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postato il 19 luglio 2014 da Redazione | in "Esteri"

All’Onu con Ban Ki-moon: su Marò serve soluzione non prorogabile

E il tema del Mediterraneo deve essere centrale, Mare Nostrum risposta d’emergenza
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Ho ricordato al segretario generale dell’Onu il precedente pericoloso che si e’ creato con il trattenimento dei nostri due maro’ in India, i quali erano imbarcati sulla base di una missione internazionale e che dopo due anni non hanno ancora un capo di imputazione preciso.
E’ un precedente pericoloso non solo perche’ dopo due anni non hanno un’imputazione, ma anche perche’ rischia di mettere a repentaglio un principio fondamentale che e’ quello di una copertura funzionale per i militari impegnati nelle missioni di pace. Ban Ki-moon ne e’ perfettamente consapevole, ritiene fondamentale arrivare al piu’ presto ad una soluzione non piu’ prorogabile di questa vicenda, ed e’ convinto che ci siano condizioni nuove: il fatto che ci sia un nuovo governo in India crea le condizioni per avere una fiducia inedita.
Ho espresso al segretario generale dell’Onu anche la convinzione che il tema del Mediterraneo e’ la centralita’ su cui ci dovremo confrontare nei prossimi anni a causa della situazione in Siria, in Libano, in Medio Oriente con la Palestina e per l’esito delle primavere arabe abbastanza infausto, che ha portato all’esplosione statuale della Libia. Stiamo facendo un’opera straordinaria, ma si tratta di una risposta di emergenza, non puo’ diventare la normalita’.
Nel corso dell’incontro Ban Ki-moon ha fatto un lungo elogio del lavoro italiano su Mare Nostrum, e ha detto che e’ fondamentale il supporto che gli potremo dare in futuro quando faremo passi dei piu’ concreti sulla Libia.

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postato il 15 luglio 2014 da Redazione | in "Riforme"

Riforme: Renzi oligarca? Casomai classe politica fuori tempo massimo

L’intervento in Aula al Senato di Pier Ferdinando Casini


Onorevole Presidente,
mi hanno fatto molto piacere i richiami ripetuti che la senatrice Fucksia ha fatto a Saragat, a Calamandrei e a De Gasperi: sono importanti, dopo qualche mese di presenza qui in Parlamento, queste evocazioni da parte dei colleghi del Movimento 5 Stelle, segno che la cultura delle istituzioni pervade ormai tutta questa Assemblea e questo è un fatto sicuramente positivo.

I tentativi più che trentennali di riforma delle istituzioni costituzionali richiamano alla mente il mito di Sisifo, condannato a spingere per l’eternità un enorme masso in cima ad una montagna. Una volta giunto in vetta, il masso invariabilmente riprecipitava a valle.

In modo simile in questi anni (a parte l’affrettata approvazione dell’infelice nuovo testo del Titolo V), ogni volta che una riforma organica della seconda parte della Costituzione stava per concretizzarsi e divenire operativa un ostacolo lo impediva e il macigno delle riforme è sempre tornato al punto di partenza.

Questa sequenza non può ripetersi anche in questa legislatura. Non vi sono più spazi per una rinnovata rappresentazione del mito di Sisifo. L’opinione pubblica non capirebbe e non tollererebbe oltre un ennesimo fallimento di una classe politica che continui a parlare di riforme senza farle.

Il disegno di legge costituzionale al nostro esame non ridisegna l’intera seconda parte della Costituzione. Non si pone questo obiettivo così ambizioso che in passato è stato fallito. Esso incide sui due punti di maggiore debolezza del nostro sistema istituzionale: il bicameralismo paritario e il regionalismo.

Il primo rappresenta un’ assoluta rarità nei regimi di governo parlamentare. Sull’attuale assetto del regionalismo non credo vi sia molto da dire tanta è la concordia di opinioni sui guasti causati dalla riforma costituzionale del 2001.

Il punto di partenza della nostra riflessione deve essere quindi quello della necessità e dell’urgenza di intervenire. Sulle soluzioni si può, anzi, si deve dibattere con pacatezza per evitare l’errore di una eccessiva precipitazione come nel 2001. Ma ad un punto fermo si deve arrivare.

Consentitemi di dire che ho letto con attenzione dal nostro resoconto gli interventi di tanti colleghi, come ho letto alcune interviste che non esiterei a definire eccentriche.

Questa riforma si farebbe sotto la spinta di un nuovo oligarca impersonificato dal Presidente del Consiglio Renzi.

Il Senato è rappresentato come un luogo popolato da eunuchi sotto ricatto che si piegano alla volontà del sovrano.

Ma di cosa stiamo parlando: altro che ricatti, noi dobbiamo riconoscere di essere una classe politica che, dalla Bicamerale Bozzi, a quella Iotti, a quella D’Alema, ha dibattuto per anni di riforme senza riuscire a farle. Non vorrei sbagliare ma credo che persino nei programmi elettorali della Democrazia cristiana, quando era ancora in vita, vi fosse il superamento del bicameralismo.

Ora siamo fuori tempo massimo: la colpa è nostra e non c’è bisogno di cercare tiranni o rappresentazioni di comodo della realtà.

Il testo in esame collega i due aspetti del bicameralismo e del regionalismo in una soluzione che appare equilibrata nelle sue linee portanti. Il Senato diviene un’assemblea rappresentativa di Regioni e Comuni, secondo un modello dominante nell’esperienza comparata.

Sia pure con formule differenti, rappresentative degli enti territoriali sono, ad esempio, le seconde camere di Francia, Spagna, Germania. E’ cioè largamente diffusa nel mondo l’idea che la seconda assemblea parlamentare debba costituire il canale di partecipazione degli enti territoriali all’interno degli organi del vertice istituzionale e, in particolare, il canale di partecipazione alla funzione legislativa.

Ma dappertutto le seconde camere hanno poteri minori rispetto a quelle che rappresentano la diretta espressione del corpo elettorale: non partecipano del rapporto fiduciario e, in linea di principio, l’ultima parola nella funzione legislativa spetta alla c.d. camera bassa.

Il disegno di legge si inserisce dunque nella tendenza più consolidata del costituzionalismo contemporaneo. Il Senato non appare però per questo un’assemblea priva di un suo ruolo significativo perché è comunque dotato di poteri certo non trascurabili accresciuti durante l’esame in Commissione anche in materia di controllo dell’azione del governo e nel settore della politica dell’UE.

Per quanto riguarda le Regioni, il disegno di legge corregge eccessi e incongruenze dell’attuale Titolo V. Riporta alla competenza esclusiva dello Stato materie di valore strategico nazionale; introduce la c.d. clausola di supremazia, vale a dire la possibilità per lo Stato di legiferare anche in materie di competenza regionale allorché lo richiedano la tutela dell’unità giuridica ed economica della Repubblica o la tutela dell’interesse nazionale; elimina la c.d. competenza legislativa concorrente che è stata fonte di confusione e contenzioso alla Corte Costituzionale.

Il disegno di legge non manca poi di intervenire su delicati aspetti del rapporto Parlamento- Governo, prevedendo, da un lato, una disciplina più stringente dei decreti legge, dall’altro, istituendo una vera “corsia preferenziale” per i disegni di legge governativi secondo lo schema del testo della Commissione D’Alema e realizzando un’idea che risale al decalogo Spadolini del 1982!

Sinteticamente: il disegno di legge delinea una cornice istituzionale più razionale di quella vigente. Senz’altro può essere migliorata, ma non si può pregiudizialmente rigettarla.

RIFLETTERE

Il testo della Commissione ha notevolmente rafforzato la partecipazione del Senato alla funzione legislativa accrescendo le leggi bicamerali.

Deve però indurre a una riflessione la previsione per talune categorie di leggi che la Camera possa non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato solo pronunciandosi a maggioranza assoluta nella votazione finale.

Il funzionamento concreto di questo meccanismo dipende dalla legge elettorale, se cioè essa assicura una maggioranza e con quale margine e, sul piano politico, dalla tenuta della maggioranza stessa.

Se la maggioranza è ampia e stabile, la clausola può risultare ininfluente; in caso contrario, può provocare un blocco senza esito perché nulla si dice sulle conseguenze del mancato raggiungimento del quorum.

Questa procedura suscita particolari perplessità in relazione alle leggi di bilancio e alle leggi adottate sulla base della clausola di supremazia.

Se all’interno del Senato prevarranno ristretti interessi regionali, si rischia di fare di esso un organo di interdizione in settori politicamente decisivi tenendo presente che in tale sede il governo non potrà utilizzare la questione di fiducia.

Invece di seguire questa strada dagli esiti incerti, sarebbe il caso di pensare, sull’esempio di altri sistemi bicamerali, ad una commissione di conciliazione composta di deputati e senatori che elabori un testo sul quale abbia però l’ultima parola la Camera.

Maggiore chiarezza sarebbe necessaria anche per disciplinare i rapporti con le Regioni a statuto speciale che, a mio parere, godono in questa riforma di un trattamento fortemente privilegiato.

Se riforma deve esserci, essa non può arrestarsi ai confini delle Regioni a statuto speciale.

Ovviamente la riforma costituzionale deve essere collegata alla riforma della legge elettorale della Camera.

Se il Senato non sarà più a elezione diretta è necessario che la legge elettorale della Camera assicuri adeguati spazi di rappresentatività e consenta agli elettori di scegliere i propri rappresentanti mediante le preferenze.

EMENDAMENTI

Un tema molto delicato è quello dell’elezione del Presidente della Repubblica che è sconsigliabile lasciare alla totale disponibilità della maggioranza politica, considerato anche il disequilibrio numerico che si prospetta tra Camera e Senato.

Le caratteristiche del ruolo presidenziale inducono a ritenere preferibile che esso sia ricoperto da una personalità che abbia il consenso di una larga parte del Parlamento in seduta comune.

Per questo motivo, nei giorni scorsi, ho ripreso una soluzione già prospettata all’Assemblea costituente dal relatore sulla forma di governo, Egidio Tosato, che combina l’elezione parlamentare con una eventuale seconda fase del procedimento elettorale di scelta diretta del Capo dello Stato da parte del corpo elettorale.

Tosato proponeva, infatti, che se il Presidente della Repubblica non fosse stato eletto dopo tre scrutini con il quorum di due terzi dei componenti il Parlamento in seduta comune, si sarebbe proceduto a suffragio universale diretto previa designazione da parte delle Camere riunite di un candidato di maggioranza e di uno di minoranza.

Tosato riteneva che si sarebbe indotto il Parlamento in seduta comune ad ottenere più facilmente la maggioranza di due terzi e, quindi, che il Presidente fosse, almeno in parte, espressione del voto della minoranza.

Nel caso ciò fosse risultato del tutto impossibile sarebbe stato preferibile che a decidere fosse la maggioranza del popolo.

La motivazione della proposta era individuata nelle caratteristiche proprie della forma di governo parlamentare delineata dalla Costituente, intermedia tra un sistema con un Capo dello Stato dotato di poteri effettivi ed incidenti nelle ordinarie vicende politiche e un sistema di governo d’assemblea con i ministri chiamati a costituirne il comitato esecutivo.

La combinazione dei due sistemi di elezione assolve ad una duplice funzione: da un lato, infatti, l’eventualità dell’elezione popolare è un deterrente a contrapposizioni radicali ed induce ad individuare nella fase parlamentare la figura più idonea a rappresentare l’unità nazionale, dall’altro, il preventivo passaggio parlamentare con la previsione che al voto popolare siano sottoposti i due nomi più votati nell’ultimo scrutinio evita derive plebiscitarie, un’insidia nascosta nell’elezione diretta dalla quale possono emergere figure che, dall’appello al popolo, possono trovare motivo per conferire alla figura del Presidente una carica politica destinata a scompaginare l’equilibrio dei poteri voluto dalla Costituzione.

Nell’esame in Commissione l’idea di una larga maggioranza per l’elezione del Capo dello Stato si è fatta strada e il testo in esame (art. 21) prevede ben otto scrutini a maggioranza qualificata (quattro a due terzi e quattro a tre quinti), ma, come chiusura del sistema in caso di mancato raggiungimento di tali quorum, prevede il vigente criterio della maggioranza assoluta.

Personalmente invece ritengo che, in caso di mancato largo accordo parlamentare, sia più opportuno chiamare a decidere il corpo elettorale al fine di conferire la necessaria autorevolezza alla personalità chiamata a rivestire l’alta carica.

Per quanto riguarda l’integrazione del Parlamento in seduta comune con i parlamentari europei, essa risponde alla logica di allargare il collegio elettivo alle nuove articolazioni della rappresentanza, come già fecero i costituenti, con la previsione dei delegati regionali, anche a dare rilievo alla partecipazione italiana all’UE.

In conclusione, la riforma è perfettibile e certamente bisognerà tener conto nei successivi esami parlamentari delle critiche serie che in questa Aula le vengono rivolte.

Più le critiche saranno costruttive, più saranno capaci di incidere nell’impianto complessivo della riforma; più saranno frutto di prevenzioni personali o politiche più scivoleranno nell’irrilevanza.

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postato il 12 luglio 2014 da Redazione | in "Riforme"

Le riforme unica strada per battere l’antipolitica

I sabotatori fanno un danno a se stessi e all’Italia. Il disegno di legge approvato non è il Vangelo ed è perfettibile, ma così rispondiamo all’appello di Napolitano

Pier Ferdinando Casini

 L’intervista di Fabrizio Nicotra a Pier Ferdinando Casini pubblicata su “Il Messaggero”

«E’ la volta buona». Pier Ferdinando Casini, presidente della commissione Esteri del Senato, è convinto che, dopo anni di tentativi falliti, la nave delle riforme costituzionali arriverà finalmente in porto. Certo, sostiene, il pacchetto è perfettibile, ma rappresenta comunque la migliore risposta possibile per bloccare gli alfieri del populismo.

Il testo ha avuto l’ok della commissione Affari costituzionali del Senato e va in aula lunedì. Ce la farete questa volta?
«E’ la volta buona perché la classe politica in questo paese ha incominciato a capire che l’unico modo per bloccare la deriva del populismo e dell’antipolitica è quello di fare le riforme. La resistenza degli ultimi giapponesi, dei sabotatori, è un gigantesco regalo a Grillo e agli sfascisti che ci sono in questo paese. Finalmente diamo un seguito agli impegni assunti collettivamente nell’aula del Parlamento in seduta comune all’atto dell’insediamento di Napolitano. Quando il Presidente bacchettò il Parlamento, cioè bacchettò noi (il suo corpo elettorale), noi applaudimmo prendendo un impegno solenne. Con quell’applauso abbiamo detto “abbiamo capito la lezione, faremo le riforme”. Ma in politica a volte la memoria è corta e molti si sono dimenticati di quell’impegno. Per fortuna la maggioranza di noi ha capito che bloccare le riforme è un atto di autolesionismo troppo grande per poterselo consentire».

Secondo diversi osservatori, il ddl approvato non rappresenta un pacchetto di alto livello, soprattutto se paragonato ad altri tentativi del passato.
«Se prendo in esame astrattamente il prodotto legislativo della Bicamerale D’Alema e lo confronto con questo, penso che la Bicamerale fece un lavoro migliore più completo e più armonico. Ma allora non c’era la forza politica per arrivare al voto finale. Molti ritennero che ci potessero essere i margini per dissociarsi. La riforma di cui parliamo oggi è sicuramente perfettibile. Per altro è entrata in commissione in un modo ed è uscita in un modo completamente diverso: tutte le denunce di attentati alla democrazia sono veramente ridicole. Se chi ha gridato avesse fatto invece una seria operazione di emendamenti avrebbe visto, come poi è stato, che c’era la disponibilità di governo e maggioranza ad accettare un’ampia modifica. La Lega non è certo un partito che fa sconti al governo, eppure ha votato la riforma. Il prodotto non è il migliore possibile e sarà perfezionato in aula, ma tutto questo non ci deve togliere la legittima soddisfazione di dire che, dopo tante promesse e tante chiacchiere, abbiamo prodotto un risultato. E di questo risultato non è intestatario solamente Renzi, ma anche coloro che, nella maggioranza e nell’opposizione, hanno spinto per questo esito».

Cambiano i quorum per l’elezione del Capo dello Stato. Lei aveva fatto una proposta in tal senso. E’ sufficiente il testo approvato?
«Io penso che il tema che ho posto abbia avuto una risposta parziale, ma non è la risposta finale. In aula presenterò un emendamento che prevede, tra le altre cose, l’elezione diretta del presidente della Repubblica in caso di empasse del Parlamento: una sorta di elezione che deve essere prevista per spingere le forze politiche alla ricerca di un accordo. Bisogna evitare che la maggioranza si scelga da sola i presidenti dele istituzioni di garanzia, che per me sono il capo dello Stato, ma anche i presidenti delle Camere. Anche per la loro elezione dovrebbe essere previsto un quorum più alto».
Ci possono essere sorprese nel percorso in aula? C’è chi dice che Berlusconi potrebbe far saltare il banco.
«Sul Berlusconi del passato possiamo dare tanti giudizi, io ne ho già dati e posso essere esentato da giudizi suppletivi. In questa vicenda ha dato un contributo fondamentale, è stato intelligente, ha preso il treno delle riforme. Allo stesso modo è stato intelligente Renzi nel tenere fermo l’asse di riferimento con il centrodestra, evitando giochi e furberie che gli si sarebbero ritorti contro».
Sembra di capire che la vera battaglia sarà sull’Italicum: i nodi riguardano le soglie di sbarramento e le preferenze.
«Il tema delle preferenze è fondamentale. Bisogna evitare che ci siano parlamentari imposti, senza il consenso della gente. Questa è stata una delle ragioni per cui ha prosperato l’antipolitica. Sulle preferenze la partita è aperta e si deve ancora giocare».

La legge elettorale si porta dietro il tema delle alleanze. C’è stata un’iniziativa per le primarie di coalizione. Hanno partecipato tutti i partiti del centrodestra. Rinasce la coalizione?
«Un tentativo generoso di porre all’interno del centrodestra la questione della scelta del leader in modo democratico. E’ positivo. Però quando si costruisce una casa è importante partire dalle fondamenta e non dal tetto. Ecco mi sembra che qui siamo al tetto, le fondamenta sono tutte da costruire».
Tra Ncd, Udc e Scelta civica si parla di fare gruppi comuni.
«Semplificare la rappresentanza politica, in particolare nell’area che sostiene Renzi e che viene da esperienze e tradizioni diverse, non può che essere un elemento utile. La gente non tollera più il frazionismo. Più che la difesa di vecchie sigle, va messo in campo qualcosa di nuovo che possa coagulare esperienze diverse».

Il governo sforna provvedimenti, ma le difficoltà sembrano presentarsi in Europa. La battaglia sulla flessibilità è complicata.
«Mi auguro che il governo riesca a produrre risultati, siamo partiti con il piede giusto. Bisogna però riconoscere che tanti obiettivi, come il tema del cambio della politica europea, sono molto più complicati da realizzare che da annunciare. In quel contesto, nonostante gli sforzi del governo italiano, si procede con molta, troppa lentezza. E questo è preoccupante per chi ritiene che l’Europa debba cambiare musica: il rigore lo abbiamo praticato, gli italiani stanno facendo sacrifici, ma se non cambia lo spartito si va poco lontano. Renzi ha posto la questione, ma le risposte dalla Ue sono ancora troppo timide e insoddisfacenti».
Tra Letta e Mogherini chi potrebbe essere il nostro jolly in Europa?
«Chi ha un quadro delle possibili convergenze europee è Renzi. Letta, come D’Alema, è un uomo che ha grande prestigio in Europa e una profonda conoscenza delle istituzioni: entrambi possono insegnare a tanti. La Mogherini ha delle caratteristiche diverse, ma come ministro degli Esteri è certamente partita con il piede giusto».

 

 

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postato il 4 luglio 2014 da Redazione | in "Esteri, Europa"

Gli italiani hanno fatto sacrifici, ora cambiare politica UE

La Germania non può fare solo i propri interessi

Pier Ferdinando CasiniPer anni abbiamo fatto i compiti a casa, imponendo sacrifici agli italiani. E’ arrivato il momento di dire basta alla politica economica e monetaria della Germania che in tutta Europa fa solo i suoi interessi. Noi non solo non approviamo questa linea politica, così come è stata annunciata da Manfred Weber al Parlamento Europeo, ma si corre il rischio di aprire un serio problema all’interno del Ppe che apprezza la Merkel che è il maggior leader del Ppe, ma non può fare, da sola, la politica del Ppe.

Pier Ferdinando

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postato il 3 luglio 2014 da Redazione | in "Riforme"

Per il Colle maggioranza qualificata o voto popolare

Pier Ferdinando CasiniL’intervista di Monica Guerzoni a Pier Ferdinando Casini pubblicata su “Il Corriere della Sera”

«La politica ha fatto un pessimo uso dell’immunità parlamentare».
Una buona ragione per non concederla anche ai futuri senatori. Non crede, presidente Casini?
«La fase politica della Seconda Repubblica si è aperta con chi agitava i cappi in Parlamento. Ciascuno di noi è chiamato a scegliere se soddisfare i peggiori istinti giustizialisti o essere seri e allora dico che l’immunità non è un privilegio, ma una garanzia di equilibrio tra diversi poteri dello Stato».

Una buona scusa per perpetuare i privilegi della casta?
«Io non mi accodo di certo a chi dichiara l’inutilità di un istituto che esiste in tutta Europa. Mettiamo un freno alla demagogia o non so dove finiremo. Non è che se un politico è ladro siamo tutti ladri».

Il sospetto è legittimo, viste le inchieste su Expo e Mose.
«La corruzione in Italia è sempre il nemico numero uno e riguarda politici, imprenditori, professionisti, magistrati e controllori. Io non appartengo alla categoria del malaffare, appartengo a una categoria in cui purtroppo ci sono dei ladri, i quali rubano per sé e non per i partiti e in questo senso sono peggiori di quelli di ieri».

In Aula la battaglia si riaprirà e può saldarsi un asse tra dissidenti del Pd e cinquestelle.
«L’Aula è chiamata a migliorare la legge e concordo sul fatto che il Senato non può essere un passacarte. Ma dopo cinquant’anni che si discute di questo, chi dice che superare il bicameralismo perfetto equivale ad attentare alla democrazia varca le soglie del ridicolo».

Non vede rischi sull’elezione del capo dello Stato?
«La questione che a me interessa approfondire è proprio questa. La scelta del presidente della Repubblica non può appartenere solo alla maggioranza pro tempore e non può essere affidata a giochi parlamentari effimeri o contingenti. Bisogna che sia una figura terza, di garanzia, individuata come affidabile da un’ampia platea, per la maggioranza e per l’opposizione».

Garanzie che il testo Renzi-Boschi non offre, al momento.
«Il rischio vero è l’alterazione della platea degli elettori del capo dello Stato in presenza di un Senato di cento persone, scelte con queste modalità. Rischiamo di affidare la scelta alla maggioranza pro tempore che esce dalla Camera dei deputati. È una questione seria, che non va risolta con il decalogo delle buone intenzioni, ma con una iniziativa riformista seria».

La sua proposta?
«È in tre punti. Integrare la platea dei grandi elettori con gli italiani eletti al Parlamento europeo. Secondo, stabilire un quorum vincolante nelle prime sei votazioni. Si comincia con i due terzi e, se nelle prime tre votazioni non si raggiunge quella soglia, si passa ai tre quinti nelle successive tre. Se il quorum ancora non c’è, si prevede l’elezione diretta da parte dei cittadini tra i primi due candidati più votati dal Parlamento».

Una bella svolta presidenzialista…
«Sia chiaro che questa non è l’elezione diretta del presidente della Repubblica, ma la garanzia legislativa che il capo dello Stato viene scelto con il criterio di terzietà. In mancanza di un largo consenso del Parlamento, supplisce il corpo elettorale».

La sua proposta farà discutere.
«C’è un precedente che mi riservo di formulare in Aula. La stessa riflessione fu avanzata alla Costituente da Egidio Tosato, autorevolissima espressione della cultura democratica cristiana e fu ripresa da una proposta di legge costituzionale di Antonio Maccanico nel 1999. Entrambi avevano ben presente il ruolo di garanzia del capo dello Stato e nessuno dei due può essere iscritto tra coloro che ipotizzavano una deriva plebiscitaria e populista».

Se la deriva non c’è, il problema sì.
«Oggi questo problema è accentuato dal fatto che, in presenza di una legge elettorale maggioritaria, chi vince le elezioni guida il Parlamento e si sceglie il capo del governo, i ministri e il presidente della Repubblica. L’elezione popolare diventa un deterrente per spingere le forze politiche a un accordo ampio, che consenta di individuare una figura di garanzia».

Per il democratico Gotor si rischia il modello russo plebiscitario…
«Putin sta in Russia e noi in Italia. Con tutto il rispetto per i russi, la storia e le tradizioni italiane ci preservano da questi rischi. Rischi, peraltro, che la mia proposta serve a evitare».

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postato il 25 giugno 2014 da Redazione | in "Riforme"

Cooperazione: svolta epocale, contributi da tutti i gruppi

Pier Ferdinando CasiniLa legge sulla cooperazione internazionale, approvata a larghissima maggioranza al Senato, è un esempio di ottima collaborazione parlamentare tra tutti i gruppi politici che intendo ringraziare per il contributo di idee e il senso di responsabilità con cui hanno favorito una svolta epocale. Dalla Lega al M5S, tutti sono stati partecipi di un lavoro concreto e utile al Paese. Ringrazio il vice ministro Pistelli che ha fortissimamente voluto questa legge e il relatore Tonini per il suo intenso impegno.

Pier Ferdinando

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postato il 24 giugno 2014 da Redazione | in "Europa, Spunti di riflessione"

Semestre Ue: Bisogna cambiare radicalmente la politica europea

Frontex deve essere una priorità

Signor Presidente del Consiglio, se posso sintetizzare, direi che lei ha chiesto due mandati: uno l’ha avuto il 25 maggio ed è giusto che lei lo abbia ricordato, perché fa parte della modalità con cui ci presenteremo in Europa; l’altro l’ha chiesto questa mattina alla Camera dei deputati e adesso al Senato.
Noi le diamo il mandato per fare una politica diversa, non per andare – come lei ha detto – con il cappello in mano in Europa. Nessuno, infatti, vuole andare con alcun cappello; non perché noi vogliamo scaricare le nostre inadeguatezze sull’Europa o magari trincerarci dietro i facili alibi europei, ma perché pensiamo che l’Europa non si difenda più con l’euroretorica, con l’evocazione dei grandi Padri fondatori del passato, con la nostalgia di quello che siamo riusciti a realizzare, una grande area di pace, libertà e democrazia. L’Europa si difende cambiando profondamente la politica europea.

Oggi siamo ad un bivio. Fino ad ora si è pensato illusoriamente di difendere l’Europa con l’euroretorica: oggi questo discorso non attacca più. Oggi l’Europa si difende dicendo che la politica europea va cambiata, che la stabilità è un valore e che la crescita vale quanto la stabilità. Forse sarebbe anche il caso di guardare agli Stati Uniti d’America che, con una politica espansiva attraverso la quale hanno prodotti investimenti per la ricerca, lo sviluppo, la tecnologia e l’ambiente, sono riusciti a rimettere in moto l’economia del Paese.

Vogliamo dunque un Governo italiano che vada in Europa e si ponga il problema di cambiare radicalmente la politica europea.
Abbiamo avuto due segnali. Ieri quello della signora Merkel, oggi quello di Hollande, che ha presentato un’agenda per la crescita e il cambiamento. Questo significa che anche la Francia e la Germania, in particolare, si pongono il problema di cambiare la politica europea. Un’Europa che non può essere solo tecnocrazia e burocrazia, ma che si deve far carico di recuperare il rapporto con i popoli europei, che in gran parte hanno creduto al populismo antieuropeo: non dimentichiamolo, perché ci saranno soggetti nuovi nel Parlamento europeo, in grado di cambiare radicalmente anche la politica delle grandi famiglie europee. È da qui dunque che dobbiamo ricominciare.
Vorrei anche fare un riferimento alla visione che i cittadini hanno dell’Europa.
Un’Europa che ci lascia soli rispetto al tema dell’immigrazione clandestina è un’Europa che non è in grado di fare una politica seria di avvicinamento e di creare un nuovo feeling nel rapporto con i cittadini.
Presidente Renzi, l’operazione «Mare nostrum» – come abbiamo detto in quest’Aula 15 giorni fa – è uno strumento eccezionale: non può diventare la normalità. Il tema del coinvolgimento di Frontex deve essere una priorità per restituire credibilità ad un’Europa che sa affrontare certi temi, senza lasciare soli Paesi come l’Italia

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postato il 23 giugno 2014 da Redazione | in "Giustizia, Riforme"

L’immunità è garanzia di indipendenza non un privilegio

Evita interferenze del potere giudiziario
Pier Ferdinando CasiniL’intervista di Amedeo La Mattina a Pier Ferdinando Casini pubblicata su “la Stampa”

”Dopo la riforma della Costituzione è arrivato il momento di porre il problema della giustizia. Credo che oggi, con il governo Renzi, ci siano le condizioni giuste”.

Onorevole Casini ha visto quante polemiche sta sollevando l’immunità per i nuovi senatori? In generale il testo in discussione continua  ad avere diversi oppositori.
“Come diceva Mao, la strada è a zig zag ma il futuro è luminoso. Il testo in discussione è migliorato e non merita indignazioni fuori luoghi della serie ‘è un attentato alla Costituzione’. Naturalmente permangono delle contraddizioni, ma io sono fiducioso che possano essere risolte. Ma vorrei far presente che, dopo anni che si parla di riforma, Renzi è riuscito a passare dalle parole ai fatti. La sua volontà al limite della sfrontatezza è servita a raggiungere l’obiettivo, il premier ha seguito un metodo buono: ha tenuto la barra dritta sul coinvolgimento dell’opposizione e soprattutto di Fi”.

Lei difende l’immunità a ogni costo?
”L’immunità non è un privilegio ma una garanzia finalizzata a un corretto ed equilibrato rapporto tra diversi poteri dello Stato. I costituenti non avevano in mente di tutelare una casta di privilegiati ma sapevano che l’autonomia del legislatore va salvaguardata dalle interferenze del potere giudiziario. Ora sorge un problema oggettivo che riguarda l’amministratore eletto senatore dotato di immunità e tutti gli altri amministratori. In realtà il problema sarebbe risolto se il Senato fosse composto senza questi automatismi da cittadini scelti dai consigli regionali e comunali”.

Mettere in campo la riforma della giustizia mentre in Parlamento si vota la riforma della Costituzione può creare il corto circuito del passato? Berlusconi è molto sensibile al tema. L’altro giorno al pm che lo interrogava ha detto che la magistratura è “irresponsabile”.

A Napoli Berlusconi ha ripetuto quello che ha detto in tutti questi anni. Il diritto di critica gli va riconosciuto, non foss’altro per il ruolo politico che ancora copre. Penso che il governo sia emancipato dal “problema Berlusconi”. Basta con la politica dei sospetti permanenti che hanno immobilizzato ogni riforma. Non c’è più niente da scambiare. Non è più possibile che la politica industriale la facciano i magistrati intervenendo sulla siderurgia e le opere pubbliche.

La corruzione in Italia non è un fenomeno marginale.
“La corruzione è enorme. Il politico corrotto merita i lavori forzati perché umilia tanti politici onesti ma la corruzione vede in prima fila anche magistrati, esponenti delle forze dell’ordine, delle autorità di controllo”.

Sta giustificando i politici?
Non è una giustificazione ma non accetto di appartenere alla categoria dei corrotti. Peraltro bisognerebbe studiare la storia: Citaristi (l’ex amministratore Dc condannato per finanziamento illecito ndr) dovrebbe essere quasi santificato rispetto a certi uomini di oggi che si arricchiscono personalmente r non finanziano certo i partiti che non esistono più”.

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postato il 18 giugno 2014 da Redazione | in "Riforme"

Sulle riforme doveroso verificare disponibilità M5S

Pier Ferdinando CasiniL’intervista di Francesco Bei a Pier Ferdinando Casini pubblicata su Repubblica

“Io proprio non capisco lo stato d`animo di chi si compiace delle esclusioni altrui. Tutti noi dovremmo brindare se i cinquestelle hanno finalmente deciso di scendere dall’Aventino”.

Presidente Casini, molti renziani temono che l’apertura di Grillo nasconda una trappola. Non è così?
“Può darsi che lo facciano con strumentalità, ma c`è il dovere di andare a vedere. Se un movimento antisistema decide di scendere a patti, questa disponibilità non va assolutamente fatta cadere”.

Perché questa disponibilità arriva proprio ora?
“Uno degli effetti della sconfitta del M5S è che Grillo non può continuare a fare il testimone del disastro, ma deve “abbassarsi” a dialogare con chi ha vinto. Anche perché su una linea di rottura totale gli salterebbero i gruppi per aria”.

Ma il “democratellum” grillino è molto lontano dall’Italicum. Si riparte da zero?
“Adesso intanto parliamo della riforma costituzionale, poi discuteremo di quella elettorale. Che certo avrà delle modifiche, anche perché tutti le chiedono”.

Renzi come dovrebbe gestire la trattativa con il M5S?
“Se fossi Renzi intanto non disperderei quanto ha già realizzato. Guai a trascurare il rapporto con Forza Italia e con le forze delle sua maggioranza”.

Berlusconi non si capisce cosa voglia fare. Regge ancora il patto del Nazareno?
“Berlusconi ha tutto l`interesse a stare dentro il percorso riformatore. Se Forza Italia seguisse una deriva solitaria e populista, proprio nel momento in cui il Carroccio aderisce al patto sulle riforme, si farebbe male da sola”.

Voi centristi che farete?
“Nessuno può pretendere che le riforme si blindino nel perimetro esclusivo della maggioranza di governo. Non possiamo fare i guardiani del faro, sarebbe una posizione residuale”.

Renzi ha rivendicato la cacciata dalla prima commissione dei senatori Mineo e Mauro. Era proprio necessario?
“Io sono stato presidente della Camera e ho ben presente il diritto-dovere dei parlamentari di esprimersi. Faccio l`esempio di Chiti: è un parlamentare serio, perbene, una persona apprezzabile, va lasciato libero di dire quello che vuole”.

Ma?
“Un conto è la libertà di coscienza, un altro è il principio di rappresentanza politica nelle commissioni. Lì dentro ci si va su indicazione dei gruppi e in qualche modo si deve rappresentare anche la posizione di tutti gli altri colleghi. Se poi i dissidenti vogliono far sentire in aula la loro voce, possono farlo con la massima libertà”.

Scendiamo nel caso concreto: Mineo e Mauro. Il suo collega l’ha accusata di essere diventato il “Dudù di Renzi”…
“Presentarsi come maggioranza in ordine sparso significa rafforzare il potere d`interdizione delle opposizioni. È un gioco che non mi appassiona. Io ho scelto di sostenere questo presidente del Consiglio e lo faccio con convinzione. Se invece ciascuno si mette a cercare intese trasversali con le opposizioni non ne usciamo vivi”.

 

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postato il 16 giugno 2014 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Riforme: se Grillo si vuole aggiungere è fatto positivo

Pier Ferdinando Casini

C’è un accordo tra Forza Italia e la maggioranza: se Grillo si vuole aggiungere e aprire il dialogo è un fatto positivo che non può essere respinto al mittente.
Penso che le riforme devono essere un’opportunità per tutti e non ci può essere una maggioranza che impone le riforme con una blindatura e senza coinvolgimento dell’opposizione. Le forze moderate della maggioranza non possono avere timore di essere scavalcate nel dialogo sulle riforme.

 

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postato il 12 giugno 2014 da Redazione | in "Immigrazione, Interventi"

Mare Nostrum: uscire dall’emergenza e coinvolgere Ue e Onu

L’intervento in Aula al Senato di Pier Ferdinando Casini durante il dibattito sull’operazione Mare Nostrum

Pier Ferdinando CasiniSignora Presidente,
ieri ho illustrato la mozione Zanda ed altri e credo di aver soffermato abbastanza diffusamente la mia attenzione, e spero quella dei colleghi, sull’idea che sottende la nostra mozione.

Innanzi tutto il Governo ha detto di superare la logica emergenziale, di superare l’operazione Mare nostrum, perché l’eccezione non può diventare la normalità. Uno strumento d’emergenza di cui siamo onorati, perché ha salvato migliaia di essere umani disperati, non può essere trasformato però in normalità. Mare nostrum è stato uno strumento emergenziale. Tra l’altro sono grato al ministro Mauro, che ha ricevuto ingiusti attacchi in questo dibattito, per aver ideato uno strumento che ha consentito di salvare vite umane, ma che resta uno strumento emergenziale.

Oggi c’è la necessità di uscire dall’emergenza, di internazionalizzare il problema coinvolgendo Europa e Nazioni Unite. Questa è la linea del Governo, questo è l’indirizzo che il Parlamento dà al Governo. Il Parlamento non critica il Governo, perché sarebbe ingeneroso e ingiusto. Peraltro non è questo Governo ma il precedente ad aver ideato e realizzato Mare nostrum. Il Parlamento ritiene che il Governo abbia fatto un buon lavoro, abbia salvato migliaia di disperati da una morte sicura; adesso però occorre coinvolgere Europa e Nazioni Unite, perché Mare nostrum è uno strumento di emergenza che non può diventare normalità.

Alcuni colleghi, il senatore Romani ed altri e alcuni senatori dalla Lega, hanno presentato mozioni le cui motivazioni sono comprensibili, perché quello che è scritto nelle mozioni presenta elementi di verità a cui non ci vogliamo sottrarre. Qual è la differenza tra noi e loro? Cosa dicono nelle loro mozioni? Dicono di bloccare l’operazione, di chiudere l’operazione Mare nostrum sic et simpliciter.

Colleghi, capisco questa ratio, e voglio anche dargli un intendimento positivo, perché sappiamo le contraddizioni che questa operazione ha portato anche per stroncare la criminalità, ma in coscienza, essendo uomo di Stato, uomo di Governo, qualcuno di noi se la sente di dire: blocchiamo tutto dal mattino alla sera?

Francamente capisco il Governo, che ha delineato una exit strategy realistica, che cerca di prendere dalla opposizione gli elementi positivi di queste mozioni, che si colloca in quest’Aula con la testa non rivolta all’ingiù ma sentendo tutto quello che diciamo. Hanno capito perfettamente e forse, tra uomini di Stato, è anche inutile approfondire oltre il discorso, perché è chiaro a tutti quello che sta succedendo: il Governo sta cercando una via ragionevole per internazionalizzare un problema che non può che essere internazionale. Secondo me, sta facendo bene.

Esprimiamo la convinzione che il Ministro degli esteri, il Ministro della difesa ed il Ministro dell’interno, qui sintetizzati e rappresentati dal sottosegretario Delrio, vogliano, ognuno per la propria parte, fare ciò che si deve fare a livello internazionale e nazionale perché è chiaro che c’è una sopportabilità che è allo stremo anche da parte degli enti locali e non solo della Sicilia.

Mare nostrum ha alleviato le difficoltà di Lampedusa, ma quelle dei Comuni siciliani sono note e noi esprimiamo ancora una volta la nostra solidarietà, non solo alle Forze armate ma anche agli amministratori di questi Comuni, che in modo straordinario stanno dando prova di quello che è l’Italia: un grande Paese capace di grande solidarietà!

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postato il 6 giugno 2014 da Redazione | in "Interventi, Riforme"

Sulla riforma del Senato ripartire dal testo base del governo

Miglioriamolo, ma no ad arroccamenti ostruzionistici

Pier Ferdinando CasiniIl rinvio dell’esame a dopo le elezioni europee della riforma costituzionale del bicameralismo e del sistema delle autonomie a seguito della contrastata seduta della Commissione Affari costituzionali del Senato del mese scorso dovrebbe ora comportare risvolti positivi.
È necessario infatti che una riforma di tale importanza venga affrontata con maggiore pacatezza e con la determinazione necessaria per arrivare ad una efficace conclusione, in un clima scevro dall’ansia dei partiti per l’esito del risultato elettorale.
Il disegno di legge del Governo può e deve essere rifinito in dettagli importanti, ma il suo impianto portante non può essere seriamente posto in discussione perché affronta, con soluzioni apprezzabili nelle grandi linee, problemi istituzionali che ci trasciniamo da lungo tempo.
Non appaiono quindi giustificate posizioni di retroguardia nel difendere attribuzioni del Senato che mal si conciliano con la funzione di organo di rappresentanza delle autonomie. Ma soprattutto desta stupore la circostanza che riemergano, e ancor più che possano trovare consenso, posizioni che ripropongono il confuso e rissoso pseudo federalismo degli anni passati che pensavamo ormai superato dai fatti. Mi riferisco all’ordine del giorno Calderoli approvato dalla Commissione Affari costituzionali il 6 maggio scorso, il cui contenuto stride con la successiva decisione di adottare il disegno di legge del Governo come testo base.
L’ordine del giorno prevede la competenza legislativa esclusiva delle Regioni (il che significa che lo Stato non può intervenire) in settori decisivi come sanità, istruzione, servizi sociali, governo del territorio, mercato e politiche del lavoro. Stabilisce che la “clausola di supremazia” della legge dello Stato su quelle delle Regioni (vale a dire la deroga alle ordinarie attribuzioni di queste ultime, quando lo richiedono esigenze di unità giuridica o economica oppure la realizzazione di programmi e riforme economico-sociali di interesse nazionale) possa essere azionata solo in presenza di eventi eccezionali e per un periodo limitato di tempo.
Prevede inoltre che il Senato sia eletto regione per regione in proporzione alla popolazione di ciascuna e affida alla legge regionale (sia pure sulla base della legge dello Stato) la disciplina di tali elezioni. Al Senato verrebbe in pratica conferito il potere di bloccare o di condizionare in maniera decisiva la funzione legislativa della Camera. Questa infatti per superare un’eventuale opposizione del Senato, decisa con maggioranza assoluta o superiore, dovrebbe assumere deliberazioni “con maggioranza equivalente”. Per fare un esempio, se il Senato rigetta una legge o propone di modificarla con maggioranza di due terzi, per approvarla nel testo che reputa più opportuno, la Camera deve votarla con la stessa maggioranza di due terzi. E’ un marchingegno micidiale che rende più difficile approvare una legge anche rispetto al vigente sistema della navette. E’ più probabile che ampie convergenze si realizzino tra i rappresentanti degli Enti locali che siedono al Senato rispetto ai componenti di un’assemblea politica divisa tra maggioranza e opposizione.
Altro che devolution dei tempi di Bossi. Calderoli va ben oltre. Il suo ordine del giorno pone né più né meno che le basi per la disintegrazione dello Stato unitario e alimenta il terreno di cultura di quel confuso sentimento secessionista che ha trovato una sua farsesca e tuttavia inquietante manifestazione nel referendum telematico per l’indipendenza del Veneto.
Per altro verso, ammesso e non concesso che un regionalismo così concepito, fondato su una rigida divisione di competenze e un sovraccarico di quelle delle Regioni, possa funzionare nel nostro paese, esso priva di ogni significato la creazione di un Senato delle autonomie, che è istituzione tipica del regionalismo cooperativo. Gli spazi della cooperazione legislativa Stato – Regione sarebbero infatti drasticamente ridotti.
Mi chiedo se i senatori non appartenenti alla Lega che allora avevano votato l’ordine del giorno abbiano percepito l’esatta portata del suo contenuto. Probabilmente è stato un voto in chiave tattica per non far apparire troppo vincente la proposta del Governo. Era comprensibile che certe cose potessero accadere in un clima pre-europee. Ma oggi sono da respingere le confuse fughe in avanti dell’ordine del giorno Calderoli e gli arroccamenti ostruzionistici, per ripartire dal testo base del Governo e migliorarlo all’interno della sua logica iniziale, non per destrutturarlo senza alcuna coerenza e con oltre 5000 emendamenti.

Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Affari esteri del Senato della Repubblica

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postato il 5 giugno 2014 da Redazione | in "Esteri"

Casini prepara la missione Marò: basta errori

Internazionalizzare il caso. Ma anche far ripartire il dialogo fra i due governi

MaròL’intervista di Daniele Passeri a Pier Ferdinando Casini pubblicata su QN
 
«Comprensione totale, per l’esasperazione dei nostri ragazzi che conosco da vicino per averli visitati». Il presidente della commissione Esteri del Senato Pier Ferdinando Casini racconta così la prima, impulsiva, reazione al grido di soccorso lanciato da Salvatore Girone in videoconferenza dall’India il 2 giugno, con le Commissioni Difesa ed Esteri delle Camere. «Abbiamo ubbidito ad un ordine, abbiamo mantenuto una parola, quella che ci era stata chiesta, e oggi siamo ancora qui», sono state le parole giunte da Nuova Delhi con dignità e durezza, all’orecchio di ministri e deputati.
Il fuciliere di Marina è detenuto ormai da 809 giorni assieme al collega Massimiliano Latorre, vittime di un affare internazionale che non riesce a sbloccarsi. Tre governi dopo in Italia, due in India, e i marò sono sempre lì, rinchiusi in un compound militare a migliaia di chilometri da casa con l’accusa di aver ucciso due pescatori.

Casini, il governo Renzi punta forte sulla internazionalizzazione del caso con un arbitrato. La strada giusta?
«Dobbiamo lavorare su un doppio binario. Da un lato internazionalizzare il caso è opportuno, considerato il tempo intollerabile che è passato con Latorre e Girone ancora lì, e per la profonda sfiducia sul sistema giudiziario indiano. Dall’altro, bisogna ripartire col dialogo politico tra due nuovi esecutivi: speriamo nell’avvento del neo presidente Modi».

Quando andrete in India? Da quelle parti hanno sbattuto in faccia la porta anche agli americani.
«Non faremo i turisti, certamente. Andremo in India quando sarà utile, cioè quando si saranno formate le commissioni parlamentari e quando avremo appuntamenti con il parlamento indiano. L’ultima volta non è andata bene, ci vuole grande tenacia e pazienza».

Presidente, è stato un errore farli ritornare in detenzione dopo averli avuti qui in Italia a Natale del 2012?
«Di errori ne sono stati fatti tanti, il primo fu quello di attraccare in India la nave dei due marò, dalle acque internazionali. Questi ragazzi sono finiti in un ingranaggio più grande di loro e di tutti noi».

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postato il 18 maggio 2014 da Redazione | in "Politica"

Uniti per fermare i populisti ma no ai matrimoni di convenienza

Non parteciperò alle primarie. Spazio ai giovani
Pier Ferdinando Casini

L’intervista a Pier Ferdinando Casini pubblicata sul Mattino di Maria Paola Milanesio

Senatore Pier Ferdinando Casini, dopo che anche Silvio Berlusconi ha definito inevitabile un’alleanza con il Ncd, sembra che al patto tra i moderati manchi solo la firma del notaio.
«C’è un interesse comune della democrazia italiana ed è evitare che il populismo trionfi su tutta la linea. In questo contesto la prospettiva di un bipolarismo tra Matteo Renzi e Beppe Grillo delinea il rischio di una democrazia incompiuta. Per dirla in altre parole: gli elettori non possono essere obbligati a scegliere tra sinistra e M5S».

Ma se il campo moderato è rimasto sguarnito è anche perché sono venuti meno i consensi nei confronti delle forze di centro.
«È vero che dopo 20 anni il mondo moderato rischia di essere ”non pervenuto” e le ragioni di questa assenza sono molte. Tuttavia, noi abbiamo il dovere di ragionare su come dare voce a chi non si riconosce né in Renzi né in Grillo».

Mette i due leader sullo stesso piano?
«Stando così le cose, ciascuno di noi spera che sia il Pd il primo partito».

Udc e Ncd alleati per le Europee, dove c’è una soglia di sbarramento del 4 per cento. E ora Berlusconi che parla di unione dei moderati per diventare maggioranza nel Paese. Partendo dal presupposto che non c’è nulla di negativo nell’unire le forze, anche solo numericamente, per vincere e realizzare il proprio programma politico, che cos’altro terrà insieme questa futura casa dei moderati?
«Il nodo è proprio questo: non è con un matrimonio di pura convenienza che si recupereranno i milioni di elettori che in questi anni si sono dispersi tra l’astensionismo e Grillo. Prima di tutto dobbiamo chiederci chi sono i moderati italiani: se venti anni fa si riconoscevano nel pentapartito, oggi questo popolo va ridefinito innanzitutto in termini sociali. Pensare che la casa dei moderati possa nascere da una pura operazione di palazzo significa non avere compreso il significato di questo progetto. Anche le primarie restano una suggestione se non sostenute da una proposta politica».

Detta così, questa unione sembra più un’utopia che un traguardo concreto.
«Nessuno nega che, chiusa la fase elettorale, sia necessario avviare una riflessione profonda, senza la quale non sarà possibile ricostruire una forza capace di rappresentare i moderati. È giusto riflettere, ma con la consapevolezza che il lavoro sarà difficile».

L’eventualità che sia solo un déjà-vu non la preoccupa? E quale sarà il ruolo di Berlusconi?
«So bene che non è sufficiente fare appello al passato o semplicemente riproporlo. E nemmeno tutto può ruotare attorno al ruolo di Berlusconi. Per una operazione politica nuova dobbiamo partire dai valori, dimenticando le vecchie divisioni. Dobbiamo chiederci perché i giovani, le partite Iva, gli artigiani, i piccoli imprenditori votano Grillo o, in alternativa, si rifugiano in Renzi. Non si riconquistano questi elettori riproponendo genericamente un vecchio progetto, che oltretutto non ha retto al passare degli anni. Non avrebbe nessun appeal».

E da che cosa si può ripartire?
«L’alternativa non può essere tra l’antieuropeismo e la retorica filo-europea. Il punto vero è che senza Europa non si va da nessuna parte, ma al contempo va cambiato questo modello di Europa delle burocrazie, che tutti noi – purtroppo – abbiamo contribuito a realizzare. La politica sociale di Bruxelles è sbagliata – lo stesso presidente americano Obama ha spinto sugli investimenti pubblici per far ripartire l’economia – ed è sbagliata anche una politica dell’integrazione che lascia da sola l’Italia tra Lampedusa e la Libia».

Ricostruire una casa dei moderati. Ma è sicuro che il progetto della classe politica abbia un reale riscontro nel corpo elettorale? In sostanza: dov’è questa voglia di centro, se avanza il populismo?
«La risposta è semplice. Bisogna spiegare alla gente che l’odio che Grillo cerca di iniettare nelle vene della società italiana causerà soltanto nuovi problemi. All’inizio si è pensato che il nostro Paese fosse dominato da un clima di antipolitica; adesso ci si accorge che la malattia è molto più grave e che, senza rimedi, l’Italia rischia di sprofondare nel baratro. Gli stessi parlamentari del M5S che, nei mesi scorsi hanno abbandonato il gruppo, hanno avuto paura dei metodi utilizzati all’interno del movimento. Se ne sono andati non perché sedotti dal palazzo ma proprio perché spaventati da questa oligarchia da internet che Grillo mette in atto con sistemi poco rispettosi delle persone e dei valori. Questo vorrà pur dire qualcosa o no? Pochi giorni fa l’aula di Montecitorio ha votato l’autorizzazione all’arresto di Francantonio Genovese, del Pd. Ha fatto bene Renzi a dire che ”la legge è uguale per tutti”, ma mandare un uomo in carcere non può essere motivo di sfottò e non può suscitare quella voglia di manette, a cui i grillini hanno dato sfogo in aula. Questa non è democrazia ma barbarie. Avanti di questo passo si tortureranno i carcerati e ci sarà pure chi batte le mani».

Eppure il M5S rischia di essere il primo partito al Sud, disputandosi il primato con il partito dell’astensionismo. Perché queste regioni sono più ”complicate”?
«Perché nel Mezzogiorno si registra il più clamoroso fallimento della classe dirigente. Non è molto distante temporalmente la speranza suscitata da Luigi De Magistris a Napoli, ma oggi – dopo soli tre anni – vediamo che in città quella speranza ha lasciato il posto a una profonda delusione. C’è poi il capitolo dei fondi europei non spesi, prova di una mancanza di capacità progettuale della classe politica del Mezzogiorno. Qui al Sud il distacco tra elettori ed eletti è enorme e questo apre praterie per Grillo. Al Nord, invece, regge ancora un tessuto di enti locali in grado di dare risposte ai cittadini e di frenare perciò la deriva verso il populismo».

Senatore, nel futuro centrodestra quale sarà il suo ruolo?
«Voglio essere un king maker e contribuire con la mia esperienza, con la mia storia personale e con il mio rispetto dei valori – rispetto a cui mai sono venuto meno – alla costruzione del nuovo soggetto politico».

Sia più chiaro. Se si faranno le primarie, lei si candiderà a leader dei moderati?
«Oggi serve anche uno stacco generazionale. Come è accaduto con Renzi, nei confronti della classe dirigente della sinistra, anche noi abbiamo bisogno di uomini nuovi. Ma questo non significa fare gli apprendisti stregoni, andando a cercarli nella società civile. L’esperienza ci insegna che il risultato non è stato all’altezza delle aspettative. Diamo spazio piuttosto a chi – come il premier nel campo della sinistra – ha passione ed esperienza politica, elementi importanti per condurre questa battaglia sul campo. Io mi metto all’ultimo posto».

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postato il 14 maggio 2014 da Redazione | in "Esteri"

Immigrazione: insulto a Italia e vittime budget Frontex invariato

Triplicano gli arrivi dei migranti e il budget di Frontex non viene adeguato: è un insulto all’Italia e alle migliaia di vittime del Mediterraneo. Se l’Europa continua così non meravigliamoci se proliferano i populismi anti-europei.

Pier Ferdinando

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postato il 14 maggio 2014 da Redazione | in "Politica"

Il mio sogno è concorrere alla riunificazione dei popolari

Serve un cambio di politica a livello europeo o faremo vincere forze come quella di Grillo

Pier Ferdinando CasiniL’intervista di Carlo Muzzi a Pier Ferdinando Casini pubblicata sul Giornale di Brescia

Tra Europa e la rinnovata sfida di un contenitore italiano dei moderati. Corre lungo questi temi il dialogo con Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione esteri del Senato, ieri a Brescia per un dibattito.

Come vede il voto per le elezioni europee?

Purtroppo come spesso capita in Italia, in occasione delle Europee si affrontano tutti i temi salvo quelli legati all’Europa. Mi piacerebbe invece che si discutesse delle politiche connesse all’Ue parlando ad esempio di crescita invece che di rigore.

 Cosa pensa del fenomeno dell’euroscetticismo?

Penso che non basti più l’euroretorica per battere i populismi e la demagogia antipolitica. I cittadini si vedono distanti dall’Unione europea soprattutto se la politica di Bruxelles resta caratterizzata da una ragionieristica tecnocrazia e intrappolata nella matematica del rigore e dei conti. O si torna a parlare di sviluppo, occupazione e crescita oppure la recessione che ha colpito l’Europa non ci permetterà di crescere.

 

Quale è secondo lei la soluzione?

Serve un cambio di politica a livello europeo, perché se le forze europeiste non pongono il problema di un cambio di direzione allora non riusciremo più a difendere questa idea di Europa e alla fine facciamo vincere forze come quella di Grillo.

 

La critica all’attuale politica europea va però a colpire Barroso che è espressione del Ppe e anche la Merkel anche lei tra i popolari. Non è una contraddizione?

Guardi la Germania è una grande Paese, ma dobbiamo renderci conto che questa impostazione teutonica dell’Europa non funziona. Per altro non la nostra appartenenza al Ppe non può essere afona.

 

Quanto pesano le Europee sulle sorti del governo?

In Italia il governo e le forze politiche che lo sostengono stanno affrontando un compito duro e difficile per portare avanti le riforme. Si tratta di un antidoto al grillismo e all’antipolitica e mi auguro che le forze di governo vedano riconosciuti i loro sforzi nel prossimo passaggio elettorale.

 

Da tempo lei si sta adoperando per federare tutti i moderati. Cosa ci può dire?

Non ho altro sogno che concorrere alla riunificazione dei popolari. Anche perché il rischio è che si realizzi un bipolarismo tra Grillo e Renzi e dal sogno di un partito dei moderati si passerebbe ad un incubo.

 

Ma il centrodestra oggi può prescindere da Berlusconi?

La Cdu è andata avanti anche senza Kohl e il partito popolare spagnolo senza Aznar. Questo non vuol dire che Berlusconi non abbia una sua forza d’attrazione, ma penso che si debba andare avanti. Nessuno è insostituibile.

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postato il 8 maggio 2014 da Redazione | in "Politica"

Riforme o baratro. La palude ingrassa Grillo

I fatti dell’Olimpico evidenziano un’emergenza nazionale, lo Stato ha perso autorità. Basta attaccare i poliziotti, sono servitori della Repubblica che fanno il loro dovere
Pier Ferdinando Casini
L’intervista di Alberto Gentili a Pier Ferdinando Casini pubblicata sul Messaggero

Presidente Casini, le riforme in Senato arrancano. Ce la farà il governo?
«Le riforme si devono fare. Ed è assurdo che qualcuno non abbia ancora capito che senza riforme la perdita di credibilità dell’Italia e della politica sarebbe totale e definitiva. Qualcuno pensa che Renzi stia mettendo un eccesso di enfasi, forse per ragioni elettorali. Ma ho costatato parlando con la Merkel quanta valenza si dà in Europa al tema delle riforme: il superamento del bicameralismo non è meno importante del pareggio di bilancio».

Anche nel suo gruppo e nel Pd c’è chi non ha capito: l’ordine del giorno di Calderoli è passato grazie al voto di Mario Mauro e all’assenza di Mineo.
«Rispetto i miei colleghi. Ma Mauro per primo sa che non condivido il suo voto. Tra l’altro in una compagnia assai discutibile, se si pensa che l’ordine del giorno è passato con i voti di Cinquestelle e Sel. Soprattutto non condivido i contenuti: se esamino le competenze che si vogliono trasferire alle Regioni, sbalordisco. La riforma del titolo V non è servita a farci capire i danni di un eccesso di regionalismo?».

Renzi ha fatto balenare la minaccia delle dimissioni se non avanza la riforma del Senato. E’ un rischio concreto?
«Chi pensa di scherzare con Renzi scherza con il fuoco. Renzi è un politico avveduto, sa benissimo che la seconda volta che minaccia una cosa e non la attua, perde credibilità. Per cui fa bene a tenere una linea dura. Naturalmente questo non può significare avere un approccio arrogante, cosa che sembra aver imparato anche il ministro Boschi. Il Parlamento non è un passacarte, ma non può essere neppure una palude. Tra il passacarte e la palude c’è lo spazio per una politica consapevole che si deve autoriformare senza ritardi».

Se Renzi si dimette si va alle elezioni o si può tentare un nuovo governo?
«Se Renzi si dimette si va a votare, ma soprattutto si va alla catastrofe definitiva. Renzi è l’unico vero antidoto contro lo sfascismo di Grillo e l’antipolitica. Renzi è a palazzo Chigi perché la politica non è stata in grado di vincere la sfida con Grillo. E ora siamo tutti sulla stessa barca».

Casini, non sarà mica diventato renziano?
«Ho smesso da tempo di dover sostenere gli esami del sangue. Ho sufficiente esperienza per poter vedere il centrodestra che procede in ordine sparso, Grillo e i rischi del suo populismo e Renzi che ho smesso di vedere come un problema e che considero un’opportunità per l’Italia. Il fatto che in passato ho spesso polemizzato con lui mi rende più libero».

Nell’impazzimento del centrodestra, Berlusconi è andato a dire che dopo le elezioni potrebbe tornare in maggioranza.
«Berlusconi dovrebbe mettersi d’accordo con se stesso, prima che non gli altri».

In queste ore va in scena il duello tra Camusso e Renzi. Lei con chi sta?
«Sono sempre stato assertore del dialogo con le parti sociali, ma il dialogo non può essere inteso come una paralisi permanente. La concertazione non è un fine, è un metodo. Dopo di che si decide».

Quindi ha ragione il premier quando dice che i sindacati sono un elemento di conservazione?
«In democrazia i sindacati sono una parte essenziale del sociale. Ma come la politica fatica a riformare se stessa, così essi faticano a ripensarsi e difendono lo status quo. Se dobbiamo cambiare noi, la sfida vale ugualmente per il sindacato e le altre parti sociali che sono sempre più autoreferenziali».

In questi giorni lo Stato non ha brillato. Prima gli applausi di un sindacato di Polizia agli agenti riconosciuti colpevoli della morte di Aldrovandi, poi lo stadio Olimpico ostaggio degli ultrà. Cosa ne pensa?
«Penso che i fatti dell’Olimpico evidenzino una vera e propria emergenza nazionale: quando lo Stato perde la propria autorità nulla è più possibile. Ciascuno si sentirà autorizzato a imporre le proprie idee, sia esso un manifestante no-Tav che un comitato di occupazione abusiva delle case. Parliamoci chiaro, in Italia non c’è rischio di autoritarismo, ma di anarchia! Si concede a migliaia di persone di manifestare a volto coperto e alla prima manganellata i poliziotti – le vere vittime predestinate della violenza – finiscono sul banco degli imputati. Questo non è accettabile».

Il capo dello Polizia, Pansa, ha detto che l’agente che a Roma ha pestato la ragazza è un «cretino».
«Sono un grande estimatore di Pansa, ma sono convinto che in questo caso doveva essere più cauto. Quell’agente ha sbagliato, come hanno sbagliato al congresso del Sap. Dietro questi episodi c’è però un clima di esasperazione: servitori dello Stato, con stipendi da fame, che non si sentono tutelati dallo Stato».

Durante la finale di coppa Italia c’è stato un deficit di gestione dell’ordine pubblico?
«Dico solo che non invidio il presidente del Senato e Renzi che si sono trovati in una situazione davvero imbarazzante. L’intero sistema va rivisto: gli hooligan inglesi non erano meno pericolosi dei nostri ultrà, ma in Gran Bretagna il fenomeno è stato estirpato. Da noi c’è la complicità delle società con i tifosi violenti, i veri gestori delle curve che ricevono biglietti omaggio a non finire per i loro traffici. Questo non può essere più tollerato».

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postato il 6 maggio 2014 da Redazione | in "In evidenza"

Verso il G7 Energia – Focus sulla sicurezza internazionale

g7 Il G7 dell’energia a Roma
Importante la scelta del Governo di ospitare a Roma la riunione del G7 energia, anche per il collegamento che si potrà realizzare con il semestre di Presidenza, in cui i temi energetici avranno spazio, sia per quanto riguarda le prospettive energetiche europee 2020/2030, sia sul tema delle energie rinnovabili e progetti di nuove infrastrutture

Energia tra politica e mercato
Il mercato dell’energia non è un mercato come gli altri. Decidere da chi comprare energia non è la stessa cosa che decidere da chi comprare bulloni o macchinari (lo stesso ovviamente vale per chi vende). Il tema degli approvvigionamenti e della sicurezza energetica è sempre un tema che ha una forte connotazione politica e propriamente geopolitica (la questione territoriale ha ovviamente una enorme importanza). La scelta di convocare una riunione del G7 sui temi energetici è stata presa nello stesso vertice dell’Aja, lo scorso 24 marzo, in cui si affrontava il tema dell’Ucraina e si sospendeva il formato G8. Per questo rilievo politico si giustifica la presenza a questo dibattito del Presidente della commissione esteri del Senato. Se è vero che è un mercato molto particolare, per la rilevanza politica delle scelte che si compiono, quello dell’energia è comunque pur sempre un mercato, anche questo aspetto occorre tenerlo bene in mente, non fosse altro perché si muove nell’ambito di un tessuto di regole ben precise (ad esempio a livello UE) e poi perché a decidere gli acquisti e le vendite non sono soltanto gli Stati, ma soggetti economici, che possono avere e spesso hanno una presenza importante degli Stati, ma che devono rispondere anche a esigenze commerciali (per esempio: quando si discute di sostituire il gas russo col gas americano non sempre si considera che, oltre alla questione delle infrastrutture che ancora mancano, bisognerà convincere le aziende americane a vendere gas a prezzi più bassi di quelli che si possono avere in Asia)

Sulla crisi Ucraina
La situazione sta precipitando, la crisi è sempre più vasta. Si inizia a parlare apertamente di guerra.
In maniera un po’ brutale: l’annessione della Crimea è contraria a tutte le regole del diritto internazionale e non può trovare giustificazione. Però, per capire il comportamento di Putin, bisogna anche mettersi un po’ nei suoi panni, nella sua prospettiva e cogliere anche gli errori dell’Europa:
- sbagliato delegare il Partenariato orientale ai Paesi baltici e alla Polonia, perché il loro rapporto con la Russia è condizionato dal passato (ora Tusk chiede maggiore unità in tema di energia);
- sbagliato prospettare adesione all’ UE che in realtà non è mai stata un’ipotesi realistica (soprattutto non avendo le risorse per aiutare l’economia ucraina a uscire dalla sua crisi);
- sbagliato seguire un po’ troppo acriticamente gli Stati Uniti (che nei Paesi baltici e dell’est hanno un’ascendenza particolare, anche qui per ragioni comprensibili). Le relazioni, sia politiche che commerciali, tra Usa e Russia non sono come quelle tra Ue e Russia (l’interscambio della Russia con l’UE è 12 volte quello con gli Usa). In primo piano c’è l’energia. Occorre pertanto rilanciare il dialogo, in tutte le occasioni possibili.
Occorre anche provare strade nuove. Il 1° maggio sul Corriere della Sera si avanzava una proposta per certi versi spiazzante: uscire dalla crisi rilanciando, cioè riprendendo la trattativa con l’Ucraina sull’Accordo di associazione e, nello stesso tempo, avviare le trattative per un trattato di libero scambio con la Russia, partendo dal presupposto che si tratta di mercati complementari. Ora, dopo l’accelerazione della crisi, è fantascienza. Ma di proposte del genere dobbiamo cogliere il significato. Sicuramente bisogna ragionarci bene, valutare la fattibilità, non solo economica, vedere come regolare lo status della Crimea e altro ancora, ma forse si può lavorare anche su strade del genere.

Sulla sicurezza energetica
L’Europa condivide l’interesse ad approvvigionamenti sicuri a costi ragionevoli, a ridurre l’impatto ambientale, a rendere le reti efficienti. Finora però si è proceduto in ordine sparso, privilegiando gli interessi nazionali. Le difficoltà non sono poche: gli interessi dei singoli Paesi sono diversi, il loro mix energetico è diverso, in alcuni Paesi ci sono società importanti che hanno strategie globali e in concorrenza tra loro. L’importante è non negare l’esistenza di queste differenze di interessi e partire da qui per cercare una sintesi.
L’Europa è dipendente dalla Russia come la Russia è dipendente dall’ Europa: l’Europa prende un terzo del suo metano dalla Russia (per metà attraverso l’Ucraina) e l’esportazione di gas e petrolio verso l’Europa rappresentano il 70 % delle esportazioni russe. La differenza è nei tempi: nel breve periodo siamo più dipendenti noi da loro che viceversa, a medio termine possiamo trasformare questo rapporto. Ma per farlo dobbiamo rafforzare la cooperazione tra i diversi Paesi in termini di infrastrutture, di diversificazione, di investimenti. La difficoltà è che l’Europa è dipendente dalla Russia in maniera diversificata: alcuni Paesi poco o niente (ad esempio il Regno Unito, che però non vuole condividere le sue risorse con altri Paesi), alcuni molto (come l’Italia o la Germania) e altri quasi totalmente (Paesi baltici e Paesi dell’est)
Anche la Russia rischia molto: non ha interesse a perdere la sua fama di fornitore affidabile, perché si rimetterebbero in discussione progetti già in piedi e si accelererebbero soluzioni e rotte alternative.
In questo quadro si colloca l’Italia. Il rapporto sull’energia pubblicato qualche giorno fa dal Ministero dello Sviluppo economico in questo senso parla chiaro: ci sono luci ma anche molte ombre.
- “L’Italia rimane tra i grandi Paesi europei il più vulnerabile”
- Numerosi operatori internazionali presenti per investire in Italia e “in attesa da anni di ottenere permessi e autorizzazioni, potranno lasciare il Paese, attratti dalle prospettiva crescenti di altee aree internazionali”
La campana dunque non solo suona anche per noi, ma suona soprattutto per noi.

Cosa bisogna fare:
1. progetto di “Unione dell’energia” avanzato dal premier polacco Tusk, su cui la cancelliera Merkel si è già detta d’accordo. Alcuni punti non sono molto facili da realizzare, come la società unica per l’acquisto del gas russo. Ci sono anche difficoltà di competenze, perché il tema dell’energia è ancora essenzialmente nazionale. Su questo si potrebbe stimolare una revisione dei Trattati, magari in occasione del semestre italiano. Ma lo spirito della proposta è senz’altro condivisibile: rafforzare l’interconnessione tra le reti, accrescere le capacità di riserva dei diversi Stati, ecc. E anche qualche meccanismo di solidarietà verso i Paesi che subiscono riduzioni di forniture.
2. agire su diversi piani per rafforzare la nostra sicurezza energetica:
a) diversificare le fonti energetiche + b) diversificare i fornitori + c) diversificare le rotte di approvvigionamento
-giusto puntare su fonti rinnovabili, con investimenti per la ricerca, la green economy, anche se occorre realismo sulle capacità e i tempi di queste fonti
- progetto South stream. Diversificazione delle rotte (gas russo che arriva in Europa senza passare dall’Ucraina). Ci sono molti che sollevano dubbi sulla attualità del progetto, dopo lo scoppio della crisi ucraina, perché importare gas russo senza passare dall’Ucraina sembrerebbe sconveniente dal punto di vista politico e potrebbe significare una preferenza politica. Ma si tratta di un progetto indipendente e precedente. Ieri Renzi nell’intervista al Corriere ha detto che si va avanti col progetto. Ci sono ancora questioni aperte: per esempio la Commissione europea deve valutare se concedere una deroga rispetto al terzo pacchetto energia, sull’accesso alla rete da parte di terzi.

-progetto TAP, che consente una diversificazione dei fornitori (gas azero)
Anche qui l’Unione europea ha fatto degli errori: il Commissario per l’energia, il tedesco Ottinger, non si è certo comportato in maniera neutrale, come avrebbe dovuto, nella competizione tra Nabucco e TAP, e non ha mai nascosto il proprio appoggio al progetto Nabucco addirittura impegnandosi, una maniera ufficiale e ufficiosa, in Azarbaijan perché quel progetto avesse la meglio. Ora Tap ha vinto la gara, per ragioni essenzialmente commerciali (a conferma che il mercato dell’energia è un mercato particolare ma poi è pur sempre un mercato)
Adesso bisogna evitare che l’Italia perda quest’occasione (pericolo di cui parla anche il rapporto del Ministero), sia per i tempi troppo lunghi per l’autorizzazione, sia per il prevalere della logica “non nel mio giardino” da parte delle popolazioni locali. Tap ha fatto errori di comunicazione e di coinvolgimento delle popolazioni locali (come ha ammesso) ma adesso ha imboccato una strada diversa, che bisogna proseguire.
Ci vuole responsabilità anche da parte delle forze politiche. In Senato l’iter di approvazione del Trattato Tap si è svolto in maniera tutto sommato fisiologica. Il passaggio in Commissione esteri è stato rapido, poi in aula c’è stata una richiesta anche legittima da parte delle opposizioni di chiarimenti sugli aspetti ambientali e sulla compagine proprietaria del consorzio. La Viceministro Dassù ha fornito i chiarimenti in aula e poi il trattato è stato approvato. Alla Camera il percorso è stato più complesso, non sono mancati momenti di tensione, sia in commissione che in aula, anche per la strumentalizzazione di alcune forze politiche (come il M5S). Spesso gli stessi che lamentano la nostra debolezza nei confronti delle crisi che ci sono in giro per il mondo sono gli stessi che quando si presenta l’occasione per ridurre la nostra dipendenza si mettono di traverso.
Qui vale lo stesso discorso che vale in altri settori: solo se faremo la nostra parte, in termini di cultura energetica e industriale, saremo credibili per chiedere riforme agli altri, in primo luogo all’Europa.

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postato il 27 aprile 2014 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Quella prima volta in Parlamento

Visita Giovanni Paolo II al ParlamentoLa storia mondiale e italiana porta forte il segno dei piccoli grandi gesti di Papa Wojtyla. Uno di questi fu la sua visita al Parlamento italiano che il Pontefice volle fortemente, malgrado le sue già precarie condizioni di salute.
Accogliendo l’invito che Giovanni Paolo II aveva già rivolto più volte al popolo cristiano e all’umanità intera a “non avere paura”, noi non avemmo paura, in quell’occasione, di superare le diffidenze e le inquietudini di quanti temevano che i tempi non fossero maturi e che quella visita potesse rappresentare la sconfitta dello spirito laico della Repubblica e una violazione dell’autonomia della massima istituzione rappresentativa. E avemmo ragione.

Era il 14 novembre del 2002: in veste di Presidente della Camera, ricevetti Karol Wojtyla in un’Aula intimidita e composta, cosciente che un pezzo di storia la stava attraversando. Gratitudine e commozione aleggiavano in tutti, consapevoli dello straordinario omaggio di questo grande Papa che ci invitava a rintracciare il significato profondo dell’impegno politico al servizio dei cittadini e del bene comune.

Quel giorno Giovanni Paolo II manifestò ancora una volta la sua straordinaria capacità di parlare all’animo di ogni persona esortandola a guardare il mondo con la sua stessa grande umanità, col suo senso di giustizia e di infinita speranza.

Ricordo la voce limpida e chiara del Santo Padre, così come il suo volto sofferente e la mano destra alzata in segno di ripetuto, quasi paterno, saluto. Ricordo la sua figura fragile, appesantita dalla vecchiaia e dalla malattia, circondata da un abbraccio ideale nato spontaneamente da un sentimento sincero di ammirazione e gratitudine.

Ricordo il suo intervento, solenne ma concreto, rammentare, a fedeli e non, i doveri che incombono nei confronti degli ultimi e richiamare parlamentari e governanti all’esempio e alla responsabilità: ancora una volta l’identità cristiana dell’Europa diventava denominatore comune dei popoli europei, elemento unificante della storia, delle tradizioni e della nostra comune identità.

Non un’ingerenza negli affari italiani, né tantomeno una generica orazione alla comunità cristiana sui grandi temi dell’apostolato cattolico. Un messaggio invece deciso a interpellare e animare in profondità la dimensione della politica. Un messaggio agli italiani e ai loro rappresentanti.

Quel giorno anche i più scettici riconobbero come evidente la differenza che deve esistere fra uno Stato “laico”, che comprende il valore pubblico della dimensione spirituale e religiosa, e quello “laicista”, che nega alla radice il bisogno di religiosità insito nella dimensione umana.

Da quel “se mi sbaglio mi corrigerete” nel giorno della sua elezione, nessuno dubitò mai che la “cara” e “diletta” Italia fosse per Giovanni Paolo II una seconda patria.

Così, quel suo finale “Dio benedica l’Italia”, pronunciato con una tensione etica che mai si era sentita nel Parlamento e che sembrava costituire una vera e propria rivendicazione di Giovanni Paolo II nel suo dialogo intimo con il Signore, fu accolta da tutti come un grande atto di amore verso il nostro Paese perché avesse “fiducia” nella storia che ci ha fatto grandi e sapesse “spingere audacemente lo sguardo verso il futuro” costituendo “una grande ricchezza per le altre nazioni d’Europa e del mondo”.

Come in tutto il suo magistero, Papa Wojtyla, prima che alla ragione, seppe parlare alle coscienze, sollecitando emozioni e sentimenti.

E oggi possiamo ben dire che Egli è stato un Papa mai sottomesso alle prudenze curiali, capace di proporre posizioni anche impopolari se finalizzate ad annunciare la verità del Vangelo e a difendere la verità sull’uomo: emblematico a tal proposito fu il suo richiamo ad un “segno di clemenza” per i carcerati, umiliati nella loro esistenza da condizioni insopportabili di “penoso sovraffollamento” negli istituti di detenzione. Un atto che avrebbe costituito “una chiara manifestazione di sensibilità” e che non avrebbe mancato di “stimolarne l’impegno di personale recupero in vista di un positivo reinserimento nella società”.

Sono convinto che questa straordinaria disposizione del Santo Padre nei riguardi dell’essere umano, la sua propensione ad abbracciare l’esistenza in tutta la sua complessità, il suo percorso inarrestabile tra gli uomini e tra i popoli, entrando direttamente in contatto con le sofferenze e le attese di tante persone e di tante nazioni, hanno reso i suoi 27 anni di pontificato un percorso straordinario e a suo modo inedito.

Oggi, alla vigilia della sua santificazione, abbiamo ancora una volta l’opportunità di ripercorrere il cammino di Giovanni Paolo II e di rinnovare la riflessione sul patrimonio etico e spirituale che ci ha lasciato. Per molti di coloro che rivestono responsabilità politiche Papa Wojtyla è un riferimento luminoso nella difficile ricerca della via al bene comune.

Per chi ebbe l’onore di riceverlo in quella memorabile mattina si accresce la gratitudine verso la Provvidenza che ci ha consegnato un padre così grande e così capace di far sentire tutti noi piccoli esseri di questo mondo così fortemente amati e mai dimenticati.

Pier Ferdinando Casini

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postato il 26 aprile 2014 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Visita Giovanni Paolo II a Parlamento simboleggiò suo amore per Italia

Ci richiamò all’attenzione verso gli ultimi e alle radici cristiane dell’Europa

“La visita del Santo Padre al Parlamento italiano fu per noi tutti, indipendentemente dalle posizioni politiche, culturali e religiose, una grande emozione. Simboleggiò il suo amore verso l’Italia e gli italiani. Lui, che era venuto da lontano, da un Paese comunista, ma che più di qualsiasi altro aveva concorso alla caduta del muro di Berlino e al superamento di un regime disumano, ci spronò all’attenzione verso gli ultimi, pensando ai carcerati, a coloro che soffrivano, dimenticati spesso anche dalla politica e ci richiamò alle radici cristiane dell’Europa, un’Europa che deve aprirsi agli altri senza dimenticare chi è, da dove viene e qual è la sua identità profonda”.

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