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postato il 10 aprile 2016 da redazione | in "Esteri"

Regeni: Se Egitto non collabora fermiamo i turisti

L’Europa vari misure serie assieme a noi
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L’intervista di Marco Ventura a Pier Ferdinando Casini, pubblicata su Il Messaggero.

E se il richiamo dell’ambasciatore non bastasse a convincere l’Egitto a collaborare?
«Esaurito l’elenco delle misure simboliche, bisognerà adottarne di nuove – avverte Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del Senato -. Per esempio, si potrebbe inserire l’Egitto nella ‘lista nera’ dei paesi pericolosi compilata dalla Farnesina, sconsigliarlo come meta per i nostri turisti e ricercatori. La vicenda di Giulio dimostra proprio questo: che nessuno può sentirsi più al sicuro in Egitto».

Richiamare l’ambasciatore è stato giusto?
«Renzi ha difeso il decoro della nazione. Come ho detto subito al Tg arabo di Al Jazeera, noi italiani siamo tristi di questa decisione perché siamo, ci sentiamo, amici dell’Egitto, lo consideriamo un partner essenziale. Però siamo anche delusi: per due mesi siamo stati deliberatamente presi in giro con l’invenzione di verità di comodo presto rivelatesi improbabili, con un depistaggio perfino nei confronti dei nostri magistrati. Gli egiziani hanno sbagliato a considerare la visita a Roma poco più che una scampagnata».

Adesso tocca fare di più?

«Il richiamo dell’ambasciatore è un atto simbolico ben meditato e la scelta dei tempi probabilmente giusta, anche se io l’avrei fatto prima. Ma è una scelta che impone conseguenze: o gli egiziani capiscono che facciamo sul serio, oppure siamo obbligati a procedere con nuove misure».

L’indicazione dell’Egitto meta pericolosa va fatta subito?
«Sì, se nell’arco dei prossimi giorni non ci saranno risposte positive dal Cairo. Il regime egiziano e Al Sisi rischiano di sottovalutare la situazione, di non capire che da quello che forse considerano un granellino può venire giù una valanga. Il caso Regeni è solo la goccia che fa traboccare il vaso rispetto ad altri comportamenti egiziani poco convincenti: nello scenario libico il generale Haftar e il Parlamento di Tobruk, condizionati dal Cairo, continuano a opporsi al governo voluto dall’Onu e insediato a Tripoli. C’è chi continua a sostenere l’idea di tripartizione della Libia con la Cirenaica appannaggio dell’Egitto. Non è più solo un problema, noto, di diritti civili, ma anche di politica e scelte strategiche dell’Egitto».

 Stavolta riusciremo ad avere dalla nostra l’Europa?
«Chiediamo che la Ue su questa vicenda sia corresponsabile con l’Italia. L’Europarlamento l’ha già fatto con una mozione. Federica Mogherini ha un’occasione irripetibile per dare un contributo da commissario europeo. Le parole sono tante, ora bisogna passare ai fatti».

Anche noi abbiamo parecchio da perdere nel braccio di ferro…?
«Certo. Nello scontro tra due paesi amici a perdere sono entrambi, anche se l’Egitto ha da perdere più di noi. La contabilità di ciò che si può perdere non può però farci arretrare davanti ai valori indisponibili. Pur nel naturale cinismo della politica estera, che notoriamente non è un ballo per dilettanti, gli europei devono saper riconoscere i confini da non superare. Regeni è l’Italia, e la verità su Giulio è un valore insuperabile».

Renzi dice che non finirà come con i marò…
«Il rischio purtroppo c’è, perché le decisioni non dipendono solo da noi. Il governo sta mettendo tutta la determinazione, ma il pericolo che ci si vada a impantanare come con l’India esiste. E proprio considerando la relazione esemplare che c’era tra Italia ed Egitto, ulteriori reticenze da parte egiziana fotograferebbero un regime che non può permettersi alcun atto di verità. Da amici di Al Sisi diciamo: attento, i tuoi tanti nemici traggono alimento da questa vicenda per delegittimarti».

Si arriverà a sanzioni economiche?
«Scoraggiare i turisti dall’andare in Egitto sarebbe una misura concreta: gran parte del flusso di turisti è italiano e già è diminuito per il terrorismo. Sarebbe concreto pure il blocco di nuovi accordi commerciali e economici, e sarebbe un concreto dato negativo per l’Egitto operare nel Mediterraneo in una condizione di freddezza con un paese come l’Italia. Tanto più se l’Unione Europea sarà compartecipe delle nostre decisioni».

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postato il 4 aprile 2016 da redazione | in "Politica"

Il governo merita, ma Renzi non sia altezzoso

8181931983_b50588157a_oL’intervista di Alessandro Trocino a Pier Ferdinando Casini pubblicata su Il Corriere della Sera

ROMA «Renzi ha fatto bene finora. Ma abbandoni certi toni da uomo della Provvidenza e certi slanci troppo autoreferenziali». Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Affari esteri del Senato, fa il punto della situazione, dopo l’affaire Guidi. Non è un momento facile.

«Dopo due anni di governo, è fisiologico che si sia attenuato un certo entusiasmo e che si cominci a fare le pulci a tutto. Ma il governo merita di andare avanti».
In che direzione?
«Senza nervosismo e senza inutili esibizionismi. Renzi ha tanti nemici, ma non deve aggiungere il più pericoloso: lui stesso, quando assume atteggiamenti altezzosi. Dico a Renzi di stare sereno».
Lo «stai sereno» non portò bene a Letta.
«Ma è copyright di Renzi, quindi non si offenderà. Il solipsismo non ha mai portato bene. L’uomo solo al comando non fa bene a nessuno: in politica c’è bisogno di tutti. Dia dignità a chi in questi anni lo ha aiutato avendo come unico scopo il bene dell’Italia».
Chi nominare dopo la Guidi?
«Quando la Merkel vinse, nominò Schauble ministro dell’Economia, nonostante i pessimi rapporti. Capì che è meglio avere un alleato scomodo nel governo, piuttosto che un uomo di paglia in un dicastero fondamentale».
Renzi è spesso accusato di favorire il suo «giglio magico».
«Mi auguro che vada oltre l’Arno. Capisco che si senta rassicurato da chi conosce meglio. Ma per guidare un Paese bisogna saper guardare lontano».
Se fosse un centrista non le dispiacerebbe, ovviamente.
«Mi farebbe piacere solo che fosse una persona intelligente. La contabilità non mi interessa».
Tecnico o politico?
«E una distinzione da età della pietra. La vera distinzione è tra chi è autorevole e chi balbetta».
Ha fatto bene la Guidi a dimettersi?
«Sulla sua onestà non ho dubbi. Ma non poteva fare diversamente. Mi ha fatto sorridere amaramente leggere i tweet antipolitici del suo compagno».
Qualcuno dice che i poteri forti si muovono contro Renzi.
«I poteri forti in Italia non esistono da tempo. Il modo con cui Renzi è arrivato al potere è la dimostrazione che, se c’erano, sono liquefatti. Basti pensare alla demolizione del governo Monti».
E i magistrati?
«Mi piacerebbe che diventassimo un Paese normale, dove le azioni della magistratura non fanno necessariamente parte di un complotto e non sono una verità rivelata. Se poi negassimo che ci sia in Italia, a fronte di una stragrande maggioranza di magistrati perbene, una minoranza politicizzata, vinceremmo il Nobel dell’ipocrisia».
C’è un problema di moralità nel governo?
«Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Si chiede a Cantone di dare certificati di buona condotta: penso a quanti filibustieri si preoccuperanno di avere un timbro vidimato da lui. La moralità deve far parte del codice genetico della nazione e non prevede l’appalto a salvatori della patria».

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postato il 29 marzo 2016 da redazione | in "Esteri"

Tunisia: l’incontro con il Presidente Essebsi

Nella missione parlamentare anche le visite al Primo Ministro, Habib Essid; al Presidente dell’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo, Mohamed Ennaceur e al Ministro degli Esteri, Khemaies Jhinaoui.
Missione in Tunisia

Questa mattina a Tunisi, con una delegazione parlamentare, abbiamo incontrato il Presidente della Repubblica, Beji Caid Essebsi. E proprio oggi il Parlamento tunisino ha votato una legge contro la tortura: un fatto indicativo dello sforzo che i paesi arabi moderati stanno facendo per superare certe pratiche che sono inaccettabili.

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postato il 29 marzo 2016 da redazione | in "Esteri"

Cristiani costretti alle catacombe

L’Europa non ammaini la bandiera dei nostri valori

Pier Ferdinando CasiniL’intervista di Roberta D’Angelo a Pier Ferdinando Casini pubblicata su Avvenire

Era a Tunisi per la messa di Pasqua del vescovo Antoniazzi il presidente della Commissione esteri del Senato Pier Ferdinando Casini quando c’è stata la strage in Pakistan.
«Sono in un Paese dove c’è una certa tolleranza religiosa. Ma se penso ai cristiani della Nigeria o a quelli dell’Africa subsahariana, o a quelli del medioriente, e al Pakistan, penso che oggi siamo in una fase della storia in cui essere cristiani in gran parte del mondo significa tornare alla logica delle catacombe dell’antica Roma, significa nascondersi. E questo deve far prendere atto alla società occidentale che deve reagire. Penso che tutti dobbiamo fare un po’ un esame di coscienza, perché ce lo dimentichiamo troppe volte».
Che intende per reagire?
Siamo una società secolarizzata e utilitaristica, dove alla fine quello che capita al vicino e le notizie delle persecuzioni cristiane che suscitano tanta pietà e indignazione ce le dimentichiamo in 48 ore. Si brucia l’indignazione nello spazio di un mattino.
Questo è stato un problema diffuso quando i drammi erano solo lontani da noi. Ma ora che ci si avvicinano?
Serve una strategia vera. Ma non là. Bisogna iniziarla a casa nostra. Davanti a decine di milioni di musulmani che vengono in Europa, ammainare i nostri simboli come condizione per una convivenza pacifica è un errore micidiale, storico. Diventiamo noi propagatori di un secolarismo generalizzato. Ma questa è esattamente la direzione opposta che bisogna prendere. Noi dobbiamo accettare la professione di fede degli altri, ma senza dimenticare le nostre radici. Non dobbiamo mimetizzarci qui, perché così diamo una enorme legittimazione alla persecuzione dei cristiani lì.
L’Europa la sua scelta laicista l’ha fatta da anni. [Continua a leggere]

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postato il 26 marzo 2016 da redazione | in "Esteri"

Caso Regeni: schiaffo alla collaborazione. “Vogliamo verità, non false piste”

Pier Ferdinando Casini
L’intervista di Giovanni Rossi a Pier Ferdinando Casini pubblicata sul Resto del Carlino

Pier Ferdinando Casini, ex presidente della Camera, oggi guida la Commissione Affari esteri del Senato ed è docente di Geopolitica mediterranea alla Lumsa di Roma. Le ultime soffiate dal Cairo sulla morte di Giulio Regeni, il 28enne ricercatore italiano dell’università di Cambridge trovato morto il 3 febbraio scorso in Egitto, lo lasciano basito: «Al Senato ho ereditato la stanza di Giulio Andreotti: ‘a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca’ diceva lui. E io concordo».

Siamo alla versione numero 5. Incidente stradale, tossicodipendenza, rapporti con servizi segreti, apparati deviati decisi a danneggiare al-Sisi. Ora un commando di rapinatori specializzati in stranieri.

Non è un’offesa all’intelligenza?

«Capisco le difficoltà degli egiziani, ma servire ai media una pista così improbabile, con i rapinatori – guarda caso – tutti morti e con i documenti di Giulio Regeni che – guarda caso – ricompaiono intatti a casa della sorella di uno dei presunti assassini, è uno schiaffo all’asserita volontà di cooperazione». [Continua a leggere]

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postato il 25 marzo 2016 da redazione | in "Esteri"

A chi tocca dopo Bruxelles?

Ospite di Otto e Mezzo, insieme a Marco Travaglio, nello spazio di approfondimento di Lilli Gruber, in onda su La7
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postato il 24 marzo 2016 da redazione | in "Esteri"

Contro terrorismo serve strategia Ue, no intervento in Libia

L’intervista di Sonia D’Ottavio ai microfoni del Tg2

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postato il 23 marzo 2016 da redazione | in "Esteri"

«Ormai è chiaro che siamo in guerra, serve fermezza»

«Necessari un controllo delle frontiere europee e scambi di informazioni»
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L’intervista di Filippo Passantino a Pier Ferdinando Casini pubblicata sul Giornale di Sicilia

Considera gli attacchi terroristici a Bruxelles «il fallimento del lavoro dell’intelligence», reputa necessario«un controllo esterno delle frontiere europee molto chiaro». Il presidente della Commissione Esteri del Senato, Pier Ferdinando Casini, spiega quali cortocircuiti dell’Unione europea hanno favorito i terroristi e indica le soluzioni, già suggerite in Parlamento al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, per prevenire episodi come quelli che ieri hanno macchiato di sangue il cuore politico dell’Europa: «L’Italia deve creare un asse con i grandi Paesi fondatori dell’Unione europea, come la Germania e la Francia – spiega -. Si tratta di una forma di collaborazione che consenta di mettere in comune l’intelligence, di difendere assieme le frontiere e di avere una polizia capace di coordinarsi realmente, cioè scambiandosi le informazioni».

Tornando ai fatti di Bruxelles, secondo lei, qual è la ragione di questi attacchi?
«Non credo alla coincidenza con l’arresto di Salah, perché nessuno in due giorni è capace di organizzare attentati di questo tipo. In realtà, penso che già fossero pianificati a prescindere dall’arresto. Le autorità belghe lo avevano capito. Infatti, c’era stato un monitoraggio più intenso nei giorni scorsi, ma non sono riuscite a impedirli, perché probabilmente la rete di terroristi è molto estesa tra Belgio e Francia, nell’asse Bruxelles-Parigi». [Continua a leggere]

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postato il 19 marzo 2016 da redazione | in "Elezioni"

Roma: Silvio scelga Marchini, grande chance per smarcarsi dai populisti

Superi i vecchi livori e riunisca i moderati

corriereL’intervista di Paola Di Caro a Pier Ferdinando Casini pubblicata sul Corriere della Sera

 

«Silvio Berlusconi è un uomo fortunato. Matteo Salvini e Giorgia Meloni gli hanno fatto un regalo straordinario, dovrebbe far loro un monumento».

Un regalo, presidente Casini?
«Con il loro strappo gli danno l’occasione irripetibile di arrestare la deriva populista e antieuropea alla quale si era rassegnato, deriva fotografata su quel palco a Bologna che è stato un suo grande errore e una sua grande umiliazione».

Berlusconi tentava di ricostruire il centrodestra.
«La cosa più intelligente fatta da Berlusconi in questi anni è stato aderire al Ppe e contenere la spinta secessionista della Lega, mettendosi in sintonia con la grande pancia dei moderati italiani. Ha smarrito la strada quando nel 2006 ha rotto con chi come me ne aveva facilitato l’approdo europeo e ha continuato a fare errori negli anni a seguire, come testimonia anche l’esodo di tanti, da Fini ad Alfano, da Bondi a Fitto».

Oggi da dove dovrebbe ripartire?
«Dovrebbe semplicemente lasciare andare Salvini e Meloni dove li porta il cuore, ovvero verso una deriva lepenista, e superare i tanti livori del passato che gli hanno portato solo guai. Posso ben dirlo io che con lui ruppi per primo ma che con lui mantengo un buon rapporto personale, e che non ho nulla da chiedergli».

Cosa gli consiglia?
«A Roma ha la grande occasione di ricostruire un’unità dei moderati evitando di esporre Bertolaso ad un inutile logoramento e facendo il coup de théâtre di appoggiare Alfio Marchini».

Non è troppo tardi? 
«Marchini è stato un po’ confuso negli ultimi tempi, sono rimasto allibito vedendolo ai gazebo leghisti. Ma gli va riconosciuto di aver lavorato bene in consiglio comunale, di aver aperto alla società civile: con l’appoggio di Berlusconi potrebbe tornare in corsa per una battaglia non solo di testimonianza ma competitiva».

Che vantaggio ne avrebbe Berlusconi?
«Riaprirebbe quello spazio immenso per chi ritiene che bisogna salvare l’Europa rafforzando la Merkel, e frenerebbe la deriva populista esplicitata da Meloni con il suo appoggio già dichiarato, in un eventuale ballottaggio a Roma, alla candidata del M5S. Apra gli occhi Berlusconi, non si presti al tanto peggio tanto meglio che porterebbe lo stesso Renzi a dover affrontare solo opposizioni populiste che — se lui insisterà a fare tutto da solo e a difendere una legge elettorale che lo danneggia — rischiano di sommergerlo».

Vede possibile anche un riavvicinamento con Alfano?
«Alfano è un’ottima persona: deve finire la stagione degli odi e delle incomprensioni, ciascuno dia un contributo di serenità sapendo che servirà una nuova classe dirigente con una carta d’identità diversa dalla nostra ma con idee chiare di continuità. Spesso da un male nasce un bene, e oggi Roma offre l’occasione irripetibile di evitare un disastro assoluto. Berlusconi deve scegliere se essere umiliato o sorprendere tutti ancora una volta: i grandi giocatori non perdono la classe quando invecchiano, mi auguro sia lo stesso per lui».

 

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postato il 6 marzo 2016 da redazione | in "Esteri"

Libia: non prendiamo lezioni dagli ambasciatori

L’Italia sa cosa fare. Un intervento ora manderebbe allo sbaraglio i nostri ragazzi
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L’intervista di Francesca Schianchi a Pier Ferdinando Casini pubblicata su La Stampa

«Trovo irrituali e mi meravigliano le interviste degli ambasciatori americano e inglese in Italia». Sono «amici», premette il presidente della Commissione esteri del Senato, Pier Ferdinando Casini, «e dagli amici si può accettare anche qualche eccesso di zelo», ma i colloqui rilasciati nei giorni scorsi sulla questione libica – dal rappresentante diplomatico britannico Christopher Prentice e dal collega Usa John R. Phillips, che ha parlato di un contributo dell’Italia con circa cinquemila militari – «in situazioni così delicate contribuiscono ad alimentare la confusione, non a fare chiarezza».

Pensa che gli alleati stiano facendo troppa pressione per intervenire in Libia?
«È un po’ inusuale assistere a un bollettino di guerra enucleato dai rappresentanti diplomatici a Roma sui giornali italiani. Non mi risulta che il nostro ambasciatore a Washington spieghi agli americani cosa devono fare, o quello a Londra agli inglesi». [Continua a leggere]

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postato il 4 marzo 2016 da redazione | in "Esteri"

Stop divisioni, Santa Alleanza con russi e arabi contro il terrore

L’Italia rafforzi il ruolo Ue. Missione solo su richiesta di Tripoli

Casini Zuccari
L’intervista di di Nando Santonastaso a Pier Ferdinando Casini pubblicata su Il Mattino

Niente isterismi, vietato cedere al terrorismo. Ma, avverte Pierferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del Senato, «è arrivato il momento di costruire una vera e propria Santa Alleanza contro le forze del male che veda insieme l’Europa, la Russia, gli Stati Uniti e anche quei Paesi arabi che dopo avere giocato con l’Isis (e forse anche finanziato) si sono resi conto che è il Califfato la vera minaccia ai loro equilibri».

L’uccisione dei due ostaggi italiani può accelerare questo processo, a partire dalla definizione di regole certe per la coalizione da impiegare in Libia?
«Intanto quanto accaduto a Sabrata dimostra che era un’illusione pensare che l’Italia fosse fuori da questa sorta di cataclisma generale. Non è così e bisogna alzare la guardia tenendo ben presente che facciamo parte a pieno titolo della comunità europea e che siamo sempre una delle prime otto potenze del mondo».
Vuol dire che l’Italia non ne è consapevole fino in fondo?
«Voglio dire che se si rivendica a più riprese il ruolo di Paese leader della coalizione internazionale per la pace in Libia, bisogna poi assumere responsabilità più forti e conseguenti. Gli aerei, per essere chiari, non li possono mettere solo gli altri».
Lei pensa anche alla presenza di forze di terra italiane? Con quali compiti?
«Intanto io penso che l’Italia debba evitare gli errori che sono stati commessi per abbattere il regime di Gheddafi. Per carità, c’erano le migliori intenzioni anche allora per liberare un Paese dalla dittatura ma la storia conferma che di buone intenzioni sono spesso lastricate le strade dell’inferno».
Fuor di metafora?
«George W. Bush non cedette agli appelli dei suoi connazionali che volevano le truppe Usa arrivare a Baghdad dopo avere liberato il Kuwait. Sapeva a quali rischi avrebbe esposto il suo Paese. Il figlio non ebbe lo stesso sangue freddo. E lo stesso è accaduto con l’operazione franco-inglese contro Gheddafi. Quegli errori non si devono più ripetere».
Ma la Libia oggi è tutto fuorché un Paese dall’assetto politico-istituzionale chiaro e solido: con chi dovrebbe schierarsi oggi l’Italia e la coalizione che dovrebbe guidare?
«Che sia un Paese allo sbando è fuori discussione. La tragica vicenda dei nostri connazionali uccisi da una delle milizie impegnate in questa assurda guerra interna lo dimostra. Oltre tutto il loro assassinio smentisce in maniera crudele il qualunquismo di quelli che parlano di tecnici superpagati per andare a lavorare in quei posti: ecco la verità, due vite spezzate e tante altre in pericolo. Per questo l’impegno italiano e della coalizione internazionale deve avvenire su basi certe: è il governo libico che deve chiedere questo intervento, altro che pericoli di nuovi colonialismi».
Ma di quale Libia stiamo parlando? Quando il governo riconosciuto dall’Onu sarà il governo dell’intero Paese?
«È il punto centrale. Il governo di Tripoli dev’essere riconosciuto al più presto anche da Tobruk dove pure esiste una maggioranza in Parlamento favorevole. Non possiamo attendere all’infinito che questa pronuncia si manifesti. Bisogna porre un limite. Purtroppo sappiamo che anche fisicamente questa decisione viene di fatto impedita. Ci sono a mio giudizio responsabilità precise del plenipotenziario dell’Egitto in Libia, il generale Aftar».
L’Egitto ha responsabilità non solo per il caso Regeni, insomma?
«Esatto. L’Egitto ostacola l’insediamento del nuovo governo riconosciuto dall’Onu ignorando anche in questo caso le pressioni della comunità internazionale e in particolare dell’Italia che ha pagato e continua a pagare un prezzo altissimo al caos libico: basti pensare all’afflusso ininterrotto sulle nostre coste di migranti e rifugiati provenienti da quel Paese. Certo, anche l’atteggiamento egiziano sul caso Regeni purtroppo è contraddittorio: notizie a rate, spesso contraddittorie, evidente la volontà di non collaborare alla ricerca della verità. Da un Paese amico con il quale abbiamo un fortissimo scambio commerciale non ce l’aspettavamo».
Torniamo all’eventualità dell’impiego di forze di terra dall’Italia.
«Le modalità di questa decisione verranno definite nelle sedi opportune ma una volta che il governo libico legittimamente riconosciuto dalla comunità internazionale si sarà insediato, e non vedo altra città se non a Tripoli, è evidente che bisognerà garantirgli la necessaria protezione. Quindi anche con forze di terra. L’importante è che la coalizione sia compatta e non si proceda in ordine sparso come sta accadendo per l’accoglienza dei rifugiati in Europa. Se a parole siamo tutti per l’abolizione delle frontiere e poi l’Ungheria alza i muri lungo i suoi confini è evidente che c’è qualcosa che non va».
Intanto nessun Consiglio europeo sembra riuscire a riportare unità nell’Ue, anzi aumenta il numero dei Paesi che sul fronte migranti fanno da sé.
«Vero ma rinunciare a Schengen vuol dire far morire l’Europa. Italia, Francia e Germania, i Paesi più importanti dell’Ue, devono procedere insieme perchè è in gioco il futuro stesso della Comunità europea».
Il governo Renzi per la verità ha aperto un fronte dialettico molto forte con le istituzioni comunitarie…
«Io credo che un governo forte come quello guidato d Matteo Renzi debba piuttosto favorire la stabilizzazione dell’Ue. Lo ripeto, senza Europa non ci sarà alcuna risposta ai nostri problemi. Naturalmente questo non vuol dire negare le responsabilità dell’Unione in materia geopolitica».
A cosa si riferisce esattamente?
«Al fatto che per troppi anni si è pensato al problema dei migranti e dei rifugiati politici come ad un problema che riguardasse solo l’Italia. L’Europa non ha capito che il centro delle questioni da affrontare era e rimane il Mediterraneo: ha preferito concentrare la politica di buon vicinato con l’Ucraina e la Georgia, peraltro con risultati non proprio eccezionali e ignorare che il Mediterraneo è il crocevia della sicurezza e della stabilizzazione anche dell’Unione. Solo da poco quest’atteggiamento sta iniziando a cambiare ma la strada non sarà breve»

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postato il 29 febbraio 2016 da redazione | in "Esteri"

Iran: in una società giovane la democrazia è travolgente

Trump apprendista stregone, sarebbe come Grillo premier
Pier Ferdinando CasiniL’intervista di Umberto De Giovannanegli pubblicata su L’Unità

La speranza iraniana, le incognite nella corsa alla Casa Bianca. L’Unità ne discute con Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del Senato.
«Per quanto mi riguarda – annota l’ex Presidente della Camera – ritengo da tempo che l’Iran sia un partner essenziale per stabilizzare il Medio Oriente e il risultato di domenica può rafforzare in questo senso le aperture di Rohani».Quanto all’altro tema di stretta attualità, la primarie negli Usa, Casini taglia corto su Donai Trump: «Lo considero un apprendista stregone» e dà un consiglio all’«amico Renzi»: «Anche un rottamatore come lui stavolta deve fare il tifo per un “usato sicuro” come Hillary Clinton».

Presidente Casini, qual è a suo avviso la valenza politica complessiva del voto in Iran?
La mia valutazione è che il processo di apertura della società iraniana pur tra mille contraddizioni stia andando avanti. La forza della democrazia su una società giovane può diventare addirittura travolgente.

Proiettato sullo scacchiere internazionale, in particolare sull’infuocato scenario mediorientale, che impatto può avere il successo del presidente Rohani?
Il successo dei cosiddetti “riformisti”, che pure hanno subito veti di ogni tipo sui loro candidati, dimostra che la scommessa di Obama è giusta e che se noi vogliamo guardare al futuro, dobbiamo puntare decisamente sulla forza dei nostri valori. È ovvio che non è tutto così semplice e che il fronte conservatore in Iran gode di strumenti coercitivi fortissimi, ma da tempo abbiamo segnali dell’esistenza di una doppia società… [Continua a leggere]

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postato il 29 febbraio 2016 da redazione | in "Esteri"

Caso Regeni: Gli italiani chiedono la verità

Ospite di Omnibus, spazio di approfondimento politico di La7 condotto da Gaia Tortora
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postato il 28 febbraio 2016 da redazione | in "Esteri"

Caso Regeni e Libia: ospite a SkyTG24

Nello spazio di approfondimento condotto da Massimo Leoni

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postato il 28 febbraio 2016 da redazione | in "Esteri"

Regeni: Verità dal Cairo o richiamiamo nostro ambasciatore

Pier Ferdinando CasiniL’intervista di Paolo Valentino a Pier Ferdinando Casini pubblicata sul Corriere della Sera

«Io non penso affatto che ci sia stato un ordine politico di far fuori Giulio Regeni. Se lo pensassi dovremmo rivedere drasticamente tutti i nostri rapporti con l’Egitto. Credo invece che in un Paese che si sente ed è obiettivo primario del terrorismo, ci siano apparati militari e di sicurezza che hanno mano libera. Nessuno di noi può addentrarsi a capire le loro logiche interne. Però è indubbio che siano loro i responsabili della morte di Regeni: l’autopsia ha mostrato che le torture inflitte a quel povero ragazzo possono essere motivate solo da un gigantesco fraintendimento di chi ha ritenuto che avesse collegamenti con aree che cospiravano contro la sicurezza nazionale. Ma questa è una palese sciocchezza. Regeni non era una spia, era uno studioso attento che agiva in un versante di società civile naturalmente scottante».
Pier Ferdinando Casini chiede la verità sul caso Regeni, «non solo per la sua famiglia, colpita in modo indelebile», ma anche «in nome del decoro e della nostra dignità nazionale».
Il presidente della Commissione Esteri del Senato rivendica i rapporti di amicizia e di alleanza dell’Italia con l’Egitto, dimostrati in questi anni da una cooperazione a tutto campo e in continua crescita: «Grazie all’Eni e al contratto già firmato per sfruttare il giacimento di Zohr l’Egitto potrà passare da Paese importatore a Paese esportatore di gas». Ma proprio per questo, «chiediamo la verità per Giulio Regeni con la determinazione di chi è realmente amico e da un amico non è disposto ad accettare bugie o verità di comodo».

Purtroppo, in un mese, si sono viste solo quelle.
«È così: dall’incidente automobilistico delle ore successive al ritrovamento, alla versione contraffatta che collegava Giulio alla droga, alla cosiddetta manovra per danneggiare al-Sisi. Finora abbiamo avuto dichiarazioni pasticciate e nessuna risposta vera. Il nostro team investigativo ha chiesto inutilmente i filmati della videosorveglianza alla metropolitana e i tabulati delle telefonate. Solo l’autopsia, quella fatta in Italia, ci ha garantito contro possibili depistaggi come quello della tossicodipendenza».

Di fronte a questo muro di gomma, qual è il modo giusto di agire?
«O arrivano entro pochi giorni risposte vere oppure il governo, che pure si è mosso con grande saggezza, per dare valore alle parole inequivocabili del presidente del Consiglio, deve considerare alcuni gesti simbolici forti».

Sta pensando al richiamo in Italia del nostro ambasciatore al Cairo?
«Esattamente. A quel punto dovremmo far capire la gravità della vicenda e che noi non scherziamo».

Non sarebbe anche il caso di bloccare i contratti per la fornitura di tecnologie per la sorveglianza, che aziende italiane hanno con gli apparati di sicurezza egiziani?
«Le modalità pratiche deve deciderle il governo e non possono essere oggetto di dibattito pubblico. Però è chiaro che l’Italia debba mostrare una capacità di reazione. Dopo un mese, o ci sono dei fatti o non possiamo rimanere fermi».

Lei ha parlato di un Paese obiettivo del terrorismo, esiste un pericolo di destabilizzazione dell’Egitto?
«Esiste ed è chiaro che significherebbe far definitivamente esplodere l’intero Mediterraneo, con conseguenze devastanti per l’Europa. La miopia della politica europea, che per anni ha privilegiato la frontiera orientale investendo tutte le sue energie sui Baltici, la Bielorussia, la Georgia, l’Ucraina, senza capire che il tema di fondo era ed è il Mediterraneo, è evidente di fronte alla tragedia di milioni di migranti, problema europeo che rischia di peggiorare nei prossimi mesi, anche e in primo luogo per l’Italia. Ma questo non giustifica affatto quello che è successo. Il cinismo della politica si ferma davanti a un principio: la dignità e il rispetto della persona umana. Per quanto riguarda l’Italia, il rispetto dei propri concittadini».

Qual è il punto di equilibro nei rapporti tra gli Stati, tra le pressioni per far rispettare i diritti umani e la salvaguardia degli interessi strategici ed economici?
«È un equilibrio difficile ed è il tema vero dei prossimi anni nel Mediterraneo. Non sono un ingenuo, la politica estera non si fa solo tra anime pure. Abbiamo visto come la rimozione di un dittatore pericoloso come Gheddafi abbia prodotto la moltiplicazione dei suoi cloni, una sanguinosa guerra civile, la fine della Libia come entità statale. Detto questo, un Paese democratico pone dei limiti invalicabili. In questo caso è la nostra sovranità nazionale, che ha il nome e il volto».

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postato il 24 febbraio 2016 da redazione | in "Esteri"

Col Ministro degli Esteri della Croazia Miro Kovac

All’incontro avvenuto a Palazzo Giustiniani erano presenti i parlamentari Aldo Di Biagio, Presidente del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Croazia; Lodovico Sonego, membro dell’Assemblea parlamentare dell’INCE (Iniziativa Centro Europea); Alessandro Maran, Carlo Pegorer, Francesco Scalia, oltre all’Ambasciatore della Croazia in Italia, Damir Grubiša.
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postato il 24 febbraio 2016 da redazione | in "Esteri"

Caso Regeni: Ospite di Porta a Porta

Nello spazio di approfondimento politico di Rai 1, condotto da Bruno Vespa, il punto sulle indagini sul giovane ricercatore ucciso in Egitto e sulla vicenda Wikileaks
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postato il 21 febbraio 2016 da redazione | in "Esteri, Politica, Riforme"

Adozioni, stop ai furbi è tempo di un accordo

«Asticella troppo su: stralciare la stepchild non stravolgerebbe il ddl»
Pier Ferdinando Casini
L’intervista di Marco Ventura al Presidente della Commissione Affari esteri del Senato, Pier Ferdinando Casini, pubblicata sul Messaggero

Troppa confusione sulle unioni civili? «Si è fatto di tutto per trasformare una vicenda chiara e limpida in un gigantesco far west per motivi elettorali o multiple rese dei conti: tra Grillo e Pd, tra minoranza del Pd e Renzi…». Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del Senato, attribuisce una «responsabilità anche alla maggioranza del Pd. Renzi aveva garantito la libertà di coscienza su punti scottanti come la stepchild adoption, poi è stato presentato un maxi-canguro che di fatto impedisce l’espressione di quella libertà».

Come battere l’ostruzionismo senza canguro?
«Nei regolamenti e nella prassi parlamentare, il Presidente ha la possibilità di difendersi dall’ostruzionismo senza ricorrere a un artifizio che di fatto umilia il Parlamento: si possono ridurre drasticamente emendamenti e votazioni, si possono raggruppare in base ad argomenti omogenei, e poi la Lega ha già rinunciato a 4500 emendamenti. Se invece il problema è che non si vuole far esprimere l’Aula, altro che canguri, ci vorrebbero dei gorilla… L’articolo 102, comma 4 del Regolamento del Senato, per esempio, dice che il Presidente ha facoltà di modificare l’ordine delle votazioni quando lo reputi opportuno ai fini dell’economia e della chiarezza delle votazioni». [Continua a leggere]

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postato il 17 febbraio 2016 da redazione | in "Temi etici"

Unioni civili: pronti al sì, ma stralciare stepchild adoption

Il “canguro” un errore,  il Parlamento ha il diritto-dovere di votare

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postato il 15 febbraio 2016 da redazione | in "Esteri"

Regeni: la verità è l’unico antidoto

L’intervista a Rainews24

Può darsi che nella comunità internazionale ci sia chi non ha il desiderio che noi continuiamo a essere amici dell’Egitto, con cui ci legano rapporti di collaborazione reciproca così importanti, ma proprio perché l’Egitto è un paese amico, è bene dirsi la verità. Occorre essere chiari e limpidi per evitare che possa prevalere chi vuole ostruire questo canale tradizionale di amicizia.
L’Egitto è un paese minacciato dall’Isis ed impegnato in prima fila contro lo jihadismo: ci può essere anche un nervosismo degli apparati di sicurezza tale che porti a vedere ombre, dove ombre non ci sono; può capitare anche che ci siano apparati di prevenzione e sicurezza, che si muovono ai confini tra la legalità e l’illegalità, che sono incorsi in un drammatico equivoco. Ma che questo nostro giovane ricercatore, impegnato, serio fosse una spia è cosa assurda, da respingere al mittente.
In questa vicenda c’è un solo antidoto: la verità. Verità per rendere credibile il processo democratico egiziano; verità perché non ci siano ombre sul nostro rapporto bilaterale con l’Egitto; verità perché sia restituita alla famiglia di Giulio Regeni, ai suoi amici, alla sua comunità e all’Italia un quadro limpido e chiaro che collochi il drammatico sacrificio di un nostro connazionale per quello che è stato.

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