Va subito rimesso in moto il Paese: patto flessibile per far investire i comuni, incentivi alle imprese e sospensione di un anno per gli studi di settore
da ‘Il Sole 24 Ore’ di Fabrizio Forquet
«Ti auguro e mi auguro che la lista del Pdl venga riammessa». Di prima mattina Pier Ferdinando Casini è al telefono con Renata Polverini. I giornali sparsi sul divano titolano sull’esclusione della lista del popolo della libertà a Roma.
Per voi dell’ Udc è più un vantaggio o uno svantaggio?
Renata vincerà lo stesso. È questo che conta. Certo se continua così la volta prossima il Pdl dovrà chiamare Bertolaso per presentare le liste… Anche in queste cose c’è il segno di un’implosione di quel partito. Che non è evidentemente legata alle liste del Lazio, ma alla mancanza di disegno riformatore che è emersa in questa prima parte di legislatura. È di questo che bisogna parlare.
Per il governo il tempo delle riforme è dopo la crisi.
Io non avrei votato Tremonti come uomo dell’anno per l’economia. Ma bisogna riconoscergli di aver tenuto i conti sotto controllo e questo non è un merito da poco. E tuttavia io credo che, proprio nella crisi che ti impone comportamenti virtuosi, lo spazio per le riforme c’era e c’è. Le faccio subito l’esempio dei servizi pubblici locali.
Una riforma per la verità è stata fatta.
Sì, ma del tutto insufficiente. È un passo indietro anche rispetto al disegno di legge Lanzillotta dello scorso governo. E questo avviene perché una vera liberalizzazione dei servizi pubblici locali è destinata a smantellare le rendite diposizione negli enti locali di alcuni partiti, in particolare della Lega. D’altronde va ricordato che, dopo i grandi proclami in campagna elettorale, le province sono state tutt’altro che abolite.
Le liberalizzazioni sono un tema importante. Ma nell’immediato cosa si può fare per aiutare l’economia a ripartire?
Le opere. Questo governo fa un gran parlare di grandi opere, ma i dati dell’Ance contraddicono ogni trionfalismo. Il problema è che per far partire le grandi infrastrutture serve tempo. Sul ponte di Messina ho l’impressione che per ora non abbiano inaugurato più di un cespuglio. Noi invece dobbiamo rimettere in moto l’economia subito. Smettiamola allora con un’interpretazione rigidissima del patto di stabilità, che impedisce ai comuni di spendere rapidamente le risorse di cui dispongono per sistemare la scuola che magari non è a norma, oppure risolvere il problema dell’asfaltatura di una strada. Queste sono opere immediatamente cantierabili, soldi che possono essere spesi subito, avvantaggiando le piccole e medie imprese che sono un volano serio dell’economia del nostro paese.
Intorno alla questione delle opere è esploso in questi giorni il caso Bertolaso. Che idea se ne è fatto?
Sono un garantista, stimavo Bertolaso e lo stimo tutt’ora. Ma una riflessione va fatta: quando gran parte del governo respinge le accuse sostenendo che l’alternativa era non fare, che i grandi eventi devono stare sotto la protezione civile altrimenti non si fanno, da l’idea di un paese che ha gettato la spugna davanti alla possibilità di riformarsi. È una paese che non è normale e che si rassegna a non esserlo. Questa è in fondo la più grande e vera ammissione di impotenza da parte del governo: dov’è Brunetta che doveva riformare la pubblica amministrazione? Dov’è la riforma della giustizia? Ne parliamo sempre, ma poi le cause civili continuano a durare 15 anni.
Torniamo alle priorità per la ripresa.
Una molla importante è quella dei pagamenti della pubblica amministrazione verso le imprese. Darebbe non poco ossigeno alle Pmi, ma anche qui solo annunci. E poi il fisco.
Tremonti ha lanciato un confronto a tutto campo su una grande riforma fiscale, voi ci sarete?
Sì, ma con le nostre idee. È chiaro che la pressione fiscale in Italia è troppo elevata, ma lo è soprattutto per i lavoratori dipendenti. L’emergenza è il cuneo fiscale troppo ampio, non lici che era stata già abolita per i redditi bassi e che ha sottratto risorse agli enti locali. Non a caso Calderoli oggi propone una tassa sugli immobili in sede locale. Il tema vero è il cuneo fiscale, le tasse sul lavoro.
E le piccole aziende, gli artigiani, i commercianti, le cosiddette partite iva?
Non li dimentico. Tutt’altro. Gli studi di settore sono stati concepiti in un’epoca di espansione economica, ora bisogna pensare quanto meno a una sospensione di un anno. Perché chi cerca in qualche modo di essere in regola e ha una piccola azienda oggi non ce la fa. Infine le famigli e. Nella finanziaria il bonus famiglie è sparito, manca del tutto una politica per la famiglia. Bisogna arrivare al tema più figli meno tasse. Ci sono esperienze fatte in sede locale, come il «quoziente parma», che potrebbero diventare un modello per gli enti locali.
Il governo intanto continua a rinviare il decreto incentivi, che aiuterebbe molti settori produttivi in difficoltà.
Va dato ossigeno alle imprese. Mi auguro che questa sia la settimana decisiva per il decreto e che non ci siano ulteriori rinvii. Ovviamente mettere sul piatto solo 300 milioni, come sembra intenzionato a fare il governo, è solo un palliativo.
C’è un tema carsico nel dibattito di politica economica italiana, le pensioni. Lei è d’accordo con Tremonti quando sostiene che la riforma è già stata fatta?
Stiamo garantendo alla nostra generazione un livello previdenziale che non siamo in grado di offrire ai nostri figli. Il problema è questo. È un atto di egoismo di una generazione che rischia di innescare un conflitto vero. Perciò io dico, da due anni per la verità, che bisogna intervenire ancora, anche garantendo pensioni minime più dignitose. E su questo vedo che sono d’accordo anche il governatore Draghi e, a volte, Berlusconi stesso.
A proposito di Draghi, secondo lei il governo sta facendo abbastanza per la sua candidatura a governatore della Bce?
La Banca d’Italia e il governatore sono una risorsa del nostro paese e mi ha fatto piacere che Tremonti lo abbia riconosciuto qualche settimana fa. Mi auguro che questa telenovela del rapporto Tremonti-Draghi sia finita. È una cosa che ridicolizza l’Italia. L’idea che il ministro dell’Economia, capace nel suo lavoro, perda il suo tempo a polemizzare in modo infantile con il governatore è una prova di debolezza. Comunque la corsa vera non è ancora partita. Di certo rischiamo di pagare la scarsa credibilità in Europa dell’Italia.
Dopo il voto regionale ci sono tre anni senza elezioni, che spazio politico si apre per le riforme?
Mi auguro che si facciano riforme condivise sotto il profilo istituzionale, ma che si facciano anche riforme condivise per l’economia. Guardiamo al tema dell’energia. O l’affrontiamo in un’ottica bipartisan o ci prendiamo in giro. Il giorno dopo le elezioni Berlusconi e Scajola farebbero bene a chiamare i principali partiti cercando l’intesa di tutti sul piano del governo. Altrimenti si butteranno solo ulteriori risorse. E al nucleare dovrà essere abbinato un grande piano verde, sulla new energy: come hanno fatto in Germania, bisogna agevolare i privati e chi vuole fare impianti di energia alternativa.
Ma dopo le elezioni ci saranno le condizioni, nella maggioranza e nei rapporti con l’opposizione, per portare avanti questi progetti?
Queste elezioni non sono la prova generale per il governo. E un test regionale, non nazionale. Ma dopo ci saranno tre anni in cui gli alibi sono finiti. Anche la sentenza sul caso Mills è importante perché riduce a zero gli alibi. Il governo deve confrontarsi con la sua capacità di risolvere i problemi. Se non ce l’ha, tra tre anni gli italiani ne trarranno uomo le conseguenze.
Dal ministro Bondi 2009, al «Giornale» lei oggi è guardato come un nemico del Pdl.
Non pensavo che andare a pranzo con il presidente della Camera e con il presidente della commissione antimafia fosse una cosa di cui uno dovesse discolparsi. Entrambi peraltro sono esponenti del Pdl. Questo è ü segno del degrado della politica. Gli amici del Pdl dovrebbero essere contenti che frequento loro e non altri. È un segno di nervosismo. E anche dell’implosione del Pdl. Come, del resto, testimonia anche questa vicenda di Roma.
Il Pdl rischia la scissione?
Non auguro sventure agli altri e penso che finché c’è Berlusconi la scissione non si materializzerà. Questo non è un partito, è un gruppo di persone tenute insieme da Berlusconi.
D’Alema, in un’intervista al Corriere della Sera, l’ha accusata di non avere gestito bene le alleanze alle regionali.
Sono contento, così tutti capiscono che tra noi permangono profonde differenze.
Un’ultima cosa: ha detto che non avrebbe votato Tremonti come uomo dell’anno per l’economia, per chi si sarebbe pronunciato?
Il vero oscar dovrebbe andare alle famiglie dei piccoli imprenditori che hanno resistito alla crisi.