« torna in homepage

Archivio ultimi post:

postato il 23 ottobre 2014 da Redazione | in "Interventi"

Legge di stabilità: non possiamo farla sotto dettatura

A Bruxelles per il vertice Ppeproxy

Ascoltiamo tutti i consigli, ascoltiamo l’Europa, ma non possiamo fare una legge di stabilità sotto dettatura: questo significherebbe una violazione della nostra sovranità nazionale. Abbiamo guardato alla stabilità dei conti pubblici e allo sviluppo e alla crescita del nostro paese. E’ una legge di stabilità equilibrata, può essere anche cambiata entro alcuni margini, ma con la serietà che si deve dare a queste cose.

0 commenti
postato il 20 ottobre 2014 da Redazione | in "Europa"

Albania: I governi cambiano, amicizia con Italia no

“E’ un minimo comune denominatore della politica estera italiana: i governi passano ma l’amicizia con Tirana rimane”. Con Romano Prodi ed il premier albanese Edi Rama al convegno “Albania-Italia, una partnership per l’Europa”. Una due giorni organizzata dall’ambasciata d’Italia, nell’ambito della presidenza italiana del Consiglio dell’Unione europea, per riflettere sul futuro dell’Albania e sulle sue prospettive di adesione all’Ue.

RamaL’Italia sara’ sempre l’avvocato dell’Albania in seno all’Unione europea. Non e’ un caso che il tema dell’allargamento dell’Unione europea all’intera area dei Balcani, ed ovviamente all’Albania, e’ uno degli obiettivi del programma del semestre di Presidenza italiano: e’ uno strumento indispensabile per rafforzare la stabilita’ e la crescita non solo di quell’area geografica ma dell’intera Europa. L’allargamento dei Balcani serve anche a riportare verso il Mediterraneo il baricentro dell’Unione, che per troppi anni e’ stato troppo a nord.
L’Europa ha bisogno di paesi come l’Albania, non meno di quanto un paese come l’Albania ha bisogno dell’Europa. Ne ha bisogno per tanti aspetti, primo tra tutti la stabilizzazione dell’area, ma anche come arricchimento culturale.
L’ingresso nell’Unione di un paese a maggioranza musulmana, come l’Albania, significa dimostrare una volta di piu’ l’assurdita’ di chi sostiene che quello in atto sia uno scontro di civilta’ e non, invece, uno scontro tra la civilta’, che e’ cristiana e musulmana allo stesso modo, e l’incivilta’ degli estremisti e dei terroristi, di qualsiasi religione siano. E l’Albania e’ un modello di convivenza di diverse religioni e diverse sensibilita’, come ha riconosciuto Papa Francesco nella sua recente visita a Tirana.

0 commenti
postato il 11 ottobre 2014 da Redazione | in "Esteri"

Truppe dell’Onu per battere l’Isis

Occidente ed Europa non lascino soli i peshmerga
Casini Cicchitto
La lettera al Corriere della Sera dei presidenti delle Commissioni Affari esteri di Senato e Camera, Pier Ferdinando Casini e Fabrizio Cicchitto

Caro Direttore,
il dramma in atto nel Medio Oriente, segnato dall’offensiva della formazione terrorista dell’IS, richiede un chiarimento di fondo sia sulla sua effettiva natura sia sull’azione più efficace per contrastarla e sconfiggerla. Mentre il terrorismo di Al Qaeda era concentrato contro l’Occidente, l’IS è concentrato contro una larga parte dell’Islam e punta a costruire una sorta di statualità alternativa ed eversiva, il cosiddetto “califfato”. Questo nuovo soggetto si nutre di ingenti proventi finanziari, amministra un cospicuo mercato nero nel settore petrolifero, sperimenta inediti progetti di educazione dei giovani secondo precetti integralisti, rafforzandosi costantemente con l’apporto dei foreign fighters che proviene dal cuore delle nostre società.
Ci troviamo di fronte ad un autentico salto di qualità che ha colto tutti di sorpresa, soprattutto quei governi arabi moderati che nel passato hanno civettato in vario modo con l’estremismo islamico per mettere sotto scacco altri leader arabi e altri stati, dall’Iraq alla Siria. Adesso i Paesi del Golfo, ma anche la stessa Turchia, si ritrovano di fronte ad un demone che si sta rivoltando contro di loro. Questo atteggiamento si è purtroppo intrecciato con una catena di errori che hanno segnato negativamente l’operato dell’Occidente nel suo complesso.

Così in Libia, dopo il durissimo intervento armato per liquidare un efferato dittatore come Gheddafi, si è aperta una stagione di completo dissolvimento di ogni statualità.
Al Cairo, le improvvide aperture di credito ai fratelli musulmani hanno messo in serio pericolo anche i difficili equilibri del conflitto israelo-palestinese, prima che Al-Sisi riuscisse a rinsaldare il patto tra forze armate e popolazione.
In Iraq, nel corso del secondo intervento militare, il brusco trapasso da una trentennale egemonia sunnita ad un governo prevalentemente sciita ha provocato la radicalizzazione di una parte dei sunniti i quali sono stati tra i soci fondatori dell’IS.
In Siria, dopo aver abbandonato a se stessa l’opposizione moderata, si è pericolosamente oscillato tra l’abbattimento del regime ed il contrasto dei più temibili estremisti, che sono venuti a costituire l’altro polo dell’IS. La saldatura fra l’IS iracheno e quello siriano ha sviluppato una massa critica sul terreno militare che nel contempo dà sfogo alla sua intrinseca natura terroristica uccidendo e opprimendo altri musulmani, i cristiani, gli yazidi, insomma liquidando lo storico patrimonio multi-confessionale della regione.
Ora, quello che sta accadendo nella città di Kobane evidenzia che lo schema di contrasto nei confronti dell’IS, fondato su una divisione dei compiti e dei ruoli fra l’aviazione USA e di alcuni altri Stati e la resistenza di terra affidata ai soli Peshmerga, non funziona e rischia di produrre altre tragedie. In sostanza, ci troviamo di fronte alla contraddizione fra un giusto e sensato progetto politico, che è quello di costruire una grande coalizione fra stati arabi moderati e stati occidentali, e la sua traduzione strategico-militare, che è invece assai debole. Allora non è possibile che il mondo assista in modo sostanzialmente passivo alla tragedia che sta avvenendo. La comunità internazionale deve prendersi le sue responsabilità e quindi porre in essere un risoluto e risolutivo intervento politico-militare di contrasto all’IS, realizzato dalle forze dell’ONU che non lascino soli i Peshmerga, i quali in ogni caso stanno pagando un significativo tributo di sangue. Siamo ad uno snodo cruciale della sicurezza globale, che prescinde dalle vecchie e nuove contrapposizioni tra Est ed Ovest oppure tra Nord e Sud, e dovrebbe perciò indurre ad una mobilitazione generale, cui l’Unione europea, in particolare, potrebbe dare impulso. Se non si riuscirà a fare questo, si potrà verificare una pericolosissima contraddizione fra teoria e pratica dagli esiti imprevedibili.

0 commenti
postato il 4 ottobre 2014 da Redazione | in "Esteri, Europa"

Ospite di Punto Europa

Futuro dell’Ue, crisi in Ucraina, Isis e Libia al centro dell’intervista di Giuseppe Ardica
clicca per il video

0 commenti
postato il 29 settembre 2014 da Redazione | in "Esteri"

Isis punta ad esportare schegge terroristiche in Occidente

Intervento da New York a margine dell’Assemblea Generale dell’Onu

L’Isis mette a repentaglio la nostra sicurezza in Italia, in Europa e nel mondo. L’obiettivo dello Stato Islamico è l’esportazione di schegge terroristiche in Occidente e anche in Oriente, e la grande coalizione anti-Isis è una necessità a cui l’Italia non può che corrispondere.
Non ci si può limitare ai raid, ma possono far parte della strategia, e contribuiscono a rendere vulnerabile il mito dell’invincibilità’. L’offensiva anti-Isis deve anche porre sul tavolo il tema del doppio ruolo che stanno avendo molti Paesi i quali con una mano finanziano l’Isis e con l’altra biasimano le sue azioni e ne hanno paura. Molte volte a proposito dello Stato Islamico si cita impropriamente il connotato religioso, mentre qui la religione non c’entra nulla. Non e’ un caso che alla coalizione partecipino anche tanti Stati islamici.

0 commenti
postato il 19 settembre 2014 da Redazione | in "Esteri"

Scozia, bene vittoria “no”, ma frazionismi forti per indecisioni Ue

Per fortuna in Scozia hanno prevalso i ‘no’. Se guardiamo agli indici della sterlina e dello spread di questa mattina, pensiamo a che cosa sarebbe capitato se, al contrario, avessero prevalso i sì; i mercati sarebbero stati soggetti a fibrillazioni enormi. Mi sembra che il referendum ci dica comunque che il Regno Unito non sarà più come prima, perché il ‘sì’ che ha prevalso in città come Glasgow è indicativo di uno stato d’animo, di un atteggiamento di frustrazione che c’è su grandi questioni. Anche Cameron non mi è sembrato molto trionfalista, mi è apparso piuttosto riflessivo dichiarando di voler onorare impegni che hanno preso in termini di autonomia. È questa semmai la strada da intraprendere, non quella del separatismo.
In Spagna c’è un braccio di ferro tra Barcellona e Madrid che è ancora più forte di quello che è capitato nel Regno Unito e anche in Italia si fanno avanti voci del genere. Ma bisogna essere seri non si possono sottoporre gli Stati a continui stress di questo tipo. Davanti ad una Ue che non sa se andare avanti o se tornare indietro i frazionismi prendono forza, ma possiamo immaginare che sia un elemento positivo favorire una Europa delle disgregazioni?. L’Ue ha smarrito il proprio disegno politico generale, mentre occorre tornare alla spinta ideale dei padri costituenti e a quella della generazione di Mitterrand e Kohl nella quale l’Europa riusciva a superare le difficoltà gettando il cuore oltre l’ostacolo, progettando un futuro in grado di attrarre i sentimenti degli europei.

Commenti disabilitati
postato il 14 settembre 2014 da Redazione | in "Esteri, Interventi"

Califfato: quello spettro che non turba l’Europa?!

Alla tavola rotonda organizzata a Chianciano con Domenico Minniti, Sottosegretario di Stato ai Servizi segreti e Giuliano Ferrara, direttore de “Il Foglio”. Coordina il dibattito Paolo Messa, fondatore Formiche. In apertura la testimonianza di Rezan Kader, Alto rappresentante del Governo regionale del Kurdistan.
Video

Commenti disabilitati
postato il 12 settembre 2014 da Redazione | in "Esteri"

Marò: vicenda tutt’altro che conclusa, ma si intravede luce

marò2Premiata iniziativa politica e diplomatica di Governo e Parlamento

La decisione che riguarda Massimiliano Latorre premia l’iniziativa politica e diplomatica del Governo e del Parlamento. Continuiamo a lavorare senza trionfalismi perché Salvatore Girone è ancora in India e la vicenda è tutt’altro che conclusa. Questa prima luce che si intravede deve essere consolidata con un nuovo governo indiano e con un Parlamento che dimostrano maggiore senso di responsabilità.

 

Pier Ferdinando

Commenti disabilitati
postato il 11 settembre 2014 da Redazione | in "Giustizia, Spunti di riflessione"

I Pm non decidano le primarie

Pier Ferdinando CasiniI Dem devono sostenere quei candidati

L’intervista di Francesco Bei a Pier Ferdinando Casini pubblicata su La Repubblica

ROMA. Emiliano d’Appennino, bolognese d’adozione, Pier Ferdinando Casini guarda con preoccupazione al terremoto politico-giudiziario che sta scuotendo il Pd nella sua regione.


Le primarie forse saltano, i candidati vengono inchiodati uno dopo l’altro. Che sta succedendo?

«Succede che i nodi sono venuti al pettine e la politica deve assumersi la responsabilità di decidere. Altrimenti tanto vale andare alla procura della Repubblica e chiedere a loro il nome del candidato alla presidenza della Regione. Non possiamo accettare l’idea che – dalle candidature alla politica industriale – siano i magistrati a determinare tutto».

Lei guarda il dito ma dimentica la luna: la corruzione dei politici. Che cosa dovrebbero fare i pm a questo punto, voltarsi dall’altra parte?
«La colpa non è dei magistrati, è nostra: abbiamo trasformato lo Stato di diritto in una gogna mediatica. Andando avanti di questo passo le persone perbene non faranno più politica. Se il tritacarne mediatico-giudiziario continua ad avere mano libera e basta un avviso di garanzia a trasformarti in un mostro, tanto vale alzare tutti le mani in alto».

In Emilia è un’intera classe dirigente a essere finita sotto accusa. Come è potuto accadere, come è stato possibile secondo lei?
«Appunto, l’Emilia. Qualche anno fa la Finanza fece irruzione a casa di Guazzaloca, uomo della massima correttezza, che poi è stato del tutto scagionato. Intanto ci ha rimesso la salute. Vogliamo parlare della sinistra? Errani è stato assolto in primo grado e poi, condannato in appello, si è visto costretto a lasciare. Ed è unanimemente considerato una persona specchiata. Ora, proprio nel momento della consegna delle firme per le primarie, arriva quest’altra ondata».

Anche lei con la giustizia ad orologeria?
«Qualche strana coincidenza c’è. Come diceva qualcuno, a pensar male si fa peccato ma… Non si può tenere aperta un’inchiesta del genere per due anni. Oltretutto c’è anche il diritto dei cittadini di sapere se sono stati amministrati da banditi oppure no».

Cosa dovrebbe fare il Pd?
«Se la politica continua ad accettare di essere liquidata come un affare da malfattori non andiamo da nessuna parte. Non possiamo avallare l’idea che pasteggiamo tutti ad aragoste a spese dei cittadini».

Di casi “Batman” nelle regioni ce ne sono stati a iosa…
«Ci sono i ladri, ma fare di tutta l’erba un fascio serve solo ai banditi che si nascondono nel mucchio. Se il Pd è convinto che quelli siano i candidati giusti per le primarie si assuma la responsabilità di sostenerli. Altrimenti si crea un precedente pericoloso per la democrazia».

Ne ha parlato con Renzi?
«No, ma dopo ciò che ha detto a Porta a Porta voglio sperare che non sia distante dal mio modo di pensare. Mi sembra che sia cosciente del fatto che vada salvaguardato l’equilibrio dei poteri dello Stato».

Parla della riforma della giustizia? L’Anm non è stata tenera nel giudizio sulla legge…
«Una reazione che non mi è piaciuta affatto. Sull’autonomia della magistratura la riforma è molto vellutata, non ci sono norme ad personam, la responsabilità civile è molto light. Eppure, nonostante questo, il governo è stato considerato colpevole di lesa maestà. Sembra quasi che una parte della magistratura sia nostalgica dello scontro perenne con Berlusconi. Ma tutti devono accettare che non esistono più santuari intoccabili».

Commenti disabilitati
postato il 2 settembre 2014 da Redazione | in "Esteri"

L’Europa nell’occhio del ciclone

A Bologna, alla festa dell’Unità, il confronto con Massimo D’Alema sui temi di politica internazionale

Commenti disabilitati
postato il 2 settembre 2014 da Redazione | in "Esteri"

Marò: Italia si muove fra diplomazia e arbitrato internazionale

L’intervista a Guido del Turco ai microfoni del Tg5

Dopo due anni e mezzo i fucilieri di Marina, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, che sono andati in India per una missione internazionale vidimata dall’Onu non hanno ancora un’imputazione specifica. Inoltre, la giustizia indiana si sta rimpallando questa decisione da un tribunale all’altro e questo e’ inammissibile.
Non abbiamo alternative. Purtroppo questa situazione rischia di essere piu’ grande della nostra capacita’ di incidere, ma noi continuiamo su due strade. Da un lato la via del governo, la diplomazia, i colloqui di Renzi col Primo ministro indiano, il nostro lavoro all’Onu (anche noi Presidenti di Commissione stiamo aspettando di partire per incontrarci con i nostri omologhi che ancora non sono stati eletti); e dall’altro la via legale dell’arbitrato internazionale: si tratta di una doppia strada che gli stessi maro’ conoscono e tutto sommato condividono.

Commenti disabilitati
postato il 22 agosto 2014 da Redazione | in "Esteri"

Sull’Iraq quante anime belle e troppe timidezze dai cattolici

CatturaL’intervista di Umberto Rosso a Pier Ferdinando Casini pubblicata su La Repubblica

Al pacifismo di chi vuol dialogare con gli sgozzatori dell’Is, e pensa di risolvere tutto con una pacca sulle spalle, io proprio non credo. Quante anime belle, da Cinquestelle a Sel. Ma mi sanno dire questi presunti negoziatori come lo fermiamo il massacro dei cristiani curdi?’.

Presidente Casini, ma resta solo l’invio delle armi? E la diplomazia che fine ha fatto?
Il negoziato non lo fai con la resa dell’Occidente, incapace di reagire alle stragi quotidiane e al genocidio di un popolo. Ai messaggi atroci e al tempo stesso raffinati che gli jihadisti spediscono ogni giorno ai nostri paesi e agli Usa come la feroce decapitazione della reporter americano.  Se l’Occidente vuole negoziare, deve battere un colpo. Molto forte, aiutando quelle popolazioni a difendersi. Solo così potrà cominciare, dopo, la partita della diplomazia.

Perché non pensare ad un intervento dell’Onu?
Una bellissima e ‘rassicurante’ coperta, non c’è dubbio. A tutti, e ne ha parlato il Papa stesso, piacerebbe che venisse ‘stesa’ laggiù. Però l’Europa deve fare la propria parte, muoversi senza temporeggiare oltre, perché se no resterà un grande cimitero. I grillini chiedono il dialogo con le milizie jihadiste? E allora ci provino loro a farli ragionare, ma subito, perchè tra un po’ ci ritroviamo con i califfati in tutta la Libia. Io penso che il tempo è scaduto, e che purtroppo siamo tutti arrivati in ritardo. Tutti.

A che cosa si riferisce?
‘Mi sono molto piaciute le cose dette dal Papa, ma credo che perfino nel mondo cattolico si sia tardato a capire l’entità di quel che stava accadendo, e si sia peccato per eccesso di timidezza. E tuttavia, attenzione: non si tratta di uno scontro tra occidente cristiano e mondo islamico, bisogna assolutamente evitare di vedere così quel che sta succedendo e quindi di reagire seguendo uno schema del tutto sbagliato.

Qual è la sua chiave?
Europa e Usa, se vogliono evitare guai peggiori, devono aprire un tavolo con alcune delle potenze regionali, con alcuni paesi determinanti in quell’area: Iran, Turchia, Egitto. Purtroppo finora è mancata una visione di insieme, a cominciare da Bush e dallo stesso Obama, con conseguenze catastrofiche. Come in Libia. O in Siria. La democrazia non si esporta.

Sarebbe stato meglio tenersi Gheddafi?
 Non c’è dubbio. L’intervento scatenato da Sarkozy e Cameron si è risolto in un atto di autolesionismo. Devo dire che da questo punto di vista aveva ragione Berlusconi. La Libia del dopo Gheddafi è un paese ingovernabile, con il ritorno dei califfati islamici come a Bengasi.

E in Siria?
Obama stava per scatenare l’intervento armato contro Assad. Avrebbe innescato una catastrofe. L’Italia lo aveva capito. E lo ha capito bene la stessa Israele, che preferisce tenersi uno come Assad che l’implosione della Siria.

A questo punto, in Siria sarebbe stato meglio lasciare in sella Saddam?
Il meglio è nemico del bene. Nessuna nostalgia per un dittatore sanguinario ma non basta buttarlo giù per creare democrazia.

L’Italia non è isolata, sul piano internazionale, per l’invio delle armi?
Non direi. L’Europa ha dato il via, il 15 agosto, agli aiuti nel contesto di un corridoio umanitario nella regione, ma con alle spalle il governo iracheno che sta nascendo, fortunatamente, al posto di quello di Al-Maliki.

È una scelta che ci espone al rischio terrorismo?
Sarebbe una bugia sostenere il contrario. Il rischio esiste, e non da oggi

1 commento
postato il 17 agosto 2014 da Redazione | in "Mezzogiorno, Politica"

Casini: ora da Renzi la scossa per il Sud

«Forza Italia? Fa già parte della maggioranza»

Pier Ferdinando Casini

L’intervista di Francesco G. Gioffredi a Pier Ferdinando Casini pubblicata sul Quotidiano di Puglia

L’autunno della scossa alle riforme e dello sprint alla crescita. L’autunno, anche, del ciclo politico che entra nel vivo e promette svolte e scenari tra le mura di partiti e coalizioni. E poi il 2015, che in Puglia sarà l’orizzonte delle elezioni regionali. Mesi ad alto voltaggio, e l’analisi di Pier Ferdinando Casini affronta tutti i nodi. Il leader Udc anche quest’anno ha scelto il Salento per la pausa estiva: «Ormai faccio i 20 anni di nozze col Salento. E spero di tornarci per altri 20. Ci sono tanti amici, come per esempio Luigi Melica, una persona che stimo molto».

Il Sud torna alla ribalta dell’agenda Renzi, almeno nelle dichiarazioni programmatiche. Il premier promette un tour periodico e un monitoraggio costante della spesa dei fondi europei. È davvero l’ultima chiamata per il Mezzogiorno, soprattutto in vista del ciclo di programmazione 2014-2020?
«Personalmente sono davvero preoccupato dalla parcellizzazione della spesa. Finanziare micro-interventi settoriali vuol dire solo sprecare grandi occasioni, quando invece occorrerebbe individuare alcune opere strategiche per rilanciare davvero il Sud. Sì, è vero: il Mezzogiorno è una risorsa per l’intero Paese, ma a forza di dichiararlo rischiamo di perdere tempo prezioso».

Proprio per non dissipare più fondi e – in generale – chance, non sarebbe meglio accentrare il controllo della spesa nell’Agenzia della coesione territoriale?
«È un tema che comporta inevitabilmente riflessioni amare sulla condotta delle Regioni stesse. Si è tanto parlato di federalismo, ma noi siamo stati tra i pochi a votare contro quel provvedimento in salsa leghista. C’è senza dubbio la necessità di ripensare l’assetto delle Regioni. Detto ciò, sono contrario a provvedimenti punitivi, ma bisogna necessariamente prendere atto di quanto non è stato fatto in merito alla spesa dei fondi europei. E allora, piuttosto che perderli, meglio accentrare: mai come in questo caso il fine giustifica i mezzi».

La Commissione europea intanto ha scritto al governo italiano bocciando la bozza di Accordo di partenariato. Ancora un segnale di sfiducia da Bruxelles?
«È uno dei tipici esempi in cui non è il caso di prendercela con l’Europa, ma con noi stessi: spesso scarichiamo sull’Europa l’assenza di efficaci processi decisionali italiani. Possiamo anche puntare il dito contro l’Europa per il rigore eccessivo che rischia di portare a una recessione generalizzata, ma sul tema dei fondi europei chi è causa del suo mal pianga se stesso. Un conto è avere un debito pubblico che proviene da decine anni fa, altra cosa non saper spendere i fondi. E da questo punto di vista il fallimento totale è delle Regioni, soprattutto meridionali».

I segnali lanciati da Renzi le sembrano positivi?
«Il suo gesto di andare a Ferragosto al Sud è positivo, ma certo non basta: al Mezzogiorno bisogna dedicare attenzioni enormi nei fatti, e occorre farlo quotidianamente, in tutti i settori. Penso ad esempio al turismo: i dati raccontano di luci e di ombre, eppure abbiamo potenzialità enormi di espansione verso mercati attratti da questo territorio. Ma al Sud purtroppo abbiamo una rete di porti turistici fatiscente, strutture non sempre adeguate, collegamenti infrastrutturali carenti. Dobbiamo migliorare sotto tutti questi aspetti, sempre però attenti alle realtà industriali già presenti: penso al porto di Gioia Tauro o all’Ilva di Taranto. La tutela dell’ambiente è sacrosanta, ma nella città jonica va conciliata con la difesa della realtà siderurgica più importante d’Europa».

È una ferita ancora aperta.
«E non possiamo lasciare alla magistratura le decisioni sul futuro della politica industriale italiana. Ma questo è accaduto perché la politica è stata assente e i magistrati hanno supplito a quell’assenza. E poiché il governo Renzi è politico, e non tecnico, allora riacquistiamo la centralità nei processi decisionali».

A proposito di scelte: sarà il settembre della scossa sul piano dei provvedimenti economici? Tra riforma del mercato del lavoro, spending review, barra dritta sulla tenuta del debito pubblico, rischia però di spuntare una manovra correttiva?
«Non credo che l’Italia possa sopportare manovre ulteriori: dobbiamo fare quanto deciso, con una spending review importante e provvedimenti sul lavoro che consentano un rilancio degli investimenti reali. Del resto, nonostante questo buio, abbiamo comunque scoperto che l’Italia sta tornando appetibile per gli investimenti
esteri: vuol dire che il centro decisionale di quelle aziende spesso resta qui, e in un mondo globalizzato non possiamo vivere con i paraocchi, ma dobbiamo accettare la sfida e creare le migliori condizioni».

Il contesto rischia di peggiorare: arretra persino il Pil tedesco. La possibile spirale recessiva non impone allora una revisione delle politiche pubbliche?
«Sono preoccupato per quanto sta succedendo in Germania: le esportazioni italiane si rivolgono soprattutto al Paese tedesco. Se si ferma la locomotiva, non andiamo lontano. Tutto ciò è l’indice di una politica economica sbagliata, quando invece abbiamo esempi diversi: Obama ha adottato ricette diverse dalle nostre, ha rilanciato lo sviluppo e ha battuto la recessione».

Si torna a parlare di articolo 18 e riforma dello Statuto dei lavoratori: tabù da sfatare o si rasenterebbe lo scontro sociale?
«I tabù devono cadere, però capisco anche la preoccupazione di Renzi nel riaprire dispute ideologiche che poco hanno a che fare con la concretezza dei problemi. Troviamo una soluzione, ma quel che è capitato nel caso Alitalia sia un monito: mi riferisco al rischio che saltasse tutto con Etihad per un approccio vecchio stampo dei sindacati».

Quanto ritiene praticabile un allargamento più o meno stabile della maggioranza a Forza Italia?
«Guardi, Forza Italia è già nella maggioranza. Solo chi è cieco non se ne accorge… Votano le riforme e concorrono al mantenimento del numero legale. Berlusconi ha capito che questa condizione è fondamentale per lui: non si assume l’onere di provvedimenti impopolari, ma di fatto aiuta il governo. Mi sembra un atteggiamento intelligente da parte sua, e Renzi ringrazia e porta a casa».

L’Udc con Ncd sta impostando un percorso comune, che potrebbe sfociare in un unico soggetto politico. Con quale prospettiva?
«Sotto questo punto di vista non ho alcun ruolo decisionale, ma posso dire che mi sembra un percorso di buon senso. Naturalmente è solo il primo passo: il problema vero è ricreare l’appeal del centrodestra smarrito nel corso degli anni, non a partire dalle alleanze di sigle, ma dal recupero di un insediamento sociale disperso a vantaggio dei Cinque stelle e dello stesso Renzi, che è molto più appetibile per i moderati di quanto lo siamo noi».

Alle elezioni regionali pugliesi il polo centrista Udc-Ncd marcerà compatto? E come valuta i movimenti, e le primarie, nei due poli di destra e sinistra?
«Mi auguro che Udc e Ndc procedano insieme, è un processo avviato e frazionarsi sarebbe ridicolo. Ora non spetta a me dare consigli, però nel centrosinistra vedo primarie interessanti: c’è un Emiliano “alla Crocetta” e una sinistra nuova che è quella di Stefàno, il quale come assessore e come presidente della Giunta delle elezioni del Senato ha dimostrato di essere una persona seria e capace. Nel centrodestra invece la situazione è più complessa. Non basta l’evocazione di primarie se non si recupera una condizione di impegno comune. Certo, esistono personalità importanti come Ferrarese, che stimo ed è in gamba, ma nel centrodestra l’unico vero leader è Fitto: al governo è stato molto capace, ha un radicamento territoriale forte, e se fosse lui il candidato, sarebbe facile vincere».

Come valuta i dieci anni di governo Vendola?
«Preso a sé stante è poca cosa, ma il giudizio è più generoso se paragonato al grande disastro delle altre Regioni».

Adesso s’aprirà un nuovo ciclo. Il Salento al bivio quali coordinate dovrà seguire?
«Vero, è a un bivio. A proposito dell’economia turistica, il Salento deve decidere quale modello sposare. Il turismo di massa in stile Gallipoli rischia di determinare una deriva per me negativa. Seguire una strada diversa implica politiche efficaci su destagionalizzazione, qualità dei flussi turistici, strutture e infrastrutture, sistema integrato con i beni culturali. Un sistema capace di generare un fertile tessuto di piccole e medie imprese».

Magari la spinta può essere data dalla vittoria di Lecce nella corsa a Capitale europea della cultura 2019.
«Potrebbe spuntarla, lo merita, ha tutte le carte in regola e gode di condizioni ideali».

Commenti disabilitati
postato il 15 agosto 2014 da Redazione | in "Politica"

Casini: «Il centrodestra va rifatto. Ma senza il Cav non si può»

Nell’Udc ho dato: dissidi con Berlusconi, ma la legittimazione la danno gli elettori. Giusta la lista con Alfano, ora via alla costituente popolare

Pier Ferdinando Casini

L’intervista di Barbara Romano a Pier Ferdinando Casini pubblicata su “Libero”

«Mi piace stare in questo ufficio. È un tributo a una stagione politica di cui la storia darà un giudizio molto più positivo di certo opinionismo da strapazzo». L’ufficio è quello che fu di Giulio Andreotti a Palazzo Giustiniani. E lui è Pier Ferdinando Casini. «Io sono un democristiano come Andreotti e non sono pentito. La stagione dei pentimenti arriva per chi ha qualcosa da farsi perdonare».

E così si scopre che l’allievo di Forlani in realtà è figlio di Belzebù.
«Mai stato andreottiano. Neanche nella Dc. Dell’Andreotti politico non ho nessuna nostalgia. Lui per me è stato un esempio per il modo in cui ha vissuto il suo calvario giudiziario. La sua fiducia nello Stato e la pazienza verso le angherie che ha subito sono le qualità fondamentali per chi fa politica».

Andreotti fu 7 volte premier. Lei, invece…
«Se mi reincarno, magari…».

Intanto però è disoccupato.
«Io milito nell’Udc. I più ridicoli sono quelli che non capiscono che le stagioni passano. Sono stato capopartito per tanti anni e non ho più intenzione di farlo. Mi trovo benissimo a fare il presidente della commissione Esteri dove ho discusso fino agli ultimi giorni dei cristiani perseguitati in Iraq. Oggi sono queste le sfide che mi interessano. Di quello che succede nel comitato provinciale dell’Udc di Vercelli non me ne può fregare di meno».

Un democristiano senza partito è un ossimoro.
«La vita nei partiti si fa quando esistono i partiti».

Sta dicendo che l’Udc non esiste?
«Magari fosse un problema dell’Udc. Tutti i partiti si sono ossificati. Questo ha prodotto in tanti giovani la deriva dell’antipolitica».

Come se ne esce?
«La stagione dei partitini è finita. Bisogna ricostruire famiglie politiche allargate. Quella del centrodestra è una crisi di rappresentanza sociale. Le piccole e medie imprese, l’artigianato, le partite Iva, i commercianti che si sono rifugiati nell’astensionismo, in Grillo o in Renzi, vanno recuperati».

E chi li recupera, visto che i partiti suscitano ribrezzo?
«Non c’è alternativa ai partiti per organizzare la politica. In Europa i partiti sono riusciti a superare l’idea del leader insostituibile. Kohl, che era pari per grandezza a De Gasperi, è stato sostituito dalla Merkel. Aznar se n’è andato via,ma il Partito popolare spagnolo è rimasto lì. In Italia, vanno via i leader e se ne vanno anche i partiti. L’unica eccezione è il Pd, come dimostra il caso Renzi».

Il premier non sembra filarla tanto. Come sono i vostri rapporti?
«Buoni».

Quando faceva il Rottamatore ve ne siete dette di tutti i colori…
«Sì, ma dopo le primarie del Pd ci siamo capiti. Oggi penso che sia giusto dare una mano a un giovane leader che vuole cambiare l’Italia. Non ho nulla da chiedergli né da insegnargli. Se vuole un consiglio, glielo do».

Gliene dia uno subito.
«Matteo, concentrati sull’economia. Soprattutto sull’occupazione. Bisogna prendere provvedimenti anche dolorosi. Tutta la vicenda dell’Alitalia e le resistenze all’accordo con Etihad sono il segno di una veterocultura sindacale che va superata. Renzi queste cose le dice, adesso le deve fare».

Solo economia?
«Anche la giustizia. Non è possibile che la politica in Italia la facciano i magistrati, anche quella industriale. E che i progetti ambientali siano bloccati dai veti dei Tar».

Fa una certa impressione sentirla parlare come Berlusconi dopo che lei ha criticato per anni le sue leggi ad personam.
«Io ho contrastato l’illusione che provvedimentiadhocpotessero servire alla sua battaglia giudiziaria.Ma su molte idee di riforma della giustizia io e lui siamo d’accordo.Che le intercettazioni debbano servire per sgominare i criminali,ma non possano essere usate per violare costantemente la privacy, è un principio di buon senso. E sono più che convinto che un magistrato debba rinunciare a una fetta del suo protagonismo a garanzia degli imputati o che la carcerazione preventiva sia iperabusata in Italia».

Non è un caso, insomma, che il suo flirt col Cav sia ricominciato.
«Ma quale flirt. Per me è più facile di altri ricostruire un rapporto con lui, perché non dovevo farmi perdonare niente. Quando lui e Fini fecero il Pdl, me ne andai via . A differenza di altri, io non ho utilizzato Berlusconi per arrivare in Parlamento e dopo abbandonarlo».

Così Fini è servito. Ma perché proprio adesso lei si è riavvicinato al leader di Fi?
«I miei no a Berlusconi sono dovuti al fatto che non ho condiviso il suo progetto di governo. Ma è una stagione finita. Bisogna dargli atto che rappresenta ancora una fetta cospicua di moderati. Lo legittimano gli elettori, mica io. E che qualcuno sia invidioso che Berlusconi abbia un rapporto preferenziale con Renzi, è demenziale».

Pure Alfano è sistemato.
«Scusi, penso che Alfano sia il primo a capire che le riforme vere si fanno con l’opposizione. Che Berlusconi collabori con noi è un fatto di civiltà politica e di garanzia per il Paese. Io sono ben lieto che lui abbia scelto questa strada».

Il suo ritorno di fiamma non sarà un piano diabolico per arrivare al Quirinale, visto che il Cav sarà uno dei due grandi elettori del futuro Capo dello Stato?
«Sono sufficientemente intelligente da non pensarci nemmeno. Siamo seduti nell’ufficio di una persona che ha contato mille volte più di me nella politica e aspirava al Quirinale, ma non c’è mai andato».

Punta a scippare a Berlusconi la leadership dei moderati?
«L’area moderata ha bisogno di leader nuovi e la leadership si strappa, non si eredita. Renzi è stato Renzi perché ha rotto certe logiche nel Pd. Se nel centrodestra pensiamo di costruire in vitro lo sfidante di Renzi siamo fuori dal mondo».

E chi potrebbe essere il Renzi di destra?
«Non faccio nomi. Ci sono persone. In gamba,ma devono avere più coraggio, altrimenti non saranno mai leader e non porteranno mai alla vittoria il centrodestra. Tutt’al più amministreranno un’onesta sconfitta».

Raccontano che lei fosse già pronto a passare col Cav alle Europee, tanto da cercare di piazzare suoi fedelissimi nelle liste di Fi.
«Elucubrazioni lunari. Però c’è una verità che va detta: era giusto fare l’alleanza Ncd-Udc,ma oggi bisogna capire che questa entità è ben lontana dal rappresentare ciò che serve per essere vincenti nell’area moderata».

E quale dev’essere il futuro del centrodestra?
«Per coloro che appartengono al Ppe c’è la necessità di costruire un destino comune. Che oggi è complicato. Ma le sfide importanti lo sono sempre e richiedono sacrifici. Chi pensa che i partiti vengano fatti per garantire la sopravvivenza di piccoli gruppi dirigenti, non si meravigli poi se la gente non lo vota».

Quindi la Costituente popolare deve essere estesa anche a Forza Italia.
«Sì,ma ogni cosa ha i suoi tempi. La lista Udc-Ncd alle Europee è stata un primo passaggio. Adesso bisogna procedere all’unificazione di tutti i gruppi che stanno nella maggioranza e che non sono il Pd. E poi avviare subito un dialogo forte e stretto con Forza Italia.Tu puoi dissentire dal leader di Fi, ma non puoi non prendere atto che gli elettori che andiamo cercando sono gli stessi. Lasciare a Renzi il monopolio del dialogo con Berlusconi è demenziale. Se lo fai, poi non ti lamentare se tanti elettori, invece di votare Ncd-Udc, votano Renzi».

Lei ce l’ha proprio con Alfano.
«Per nulla, Alfano è un mio amico. Ma sa perché stimo Renzi? Perché è riuscito ad archiviare l’antiberlusconismo militante su cui si è retta la sinistra per 20 anni. Mentre, paradossalmente, nell’area moderata permangono i rigurgiti di antiberlusconismo da cui si è emancipato Renzi. Io che non ho mai avuto l’ossessione di Berlusconi e che non soffro di complessi d’inferiorità nei suoi confronti, dico: ragazzi, il capo di Fi determina la politica italiana in un rapporto corretto col premier e noi non gli parliamo? È follia».

E allora perché non si trova in giro una sua foto con Alfano neanche a pagarla?
«Perché non partecipo alla direzione politica del Ncd».

E con Cesa? Ormai siete due separati in casa.
«Il nostro è un rapporto tra due che si conoscono da quando avevano 16 anni. Ma oggi è il momento di dare ad altri la responsabilità. Io ho dato».

Con Monti lei ha commesso l’errore della vita. Alle Politiche del 2013 l’Udc ha raggiunto il minimo storico.
«Io con Monti ho commesso molti errori. In particolare quello di non averlo dissuaso dallo scendere in politica. Forse ho peccato anche d’ingenuità: sono stato l’unico a mettere la faccia nella difesa dei provvedimenti di Monti che votavano anche Berlusconi e Bersani».

Chiudiamo in bellezza. Come va con la Boschi?
«Bene, ma è una che non ho mai visto. Le parlo quando è in aula».

Veramente le manda anche tanti bigliettini. Che le scrive di bello?
«È il ministro del governo che sostengo. Il minimo che io possa fare e proporle una tattica parlamentare per far approvare la sua riforma».

Non si sarà preso anche lei una cotta per la ministra bionda?
«No, ormai sono immunizzato».

31 commenti
postato il 14 agosto 2014 da Redazione | in "Esteri"

Quei cristiani eroi di Mosul come i martiri di Otranto

14 agosto 1480. Otranto. 813 cristiani vengono decapitati dagli invasori turchi per aver rifiutato di abiurare la fede cristiana. Agosto 2014. Oltre centomila cristiani iracheni sono perseguitati, uccisi, torturati, crocifissi, scacciati dalle loro case da orde barbariche di terroristi e fanatici. La storia si ripete, l’orrore ritorna, il martirio continua ad essere il destino di chi non vuole rinnegare la propria fede neanche di fronte alla follia violenta del mondo. Quella dei santi martiri di Otranto non è una vecchia leggenda salentina, è una storia di oggi che ha ancora un grande valore di esempio e di attualità.
Lo aveva intuito il grande Giovanni Paolo quando il 5 ottobre 1980 disse: “Non dimentichiamo i martiri dei nostri tempi. Non comportiamoci come se non esistessero”. Un appello che risuona di nuovo oggi, forte e chiaro, per bocca di un altro Papa, Francesco, che nei giorni scorsi ha più volte chiesto di “porre fine a un dramma umanitario in atto e proteggere i minacciati dalla violenza e assicurare aiuti agli sfollati”.
Quando nel 1480 la flotta ottomana che aveva piegato Costantinopoli salpò dall’Albania per conquistare la Puglia poté agire indisturbata perché le grandi potenze occidentali erano distratte dalle loro beghe e rivalità: Venezia, gli aragonesi, la Firenze di Lorenzo il Magnifico, non mossero un dito per soccorrere Otranto, sottovalutando la minaccia. Non riuscivano a concepire l’idea che il sultano abbattuto l’impero bizantino puntasse dritto a conquistare l’Italia e soprattutto Roma, il cuore della cristianità. Non ci furono eserciti francesi o imperiali, lombardi o spagnoli a contrastare la sfida che puntava al cuore dell’Europa. Si rimase indifferenti di fronte alla tragedia di una città lasciata da sola a difendersi con circa cinquecento soldati e una popolazione di seimila abitanti rispetto a un esercito turco di ventimila armati, diverse decine di navi da guerra e molte potenti bocche da cannone, per l’epoca un’arma eccezionale. L’esito era scontato, e nonostante una strenua resistenza gli ottomani conquistarono prima la città bassa e poi la cittadella, perpetrando un massacro senza pari: sembra che siano state sterminate 12 mila persone, compresi gli abitanti della campagna, e altre cinquemila, soprattutto donne e bambini, ridotte in schiavitù. Come accade anche in queste ore in Iraq, dove i jihadisti dopo aver preso il controllo di Mosul sono andati all’attacco delle città della piana di Ninive, alcune abitate da duemila anni solo da cristiani, tutte indifese. Le chiese sono state distrutte, gli antichi manoscritti bruciati, le immagini della madonna ridotte in frantumi, le croci divelte. Nel nord dell’Iraq i miliziani hanno dichiarato che ogni cosa è di proprietà dello Stato islamico, ingiungendo ai sopravvissuti di andarsene, così, in pigiama e senza scarpe, lasciando tutto. Se hanno avuto la fortuna di non essere crocifissi, decapitati o presi in schiavitù. Unica alternativa, la conversione forzata all’islam.
E come ieri anche oggi la comunità dei Paesi liberi è divisa e lacerata da interessi contrastanti, incapace di difendere il vecchio ordine internazionale e ancora di più di determinarne uno nuovo. Non replichiamo la storia: è necessario un intervento umanitario che impedisca il genocidio di un popolo e aiuti i vicini a difendersi da chi, usando in modo improprio la sacralità della religione islamica, la distorce per i propri fini terroristici, determinando una regressione umana e civile della nostra epoca.
Dal nord dell’Iraq è stata spazzata via l’intera comunità cristiana,ridotta a una massa enorme di profughi affamati, choccati, privati di tutto. Di tutto tranne che della loro fede. Come era accaduto ad Otranto. Dove alla fine, dopo la strage, il generale del sultano offrì agli ultimi sopravvissuti la possibilità di convertirsi all’islam e di aver salva la vita. Erano 813, erano pescatori, contadini, artigiani. Gente semplice e ignorante. Li guidava un sarto, Antonio Primaldo, che rispose a nome di tutti: “Crediamo tutti in Gesù Cristo, figlio di Dio, e siamo pronti a morire mille volte per lui”. Vennero decapitati senza pietà. Quando morirono non sapevano che avrebbero avuto fama, che sarebbero stati il seme per far germogliare la ripresa dell’Europa. Otranto sarebbe stata liberata l’anno dopo, e l’invasione del continente e di Roma sarebbe stata sventata. È interessante notare che quegli 813 martiri non hanno un nome, tranne il loro portavoce. Non sono “eroi” celebrati, sono un popolo, una comunità. Che è stata oltraggiata, devastata, sradicata. Ma non ha ceduto. Persone che non hanno nomi propri ma rappresentano la nostra cultura, la nostra civiltà e al contempo ciascuno di noi. Come forse non hanno per noi nomi quei fantasmi indistinti che oggi, in questo momento, vagano violati in tutto alla ricerca di un aiuto nel nord della Mesopotamia. Perseguitati perché sono cristiani come quegli occidentali che invece li stanno ignorando e dimenticando, lasciandoli alla mercé di spietati barbari tagliagole. Oggi cinquecento anni dopo, Otranto si ripete. Otranto è là, in Iraq. Otranto è Mosul, bagnata del sangue dei martiri.
Pier Ferdinando Casini
Presidente della Commissione Esteri del Senato

1 commento
postato il 12 agosto 2014 da Redazione | in "Esteri"

Anche l’Italia mandi armi ai curdi

L’intervista di Dino Martirano a Pier Ferdinando Casini pubblicata sul Corriere della Sera

Pier Ferdinando Casini

Anche questo 14 agosto, Pier Ferdinando Casini parteciperà alle celebrazioni per ricordare i martiri cristiani di Otranto che, nell’estate del 1480, furono messi sotto assedio dai saraceni: «Chi si converte vivrà, chi si rifiuta muore…..». Ecco, spiega il presidente della commissione Esteri del Senato, «in Iraq col califfato autoproclamato, ma anche in Siria e in Libia, siamo tornati indietro di qualche secolo…Per cui bisogna assolutamente muoversi: c’è in ballo un interesse dell’Occidente perché oggi al posto dei Gheddafi e dei Saddam abbiamo realtà ben più perniciose e questo dovrebbe far riflettere sugli errori compiuti in questi anni. Siamo passati dal terrorismo e dai terroristi agli Stati terroristi. Dunque, ha fatto bene Obama a intervenire in Iraq e ora dobbiamo spingere l’Europa, perché il semestre di presidenza è nostro, a un’iniziativa analoga».

Gli Usa, che hanno anche confermato l’invio di armi ai curdi tramite la Cia, hanno il dispositivo militare per essere «convincenti». Cosa può fare l’Italia seppure in una cornice europea?
«La nostra iniziativa può sostanziarsi in tre passi: aiuti ai curdi, anche di carattere militare, attivazione di corridoi umanitari e aiuti alle popolazioni messe al bando dagli islamici».

Dunque, anche invio di armi ai peshmerga curdi?
«Sì. Ma questo serve per consentire l’attivazione di corridoi umanitari e per organizzare interventi immediati di solidarietà per le popolazioni cristiane e per chiunque sia in pericolo. Fa bene il governo a muoversi».

Il Parlamento ratificherà le iniziative del governo?
«Sono in contatto con il presidente della commissione Difesa della Camera Nicola Latorre. Possiamo riaprire il Parlamento in poche ore. C’è la consapevolezza di tutti che bisogna muoversi anche perché il Kurdistan è un Paese amico dove ci sono moltissimi investimenti italiani».

L’Italia però si può muovere solo in una cornice internazionale.
«Sì, è vero. Ma la cornice internazionale bisogna concertarla al più presto. Francia e Inghilterra già si stanno muovendo».

La Difesa è in allerta per il caos in cui è ripiombata la Libia.
«La vicenda libica è esplosiva. Purtroppo, bisogna riconoscere che l’unico che aveva visto la situazione era Berlusconi. Lui (che nel 2010 riceveva con tutti gli onori Gheddafi a Roma, ndr ) ha resistito finché possibile all’azione francese, lui è stato fagocitato dalla Nato e alla fine si è dovuto accodare».

Paradossalmente, se a Tripoli ci fosse ancora Gheddafi l’Italia avrebbe un interlocutore.
«In politica estera delle migliori intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno. Non è che si dovesse difendere Gheddafi ma certo era meglio un dittatore che il caos e l’anarchia col rischio di califfati islamici a Bengasi. In Libia c’è stata una responsabilità storica di Sarkozy: un disastro che ora paghiamo noi più che altri. Siamo il primo porto di accoglienza dell’immigrazione clandestina…».

Il senatore Latorre auspica una presenza armata sulle coste libiche sotto la copertura Onu. È un’opzione praticabile?
«Il traffico dell’immigrazione clandestina in Albania si è combattuto in due modi: presidio a terra e, oggi possiamo dirlo, lavori oscuri dei servizi che hanno affondato le barche di cui si serviva la criminalità organizzata albanese nei porti di Valona e di Soci. Però allora c’era uno Stato, seppure debole, con cui confrontarsi. Oggi in Libia, dove imperversano le bande, non è più così: se cade l’aeroporto, poi, è la fine».

Però anche per affidare il «lavoro sporco» ai servizi servirebbe un minimo di cornice di sicurezza.
«Servono soprattutto le idee chiare. Paradossalmente oggi le idee chiare possiamo averle più facilmente per affrontare l’emergenza nel Kurdistan piuttosto che in Libia ».

Commenti disabilitati
postato il 8 agosto 2014 da Redazione | in "Esteri"

Iraq: genocidio cristiani, Italia non resti indifferente

In Commissione Esteri l’audizione informale del Sottosegretario Della Vedova
foto Non possiamo rimanere indifferenti davanti a questo genocidio di cristiani e di altre minoranze religiose in Iraq. Siamo vicini al Kurdistan, dove stanno arrivando migliaia di profughi in fuga, e condividiamo l’azione militare degli Usa a loro supporto. Crediamo che l’Italia debba fare qualcosa di concreto anche in termini di assistenza e di aiuti umanitari: oggi abbiamo sollecitato il Governo in questa direzione.

Commenti disabilitati
postato il 8 agosto 2014 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Il patto del Nazareno salverà Mediaset

L’intervista di Tommaso Cerno a Pier Ferdinando Casini pubblicata su L’Espresso
Espresso
Casini, ma quant’è dimagrito?
«Sette chili».
Per rimanere il “bello della Dc”, come diceva il suo maestro Forlani?
«Intanto le presento la mia teacher… ho appena finito la lezione di inglese».
Però, grandi novità. Ma non è tutto tempo tolto alla sua Udc? A proposito, non la si vede più al partito. La danno per disperso…
«Ogni cosa nella vita ha un suo tempo».
Non mi dica che è uscito dall’Udc senza nemmeno dirlo a Cesa.
«Diciamo che ho contribuito a gestire la politica quotidiana per anni, e credo sia giusto fare posto ad altri. Non mi sembra più che spetti a me occuparmi del consiglio comunale di Brindisi».
E di cosa si occupa Casini versione Terza repubblica? Del patto del Nazareno?
«Deluderò dicendo che dal punto di vista chirografico non esiste nessun patto del Nazareno. Quindi inutile cercare fogli nei cassetti».
Esiste dal punto di vista politico. Cosa dice?
«E cosa vuole che dica? Berlusconi in Italia non ha solo una dimensione politica, ma anche economica. Vive una défaillance partitica, ma ha la forza sufficiente per usare la contraerea e garantire la sua impresa».
E Renzi lo farà?
«Lo farà. D’altronde non fu D’Alema a dire che Mediaset è una risorsa per il Paese? E io sono d’accordo con loro».
Lei è uno dei pochi, forse l’unico, che parla sia con Renzi sia con Berlusconi: è forse il garante del patto?
«È più facile pensare che lo sia Confalonieri… e comunque non faccio parte della schiera dei frustrati che si sentono coartati dal patto tra Renzi e Berlusconi. Parlo con entrambi e credo sia giusto così».
Ma perché apprezza Renzi dopo che ha parlato tanto di rottamazione. Si sente così nuovo, Casini?
«Perché ben prima dell’assoluzione di Berlusconi al processo Ruby, l’ha invitato alla sede del Pd sfidando l’opinione pubblica e rottamando, questa volta sì che si può dire, una tradizione consolidata: la sinistra antiberlusconiana».
Infatti dicono sia più democristiano come lei che socialdemocratico come Blair…
«Il Pd è cambiato, ma Renzi di più. Mi meraviglia di come sia ben più avanti di molti “moderati” che ancora si macerano, invece, nell’ossessione di Silvio. Io l’ho sfidato in campo aperto, ma non ho mai avuto alcun odio o risentimento personale… Nè ieri servo encomio, né oggi codardo oltraggio».
Eppure, per stare su Manzoni, a sinistra c’è chi contesta a Renzi di avere ridato diritto di cittadinanza politica all’Innominato, appunto.
«Diritto di cittadinanza a Berlusconi lo hanno dato gli italiani. E, per quanto riguarda l’attualità, il suo vero benefattore è stato Grillo».
Scusi?
«È Grillo che ha fatto un grande favore a Berlusconi, tirandosi fuori dalle riforme. Non Renzi. Pensi all’autolesionismo dei 5 Stelle: prima fanno fronte comune con Sel e la Lega, consentendo ai primi di ricontrattare il rapporto col Pd, ai secondi di portarsi a casa quel po’ di federalismo che volevano. Poi, alla prima curva, disertando l’aula, lasciano la riforma sui binari dell’Alta velocità».
Gliel’ha detto a cena a Berlusconi?
«A cena il momento più vero è stato un altro. Mi ha chiesto quanti anni avessi. E io gli ho detto: 58. E mi sono reso conto che l’ultima volta che ho pranzato con lui, mio figlio non era nato. E adesso ha sei anni e va a scuola. Lui mi risposto, invece, che è sceso in politica quando aveva la mia età di adesso».
Non fa un po’ amarcord, presidente?
«Nessuna nostalgia. Ma nella vita i ruoli cambiano: Inzaghi e Montella, due grandi centravanti, oggi fanno gli allenatori».
Napolitano ha detto che si dimetterà. Dopo il voto delle riforme, probabilmente, si aprirà la corsa al Colle. Giudizio?
«Napolitano ha gestito momenti difficilissimi. Ed è stato sempre tirato per la giacca da tutti. Gli si imputa di non aver mandato il Paese al voto dopo le dimissioni di Berlusconi nel 2011. Poi di non aver dato la grazia a Silvio. La critica degli opposti è la valutazione più convincente del suo buon operato».
Però né Monti, né Letta hanno funzionato…
«L’Italia ha consumato i tecnici, e io per difendere Monti ci misi tutta la faccia che avevo; oggi sommessamente ricordo che quei provvedimenti li votarono anche Forza Italia e Pd. Abbiamo sbagliato a santificarlo subito, ma non merita nemmeno la dannazione eterna…»
E Letta?
«L’Italia ha consumato anche la faccia migliore della politica. Oggi siamo a Renzi»
Crede che sia percepito come l’ultima spiaggia?
«Un po’ lo è. E poiché gli italiani sono più intelligenti di quanto si pensi, gli assegnano quel 40 per cento che è una percentuale anni Cinquanta».
Che userà per scegliere anche il nuovo presidente della Repubblica.
«Questo non lo penso».
Che profilo dovrà avere il prossimo presidente?
«Deve restare così. Dev’essere terzo e non essere espressione di una maggioranza».
Si sta candidando? Un “padre” della Repubblica nella versione smart di Renzi. E ha più di 50 anni…
«Ecco, la regola dell’età: ha sempre meno senso, secondo me. L’esperienza, quella sì che serve, ma non sempre fa il paio con l’età».
Doroteo… E cosa pensa di queste riforme? Le avrebbe fatte così la vecchia Dc?
«A questa domanda, in Italia, si risponde sempre che “serviva ben altro”. Siamo il Paese del “benaltrismo”. In realtà le varie bicamerali di Bozzi, D’Alema ecc. avranno anche pensato di più, meditato i dettagli, ma poi le cose non le hanno fatte».
Strano, dimentica proprio Ciriaco De Mita nel suo elenco. Anche lui ci provò…
«Beh, a De Mita va riconosciuto che, da segretario Dc, il tema delle riforme l’ha evocato davvero… rimettendoci».
Le piace il Senato degli enti locali?
«Non mi sarei scandalizzato a levarlo del tutto. Ma se già così criticano il despota Renzi, sarebbe venuta giù l’Italia. In realtà il Senato nasconde un’insidia di cui si parla poco, cioè il rischio che si crei una camera corporativa a tutela delle autonomie locali, che non sempre le meritano. Cioè il Senato finisce per essere un freno, che si sostituisce alla conferenza Stato-Regione, grazie anche alla Lega Nord. Sì… levarlo poteva essere meglio».
Renzi è populista, secondo lei?
«Beh, utilizza a volte lo strumento della demagogia, ma è un peccato veniale… così come la storia dei “gufi”. La battaglia di Chiti era onesta e limpida. È stato l’ostruzionismo del 5 Stelle a rendere impossibile un dibattito più profondo. Ma l’ostruzionismo non si valuta dai modi o dai tempi che occupa. Si valuta dai risultati che porta. E l’unico risultato che ha portato è il ritorno della politica. Senza quell’atteggiamento la riforma sarebbe slittata a settembre».
Il premier dice che governerà mille giorni.
«Glielo auguro. E comunque fa bene a dirlo. Ha mai visto un allenatore che prima del campionato spiega ai suoi giocatori che non vede l’ora di venderli? Renzi sta motivando la sua squadra, il Parlamento. Da politico, usa i voti, la golden share delle Europee per far capire che andare a votare non penalizzerebbe certo lui… poi si vedrà».

Commenti disabilitati
postato il 31 luglio 2014 da Redazione | in "Esteri"

Libia: tutti scappano, l’Italia resta a Tripoli

Ma serve missione Onu

Nonostante i rischi, il nostro ambasciatore in Libia Giuseppe Buccino e tutto il personale sono presenti e continuano a svolgere un ottimo lavoro. L’ambasciata d’Italia a Tripoli resta aperta, mentre tutti gli altri Paesi scappano: all’apprezzamento del ministro Mogherini, vogliamo associare quello della Commissione Affari esteri del Senato. È il segno che in quel Paese noi ci siamo e ci vogliamo rimanere. Ma è chiaro che l’Onu deve prendere immediatamente l’iniziativa di una missione internazionale.

Pier Ferdinando

Commenti disabilitati
postato il 30 luglio 2014 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Iraq: alla Messa per i cristiani di Mosul

Con i parlamentari di tutti gli schieramenti politici presso la chiesa di San Gregorio Nazianzeno

foto
È stato un momento di straordinaria unità della politica per la salvaguardia di un diritto fondamentale dell’uomo, quello di esprimere liberamente la propria fede.

Commenti disabilitati


Twitter


Connect

Hai già cliccato su “Mi piace”?

Community

Login with Facebook:
Last visitors
Powered by Sociable!

ULTIME SEGNALAZIONI FACEBOOK

Facebook Fans

Twitter EstremoCentro

Ultimi commenti

  • Cittadino: OK: non ragioniamo di te, ma ……… ;…..
  • antonio: E tu pensi che schierarsi aprioristicamente dalla parte di un...
  • cittadino: Prima di pensare ai problemi degli altri, sarebbe opportuno...
  • antonio: Alla fine siamo sempre lì,tu poni l’UDC al di sopra di...
  • antonio: Ma come con l’UDC alleato di Renzi al governo oggi e con...
  • cittadino: Per quanto riguarda i miei presunti insulti agli elettori di CDX,...
  • Cittadino: Se il fatto che l’UDC stia al 2% ti fa gridare di gioia,...
  • antonio: Non c’è l’hai con nessuno ? E i tuoi insulti passati...
  • cittadino: Al contrario di te, io non ce l’ho con nessuno. Esprimo solo...
  • antonio: Poi però con Rifondazione ci sei andato,solo non capisco perché se...
udc tour