato il 17 agosto 2014 da Redazione | in "Mezzogiorno, Politica"

Casini: ora da Renzi la scossa per il Sud

«Forza Italia? Fa già parte della maggioranza»

Pier Ferdinando Casini

L’intervista di Francesco G. Gioffredi a Pier Ferdinando Casini pubblicata sul Quotidiano di Puglia

L’autunno della scossa alle riforme e dello sprint alla crescita. L’autunno, anche, del ciclo politico che entra nel vivo e promette svolte e scenari tra le mura di partiti e coalizioni. E poi il 2015, che in Puglia sarà l’orizzonte delle elezioni regionali. Mesi ad alto voltaggio, e l’analisi di Pier Ferdinando Casini affronta tutti i nodi. Il leader Udc anche quest’anno ha scelto il Salento per la pausa estiva: «Ormai faccio i 20 anni di nozze col Salento. E spero di tornarci per altri 20. Ci sono tanti amici, come per esempio Luigi Melica, una persona che stimo molto».

Il Sud torna alla ribalta dell’agenda Renzi, almeno nelle dichiarazioni programmatiche. Il premier promette un tour periodico e un monitoraggio costante della spesa dei fondi europei. È davvero l’ultima chiamata per il Mezzogiorno, soprattutto in vista del ciclo di programmazione 2014-2020?
«Personalmente sono davvero preoccupato dalla parcellizzazione della spesa. Finanziare micro-interventi settoriali vuol dire solo sprecare grandi occasioni, quando invece occorrerebbe individuare alcune opere strategiche per rilanciare davvero il Sud. Sì, è vero: il Mezzogiorno è una risorsa per l’intero Paese, ma a forza di dichiararlo rischiamo di perdere tempo prezioso».

Proprio per non dissipare più fondi e – in generale – chance, non sarebbe meglio accentrare il controllo della spesa nell’Agenzia della coesione territoriale?
«È un tema che comporta inevitabilmente riflessioni amare sulla condotta delle Regioni stesse. Si è tanto parlato di federalismo, ma noi siamo stati tra i pochi a votare contro quel provvedimento in salsa leghista. C’è senza dubbio la necessità di ripensare l’assetto delle Regioni. Detto ciò, sono contrario a provvedimenti punitivi, ma bisogna necessariamente prendere atto di quanto non è stato fatto in merito alla spesa dei fondi europei. E allora, piuttosto che perderli, meglio accentrare: mai come in questo caso il fine giustifica i mezzi».

La Commissione europea intanto ha scritto al governo italiano bocciando la bozza di Accordo di partenariato. Ancora un segnale di sfiducia da Bruxelles?
«È uno dei tipici esempi in cui non è il caso di prendercela con l’Europa, ma con noi stessi: spesso scarichiamo sull’Europa l’assenza di efficaci processi decisionali italiani. Possiamo anche puntare il dito contro l’Europa per il rigore eccessivo che rischia di portare a una recessione generalizzata, ma sul tema dei fondi europei chi è causa del suo mal pianga se stesso. Un conto è avere un debito pubblico che proviene da decine anni fa, altra cosa non saper spendere i fondi. E da questo punto di vista il fallimento totale è delle Regioni, soprattutto meridionali».

I segnali lanciati da Renzi le sembrano positivi?
«Il suo gesto di andare a Ferragosto al Sud è positivo, ma certo non basta: al Mezzogiorno bisogna dedicare attenzioni enormi nei fatti, e occorre farlo quotidianamente, in tutti i settori. Penso ad esempio al turismo: i dati raccontano di luci e di ombre, eppure abbiamo potenzialità enormi di espansione verso mercati attratti da questo territorio. Ma al Sud purtroppo abbiamo una rete di porti turistici fatiscente, strutture non sempre adeguate, collegamenti infrastrutturali carenti. Dobbiamo migliorare sotto tutti questi aspetti, sempre però attenti alle realtà industriali già presenti: penso al porto di Gioia Tauro o all’Ilva di Taranto. La tutela dell’ambiente è sacrosanta, ma nella città jonica va conciliata con la difesa della realtà siderurgica più importante d’Europa».

È una ferita ancora aperta.
«E non possiamo lasciare alla magistratura le decisioni sul futuro della politica industriale italiana. Ma questo è accaduto perché la politica è stata assente e i magistrati hanno supplito a quell’assenza. E poiché il governo Renzi è politico, e non tecnico, allora riacquistiamo la centralità nei processi decisionali».

A proposito di scelte: sarà il settembre della scossa sul piano dei provvedimenti economici? Tra riforma del mercato del lavoro, spending review, barra dritta sulla tenuta del debito pubblico, rischia però di spuntare una manovra correttiva?
«Non credo che l’Italia possa sopportare manovre ulteriori: dobbiamo fare quanto deciso, con una spending review importante e provvedimenti sul lavoro che consentano un rilancio degli investimenti reali. Del resto, nonostante questo buio, abbiamo comunque scoperto che l’Italia sta tornando appetibile per gli investimenti
esteri: vuol dire che il centro decisionale di quelle aziende spesso resta qui, e in un mondo globalizzato non possiamo vivere con i paraocchi, ma dobbiamo accettare la sfida e creare le migliori condizioni».

Il contesto rischia di peggiorare: arretra persino il Pil tedesco. La possibile spirale recessiva non impone allora una revisione delle politiche pubbliche?
«Sono preoccupato per quanto sta succedendo in Germania: le esportazioni italiane si rivolgono soprattutto al Paese tedesco. Se si ferma la locomotiva, non andiamo lontano. Tutto ciò è l’indice di una politica economica sbagliata, quando invece abbiamo esempi diversi: Obama ha adottato ricette diverse dalle nostre, ha rilanciato lo sviluppo e ha battuto la recessione».

Si torna a parlare di articolo 18 e riforma dello Statuto dei lavoratori: tabù da sfatare o si rasenterebbe lo scontro sociale?
«I tabù devono cadere, però capisco anche la preoccupazione di Renzi nel riaprire dispute ideologiche che poco hanno a che fare con la concretezza dei problemi. Troviamo una soluzione, ma quel che è capitato nel caso Alitalia sia un monito: mi riferisco al rischio che saltasse tutto con Etihad per un approccio vecchio stampo dei sindacati».

Quanto ritiene praticabile un allargamento più o meno stabile della maggioranza a Forza Italia?
«Guardi, Forza Italia è già nella maggioranza. Solo chi è cieco non se ne accorge… Votano le riforme e concorrono al mantenimento del numero legale. Berlusconi ha capito che questa condizione è fondamentale per lui: non si assume l’onere di provvedimenti impopolari, ma di fatto aiuta il governo. Mi sembra un atteggiamento intelligente da parte sua, e Renzi ringrazia e porta a casa».

L’Udc con Ncd sta impostando un percorso comune, che potrebbe sfociare in un unico soggetto politico. Con quale prospettiva?
«Sotto questo punto di vista non ho alcun ruolo decisionale, ma posso dire che mi sembra un percorso di buon senso. Naturalmente è solo il primo passo: il problema vero è ricreare l’appeal del centrodestra smarrito nel corso degli anni, non a partire dalle alleanze di sigle, ma dal recupero di un insediamento sociale disperso a vantaggio dei Cinque stelle e dello stesso Renzi, che è molto più appetibile per i moderati di quanto lo siamo noi».

Alle elezioni regionali pugliesi il polo centrista Udc-Ncd marcerà compatto? E come valuta i movimenti, e le primarie, nei due poli di destra e sinistra?
«Mi auguro che Udc e Ndc procedano insieme, è un processo avviato e frazionarsi sarebbe ridicolo. Ora non spetta a me dare consigli, però nel centrosinistra vedo primarie interessanti: c’è un Emiliano “alla Crocetta” e una sinistra nuova che è quella di Stefàno, il quale come assessore e come presidente della Giunta delle elezioni del Senato ha dimostrato di essere una persona seria e capace. Nel centrodestra invece la situazione è più complessa. Non basta l’evocazione di primarie se non si recupera una condizione di impegno comune. Certo, esistono personalità importanti come Ferrarese, che stimo ed è in gamba, ma nel centrodestra l’unico vero leader è Fitto: al governo è stato molto capace, ha un radicamento territoriale forte, e se fosse lui il candidato, sarebbe facile vincere».

Come valuta i dieci anni di governo Vendola?
«Preso a sé stante è poca cosa, ma il giudizio è più generoso se paragonato al grande disastro delle altre Regioni».

Adesso s’aprirà un nuovo ciclo. Il Salento al bivio quali coordinate dovrà seguire?
«Vero, è a un bivio. A proposito dell’economia turistica, il Salento deve decidere quale modello sposare. Il turismo di massa in stile Gallipoli rischia di determinare una deriva per me negativa. Seguire una strada diversa implica politiche efficaci su destagionalizzazione, qualità dei flussi turistici, strutture e infrastrutture, sistema integrato con i beni culturali. Un sistema capace di generare un fertile tessuto di piccole e medie imprese».

Magari la spinta può essere data dalla vittoria di Lecce nella corsa a Capitale europea della cultura 2019.
«Potrebbe spuntarla, lo merita, ha tutte le carte in regola e gode di condizioni ideali».

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postato il 15 agosto 2014 da Redazione | in "Politica"

Casini: «Il centrodestra va rifatto. Ma senza il Cav non si può»

Nell’Udc ho dato: dissidi con Berlusconi, ma la legittimazione la danno gli elettori. Giusta la lista con Alfano, ora via alla costituente popolare

Pier Ferdinando Casini

L’intervista di Barbara Romano a Pier Ferdinando Casini pubblicata su “Libero”

«Mi piace stare in questo ufficio. È un tributo a una stagione politica di cui la storia darà un giudizio molto più positivo di certo opinionismo da strapazzo». L’ufficio è quello che fu di Giulio Andreotti a Palazzo Giustiniani. E lui è Pier Ferdinando Casini. «Io sono un democristiano come Andreotti e non sono pentito. La stagione dei pentimenti arriva per chi ha qualcosa da farsi perdonare».

E così si scopre che l’allievo di Forlani in realtà è figlio di Belzebù.
«Mai stato andreottiano. Neanche nella Dc. Dell’Andreotti politico non ho nessuna nostalgia. Lui per me è stato un esempio per il modo in cui ha vissuto il suo calvario giudiziario. La sua fiducia nello Stato e la pazienza verso le angherie che ha subito sono le qualità fondamentali per chi fa politica».

Andreotti fu 7 volte premier. Lei, invece…
«Se mi reincarno, magari…».

Intanto però è disoccupato.
«Io milito nell’Udc. I più ridicoli sono quelli che non capiscono che le stagioni passano. Sono stato capopartito per tanti anni e non ho più intenzione di farlo. Mi trovo benissimo a fare il presidente della commissione Esteri dove ho discusso fino agli ultimi giorni dei cristiani perseguitati in Iraq. Oggi sono queste le sfide che mi interessano. Di quello che succede nel comitato provinciale dell’Udc di Vercelli non me ne può fregare di meno».

Un democristiano senza partito è un ossimoro.
«La vita nei partiti si fa quando esistono i partiti».

Sta dicendo che l’Udc non esiste?
«Magari fosse un problema dell’Udc. Tutti i partiti si sono ossificati. Questo ha prodotto in tanti giovani la deriva dell’antipolitica».

Come se ne esce?
«La stagione dei partitini è finita. Bisogna ricostruire famiglie politiche allargate. Quella del centrodestra è una crisi di rappresentanza sociale. Le piccole e medie imprese, l’artigianato, le partite Iva, i commercianti che si sono rifugiati nell’astensionismo, in Grillo o in Renzi, vanno recuperati».

E chi li recupera, visto che i partiti suscitano ribrezzo?
«Non c’è alternativa ai partiti per organizzare la politica. In Europa i partiti sono riusciti a superare l’idea del leader insostituibile. Kohl, che era pari per grandezza a De Gasperi, è stato sostituito dalla Merkel. Aznar se n’è andato via,ma il Partito popolare spagnolo è rimasto lì. In Italia, vanno via i leader e se ne vanno anche i partiti. L’unica eccezione è il Pd, come dimostra il caso Renzi».

Il premier non sembra filarla tanto. Come sono i vostri rapporti?
«Buoni».

Quando faceva il Rottamatore ve ne siete dette di tutti i colori…
«Sì, ma dopo le primarie del Pd ci siamo capiti. Oggi penso che sia giusto dare una mano a un giovane leader che vuole cambiare l’Italia. Non ho nulla da chiedergli né da insegnargli. Se vuole un consiglio, glielo do».

Gliene dia uno subito.
«Matteo, concentrati sull’economia. Soprattutto sull’occupazione. Bisogna prendere provvedimenti anche dolorosi. Tutta la vicenda dell’Alitalia e le resistenze all’accordo con Etihad sono il segno di una veterocultura sindacale che va superata. Renzi queste cose le dice, adesso le deve fare».

Solo economia?
«Anche la giustizia. Non è possibile che la politica in Italia la facciano i magistrati, anche quella industriale. E che i progetti ambientali siano bloccati dai veti dei Tar».

Fa una certa impressione sentirla parlare come Berlusconi dopo che lei ha criticato per anni le sue leggi ad personam.
«Io ho contrastato l’illusione che provvedimentiadhocpotessero servire alla sua battaglia giudiziaria.Ma su molte idee di riforma della giustizia io e lui siamo d’accordo.Che le intercettazioni debbano servire per sgominare i criminali,ma non possano essere usate per violare costantemente la privacy, è un principio di buon senso. E sono più che convinto che un magistrato debba rinunciare a una fetta del suo protagonismo a garanzia degli imputati o che la carcerazione preventiva sia iperabusata in Italia».

Non è un caso, insomma, che il suo flirt col Cav sia ricominciato.
«Ma quale flirt. Per me è più facile di altri ricostruire un rapporto con lui, perché non dovevo farmi perdonare niente. Quando lui e Fini fecero il Pdl, me ne andai via . A differenza di altri, io non ho utilizzato Berlusconi per arrivare in Parlamento e dopo abbandonarlo».

Così Fini è servito. Ma perché proprio adesso lei si è riavvicinato al leader di Fi?
«I miei no a Berlusconi sono dovuti al fatto che non ho condiviso il suo progetto di governo. Ma è una stagione finita. Bisogna dargli atto che rappresenta ancora una fetta cospicua di moderati. Lo legittimano gli elettori, mica io. E che qualcuno sia invidioso che Berlusconi abbia un rapporto preferenziale con Renzi, è demenziale».

Pure Alfano è sistemato.
«Scusi, penso che Alfano sia il primo a capire che le riforme vere si fanno con l’opposizione. Che Berlusconi collabori con noi è un fatto di civiltà politica e di garanzia per il Paese. Io sono ben lieto che lui abbia scelto questa strada».

Il suo ritorno di fiamma non sarà un piano diabolico per arrivare al Quirinale, visto che il Cav sarà uno dei due grandi elettori del futuro Capo dello Stato?
«Sono sufficientemente intelligente da non pensarci nemmeno. Siamo seduti nell’ufficio di una persona che ha contato mille volte più di me nella politica e aspirava al Quirinale, ma non c’è mai andato».

Punta a scippare a Berlusconi la leadership dei moderati?
«L’area moderata ha bisogno di leader nuovi e la leadership si strappa, non si eredita. Renzi è stato Renzi perché ha rotto certe logiche nel Pd. Se nel centrodestra pensiamo di costruire in vitro lo sfidante di Renzi siamo fuori dal mondo».

E chi potrebbe essere il Renzi di destra?
«Non faccio nomi. Ci sono persone. In gamba,ma devono avere più coraggio, altrimenti non saranno mai leader e non porteranno mai alla vittoria il centrodestra. Tutt’al più amministreranno un’onesta sconfitta».

Raccontano che lei fosse già pronto a passare col Cav alle Europee, tanto da cercare di piazzare suoi fedelissimi nelle liste di Fi.
«Elucubrazioni lunari. Però c’è una verità che va detta: era giusto fare l’alleanza Ncd-Udc,ma oggi bisogna capire che questa entità è ben lontana dal rappresentare ciò che serve per essere vincenti nell’area moderata».

E quale dev’essere il futuro del centrodestra?
«Per coloro che appartengono al Ppe c’è la necessità di costruire un destino comune. Che oggi è complicato. Ma le sfide importanti lo sono sempre e richiedono sacrifici. Chi pensa che i partiti vengano fatti per garantire la sopravvivenza di piccoli gruppi dirigenti, non si meravigli poi se la gente non lo vota».

Quindi la Costituente popolare deve essere estesa anche a Forza Italia.
«Sì,ma ogni cosa ha i suoi tempi. La lista Udc-Ncd alle Europee è stata un primo passaggio. Adesso bisogna procedere all’unificazione di tutti i gruppi che stanno nella maggioranza e che non sono il Pd. E poi avviare subito un dialogo forte e stretto con Forza Italia.Tu puoi dissentire dal leader di Fi, ma non puoi non prendere atto che gli elettori che andiamo cercando sono gli stessi. Lasciare a Renzi il monopolio del dialogo con Berlusconi è demenziale. Se lo fai, poi non ti lamentare se tanti elettori, invece di votare Ncd-Udc, votano Renzi».

Lei ce l’ha proprio con Alfano.
«Per nulla, Alfano è un mio amico. Ma sa perché stimo Renzi? Perché è riuscito ad archiviare l’antiberlusconismo militante su cui si è retta la sinistra per 20 anni. Mentre, paradossalmente, nell’area moderata permangono i rigurgiti di antiberlusconismo da cui si è emancipato Renzi. Io che non ho mai avuto l’ossessione di Berlusconi e che non soffro di complessi d’inferiorità nei suoi confronti, dico: ragazzi, il capo di Fi determina la politica italiana in un rapporto corretto col premier e noi non gli parliamo? È follia».

E allora perché non si trova in giro una sua foto con Alfano neanche a pagarla?
«Perché non partecipo alla direzione politica del Ncd».

E con Cesa? Ormai siete due separati in casa.
«Il nostro è un rapporto tra due che si conoscono da quando avevano 16 anni. Ma oggi è il momento di dare ad altri la responsabilità. Io ho dato».

Con Monti lei ha commesso l’errore della vita. Alle Politiche del 2013 l’Udc ha raggiunto il minimo storico.
«Io con Monti ho commesso molti errori. In particolare quello di non averlo dissuaso dallo scendere in politica. Forse ho peccato anche d’ingenuità: sono stato l’unico a mettere la faccia nella difesa dei provvedimenti di Monti che votavano anche Berlusconi e Bersani».

Chiudiamo in bellezza. Come va con la Boschi?
«Bene, ma è una che non ho mai visto. Le parlo quando è in aula».

Veramente le manda anche tanti bigliettini. Che le scrive di bello?
«È il ministro del governo che sostengo. Il minimo che io possa fare e proporle una tattica parlamentare per far approvare la sua riforma».

Non si sarà preso anche lei una cotta per la ministra bionda?
«No, ormai sono immunizzato».

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postato il 14 agosto 2014 da Redazione | in "Esteri"

Quei cristiani eroi di Mosul come i martiri di Otranto

14 agosto 1480. Otranto. 813 cristiani vengono decapitati dagli invasori turchi per aver rifiutato di abiurare la fede cristiana. Agosto 2014. Oltre centomila cristiani iracheni sono perseguitati, uccisi, torturati, crocifissi, scacciati dalle loro case da orde barbariche di terroristi e fanatici. La storia si ripete, l’orrore ritorna, il martirio continua ad essere il destino di chi non vuole rinnegare la propria fede neanche di fronte alla follia violenta del mondo. Quella dei santi martiri di Otranto non è una vecchia leggenda salentina, è una storia di oggi che ha ancora un grande valore di esempio e di attualità.
Lo aveva intuito il grande Giovanni Paolo quando il 5 ottobre 1980 disse: “Non dimentichiamo i martiri dei nostri tempi. Non comportiamoci come se non esistessero”. Un appello che risuona di nuovo oggi, forte e chiaro, per bocca di un altro Papa, Francesco, che nei giorni scorsi ha più volte chiesto di “porre fine a un dramma umanitario in atto e proteggere i minacciati dalla violenza e assicurare aiuti agli sfollati”.
Quando nel 1480 la flotta ottomana che aveva piegato Costantinopoli salpò dall’Albania per conquistare la Puglia poté agire indisturbata perché le grandi potenze occidentali erano distratte dalle loro beghe e rivalità: Venezia, gli aragonesi, la Firenze di Lorenzo il Magnifico, non mossero un dito per soccorrere Otranto, sottovalutando la minaccia. Non riuscivano a concepire l’idea che il sultano abbattuto l’impero bizantino puntasse dritto a conquistare l’Italia e soprattutto Roma, il cuore della cristianità. Non ci furono eserciti francesi o imperiali, lombardi o spagnoli a contrastare la sfida che puntava al cuore dell’Europa. Si rimase indifferenti di fronte alla tragedia di una città lasciata da sola a difendersi con circa cinquecento soldati e una popolazione di seimila abitanti rispetto a un esercito turco di ventimila armati, diverse decine di navi da guerra e molte potenti bocche da cannone, per l’epoca un’arma eccezionale. L’esito era scontato, e nonostante una strenua resistenza gli ottomani conquistarono prima la città bassa e poi la cittadella, perpetrando un massacro senza pari: sembra che siano state sterminate 12 mila persone, compresi gli abitanti della campagna, e altre cinquemila, soprattutto donne e bambini, ridotte in schiavitù. Come accade anche in queste ore in Iraq, dove i jihadisti dopo aver preso il controllo di Mosul sono andati all’attacco delle città della piana di Ninive, alcune abitate da duemila anni solo da cristiani, tutte indifese. Le chiese sono state distrutte, gli antichi manoscritti bruciati, le immagini della madonna ridotte in frantumi, le croci divelte. Nel nord dell’Iraq i miliziani hanno dichiarato che ogni cosa è di proprietà dello Stato islamico, ingiungendo ai sopravvissuti di andarsene, così, in pigiama e senza scarpe, lasciando tutto. Se hanno avuto la fortuna di non essere crocifissi, decapitati o presi in schiavitù. Unica alternativa, la conversione forzata all’islam.
E come ieri anche oggi la comunità dei Paesi liberi è divisa e lacerata da interessi contrastanti, incapace di difendere il vecchio ordine internazionale e ancora di più di determinarne uno nuovo. Non replichiamo la storia: è necessario un intervento umanitario che impedisca il genocidio di un popolo e aiuti i vicini a difendersi da chi, usando in modo improprio la sacralità della religione islamica, la distorce per i propri fini terroristici, determinando una regressione umana e civile della nostra epoca.
Dal nord dell’Iraq è stata spazzata via l’intera comunità cristiana,ridotta a una massa enorme di profughi affamati, choccati, privati di tutto. Di tutto tranne che della loro fede. Come era accaduto ad Otranto. Dove alla fine, dopo la strage, il generale del sultano offrì agli ultimi sopravvissuti la possibilità di convertirsi all’islam e di aver salva la vita. Erano 813, erano pescatori, contadini, artigiani. Gente semplice e ignorante. Li guidava un sarto, Antonio Primaldo, che rispose a nome di tutti: “Crediamo tutti in Gesù Cristo, figlio di Dio, e siamo pronti a morire mille volte per lui”. Vennero decapitati senza pietà. Quando morirono non sapevano che avrebbero avuto fama, che sarebbero stati il seme per far germogliare la ripresa dell’Europa. Otranto sarebbe stata liberata l’anno dopo, e l’invasione del continente e di Roma sarebbe stata sventata. È interessante notare che quegli 813 martiri non hanno un nome, tranne il loro portavoce. Non sono “eroi” celebrati, sono un popolo, una comunità. Che è stata oltraggiata, devastata, sradicata. Ma non ha ceduto. Persone che non hanno nomi propri ma rappresentano la nostra cultura, la nostra civiltà e al contempo ciascuno di noi. Come forse non hanno per noi nomi quei fantasmi indistinti che oggi, in questo momento, vagano violati in tutto alla ricerca di un aiuto nel nord della Mesopotamia. Perseguitati perché sono cristiani come quegli occidentali che invece li stanno ignorando e dimenticando, lasciandoli alla mercé di spietati barbari tagliagole. Oggi cinquecento anni dopo, Otranto si ripete. Otranto è là, in Iraq. Otranto è Mosul, bagnata del sangue dei martiri.
Pier Ferdinando Casini
Presidente della Commissione Esteri del Senato

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postato il 12 agosto 2014 da Redazione | in "Esteri"

Anche l’Italia mandi armi ai curdi

L’intervista di Dino Martirano a Pier Ferdinando Casini pubblicata sul Corriere della Sera

Pier Ferdinando Casini

Anche questo 14 agosto, Pier Ferdinando Casini parteciperà alle celebrazioni per ricordare i martiri cristiani di Otranto che, nell’estate del 1480, furono messi sotto assedio dai saraceni: «Chi si converte vivrà, chi si rifiuta muore…..». Ecco, spiega il presidente della commissione Esteri del Senato, «in Iraq col califfato autoproclamato, ma anche in Siria e in Libia, siamo tornati indietro di qualche secolo…Per cui bisogna assolutamente muoversi: c’è in ballo un interesse dell’Occidente perché oggi al posto dei Gheddafi e dei Saddam abbiamo realtà ben più perniciose e questo dovrebbe far riflettere sugli errori compiuti in questi anni. Siamo passati dal terrorismo e dai terroristi agli Stati terroristi. Dunque, ha fatto bene Obama a intervenire in Iraq e ora dobbiamo spingere l’Europa, perché il semestre di presidenza è nostro, a un’iniziativa analoga».

Gli Usa, che hanno anche confermato l’invio di armi ai curdi tramite la Cia, hanno il dispositivo militare per essere «convincenti». Cosa può fare l’Italia seppure in una cornice europea?
«La nostra iniziativa può sostanziarsi in tre passi: aiuti ai curdi, anche di carattere militare, attivazione di corridoi umanitari e aiuti alle popolazioni messe al bando dagli islamici».

Dunque, anche invio di armi ai peshmerga curdi?
«Sì. Ma questo serve per consentire l’attivazione di corridoi umanitari e per organizzare interventi immediati di solidarietà per le popolazioni cristiane e per chiunque sia in pericolo. Fa bene il governo a muoversi».

Il Parlamento ratificherà le iniziative del governo?
«Sono in contatto con il presidente della commissione Difesa della Camera Nicola Latorre. Possiamo riaprire il Parlamento in poche ore. C’è la consapevolezza di tutti che bisogna muoversi anche perché il Kurdistan è un Paese amico dove ci sono moltissimi investimenti italiani».

L’Italia però si può muovere solo in una cornice internazionale.
«Sì, è vero. Ma la cornice internazionale bisogna concertarla al più presto. Francia e Inghilterra già si stanno muovendo».

La Difesa è in allerta per il caos in cui è ripiombata la Libia.
«La vicenda libica è esplosiva. Purtroppo, bisogna riconoscere che l’unico che aveva visto la situazione era Berlusconi. Lui (che nel 2010 riceveva con tutti gli onori Gheddafi a Roma, ndr ) ha resistito finché possibile all’azione francese, lui è stato fagocitato dalla Nato e alla fine si è dovuto accodare».

Paradossalmente, se a Tripoli ci fosse ancora Gheddafi l’Italia avrebbe un interlocutore.
«In politica estera delle migliori intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno. Non è che si dovesse difendere Gheddafi ma certo era meglio un dittatore che il caos e l’anarchia col rischio di califfati islamici a Bengasi. In Libia c’è stata una responsabilità storica di Sarkozy: un disastro che ora paghiamo noi più che altri. Siamo il primo porto di accoglienza dell’immigrazione clandestina…».

Il senatore Latorre auspica una presenza armata sulle coste libiche sotto la copertura Onu. È un’opzione praticabile?
«Il traffico dell’immigrazione clandestina in Albania si è combattuto in due modi: presidio a terra e, oggi possiamo dirlo, lavori oscuri dei servizi che hanno affondato le barche di cui si serviva la criminalità organizzata albanese nei porti di Valona e di Soci. Però allora c’era uno Stato, seppure debole, con cui confrontarsi. Oggi in Libia, dove imperversano le bande, non è più così: se cade l’aeroporto, poi, è la fine».

Però anche per affidare il «lavoro sporco» ai servizi servirebbe un minimo di cornice di sicurezza.
«Servono soprattutto le idee chiare. Paradossalmente oggi le idee chiare possiamo averle più facilmente per affrontare l’emergenza nel Kurdistan piuttosto che in Libia ».

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postato il 8 agosto 2014 da Redazione | in "Esteri"

Iraq: genocidio cristiani, Italia non resti indifferente

In Commissione Esteri l’audizione informale del Sottosegretario Della Vedova
foto Non possiamo rimanere indifferenti davanti a questo genocidio di cristiani e di altre minoranze religiose in Iraq. Siamo vicini al Kurdistan, dove stanno arrivando migliaia di profughi in fuga, e condividiamo l’azione militare degli Usa a loro supporto. Crediamo che l’Italia debba fare qualcosa di concreto anche in termini di assistenza e di aiuti umanitari: oggi abbiamo sollecitato il Governo in questa direzione.

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postato il 8 agosto 2014 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Il patto del Nazareno salverà Mediaset

L’intervista di Tommaso Cerno a Pier Ferdinando Casini pubblicata su L’Espresso
Espresso
Casini, ma quant’è dimagrito?
«Sette chili».
Per rimanere il “bello della Dc”, come diceva il suo maestro Forlani?
«Intanto le presento la mia teacher… ho appena finito la lezione di inglese».
Però, grandi novità. Ma non è tutto tempo tolto alla sua Udc? A proposito, non la si vede più al partito. La danno per disperso…
«Ogni cosa nella vita ha un suo tempo».
Non mi dica che è uscito dall’Udc senza nemmeno dirlo a Cesa.
«Diciamo che ho contribuito a gestire la politica quotidiana per anni, e credo sia giusto fare posto ad altri. Non mi sembra più che spetti a me occuparmi del consiglio comunale di Brindisi».
E di cosa si occupa Casini versione Terza repubblica? Del patto del Nazareno?
«Deluderò dicendo che dal punto di vista chirografico non esiste nessun patto del Nazareno. Quindi inutile cercare fogli nei cassetti».
Esiste dal punto di vista politico. Cosa dice?
«E cosa vuole che dica? Berlusconi in Italia non ha solo una dimensione politica, ma anche economica. Vive una défaillance partitica, ma ha la forza sufficiente per usare la contraerea e garantire la sua impresa».
E Renzi lo farà?
«Lo farà. D’altronde non fu D’Alema a dire che Mediaset è una risorsa per il Paese? E io sono d’accordo con loro».
Lei è uno dei pochi, forse l’unico, che parla sia con Renzi sia con Berlusconi: è forse il garante del patto?
«È più facile pensare che lo sia Confalonieri… e comunque non faccio parte della schiera dei frustrati che si sentono coartati dal patto tra Renzi e Berlusconi. Parlo con entrambi e credo sia giusto così».
Ma perché apprezza Renzi dopo che ha parlato tanto di rottamazione. Si sente così nuovo, Casini?
«Perché ben prima dell’assoluzione di Berlusconi al processo Ruby, l’ha invitato alla sede del Pd sfidando l’opinione pubblica e rottamando, questa volta sì che si può dire, una tradizione consolidata: la sinistra antiberlusconiana».
Infatti dicono sia più democristiano come lei che socialdemocratico come Blair…
«Il Pd è cambiato, ma Renzi di più. Mi meraviglia di come sia ben più avanti di molti “moderati” che ancora si macerano, invece, nell’ossessione di Silvio. Io l’ho sfidato in campo aperto, ma non ho mai avuto alcun odio o risentimento personale… Nè ieri servo encomio, né oggi codardo oltraggio».
Eppure, per stare su Manzoni, a sinistra c’è chi contesta a Renzi di avere ridato diritto di cittadinanza politica all’Innominato, appunto.
«Diritto di cittadinanza a Berlusconi lo hanno dato gli italiani. E, per quanto riguarda l’attualità, il suo vero benefattore è stato Grillo».
Scusi?
«È Grillo che ha fatto un grande favore a Berlusconi, tirandosi fuori dalle riforme. Non Renzi. Pensi all’autolesionismo dei 5 Stelle: prima fanno fronte comune con Sel e la Lega, consentendo ai primi di ricontrattare il rapporto col Pd, ai secondi di portarsi a casa quel po’ di federalismo che volevano. Poi, alla prima curva, disertando l’aula, lasciano la riforma sui binari dell’Alta velocità».
Gliel’ha detto a cena a Berlusconi?
«A cena il momento più vero è stato un altro. Mi ha chiesto quanti anni avessi. E io gli ho detto: 58. E mi sono reso conto che l’ultima volta che ho pranzato con lui, mio figlio non era nato. E adesso ha sei anni e va a scuola. Lui mi risposto, invece, che è sceso in politica quando aveva la mia età di adesso».
Non fa un po’ amarcord, presidente?
«Nessuna nostalgia. Ma nella vita i ruoli cambiano: Inzaghi e Montella, due grandi centravanti, oggi fanno gli allenatori».
Napolitano ha detto che si dimetterà. Dopo il voto delle riforme, probabilmente, si aprirà la corsa al Colle. Giudizio?
«Napolitano ha gestito momenti difficilissimi. Ed è stato sempre tirato per la giacca da tutti. Gli si imputa di non aver mandato il Paese al voto dopo le dimissioni di Berlusconi nel 2011. Poi di non aver dato la grazia a Silvio. La critica degli opposti è la valutazione più convincente del suo buon operato».
Però né Monti, né Letta hanno funzionato…
«L’Italia ha consumato i tecnici, e io per difendere Monti ci misi tutta la faccia che avevo; oggi sommessamente ricordo che quei provvedimenti li votarono anche Forza Italia e Pd. Abbiamo sbagliato a santificarlo subito, ma non merita nemmeno la dannazione eterna…»
E Letta?
«L’Italia ha consumato anche la faccia migliore della politica. Oggi siamo a Renzi»
Crede che sia percepito come l’ultima spiaggia?
«Un po’ lo è. E poiché gli italiani sono più intelligenti di quanto si pensi, gli assegnano quel 40 per cento che è una percentuale anni Cinquanta».
Che userà per scegliere anche il nuovo presidente della Repubblica.
«Questo non lo penso».
Che profilo dovrà avere il prossimo presidente?
«Deve restare così. Dev’essere terzo e non essere espressione di una maggioranza».
Si sta candidando? Un “padre” della Repubblica nella versione smart di Renzi. E ha più di 50 anni…
«Ecco, la regola dell’età: ha sempre meno senso, secondo me. L’esperienza, quella sì che serve, ma non sempre fa il paio con l’età».
Doroteo… E cosa pensa di queste riforme? Le avrebbe fatte così la vecchia Dc?
«A questa domanda, in Italia, si risponde sempre che “serviva ben altro”. Siamo il Paese del “benaltrismo”. In realtà le varie bicamerali di Bozzi, D’Alema ecc. avranno anche pensato di più, meditato i dettagli, ma poi le cose non le hanno fatte».
Strano, dimentica proprio Ciriaco De Mita nel suo elenco. Anche lui ci provò…
«Beh, a De Mita va riconosciuto che, da segretario Dc, il tema delle riforme l’ha evocato davvero… rimettendoci».
Le piace il Senato degli enti locali?
«Non mi sarei scandalizzato a levarlo del tutto. Ma se già così criticano il despota Renzi, sarebbe venuta giù l’Italia. In realtà il Senato nasconde un’insidia di cui si parla poco, cioè il rischio che si crei una camera corporativa a tutela delle autonomie locali, che non sempre le meritano. Cioè il Senato finisce per essere un freno, che si sostituisce alla conferenza Stato-Regione, grazie anche alla Lega Nord. Sì… levarlo poteva essere meglio».
Renzi è populista, secondo lei?
«Beh, utilizza a volte lo strumento della demagogia, ma è un peccato veniale… così come la storia dei “gufi”. La battaglia di Chiti era onesta e limpida. È stato l’ostruzionismo del 5 Stelle a rendere impossibile un dibattito più profondo. Ma l’ostruzionismo non si valuta dai modi o dai tempi che occupa. Si valuta dai risultati che porta. E l’unico risultato che ha portato è il ritorno della politica. Senza quell’atteggiamento la riforma sarebbe slittata a settembre».
Il premier dice che governerà mille giorni.
«Glielo auguro. E comunque fa bene a dirlo. Ha mai visto un allenatore che prima del campionato spiega ai suoi giocatori che non vede l’ora di venderli? Renzi sta motivando la sua squadra, il Parlamento. Da politico, usa i voti, la golden share delle Europee per far capire che andare a votare non penalizzerebbe certo lui… poi si vedrà».

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postato il 31 luglio 2014 da Redazione | in "Esteri"

Libia: tutti scappano, l’Italia resta a Tripoli

Ma serve missione Onu

Nonostante i rischi, il nostro ambasciatore in Libia Giuseppe Buccino e tutto il personale sono presenti e continuano a svolgere un ottimo lavoro. L’ambasciata d’Italia a Tripoli resta aperta, mentre tutti gli altri Paesi scappano: all’apprezzamento del ministro Mogherini, vogliamo associare quello della Commissione Affari esteri del Senato. È il segno che in quel Paese noi ci siamo e ci vogliamo rimanere. Ma è chiaro che l’Onu deve prendere immediatamente l’iniziativa di una missione internazionale.

Pier Ferdinando

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postato il 30 luglio 2014 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Iraq: alla Messa per i cristiani di Mosul

Con i parlamentari di tutti gli schieramenti politici presso la chiesa di San Gregorio Nazianzeno

foto
È stato un momento di straordinaria unità della politica per la salvaguardia di un diritto fondamentale dell’uomo, quello di esprimere liberamente la propria fede.

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postato il 26 luglio 2014 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Il Cav non è più l’alibi di chi non vuole le riforme

L’intervista di Francesco Cramer a Pier Ferdinando Casini pubblicata su Il Giornale

Pier Ferdinando CasiniRoma – Pier Ferdinando Casini, di recente ha visto a cena Berlusconi. Cosa vi siete detti? Siete ex nemici ormai?
«Sono fiero di essere uno dei pochi a non avere avuto mai nulla di personale contro Berlusconi e credo che la politica sia dialogare con tutti, in particolare con chi è fondamentale per le riforme».

Che andranno in porto?
«Sono certo che il patto sulle riforme terrà. Berlusconi non si tirerà indietro: farebbe un regalo troppo grande a chi lo vuole buttare fuori dal campo di gioco. Invece è un miracolo che ci sia e che sia determinante».
Nel merito, però, sono molti a dire che non sono il massimo.
«Il centrodestra le fece nel 2005 ma vennero bocciate dai cittadini. Il centrosinistra riformò il titolo V facendo uno dei più grandi disastri perché aumentarono i contenziosi alla Corte costituzionale in maniera esponenziale. Vero che quello della bicamerale era un disegno migliore».
Ma?
«Ma in questo contesto non approvare le riforme vuol dire dar ragione a Grillo che dice “Vedete? Questa classe dirigente è da buttare dalla finestra”».
Qualcuno vocifera che Renzi vuole andare al voto. Secondo lei?
«Si tiene due carte in mano. Se i frenatori di tutti i tipi non gli consentissero di governare avrebbe l’alibi perfetto per le urne. Ma non credo che le voglia».
Sulle riforme l’asse Cavaliere-Renzi tiene. E se si allargasse anche al governo?
«Oggi non è interesse di nessuno. Non di Renzi perché aprirebbe altre fratture nel Pd. Non di Berlusconi perché la situazione economica impone misure drastiche e impopolari».
Già, l’economia. C’è chi dice che in autunno arriverà la batosta: i conti non tornano.
«Lo scenario è molto negativo: sta flettendo l’economia della Germania, figuriamoci quella dell’Italia. E Renzi non ha la bacchetta magica: vedo una strada lastricata di difficoltà».
Quindi?
«Mi auguro che in Europa le richieste dell’Italia, che fino ad ora non mi sembra abbiano avuto tanto ascolto, vengano accettate».
Ma non l’hanno fatto neppure quando lo chiedeva Monti che guidava un governo di grande coalizione. A proposito, mea culpa su Monti?
«Sul piano politico ho commesso un errore, d’altra parte Scelta civica alle Europee s’è sgretolata. È vero: ho sponsorizzato il Professore, sono stato l’unico a metterci la faccia, pagando in termini elettorali. Ma quel governo è stato votato da tutti e ha imposto all’Italia sacrifici necessari per recuperare credibilità».
Il centrodestra prova a riunirsi ma permangono i veti contrapposti. Che si deve fare?
«Lascio ai dirigenti più giovani i nodi del quotidiano ma sono certo che all’Italia non serve un monocolore. Accanto a un’area socialista va costruita un’area popolare. Lo spazio c’è».
Con Berlusconi?
«Berlusconi ha commesso molti errori. Altri, che non ha fatto, gli sono stati addebitati (Rapporto con la Russia, questione Libia). La verità è che Berlusconi è stato un grande alibi per tutti: sia destra che sinistra hanno vissuto di rendita evitando di misurarsi con le proprie contraddizioni».
L’antiberlusconismo ha frenato la rivoluzione liberale?
«Ma certo. E riconosco che la grandezza di Renzi è stata ricevere Berlusconi al Nazareno. Ha detto ai suoi: “Ragazzi, abbiamo campato di rendita 20 anni sull’antiberlusconismo. Ora basta”».
La fine dell’antiberlusconismo per fare finalmente le riforme. Anche quella sulla giustizia?
«Sì. E già conosco l’obiezione: se in passato, sul tema, dissi di no a Berlusconi è perché inseguiva provvedimenti ad personam che non servivano né al Paese né a lui. Ma la riforma sulla giustizia va fatta: la politica industriale non la possono fare le Procure o i Tar».
Il centrodestra ha un futuro?
«Sì se si parte dai problemi e non dalle persone. Lo spazio politico c’è ma non si eredita; si conquista. Se Renzi fosse stato cooptato non avrebbe il 40%».
Primarie di coalizione?
«Quello fa parte del metodo. Il problema è il merito: tornare a parlare alla piccola media impresa che oggi vota Renzi o Grillo, ritrovare un proprio insediamento sociale».
O Lega.
«Salvini è molto distante da me e dai miei pensieri. Ma è intelligente. E il suo spazio politico che è destinato a crescere. A volte dice anche cose sensate».
Tipo?
«Sono fiero che Mare Nostrum salvi vite umane ma non può essere la risposta permanente. L’operazione va superata e lo ha detto anche il ministro Alfano».

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postato il 25 luglio 2014 da Redazione | in "Esteri"

Marò: riportiamoli subito a casa

MaròL’intervista di Alessandro Farruggia a Pier Ferdinando Casini pubblicata su QN

«E adesso riportiamo a casa i marò». Il presidente della commissione Esteri del Senato Pierferdinando Casini nei giorni scorsi ha visto il segretario generale dell’Onu, con il quale ha parlato della questione dei nostri fanti di Marina prigionieri in India. «Il silenzio del governo, e lo dico perche parlo spesso con Renzi e con la Mogherini — dice — è un silenzio operoso, non una dimenticanza o una trascuratezza. Come gli stessi marò hanno sollecitato il 2 giugno nel collegamento con le commissioni congiunte, vogliamo tenere ben distinte le due questioni: l’arbitrato internazionale al quale l’Italia ha deciso di adire e gli spazi di possibile mediazione politico diplomatica che si devono tenere aperti».

Con che margini?
«Il fatto che in India ci sia stato un cambio di governo non è un fatto negativo. Perché è vero che il premier Narendra Modi può essere più lontano da noi, ma la sua storia personale è molto diversa da quella di una italiana che è poi diventata una preminente figura politica in India. E quindi certi pregiudizi dell’opinione pubblica che impedivano la piena libertà di manovra di Sonia Ghandi oggi non esistono più. Per cui, sono in corso contatti che è bene che restino riservati».

L’Onu può svolgere un ruolo?
«Le Nazioni Unite sanno bene che l’aver trattenuto i marò non riconoscendo una autonomia funzionale alla loro missione è sicuramente un precedente che lede la loro stessa operatività. Ban Ki Moon mi ha spiegato che non ha ancora incontrato Modi e che lo farà al massimo all’inizio di settembre, ma quando incontrerà il primo ministro indiano non mancherà di porre questa questione».

Anche l’Europa non è stata molto presente. Anzi, se ne è lavata le mani.
«La Mogherini sta lavorando molto sul tema marò e lo farà con ancora maggiore efficacia se sarà il rappresentate della politica estera dell’Unione. Però noi dobbiamo essere onesti. L’Europa sullo scenario internazionale non esiste perché parla con troppe voci ed è afona con l’unica voce che dovrebbe parlare, quella dell’Ue. Quello che sta succedendo a Gaza e quello che è successo con la Russia e l’Ucraina purtroppo ne sono la prova».

Ma se decidesse di dare più potere a “mr Pesc” o “lady Pesc”, l’Europa può ancora svolgere un ruolo di peso?
«Deve e può. E l’ha già fatto, come quando ha detto che era una follia andare a fare la guerra ad Assad. E non perché Assad fosse buono, ma perchè si rischiava di dare una mano al fondamentalismo islamico. La preoccupazione era giusta, visto quello che sta facendo l’Isis tra Iraq e Siria: il califfato che nasce oggi è molto più pericoloso dei vari tiranni che abbiamo visto in Medio Oriente».

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postato il 24 luglio 2014 da Redazione | in "In evidenza"

Il futuro della Governance globale: il ruolo del MIKTA

Alla tavola rotonda organizzata dall’Istituto Affari Internazionali
fotoRoma, 24 luglio 2014 – Nel ringraziare i promotori dell’incontro odierno ed i Signori Ambasciatori qui convenuti, intendo innanzitutto manifestare apprezzamento per il ruolo di stimolo e di riflessione che il Gruppo MIKTA esercita, il quale, sin dalla sua composizione, rende evidente la possibilità per i Paesi con posizioni comuni nei principali fora multilaterali di consolidare in modo coordinato la loro collaborazione. I meccanismi informali di concertazione rappresenteranno sempre di più gli strumenti attraverso cui la diplomazia internazionale ed i Governi potranno tentare di risolvere e possibilmente di anticipare le eventuali controversie internazionali, nonché per guidare le scelte collettive.
Si tratta peraltro di un Gruppo non avente carattere regionale e che dunque, anche in ragione di questo, rappresenta una novità di rilievo, degna di attenzione e di rispetto. L’iniziativa non è certo una riedizione dei Paesi non allineati nel periodo della guerra fredda, non risponde alla logica – pur legittima – di ritagliare per ciascun Paese occasioni ed opportunità attraverso un riposizionamento fra i blocchi dominanti, giacché i Paesi di cui parliamo, pur nella diversità delle posizioni, delle economie e delle scelte geopolitiche, sono già profondamente inseriti nei rispettivi contesti regionali, sono tutti membri del G20 e dialogano costantemente, sul piano economico che politico, con molti altri attori della scena internazionale, a partire dall’Unione europea.
In un mondo sempre più interdipendente e strettamente connesso, le partnership, le collaborazioni, potranno sempre più essere strumento di equilibrio, di stabilità e di prosperità, esercitando un ruolo fecondo anche su altri Paesi del mondo, potendo persino, attraverso il dialogo ed il confronto, anticipare idee e soluzioni per le sfide globali e regionali che attendono l’umanità.
L’Italia ha da sempre confidato nella capacità dei popoli di contribuire alla pace ed al progresso delle Nazioni attraverso il dialogo e le proposte, e si è adoperata affinché gli ordinamenti internazionali – ed in primo luogo l’Organizzazione delle Nazioni Unite – potessero essere messi in condizione di assicurare la pace e la giustizia nei rapporti internazionali. La capacità dei Paesi del MIKTA di costruire “ponti”, di cooperare fattivamente a tale scopo, non potrà che essere uno strumento prezioso in questa direzione, contribuendo ancor più ad innovare anche gli equilibri consolidati a livello mondiale.
Sotto questo aspetto la nuova buona pratica delle collaborazioni informali ma concertate fra Paesi in cui si colloca il MIKTA è un utile esempio da imitare.
E l’Italia, a sua volta, potrà trarre spunto dalla nuova esperienza informale di coordinamento per rinnovare la sua grande tradizione di Paese facilitatore del dialogo e del confronto fra universi culturali diversi, tornando ad essere un promotore di iniziative, sempre più consapevole ed attento al mutamento di scenario in atto nel mondo, supplendo in questo al ruolo che l’Europa dovrebbe esercitare in modo progressivamente più autorevole.
Peraltro spero che il Gruppo MIKTA potrà offrire un fattivo contributo anche alla pacifica soluzione di questioni che condizionano pesantemente la comunità internazionale, dal difficile scenario mediorientale alle latenti conflittualità economiche fra i Paesi asiatici, non rinunciando ad una partnership strategica con l’Europa, né ad un dialogo costante con l’Africa, realtà quest’ultima cui occorre guardare con attenzione crescente anche dal punto di vista economico ed ambientale.
Ovviamente non posso non ricordare come con ciascuno dei Paesi del Gruppo MIKTA l’Italia coltivi rapporti di rilievo sotto il profilo economico e politico.
Con il Messico, stante il crescente peso degli scambi economici bilaterali, è in corso un percorso virtuoso di collaborazione politico-amministrativo di cui è stata testimone la stessa Commissione Affari esteri del Senato attraverso i recenti iter di ratifica dei Protocolli e dei Trattati in materia fiscale, doganale, di assistenza giudiziaria penale e di estradizione.
Anche con l’Indonesia, mercato emergente e dalle enormi potenzialità, l’Italia sta cercando di intensificare i rapporti bilaterali: lo testimonia il valore dell’interscambio commerciale che ha ormai raggiunto i 4,5 miliardi di euro, con prospettive di crescita davvero interessanti. Ma un simile interesse l’Italia deve manifestarlo nei confronti di un’intera area su cui insiste l’Indonesia, quella che fa da cerniera fra le economie cinese, indocinese ed indiana da un lato e quelle oceaniche dall’altro, un’area vasta, sempre più decisiva per gli equilibri economici mondiali ed in cui è ancora troppo debole la presenza italiana.
Eccellenti i rapporti bilaterali anche con la quarta potenza economica dell’Asia, la Repubblica di Corea, Paese che continua a registrare importanti livelli di crescita anche grazie alla sua strategia di accordi di libero scambio posta in essere dal 2005 e che ha portato Seoul alla sottoscrizione di accordi con l’Unione europea (dal 1° luglio 2011), con gli USA (dal 15 marzo 2012), con l’EFTA (l’Associazione europea di libero scambio), con l’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico), oltre che con il Cile, il Peru’, Singapore, la Turchia, la Colombia, l’India. Un dinamismo che si evidenzia anche in relazione all’interscambio con l’Italia che nel 2012 ha raggiunto gli 8 miliardi di dollari (con un saldo positivo per l’Italia). Anche con riferimento al Paese asiatico, la Commissione Affari esteri del Senato ha provveduto ad approvare tre strumenti di ratifica relativi ad un accordo in materia di vacanze-lavoro (che punta a rafforzare il movimento dei giovani dei due Paesi che intendano approfondire la reciproca conoscenza socio-culturale), al Protocollo aggiuntivo alla Convenzione per evitare le doppie imposizioni e per prevenire le evasioni fiscali in materia di imposte sul reddito, all’Accordo di libero scambio tra l’Unione europea e i suoi Stati membri.
Inutile, invece, sottolineare i profondi rapporti economici, politici e culturali che legano l’Italia e la Turchia. 7,9 miliardi di euro è il valore dell’interscambio commerciale che fa dell’Italia il quinto partner economico del Paese crocevia fra Europa e vicino Oriente. Roma continua a sostenere il rilancio del percorso di avvicinamento di Ankara all’Unione europea, sottolineandone il fondamentale valore strategico. Ho rinnovato proprio di recente al Ministro per gli Affari europei turco, Mevlut Cavusoglu, che ho avuto l’onore di ricevere – solo martedì scorso – in Senato, l’impegno italiano e mio personale affinché le prospettive di tale avvicinamento della Turchia vengano ulteriormente consolidate. Peraltro anche sul piano normativo questa collaborazione ha trovato conferma nei provvedimenti che la Commissione Affari esteri ha approvato di recente, relativi agli accordi in materia di previdenza sociale e cooperazione penale.
Anche nei confronti dell’Australia, l’Italia vanta rapporti solidi sia sul piano economico che politico, cementati dalla presenza di una qualificata comunità di italiani residente nelle grandi aree urbane australiane. Nel 2013 l’interscambio commerciale fra i due Paesi è ammontato a 4,3 miliardi di Euro, con un valore delle esportazioni italiane pari a 3,7 miliardi di Euro, mentre ancora modesto – e tutto da rafforzare – appare il flusso degli investimenti reciproci.

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postato il 23 luglio 2014 da Redazione | in "Riforme"

Riforme: se ostruzionismo demenziale vedo urne

Inconsapevoli determinano voto anticipato, pagherà l’Italia

Pier Ferdinando CasiniNelle scelte di oggi si stanno ponendo le premesse degli esiti di domani. Il gigantesco e demenziale ostruzionismo al Senato concorre a spingere ineluttabilmente il Paese verso elezioni anticipate che alcuni vogliono; altri si predispongono ad accettare e una maggioranza di inconsapevoli sta determinando. A pagarne le spese sarà, ancora una volta, l’Italia che vuole riforme vere e non una nuova prova di impotenza.

Pier Ferdinando

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postato il 19 luglio 2014 da Redazione | in "Esteri"

All’Onu con Ban Ki-moon: su Marò serve soluzione non prorogabile

E il tema del Mediterraneo deve essere centrale, Mare Nostrum risposta d’emergenza
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Ho ricordato al segretario generale dell’Onu il precedente pericoloso che si e’ creato con il trattenimento dei nostri due maro’ in India, i quali erano imbarcati sulla base di una missione internazionale e che dopo due anni non hanno ancora un capo di imputazione preciso.
E’ un precedente pericoloso non solo perche’ dopo due anni non hanno un’imputazione, ma anche perche’ rischia di mettere a repentaglio un principio fondamentale che e’ quello di una copertura funzionale per i militari impegnati nelle missioni di pace. Ban Ki-moon ne e’ perfettamente consapevole, ritiene fondamentale arrivare al piu’ presto ad una soluzione non piu’ prorogabile di questa vicenda, ed e’ convinto che ci siano condizioni nuove: il fatto che ci sia un nuovo governo in India crea le condizioni per avere una fiducia inedita.
Ho espresso al segretario generale dell’Onu anche la convinzione che il tema del Mediterraneo e’ la centralita’ su cui ci dovremo confrontare nei prossimi anni a causa della situazione in Siria, in Libano, in Medio Oriente con la Palestina e per l’esito delle primavere arabe abbastanza infausto, che ha portato all’esplosione statuale della Libia. Stiamo facendo un’opera straordinaria, ma si tratta di una risposta di emergenza, non puo’ diventare la normalita’.
Nel corso dell’incontro Ban Ki-moon ha fatto un lungo elogio del lavoro italiano su Mare Nostrum, e ha detto che e’ fondamentale il supporto che gli potremo dare in futuro quando faremo passi dei piu’ concreti sulla Libia.

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postato il 15 luglio 2014 da Redazione | in "Riforme"

Riforme: Renzi oligarca? Casomai classe politica fuori tempo massimo

L’intervento in Aula al Senato di Pier Ferdinando Casini


Onorevole Presidente,
mi hanno fatto molto piacere i richiami ripetuti che la senatrice Fucksia ha fatto a Saragat, a Calamandrei e a De Gasperi: sono importanti, dopo qualche mese di presenza qui in Parlamento, queste evocazioni da parte dei colleghi del Movimento 5 Stelle, segno che la cultura delle istituzioni pervade ormai tutta questa Assemblea e questo è un fatto sicuramente positivo.

I tentativi più che trentennali di riforma delle istituzioni costituzionali richiamano alla mente il mito di Sisifo, condannato a spingere per l’eternità un enorme masso in cima ad una montagna. Una volta giunto in vetta, il masso invariabilmente riprecipitava a valle.

In modo simile in questi anni (a parte l’affrettata approvazione dell’infelice nuovo testo del Titolo V), ogni volta che una riforma organica della seconda parte della Costituzione stava per concretizzarsi e divenire operativa un ostacolo lo impediva e il macigno delle riforme è sempre tornato al punto di partenza.

Questa sequenza non può ripetersi anche in questa legislatura. Non vi sono più spazi per una rinnovata rappresentazione del mito di Sisifo. L’opinione pubblica non capirebbe e non tollererebbe oltre un ennesimo fallimento di una classe politica che continui a parlare di riforme senza farle.

Il disegno di legge costituzionale al nostro esame non ridisegna l’intera seconda parte della Costituzione. Non si pone questo obiettivo così ambizioso che in passato è stato fallito. Esso incide sui due punti di maggiore debolezza del nostro sistema istituzionale: il bicameralismo paritario e il regionalismo.

Il primo rappresenta un’ assoluta rarità nei regimi di governo parlamentare. Sull’attuale assetto del regionalismo non credo vi sia molto da dire tanta è la concordia di opinioni sui guasti causati dalla riforma costituzionale del 2001.

Il punto di partenza della nostra riflessione deve essere quindi quello della necessità e dell’urgenza di intervenire. Sulle soluzioni si può, anzi, si deve dibattere con pacatezza per evitare l’errore di una eccessiva precipitazione come nel 2001. Ma ad un punto fermo si deve arrivare.

Consentitemi di dire che ho letto con attenzione dal nostro resoconto gli interventi di tanti colleghi, come ho letto alcune interviste che non esiterei a definire eccentriche.

Questa riforma si farebbe sotto la spinta di un nuovo oligarca impersonificato dal Presidente del Consiglio Renzi.

Il Senato è rappresentato come un luogo popolato da eunuchi sotto ricatto che si piegano alla volontà del sovrano.

Ma di cosa stiamo parlando: altro che ricatti, noi dobbiamo riconoscere di essere una classe politica che, dalla Bicamerale Bozzi, a quella Iotti, a quella D’Alema, ha dibattuto per anni di riforme senza riuscire a farle. Non vorrei sbagliare ma credo che persino nei programmi elettorali della Democrazia cristiana, quando era ancora in vita, vi fosse il superamento del bicameralismo.

Ora siamo fuori tempo massimo: la colpa è nostra e non c’è bisogno di cercare tiranni o rappresentazioni di comodo della realtà.

Il testo in esame collega i due aspetti del bicameralismo e del regionalismo in una soluzione che appare equilibrata nelle sue linee portanti. Il Senato diviene un’assemblea rappresentativa di Regioni e Comuni, secondo un modello dominante nell’esperienza comparata.

Sia pure con formule differenti, rappresentative degli enti territoriali sono, ad esempio, le seconde camere di Francia, Spagna, Germania. E’ cioè largamente diffusa nel mondo l’idea che la seconda assemblea parlamentare debba costituire il canale di partecipazione degli enti territoriali all’interno degli organi del vertice istituzionale e, in particolare, il canale di partecipazione alla funzione legislativa.

Ma dappertutto le seconde camere hanno poteri minori rispetto a quelle che rappresentano la diretta espressione del corpo elettorale: non partecipano del rapporto fiduciario e, in linea di principio, l’ultima parola nella funzione legislativa spetta alla c.d. camera bassa.

Il disegno di legge si inserisce dunque nella tendenza più consolidata del costituzionalismo contemporaneo. Il Senato non appare però per questo un’assemblea priva di un suo ruolo significativo perché è comunque dotato di poteri certo non trascurabili accresciuti durante l’esame in Commissione anche in materia di controllo dell’azione del governo e nel settore della politica dell’UE.

Per quanto riguarda le Regioni, il disegno di legge corregge eccessi e incongruenze dell’attuale Titolo V. Riporta alla competenza esclusiva dello Stato materie di valore strategico nazionale; introduce la c.d. clausola di supremazia, vale a dire la possibilità per lo Stato di legiferare anche in materie di competenza regionale allorché lo richiedano la tutela dell’unità giuridica ed economica della Repubblica o la tutela dell’interesse nazionale; elimina la c.d. competenza legislativa concorrente che è stata fonte di confusione e contenzioso alla Corte Costituzionale.

Il disegno di legge non manca poi di intervenire su delicati aspetti del rapporto Parlamento- Governo, prevedendo, da un lato, una disciplina più stringente dei decreti legge, dall’altro, istituendo una vera “corsia preferenziale” per i disegni di legge governativi secondo lo schema del testo della Commissione D’Alema e realizzando un’idea che risale al decalogo Spadolini del 1982!

Sinteticamente: il disegno di legge delinea una cornice istituzionale più razionale di quella vigente. Senz’altro può essere migliorata, ma non si può pregiudizialmente rigettarla.

RIFLETTERE

Il testo della Commissione ha notevolmente rafforzato la partecipazione del Senato alla funzione legislativa accrescendo le leggi bicamerali.

Deve però indurre a una riflessione la previsione per talune categorie di leggi che la Camera possa non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato solo pronunciandosi a maggioranza assoluta nella votazione finale.

Il funzionamento concreto di questo meccanismo dipende dalla legge elettorale, se cioè essa assicura una maggioranza e con quale margine e, sul piano politico, dalla tenuta della maggioranza stessa.

Se la maggioranza è ampia e stabile, la clausola può risultare ininfluente; in caso contrario, può provocare un blocco senza esito perché nulla si dice sulle conseguenze del mancato raggiungimento del quorum.

Questa procedura suscita particolari perplessità in relazione alle leggi di bilancio e alle leggi adottate sulla base della clausola di supremazia.

Se all’interno del Senato prevarranno ristretti interessi regionali, si rischia di fare di esso un organo di interdizione in settori politicamente decisivi tenendo presente che in tale sede il governo non potrà utilizzare la questione di fiducia.

Invece di seguire questa strada dagli esiti incerti, sarebbe il caso di pensare, sull’esempio di altri sistemi bicamerali, ad una commissione di conciliazione composta di deputati e senatori che elabori un testo sul quale abbia però l’ultima parola la Camera.

Maggiore chiarezza sarebbe necessaria anche per disciplinare i rapporti con le Regioni a statuto speciale che, a mio parere, godono in questa riforma di un trattamento fortemente privilegiato.

Se riforma deve esserci, essa non può arrestarsi ai confini delle Regioni a statuto speciale.

Ovviamente la riforma costituzionale deve essere collegata alla riforma della legge elettorale della Camera.

Se il Senato non sarà più a elezione diretta è necessario che la legge elettorale della Camera assicuri adeguati spazi di rappresentatività e consenta agli elettori di scegliere i propri rappresentanti mediante le preferenze.

EMENDAMENTI

Un tema molto delicato è quello dell’elezione del Presidente della Repubblica che è sconsigliabile lasciare alla totale disponibilità della maggioranza politica, considerato anche il disequilibrio numerico che si prospetta tra Camera e Senato.

Le caratteristiche del ruolo presidenziale inducono a ritenere preferibile che esso sia ricoperto da una personalità che abbia il consenso di una larga parte del Parlamento in seduta comune.

Per questo motivo, nei giorni scorsi, ho ripreso una soluzione già prospettata all’Assemblea costituente dal relatore sulla forma di governo, Egidio Tosato, che combina l’elezione parlamentare con una eventuale seconda fase del procedimento elettorale di scelta diretta del Capo dello Stato da parte del corpo elettorale.

Tosato proponeva, infatti, che se il Presidente della Repubblica non fosse stato eletto dopo tre scrutini con il quorum di due terzi dei componenti il Parlamento in seduta comune, si sarebbe proceduto a suffragio universale diretto previa designazione da parte delle Camere riunite di un candidato di maggioranza e di uno di minoranza.

Tosato riteneva che si sarebbe indotto il Parlamento in seduta comune ad ottenere più facilmente la maggioranza di due terzi e, quindi, che il Presidente fosse, almeno in parte, espressione del voto della minoranza.

Nel caso ciò fosse risultato del tutto impossibile sarebbe stato preferibile che a decidere fosse la maggioranza del popolo.

La motivazione della proposta era individuata nelle caratteristiche proprie della forma di governo parlamentare delineata dalla Costituente, intermedia tra un sistema con un Capo dello Stato dotato di poteri effettivi ed incidenti nelle ordinarie vicende politiche e un sistema di governo d’assemblea con i ministri chiamati a costituirne il comitato esecutivo.

La combinazione dei due sistemi di elezione assolve ad una duplice funzione: da un lato, infatti, l’eventualità dell’elezione popolare è un deterrente a contrapposizioni radicali ed induce ad individuare nella fase parlamentare la figura più idonea a rappresentare l’unità nazionale, dall’altro, il preventivo passaggio parlamentare con la previsione che al voto popolare siano sottoposti i due nomi più votati nell’ultimo scrutinio evita derive plebiscitarie, un’insidia nascosta nell’elezione diretta dalla quale possono emergere figure che, dall’appello al popolo, possono trovare motivo per conferire alla figura del Presidente una carica politica destinata a scompaginare l’equilibrio dei poteri voluto dalla Costituzione.

Nell’esame in Commissione l’idea di una larga maggioranza per l’elezione del Capo dello Stato si è fatta strada e il testo in esame (art. 21) prevede ben otto scrutini a maggioranza qualificata (quattro a due terzi e quattro a tre quinti), ma, come chiusura del sistema in caso di mancato raggiungimento di tali quorum, prevede il vigente criterio della maggioranza assoluta.

Personalmente invece ritengo che, in caso di mancato largo accordo parlamentare, sia più opportuno chiamare a decidere il corpo elettorale al fine di conferire la necessaria autorevolezza alla personalità chiamata a rivestire l’alta carica.

Per quanto riguarda l’integrazione del Parlamento in seduta comune con i parlamentari europei, essa risponde alla logica di allargare il collegio elettivo alle nuove articolazioni della rappresentanza, come già fecero i costituenti, con la previsione dei delegati regionali, anche a dare rilievo alla partecipazione italiana all’UE.

In conclusione, la riforma è perfettibile e certamente bisognerà tener conto nei successivi esami parlamentari delle critiche serie che in questa Aula le vengono rivolte.

Più le critiche saranno costruttive, più saranno capaci di incidere nell’impianto complessivo della riforma; più saranno frutto di prevenzioni personali o politiche più scivoleranno nell’irrilevanza.

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