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postato il 30 agosto 2010 da Redazione | in "Economia, Famiglia, In evidenza, Riceviamo e pubblichiamo"

Il sostegno che manca alla famiglia

Paternità, di GeomangioLo avevano detto tempo fa vari istituti come Banca d’Italia, Istat e altri ancora: le famiglie sono sempre più povere e sono poco sostenute economicamente.

Adesso anche il ministero del Tesoro certifica questa triste realtà, come si evince questa notizia ANSA: WELFARE: TESORO, ITALIA ULTIMA IN UE-15 PER SPESA FAMIGLIA

CON PORTOGALLO E SPAGNA FANALINO CODA PER SOSTEGNO MATERNITA’ (ANSA) – ROMA, 28 AGO – Per la famiglia e la maternita’ l’Italia spende solo l’1,2% del prodotto interno lordo, mentre nell’Unione europea si spende decisamente di piu’ (2,1% nella Ue a 15 e 2,0% nella Ue a 27). Nella classifica dell’Europa a 15 l’Italia risulta, assieme alla Spagna e il Portogallo, ultima per la spesa in rapporto al Pil. Per quanto riguarda invece la quota di spesa nell’ambito di tutte le prestazioni di protezione sociale, l’Italia tra i 27 Paesi europei precede solo la Polonia: nel nostro Paese la quota per la famiglia e la maternita’, nell’ambito della spesa per welfare, pesa il 4,7% (in Polonia il 4,5%). Ma la media complessiva dei Paesi europei e’ dell’8%. E’ quanto risulta dall’ultima ‘Relazione Generale sulla situazione economica del Paese’ del ministero dell’Economia.

Come si vede la situazione non è allegra, anzi è drammatica per le famiglie, e i numeri non mentono, nulla di nuovo, una realtà che la gente vive ogni giorno.

Una realtà triste, che denota la totale assenza del governo su questo capitolo importante, assenza che si ritrova anche nei famosi 5 punti di Berlusconi, che non presentano interventi a favore delle famiglie, tanto che lo stesso Sacconi, ieri al Corriere della Sera ha dichiarato testualmente: ”meno Stato, piu’ societa’. Non piu’ ‘mercato’, piu’ societa”’. ”Con la crisi mondiale finisce il Leviatano. Finisce lo Stato pesante e invasivo”, facendo prefigurare che lo Stato “più leggero” si tradurrà anche in futuro in meno sostegno all’economia e alle famiglie.

Anche se in linea con sue affermazioni passate, in cui ad esempio incoraggiava la chiusura di ospedali in Veneto (gelando così i costruttori veneti che così si ritrovano con 4 miliardi in meno di investimenti pubblici e 20.000 posti di lavoro in meno nel solo Veneto), la formula “meno Stato” appare di per sé preoccupante; non c’è bisogno di azzerare lo Stato ma di uno Stato più equo, che faccia rispettare la legge, e che sia oculato nello spendere le sue risorse avendo come obbiettivo il sostegno delle famiglie e la crescita economica dell’Italia.

Soprattutto, le dichiarazioni di Sacconi, e l’assenza della famiglia nelle manovre di Tremonti e nei 5 punti di Berlusconi, stridono con l’iniziale programma di governo in cui era stata inserita la promessa di una politica organica di aiuto alle famiglie.

Bisogna, invece, rilanciare una politica del lavoro e una politica di sostegno verso le famiglie, anche portando avanti la proposta del quoziente familiare, come sostenuto dall’on. Volontè che ha testualmente detto: “L’Italia e’ ultima nella Ue per le spese a favore delle famiglie, quindi e’ la prima in ingiustizia fiscale. Il Ministero del Tesoro certifica la drammatica realta’. Ora il Governo mantenga impegni su fisco familiare. Il ‘quoziente’ e’ una urgenza indifferibile”.

Ma cosa è il quoziente familiare?

Si tratta di modificare le traadizionali fasce ISEE (acronimo per Indicatore Situazione Economica Equivalente) in base al nuovo parametro, infatti, si otterrebbe che i nuclei con due o più figli possano avere una diminuzione dei costi dei vari servizi, con benefici in termini concreti anche di un centinaio di euro all’anno per ogni figlio.

Una proposta di facile esecuzione, e con un impatto limitato sui conti pubblici, ma che permetterebbe di dare un sostegno concreto alle famiglie, che sono non solo sostegno sociale, ma anche economico dell’Italia intera.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Gaspare Compagno

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postato il 29 agosto 2010 da Redazione | in "Esteri, In evidenza, Politica, Riceviamo e pubblichiamo"

La nuova visita di Gheddafi a Roma

‘Riceviamo e pubblichiamo’

di Giuseppe Portonera

La cosa più simpatica di questo nuovo viaggio di Mu’ammar Abū Minyar al-Qadhdhāfī , supremo leader libico, in Italia, resterà senza dubbio la telefonata del colonnello Francesco Ferace all’ambasciata libica, per informarsi di come debbano essere nutriti i trenta fantastici quadrupedi che la “Guida della Rivoluzione” ha portato con sé. Al Corriere della Sera ha spiegato che “mica tutti i cavalli mangiano uguale, la dieta cambia con le latitudini, in Germania per esempio gli animali vogliono il fieno bagnato, in Libia non so…”. E ci ha pure ragione. Il grande amico libico è un appassionato di equitazione e ci tiene che, in occasione del festeggiamento del secondo anniversario del Trattato Italia-Libia, detto “dell’Amicizia” (chissà perché non “dell’Amore”…) sfilino i suoi gioiellini. Peccato, però, che non ci saranno esercizi o figure in comune, avverte il colonnello Ferace “poiché manca ancora il necessario affiatamento tra i nostri cavalieri e i loro. In futuro chissà…”. Già, chissà.

Ormai i viaggi di Mu’ammar Gheddafi in Italia sono sempre più frequenti e sono sempre destinati a diventare un caso. È stato così l’anno scorso, quando (giusto perché si annoiava, mica per altro) riservò una delle sue preziosissime serate per tenere interessantissime lezioni di religione islamica a decine di ragazze, rigorosamente taglia 42 (pare che quel simpatico quadretto sia destinato a ripetersi: speriamo che alle fortunate allieve almeno quest’anno sia una fettina di pizza). E sarà così anche quest’anno. Solo che il dittatore libico (ops, non si può dire?) ha scelto di far parlare di sé non solo per il folklore e le contestazioni, ma per la rinnovata veste di “Zio d’America”. Al diavolo le proteste e i ragionevoli dubbi sull’utilità di perseguire questo tipo di rapporto politico: l’Italia è stata la prima nazione a sdoganare la Libia (che non per niente è stata derubricata da “rougth state” a “state of concern”, ovvero da “stato canaglia” a “stato preoccupante”) e ora ne raccogliamo i frutti. Nell’agenda del suo soggiorno romano, infatti, sono già stati inseriti numerosi incontri con i big della finanza italiana: domani, alla cena con il grande amico Cav Silvio, ci saranno Alessandro Profumo di Unicredit, Paolo Scaroni di Eni, Pier Francesco Guarguaglini di Finmeccanica, Piero Gnudi di Enel, più altri e vari imprenditori.

La Libia si va imponendo come potenza economica non indifferente per gli equilibri politici mondiali e il nostro Premier, che il fiuto dell’imprenditore non lo ha ancora perso, vuole trarne profitti e vantaggi. Ettore Livini, su La Repubblica, ci ha spiegato come la premiata ditta “Gheddasconi spa” abbia un modo di agire tutto suo. Di affari diretti tra Berlusconi e Gheddaffi, infatti non c’è traccia, se si esclude una compartecipazione di Fininvest e Lafitrade, uno dei bracci finanziari di Gheddafi, in Quinta Communications, la società di produzione cinematografica di Tarak Ben Ammar.

Il grosso del business si fa per altre strade: nel pubblico. Il Colonnello ha messo sul piatto un po’ del suo tesoretto personale (i 65 miliardi di liquidità di petrodollari accumulati negli ultimi anni) e il Cav gli ha prontamente spalancato le porte dell’Italia Spa. L’uno ha ottenuto il tanto agognato sdoganamento della Libia sui mercati internazionali e l’altro ne può ora pilotare gli investimenti nel Belpaese, secondo la celebre strategia del “do ut des”. Se infatti la prima banca italiana, la Unicredit, si frega le mani pensando ai ricchissimi fondi sovrani di Tripoli, Gheddafi si bea pensando a come sia riuscito a diventarne in due anni il primo azionista con una quota vicina al 7% (valore quasi 2,5 miliardi): se poi ci sommiamo il 7,5% che controlla nella Juventus, il libico è il quinto singolo investitore per dimensioni a Piazza Affari. E (ingordo!) punta a quote di compartecipazione in Telecom, Terna, Finmeccanica, Impregilo e Generali. E poi? Dopo aver dato l’ok all’ingresso di Tripoli con l’1% nell’Eni, è stato “barattato” l’allungamento di 25 anni delle concessioni del cane a sei zampe in Libia in cambio di 28 miliardi di investimenti. E poi? L’asse con il Colonnello (sempre stando a Repubblica) regalerebbe al Premier un’altra opportunità d’oro: quella di distribuire le varie commesse a Tripoli garantite dallo storico accordo: Ansaldo Sts (per il segnalamento ferroviario) e Finmeccanica (elicotteri) hanno incassato due maxi-ordini. I big delle costruzioni si sono messi in fila per gli appalti sulla nuova autostrada libica da 1.700 chilometri (valore 2,3 miliardi) affidata in base agli accordi bilaterali ad aziende tricolori.

E poi? La lista sarebbe lunga, troppo lunga. In fondo, forse, il colonnello Ferace è stato troppo pessimista: a me pare che l’affiatamento ci sia. E che affiatamento.

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postato il 29 agosto 2010 da Redazione | in "Giustizia, Politica"

Processo breve: non voteremo quel testo. Al Paese non serve un’amnistia

Non entriamo in un governo dove l’unico che conta è Tremonti

L’intervista a Pier Ferdinando Casini su Il Corriere della Sera di Aldo Cazzullo

«Dove eravamo rimasti? Al predellino, quando ci venne spiegato che i moderati fuori dal Pdl non avrebbero avuto diritto di cittadinanza? Al bipartitismo, quando Veltroni e Berlusconi ci additarono come sbocco della transizione italiana la terra promessa di due partiti unici? Invece tutto è andato nella direzione da noi denunciata. Il goffo tentativo di ridurre la politica italiana al bipartitismo ha posto sul piedistallo due grandi vincitori: non il Pd e il Pdl, ma Di Pietro e la Lega».

Presidente Casini, è la sua estate. Tutti la cercano. Berlusconi la voleva al governo. Bersani la vuole nell’Alleanza democratica.
«È l’estate in cui si tocca con mano quel che diciamo da tempo: la Lega è diventata l’arbitro della politica italiana. Per fortuna Berlusconi ha impedito le elezioni anticipate, e ha fatto bene. Il voto in autunno sarebbe stato non solo un’ammissione di responsabilità da parte del Pdl, costretto a interrompere la legislatura dopo due anni come Prodi, nonostante i cento deputati di maggioranza. Berlusconi ha capito che sarebbe stato la vittima designata. Avrebbe trainato la coalizione alla vittoria alla Camera, impallando il Senato. A quel punto la Lega e una parte della sinistra avrebbero fatto nascere il governo Tremonti».

Tutto questo non toglie che prima o poi lei dovrà scegliere in quale alleanza entrare.
«Tutto questo dimostra che la gente comincia a riflettere sulle nostre idee, a lungo considerate minoritarie. È sempre brutto far la parte di chi l’aveva detto. Eppure è proprio così: noi l’avevamo detto. Due anni fa, abbiamo preso i nostri stracci e abbiamo condotto una corsa disperata, fuori dal Pdl. Ora ci chiedono di entrare al governo? Ma in questo governo l’unico che conta è Tremonti. C’è un problema di squilibrio istituzionale, con il ministero dell’Economia che ha inglobato cinque o sei ministeri della Prima Repubblica, da ultimo le Attività produttive, ormai ridotte a un simulacro. E c’è un problema di squilibrio politico: Tremonti è il garante della Lega al governo».

È proprio quel «simulacro di ministero» che vi ha offerto Berlusconi.
«Al governo non si va per soddisfare vanità. Grazie a Dio, le mie vanità me le sono tolte tutte, e continuo a soddisfarle. Al governo si va per incidere politicamente. E oggi ci sarebbe consentita solo la parte del parente povero. Aggiungere un posto a tavola non servirebbe né a chi lo mette, né a chi lo riceve».

Ma è Bossi che non vi vuole. Dice che state in mezzo per intercettare le poltrone.
«Bossi ha passato l’estate a insultarmi. Io preferisco replicare con i ragionamenti. È vero il contrario. Noi, alla faccia della “logica democristiana”, siamo l’unico partito all’opposizione da due legislature. Prima con Prodi, ora con Berlusconi. Il partito della nazione non nasce per aggiungersi agli uni o agli altri. Nasce ponendo una domanda: è possibile essere protagonisti in politica nel nome della dignità e della responsabilità? Perché Fioroni e Pisanu devono stare in due partiti diversi? Quale linea, quali valori, quale programma li divide, se non l’idea che alimentano gli uni e gli altri alternativamente per cui da una parte c’è il regno del bene e dall’altra il regno del male? Il partito della nazione nasce perché l’Italia si sta disgregando. E in un Paese disgregato le grandi scelte di modernizzazione non si fanno, perché costano. Prendiamo il nucleare. Noi siamo favorevoli. Ma com’è possibile pensare di poterlo fare senza un accordo bipartisan? Che succede se tra qualche anno c’è una nuova maggioranza a cui il nucleare non sta bene? Si torna indietro? Questi sono temi su cui non si può scherzare».

Per un accordo vasto ci vorrebbe un nuovo governo.
«Il governo di responsabilità nazionale che noi abbiamo evocato non è il governo di tutti contro Berlusconi e Lega. Non è la vendetta contro chi ha vinto le elezioni. Ma non è nemmeno il governo di prima, con Casini al posto di Fini. Sarebbe umiliante. Vedo che provano a blandirci sbandierando i valori, l’identità cristiana. Ma a noi non interessa questo esibizionismo valoriale, usato o per compiacere le gerarchie ecclesiastiche o per innestarvi sopra operazioni politiche. Noi difendiamo i valori, e proprio per questo non ci piace il mercimonio».

A cosa si riferisce?
«Vedo che i temi della bioetica vengono affrontati a volte con una logica emergenziale, come nel caso di Eluana, in cui si voleva fare una legge in 24 ore, e poi vengono trascurati per mesi, per poi essere rispolverati strumentalmente al fine di costruire un’alleanza politica. Ma sui temi etici non si costruiscono né alleanze, né steccati».

Ma lei con chi lo vuol fare il partito della nazione?
«Il partito della nazione è un processo. Non ho la bacchetta magica, non fondo partiti a tavolino come Berlusconi. È chiaro che ci sono interlocutori naturali, come Rutelli. Spero poi che dalla società civile qualcosa si muova. Ma non entro nel gossip dei nomi. Anche perché molti esponenti della società civile vorrebbero entrare in campo a partita finita, quando si gusta la vittoria. Se si votasse domani mattina, questo partito avrebbe la necessità di candidarsi autonomamente; e allora tanti entusiasmi si appannerebbero. Cesa ha detto: noi azzeriamo l’Udc. Io dico: leviamo il mio nome dal simbolo, facciamo un grande concorso di idee per un simbolo nuovo. Più di così, cosa dobbiamo fare? Saranno i fatti a far maturare il resto».

Per Fini ci sarebbe spazio?
«Come presidente della Camera, Fini si sta comportando bene. Sul suo futuro politico, deve decidere lui. Non è in stato di minorità. Per ora, non si capisce se i finiani rientrano nel Pdl o fanno un partito. Senza sapere queste cose, come faccio a fare una proposta a Fini? Deve dire lui quel che vuol fare, agli italiani prima che a me. Certo, oggi vengono a galla le contraddizioni iniziali di un progetto politico in cui molti si sono fatti imbarcare senza crederci fino in fondo. Però sapevamo tutti com’è Berlusconi…».

Com’è Berlusconi?
«Io ho un rapporto di simpatia con lui. Tutto si può dire salvo che sia uno che non è scoperto nelle sue modalità politiche. E il modo in cui ha fatto il Pdl era indicativo di come l’avrebbe guidato. Paradossalmente, è più facile trattare con Berlusconi dall’esterno, come fa Bossi, che non nello stesso partito. Infatti non c’è giorno che non manifestino il loro disagio Rotondi e altri ex dc, che per mesi mi hanno svillaneggiato spiegandomi che fuori dal Pdl sarei stato irrilevante».

Ma lei potrebbe mai tornare con Berlusconi?
«C’è un doppio Berlusconi. C’è quello che a inizio legislatura pronuncia un discorso che valorizza il ruolo dell’opposizione, e concorre con il centrosinistra e con i togati a eleggere Vietti al Csm. E c’è il Berlusconi vittima del delirio di autosufficienza. Per fortuna ora ha capito la manovra di aggiramento che era in corso contro di lui. Maroni ha parlato di un’operazione per far fuori Berlusconi. Ha ragione, ma non erano certo Di Pietro e Bersani i manovratori; e Maroni dovrebbe saperne qualcosa di più di quel che fa finta di non sapere. Se a Berlusconi è servito brandire lo spauracchio dell’Udc per evitare la congiura, mi fa piacere per lui. Ma non basta dire che siamo insieme nel Ppe per fare un’alleanza. Il giorno in cui Berlusconi andasse alle urne, finita la legislatura, su percorso di decoro politico-istituzionale, si può discutere con lui. Ma se Berlusconi andasse al voto anticipato lanciando un appello al superamento della Costituzione, guidando una coalizione in cui conta solo la Lega e gli altri fanno tappezzeria, gridando contro i poteri forti, il capo dello Stato, la magistratura e la Corte costituzionale, è ovvio che noi non potremmo mai starci».

E il processo breve, glielo votate?
«Com’è uscito dal Senato, no. Noi siamo stati il partito che più di ogni altro si è fatto carico della specificità del ruolo di Berlusconi come presidente del Consiglio. Il legittimo impedimento l’abbiamo costruito noi, perché ci pareva importante far finire la stagione in cui Berlusconi e la magistratura erano avvolti in una contesa ormai patologica. Se vogliamo pensare a una tutela per le alte cariche, siamo disponibili. Ma cancellare centinaia di processi per farne finire uno o due sarebbe una follia. Di tutto il Paese sente il bisogno, tranne che di un’amnistia».

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postato il 29 agosto 2010 da Redazione | in "In evidenza, Riceviamo e pubblichiamo, Spunti di riflessione"

La tessera della discordia: il calcio e i suoi tifosi ad un bivio

Il mondo del calcio si è rimesso in moto in queste ore, con la (grande?) novità della tessera del tifoso.
Abbiamo assistito a veementi proteste degli ultras un po’ in tutta Italia, a divisioni tra tifosi della stessa squadra (nella mia città, Pisa, domenica scorsa si è arrivati allo scontro, prima verbale e poi fisico, tra la minoranza più oltranzista della curva e la maggioranza degli sportivi che ha invece accettato di fare la tessera) e, per finire in bellezza, alla violenta contestazione al ministro dell’interno Maroni, con assalti da parte degli ultras bergamaschi durante un comizio ad una festa leghista.

Ma cosa è questa tessera e perché è tanto ostacolata? La tessera del tifoso è una sorta di bancomat personale con cui i tifosi avranno una serie di servizi (acquistare i biglietti in modo più veloce, passare attraverso varchi preferenziali negli stadi, accedere allo stadio anche nei casi di partite soggette a restrizioni per ragioni di sicurezza). Il punto più importante infine è che questa serve necessariamente per assistere ad una partita in trasferta, visto che le società hanno l’obbligo di vendere i biglietti riservati ai settori ospiti esclusivamente ai possessori della tessera del tifoso.

Insomma non è una schedatura vera e propria ma poco ci manca. Per questo è chiaramente rifiutata dagli ultras e perché, con questo sistema i tifosi sottoposti alla Daspo non potranno più, contrariamente e quanto avveniva fino ad ora, eludere il provvedimento di divieto ad entrare negli stadi. Insomma questa tessera non sarà la panacea di tutti i mali, ma è un passo avanti per responsabilizzare tutti gli sportivi che vanno allo stadio. Quei tifosi che non hanno niente da temere con la giustizia forse ci guadagnano qualcosa.

Ma questo provvedimento non potrà, da solo, cambiare un sistema calcistico che nel tempo sta diventando insostenibile. Servirà molto altro per provare a mettere in campo quella rivoluzione culturale di cui il calcio avrebbe bisogno. Vediamo alcuni spunti: innanzitutto, l’istituzione di questa tessera dovrebbe bloccare, fin da subito, le decisioni prese dall’Osservatorio Nazionale delle manifestazioni sportive e il Casms (Comitato di analisi per la sicurezza delle manifestazioni sportive) di negare ai tifosi di una squadra ospite di partecipare ad una trasferta, o di disputare partite a porte chiuse. Questo infatti va proprio contro la nuova filosofia che servirebbe per migliorare il nostro calcio. La politica e le istituzioni che garantiscono la sicurezza dovrebbero, d’accordo con la Figc, avere inoltre maggior coraggio e ridurre drasticamente la militarizzazione della domenica, con intere zone delle città chiuse e blindate per una partita di calcio. Ogni cittadino di buon senso sa, con la crisi in corso e con i problemi di criminalità che abbiamo, che lo sproporzionato numero di forze dell’ordine negli stadi è un costo non più sostenibile, oltre che un affronto allo sport, quello vero.

A questo proposito qualcosa si sta muovendo; ad esempio, negli ultimi anni la città di Firenze ha sperimentato la graduale riduzione di impiego delle forze di polizia e solo nelle aree più esterne dello stadio. Su questo tema dovrebbero rischiare di più anche le società calcistiche, che in troppi casi tengono rapporti troppo stretti con i violenti di casa propria. Alle società invece dovrebbe essere affidata, attraverso gli steward, la completa gestione della sicurezza negli impianti, con la polizia soltanto in supporto. Inoltre basterebbe poco per prendere iniziative tese a svelenire il clima tra opposte tifoserie, ad esempio organizzando “terzi tempi” tra tifosi, con punti di accoglienza prima e dopo la gara per i tifosi ospiti. Infine, si dovrebbe avere il coraggio di abbattere le barriere degli stadi, da noi troppe volte concepiti come un campo di battaglia, con divisioni e gabbie.

In attesa di costruire nuove stadi più adatti ad accogliere bambini e famiglie, che almeno si facciano delle piccole migliorie su quelli vecchi. Se in Inghilterra e in altri paesi europei non esistono divisioni tra tifosi e tra i tifosi e il terreno di gioco, se ai mondiali o agli europei è normale per i tifosi vedere le gare stando fianco a fianco, perché non deve essere possibile, nei nostri stadi, vedere tifosi di squadre avversarie sedere gli uni accanto agli altri? Come in Inghilterra, serve anche da noi il pugno durissimo contro chi sgarra (ricordo che all’interno degli stadi inglesi esistono delle celle dove i tifosi sono messi in attesa di essere arrestati), ma anche una nuova cultura sportiva di vivere il calcio che, guarda caso, ogni allenatore italiano che va ad allenare all’estero sottolinea. Non sarà facile e sarà un processo lungo, ma siamo ad un bivio. La tessera del tifoso deve essere solo un piccolo tassello inserito in una serie di azioni per dare vita ad una nuova era: senza, il calcio sopravvivrà ancora per un po’, ma non avrà un grande futuro.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Carlo Lazzeroni

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postato il 27 agosto 2010 da Redazione | in "Economia, In evidenza, Riceviamo e pubblichiamo, Spunti di riflessione"

Un esempio di ottima politica economica: la Germania

In questi giorni si è avuta la conferma che per alcune nazioni, la ripresa è dietro l’angolo: uno di questi è la Germania che sta tornando a correre, occupando di nuovo il suo posto di locomotiva d’Europa.
E’ probabile che la Germania chiuda il 2010 con un numero medio di disoccupati pari a 3,2 milioni, 250mila in meno rispetto al 2009 e oltre 1,5 milioni in meno rispetto a cinque anni fa.
In pratica come se la crisi mondiale non ci fosse stata.

Già da alcuni mesi la Germania, governata da un governo di larghe intese e guidata da Angela Merkel, ha dato segni di un notevole risveglio economico: il PIL è cresciuto del 2,2% contro l’1% dell’Europa, nonostante la Germania abbia varato una manovra correttiva molto più pesante (circa 70 miliardi di euro distribuiti tra tagli e maggiori tasse, nell’ordine di 10 miliardi di euro da ora al 2016) di quella di altre nazioni europee, mentre l’indice IFO ha registrato un rialzo dell’indice di fiducia nelle imprese tedesche a 106,7 punti nel mese di agosto, rispetto ai 106,2 di luglio e contro le attese degli analisti di una soglia pari a 105,7. I dati, inoltre, fanno segnare una forte crescita degli investimenti e una ripresa della domanda dalle principali economie emergenti. La crescita del 2,2 per cento dell’economia tedesca nel secondo trimestre fa sperare le imprese, ma potrebbe andare meglio e la Bundesbank ha rivisto al rialzo le previsioni di crescita per il Paese nel 2010 a un più 3 per cento.

Le esportazioni sono aumentate dell’8,2 per cento nella prima metà dell’anno. Su tutto questo, le industrie premono perché il governo liberalizzi le norme per l’immigrazione e il permesso di lavoro degli stranieri qualificati. Il governo è diviso, il ministro dell´Interno si dice contrario, ma la carenza di personale minaccia di frenare la crescita tedesca che si indirizza soprattutto nell’export verso paesi extra UE, come la la Cina e il Brasile, senza dimenticare la Russia, il Sud Africa e altre zone del Far East asiatico.

Come sono stati raggiunti questi risultati?
La Germania ha saputo rafforzare la sua capacità manifatturiera favorendo e sostenendo la capacità di ricerca e innovazione e incoraggiando l’immigrazione di personale qualificato anche da altre nazioni, non solo della UE, ma anche extracomunitari, ottenendo in tal modo grande ammodernamento tecnologico, qualità e la possibilità di essere rapidamente aggiornato sulle nuove tecnologie. Su tutto ciò la Merkel è stata molto abile: nei suoi viaggi ha saputo lanciare al massimo il marchio “Germania” come sinonimo di affidabilità, qualità e serietà, anche grazie alla sua serietà riconosciuta da tutti i leader mondiali.

Ecco la Germania vincente, che incoraggia la ricerca, con la Siemens in Cina e in Brasile (alta velocità ferroviaria, impianti per l’energia rinnovabile), la Bmw e la Volkwagen, e altre aziende. Per fare ciò ci vuole anche il coraggio di prendere delle scelte a volte difficili: la Germania ha deciso, ad esempio, di imporre una tassazione aggiuntiva per le banche con l’obbiettivo di racimolare 1,5 miliardi di euro annui da destinare ad un fondo di sostegno per le stesse banche in crisi.

Investendo moltissimo sulla produttività e con dei sindacati responsabili che hanno partecipato all’operazione, accettando modifiche dei salari e degli orari in cambio di tutela dell’occupazione.
E il resto d’Europa? L’Italia ha delle caratteristiche simili, per certi versi, alla Germania, a partire proprio dall’industria: siamo il secondo paese manifatturiero del continente, dopo i tedeschi, ma a differenza dei tedeschi il sistema pubblico, la politica, i sindacati, sono meno attivi nel sostegno all’industria e alla sua espansione internazionale.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Gaspare Compagno

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postato il 27 agosto 2010 da Redazione | in "Politica"

Casini, alleanze? Non escludo nulla

L’intervista a Pier Ferdinando Casini su Repubblica di Francesco Bei

Sul futuro non si sbilancia, non dice esplicitamente di sì a quella “Alleanza per la democrazia” lanciata da Pierluigi Bersani nella lettera di ieri a Repubblica. Ma è chiara l’attenzione con cui Pier Ferdinando Casini guarda al progetto lanciato dal segretario democratico. Un’operazione che ha molti punti di contatto con la strategia immaginata a via della Scrofa.

Bersani archivia l’esperienza dell’Unione e immagina un nuovo Ulivo perno di un’alleanza più larga per sconfiggere Berlusconi. Ha letto la proposta?

“L’ho letta attentamente. E ritengo importante che il Pd, tramite il suo segretario, si stia assumendo la responsabilità di guidare una riorganizzazione del campo della sinistra democratica. È un impegno funzionale a dare maggior ordine alla politica italiana e, per quanto riguarda le forze dell’opposizione, a rendere più chiari i rapporti politici”.

La premessa del discorso di Bersani è anche il rifiuto di tornare a votare con il Porcellum…

“Anche qui, è pienamente condivisibile l’idea che non si possa tornare alle urne prima di aver riscritto una legge elettorale con l’obiettivo di restituire ai cittadini il diritto di scegliere i propri parlamentari. Che cinque oligarchi di partito – e io mi metto tra questi – decidano in solitudine l’intera rappresentanza parlamentare è un’indecenza cui va posta fine”.

Bene, allora si può immaginare l’alleanza tra voi e il nuovo Ulivo a trazione Pd?

“Alleanza? Piano. Il nostro compito è un altro, parallelo a quello di Bersani. A noi spetta di riorganizzare un’area di centro che si rivolge a un altro pezzo d’Italia. Sarà il cammino politico e – è inutile nascoderselo – anche gli atti della maggioranza, a sciogliere il nodo delle possibili alleanze. Altro adesso non si può dire. Ma intanto è una buona cosa che il Pd si assuma la responsabilità di organizzare quel campo e noi, in parallelo, di riorganizzare il centro moderato e riformista”.

Quindi al momento non escludete nulla?

“In condizioni di normalità politica la mia collocazione in Europa sarebbe alternativa a quella del Pd. Ma, appunto, in una situazione di normalità politica, sia italiana che internazionale, che adesso non c’è. Ad esempio, ricordo che Angela Merkel in Germania ha collaborato con i socialisti a lungo e il governo attuale, basato su un’alleanza fra Cdu e i liberali, sembra stia facendo rimpiangere quello di prima”.

Con Bersani ha discusso della proposta di Alleanza democratica?

“Bersani è un interlocutore affidabile e serio, con lui c’è un dialogo continuativo e quasi quotidiano. Senza nasconderci le diversità”.

Intanto il vertice a villa Campari tra Berlusconi e Bossi sembra aver archiviato sia l’ipotesi di allargamento della maggioranza all’Udc, sia le elezioni anticipate. Come lo valuta?

“A parte il solito teatrino della politica, il vertice lo considero in maniera molto positiva. Si è liquidata finalmente la scorciatoia delle elezioni anticipate, un falso tema che ha impegnato l’estate e che sarebbe stata una prova di assoluta irresponsabilità, vista la crisi internazionale e i rischi cui avrebbe sottoposto l’Italia”.

Ma i leghisti hanno anche fatto valere il loro veto al vostro ingresso al governo…

“L’ipotesi di un’alleanza diversa, con noi al governo, non è mai stata in discussione. Ognuno resterà nel posto dove lo hanno collocato gli elettori, chi al governo e chi all’opposizione. A Berlusconi l’ho detto anche in privato: chi ha vinto le elezioni ha il dovere di governare senza tirare a campare”.

E voi resterete all’opposizione?

“Noi continueremo sulla linea di opposizione responsabile che abbiamo scelto fin dall’inizio della legislatura e che si sta dimostrando sempre più seria ed efficace: voteremo le leggi giuste, quelle fatte nell’interesse del Paese e contrasteremo duramente le altre”.

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postato il 26 agosto 2010 da Redazione | in "Politica"

Basta con il teatrino della politica

Chi ha vinto le elezioni governi

Mentre la situazione economica e finanziaria del Paese diventa sempre più difficile, continua il teatrino della politica causato dalle liti e dalle divisioni interne del Pdl. Ho ripetuto a tutti in pubblico e in privato, anche allo stesso presidente del Consiglio, che chi ha vinto le elezioni ha il dovere di governare senza tirare a campare.
Sono lieto che ieri abbiano accantonato l’ipotesi delle elezioni anticipate, che in questo momento sarebbero una prova di pura irresponsabilità. Noi continueremo sulla nostra linea, che si sta dimostrando sempre più seria ed efficace: voteremo le leggi giuste, quelle fatte nell’interesse del Paese, e contrasteremo duramente le altre.

Pier Ferdinando

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postato il 26 agosto 2010 da Redazione | in "In evidenza, Riceviamo e pubblichiamo, Spunti di riflessione"

Ma il problema dei cattolici non è solo Berlusconi

La polemica sull’editoriale di Famiglia Cristiana è una di quelle polemiche inutili che distraggono dalle questioni importanti. E’ una polemica inutile perché il settimanale dei paolini è una rivista cattolica, e non dunque la rivista rappresentativa di tutti i cattolici italiani, che esercita legittimamente come qualunque altro organo di stampa il diritto di critica nei confronti del governo di questo Paese.

Risultano così sproporzionate le reazioni dei pretoriani berlusconiani  che sembrano vivere in un mondo dove esiste il crimine di lesa maestà per quanti dissentono dal Premier  e dove i giornali cattolici si occupano solo del fatto se è meglio accendere le candele a san Francesco o a san Giuseppe. Fortunatamente viviamo in un paese libero e democratico dove criticare il Presidente del Consiglio è legittimo e a volte doveroso anche per un giornale cattolico che, ricordiamocelo, ha il compito di cercare la verità e di guardare alla realtà sub luce Evangelii. Fatta questa premessa necessaria per sgombrare il campo dalle sterili polemiche è giusto occuparsi dell’editoriale di Beppe Del Colle che pur facendo delle importanti sottolineature sembra perdere di vista lo sfondo più vasto della vicenda dei cattolici italiani in politica.

Del Colle si muove sulla scia di un bell’editoriale di Gian Enrico Rusconi su La Stampa, dove si invitano i cattolici italiani a fare autocritica sulla recente esperienza politica, e attribuisce alla discesa in campo del Cavaliere il “demerito” di aver iniziato la diaspora del voto cattolico. Il “fenomeno Berlusconi” è sicuramente un elemento chiave per comprendere la vicenda recente dei cattolici in politica ma non esaustivo perché la crisi della presenza politica dei cattolici in Italia viene da lontano: non è stato Berlusconi a spaccare il voto cattolico ma la storia.

Il cambiamento e le fibrillazioni della Chiesa Cattolica sempre meno monolite e più sinfonia, il crollo delle ideologie, la crisi irrisolta della Democrazia Cristiana hanno progressivamente “liberato” il voto cattolico in Italia (è sufficiente guardare il progressivo assottigliarsi dell’elettorato democristiano) che orfano della Balena Bianca si è disperso tra le nuove formazioni politiche con una innegabile, e incoraggiata dalle gerarchie ecclesiastiche, preferenza per le forze del cento destra guidato da Silvio Berlusconi. Solo a questo punto si può accettare il rilievo di Del Colle sul problematico rapporto con il berlusconismo che da un lato, supportato da schiere di atei devoti, solletica e ammalia i cattolici con la difesa ad oltranza della vita ma dall’altro opera una progressiva estromissione dei valori dalla vita personale e comunitaria.

C’è dunque un rapporto problematico dei cattolici con il berlusconismo, ma c’è soprattutto un problema della presenza dei cattolici nella vita politica e nella società civile che le vicende di questi anni, incluso il berlusconismo, non fanno altro che confermare. Questa crisi della presenza politica dei cattolici rientra nel più grande travaglio della Chiesa Cattolica che nel nostro caso non riesce a far passare capillarmente al suo interno la convinzione che l’impegno per la cultura e per l’educazione e la formazione della persona umana costituisce la prima sollecitudine dell’azione sociale dei cristiani. Mancano, per usare una immagine quasi milaniana, quei preti che ti volevano davvero bene e dunque ti  mettevano il Vangelo in una mano e il giornale nell’altra e ti insegnavano che la “Buona Notizia” delle pagine evangeliche può e deve essere anche nelle pagine del tuo giornale. Ecco perché ha ragione Rusconi quando dice che i cattolici “non possono limitarsi a scaricare la responsabilità sulla cattiva politica del presente” ma devono compiere una seria autocritica su questi ultimi anni, una critica che colpisca specialmente ogni appiattimento deferente verso i potenti finalizzato a lucrare favori o vantaggi, una critica che sostenuta dalla radicalità evangelica ridia spazio e vigore alle voci profetiche capaci di denunciare ma anche di annunciare gioia grande, capaci di ripetere le parole isaiane: “per amore del mio popolo non tacerò”.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Adriano Frinchi

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postato il 26 agosto 2010 da Redazione | in "In evidenza, Politica, Riceviamo e pubblichiamo, Spunti di riflessione"

Quella DC nata al nord e l’esigenza di un federalismo autenticamente solidale

Il Sole 24 Ore” di ieri, con un interessante articolo a firma di Dino Pesole, cerca di rinfrescare le nozioni del Ministro Bossi sulla storia della Democrazia Cristiana, probabilmente da rivedere (assieme a tante altre questioni).

La DC, contrariamente all’analisi del “senatur”, nasce nel pieno del secondo conflitto mondiale (1942) come un partito decisamente legato al territorio del Nord, in particolare a quel Nord profondo, contadino, cattolico e lavoratore che faceva della triade ”casa – chiesa – bottega” il proprio punto di riferimento (i racconti di Guareschi con la parabola del Bene Comune portato avanti, nonostante le divergenze, dal pretone della Bassa Don Camillo e dal sindaco comunista Peppone sono eloquenti al riguardo).

Molta parte di quel Nord oggi in camicia verde (si pensi all’epopea del “mitico” Nordest tra gli anni ’80 e ’90) nasce indubbiamente da questo sostrato sociale. Territori vocati ad una tragica emigrazione che, partita alla fine dell’Ottocento, si protrarrà anche durante il regime fascista, nonostante i proclami mussoliniani. Quei territori trovarono un importante punto di riferimento nel rassicurante pensiero democristiano, nella sua azione moderata, nel valore della sua classe dirigente che aveva fatto la Resistenza, pagando anche a caro prezzo l’adesione alla democrazia (si pensi a Porzus e alle vicende del “Triangolo della Morte”, con l’uccisione di molti sacerdoti e politici moderati solo colpevoli di aver invocato una pace sociale) e nell’adesione all’Alleanza Atlantica e al Piano Marshall.

Riforma agraria, Piano Casa, riforma fiscale, provvedimenti messi in campo negli anni del centrismo segnato dall’impronta della figura di De Gasperi, strizzavano certamente l’occhio a questi stati sociali, gettando le basi di quel “boom” che poi caratterizzerà l’Italia degli anni ’60. Certo, la progressiva meridionalizzazione di apparati dirigenti e di governo, esasperata alla fine degli anni ’80, ma già iniziata nei tragici “anni di piombo”, porterà ad un certo distacco e alla nascita dei primi fermenti anti – centralisti.

Non posso qui non citare, a tal proposito, l’intelligente intuizione di un grande politico della terra veneta quale Antonio “Toni” Bisaglia (1929 – 1984), morto prematuramente all’apice della sua carriera : creare un partito federato, sul modello della CSU bavarese, per stare realmente accanto agli interessi e alle priorità del territorio, di fronte ad un progressivo distacco di una partitocrazia crescente da quella borghesia che aveva appoggiato la nascita della DC. Una lezione importante, che esaltava un federalismo solidale, nel solco della tradizione dei Comuni italiani (di là viene non a caso il motto “Libertas”) come indicato nel lontano 1919 da Don Sturzo in prima persona, per prevenire quei fermenti che già agitavano le acque del Nord d’Italia, nel generale riflusso ideologico degli anni ’80. Un modello che forse, nel progetto di un nuovo soggetto politico legato alla coesione e responsabilità nazionale, avrebbe senso riprendere, per dare, come sottolineato recentemente anche dalla CEI, un senso solidale e non egoistico alla riforma dello Stato in atto, da non ridurre a mero slogan propagandistico di qualche soggetto politico, o, peggio, a paravento per parole d’ordine dure e contro l’interesse della nostra “povera Patria” (Battiato docet).

“Riceviamo e pubblichiamo” di Marco Chianaglia.

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postato il 25 agosto 2010 da Redazione | in "In evidenza, Riceviamo e pubblichiamo"

Gli smemorati di Pontida

Cari lettori, ma voi lo sapete cos’è “La Padania”?

No, non mi riferisco alla mitica Eldorado del Nord, esistente sin dai primordi della storia e dell’umanità. Stavo parlando del giornale ufficiale della Lega Nord, la “Voce del Nord”, già organo di riferimento per il “Nord unito”, il “Nord mitteleuropeo” (direttori colti, eh?), e addirittura per la “Mitteleuropea” (tutta intera, evidentemente, dalla Padania all’Ungheria, passando per Germania e Polonia). È un giornale che spara a zero contro “Roma Ladrona” e contro il Sud sprecone, ma che poi non disdegna il finanziamento annuale statale di oltre 4 milioni di euro. È un giornale che vanta come direttore politico Umberto Bossi, già reo confesso al processo Enimont, già condannato per vilipendio dello Stato e noto estimatore delle proprietà della carta igienica “Tricolore”. È un giornale piccolino (vende in media 22 mila copie), ma sa sempre come farsi sentire (in osservanza alla legge del “chi ce l’ha più duro vince”).

Tutto ciò è relativo, però. Perché “La Padania” è forse uno dei pochi giornali a poter vantarsi di aver anticipato uno dei cavalli di battagli più famosi de “La Repubblica”. Come? È l’8 luglio 1998 e la Lega Nord ha rotto da tempo i ponti con il Polo delle Libertà e con il suo leader Silvio Berlusconi. Per questo, l’allora direttore Max Parisi, fa del suo giornale, “La Padania” per l’appunto, il primo al mondo a tuonare, contro “Berlusconi mafioso”, pubblicando in prima pagina diverse foto di big dei Cosa Nostra (Riina, Brusca, Badalamenti, Calò), in compagnia proprio del leader di Forza Italia e del suo braccio destro, Marcello Dell’Utri, numerosi documenti e le dieci domande indirizzate al premier! Sì, proprio le famose e ormai celeberrime “dieci domande”. Domande che vale davvero la pena di rileggere, documentate a dovere, un vero e proprio esempio di giornalismo coraggioso. Max Parisi, poi, concludeva il suo articolo, lanciando un appello a Berlusconi: “Poiché c’è chi l’accusa che quell’oceano di quattrini provenne dalle casse di Cosa Nostra e sta indagando proprio su questo, prego, schianti ogni possibile infamia dicendo semplicemente la verità. Punto per punto, nome per nome. È un’occasione d’oro per farla finita una volta per tutte. Sappia che d’ora in poi il silenzio non le è più consentito né come imprenditore, né come politico, né come uomo.

Dopo 12 anni, immagino, “La Padania”, starà aspettando una risposta. E invece no. Perché si direbbe che invece lì dalle parti di Pontida abbiano cambiato idea: prendete in mano una qualsiasi copia del giornale è leggere che Berlusconi non è più “in combutta con la Mafia”, ma è il “salvatore del Nord”, boicottato (dicono loro: sì, sempre gli stessi) dagli affaristi del Sud (che rispondono ai vari nomi di Casini, Fini, PD e compagnia bella) e dalla magistratura militante. Smemorati? Sbadati? Rassegnati? Oh, no. Gli smemorati de “La Padania” la loro risposta l’hanno trovata. E sapete dove? Nel traffico delle banche, delle quote latte e nella lottizzazione dei vari enti pubblici organizzato dal proprio partito di riferimento. Perché se Roma è e resterà sempre “ladrona”, chi vieta alla Padania (la terra, si intende) di sedersi al tavolo dei commensali e di tenere per sé la fetta migliore di tutto? Come Berlusconi sia riuscito ad accumulare il suo patrimonio non può avere più nessuna importanza, visto che, ora come ora, sono super-impegnati ad accumulare il loro, di patrimonio.

E allora al diavolo le dieci domande a Berlusconi. È la Padania, bellezza.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Giuseppe Portonera.

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postato il 24 agosto 2010 da Redazione | in "In evidenza, Politica, Riceviamo e pubblichiamo, Spunti di riflessione"

Caro Veltroni…

Caro Veltroni,

sono uno di quegli italiani a cui ha indirizzato la sua lettera aperta dalle pagine del Corriere delle Sera e che dopo la lettura è rimasto assolutamente perplesso. La sua è una bella lettera non solo perché scrive molto bene, ma  perché  è un’ottima fotografia dell’attuale situazione socio-politica, tuttavia la sua missiva si limita al momento presente dimenticando di dire qualcosa sul passato e soprattutto sul futuro. E lei, caro Veltroni, non si può permettere di essere un osservatore disincantato, uno di quelli che negli ultimi tempi, come disse amaramente Bettino Craxi, sono stati sulla Luna.

Mi sarei aspettato qualche parola in più sul recente passato perché lei ne è stato protagonista e direi responsabile, non solo perché è stato candidato premier nelle ultime elezioni politiche ma perché è stato protagonista insieme a Romano Prodi della stagione dell’Ulivo. Il presente è sempre risultato del passato e nel nostro passato non c’è solo Berlusconi, ma ci sono anche i due esecutivi guidati da Romano Prodi, entrambi di vita breve, con maggioranze rissose quanto quella attuale che non hanno saputo interpretare pienamente le istanze di cambiamento degli italiani , che non hanno saputo o voluto prendere dei provvedimenti necessari come la legge sul conflitto di interesse o la riforma della legge elettorale all’indomani delle politiche del 2006. Lei nella sua lettera critica il bipolarismo dell’era Berlusconi ma debbo ricordarle che è un bipolarismo che il centrosinistra ha sempre alimentato ondeggiando tra antiberlusconismo e legittimazione di Berlusconi: la fortuna più grande di Berlusconi probabilmente è stata avere voi come avversari e la straordinaria maggioranza ottenuta dal Cavaliere nelle politiche del 2008 è stata determinata proprio da quella inutile corsa al bipartitismo italiano iniziata da lei e Berlusconi, che l’ha costretta ad una inutile mattanza dei suoi alleati e delle voci libere di questo Paese.

Bipolarismo, bipartitismo, partitismo diventano solo alchimie politiche se mancano progetti e programmi e se soprattutto gli italiani non sono liberi di scegliere, di esprimere la propria preferenza. Se nella sua lettera manca questa consapevolezza del passato, e soprattutto degli errori commessi,manca anche la progettualità per il futuro. Lei conclude la missiva al suo Paese con un “è possibile” che ricorda tanto il suo recente “si può fare” e naturalmente l’obamiano “yes, we can”.  Ma c’è una differenza fondamentale tra il suo slogan e quello di Obama: mentre il suo “si può fare” o il suo “è possibile” rimane assolutamente generico e indeterminato, le parole d’ordine obamiane si sono concretizzate sin dal primo momento nella promessa e nell’impegno della riforma del sistema sanitario americano. Il “change” di Obama non era una bella parola, una poesia ma era la riforma sanitaria che sarà poco poetica ma è qualcosa di concreto, è soprattutto il mantenimento di una promessa che gli ha permesso di conquistare la Casa Bianca. Il suo “è possibile” alla fine della lettera agli italiani è sicuramente una apertura al futuro, ma oggi non basta aprire porte sul futuro, occorre indicare una via ed avere il coraggio di percorrerla.

Caro Veltroni, personalmente sono convinto della sua buona fede e delle sue alte aspirazioni e se le ho fatto questi rilievi è solo perché sono convinto che sia giunto il tempo della franchezza, della responsabilità, della concretezza e del coraggio. Berlusconi uscirà di scena solo quando sarà possibile costruire una alternativa basata su un serio e concreto progetto di cambiamento che non sia illustrato in un programma di mille pagine ma in soli tre punti realizzabili, che permetta alla fine di una legislatura di poter dire: “abbiamo fatto questo”, “abbiamo mantenuto questa promessa”. Questa è la strada per l’alternativa a Berlusconi ed anche per chi si candida ad occuparne lo spazio politico. Questa è la strada per far uscire il nostro Paese dalla palude.

Adriano Frinchi, 28 anni, studente

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postato il 23 agosto 2010 da Pier Ferdinando | in "Politica"

Gli insulti di Bossi dimostrano quale errore è stato affidargli il Paese

Gli insulti che questa sera Bossi mi ha gentilmente rinnovato dimostrano in modo chiaro quale errore è stato affidare il Paese in queste mani. I suoi alleati dovrebbero svegliarsi prima che sia troppo tardi. Noi abbiamo denunciato prima degli altri la strada che il Paese stava imboccando e che francamente gli italiani non si meritano.

Pier Ferdinando

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postato il 23 agosto 2010 da Redazione | in "Elezioni, In evidenza, Riceviamo e pubblichiamo, Spunti di riflessione"

Elezioni anticipate: quanto costano al Paese?

Che il Paese viva un periodo critico, è sotto gli occhi di tutti. Che la politica italiana sia totalmente disinteressata a questo, anche.

Sono ormai mesi e mesi che prosegue la telenovela Berlusconi-Fini, condita dalle sparate di Bossi, sui rapporti all’interno della maggioranza, sull’entità dello strappo nel PDL, sui problemi all’interno della coalizione. Insomma, si parla di tutto, meno che della salute del nostro povero bel Paese.

Oggi l’ultima novità, arriva dal leader della Lega: “Andare al voto comunque”.

Naturalmente, in un Paese già di per sé in condizioni economiche molto precarie, dove il debito pubblico è alle stelle, e la ripresa stenta a decollare, non c’è nulla di più utile di elezioni anticipate!

Forse il sole, il caldo e l’afa, hanno azzerato la memoria degli uomini del Carroccio, che dimenticano quanto costino al Paese le elezioni, specialmente se anticipate. Infatti il Paese dovrebbe spendere, in caso di elezioni, circa 350 milioni di euro (cifra stanziata per le elezioni del 2006), senza dimenticare che a marzo si voterà in molti comuni, con un’ ipotetica spesa di 250 milioni di euro. Incalcolabili invece i danni dovuti alla vacanza di un Governo.

Ora, permettetemi di fare una riflessione su questi dati.

L’Italia non può continuare a sprecare soldi per pagare le elezioni volute soltanto dai signori di Palazzo. Sono passati soltanto due anni dalle ultime elezioni politiche, pochi mesi da quelle regionali. Ci sarebbero 3 anni senza “interruzioni elettorali”. Tempo prezioso, durante il quale il premier Berlusconi potrebbe portare avanti numerose riforme importanti, avendo una buona maggioranza (nonostante lo strappo con Fini), e una frangia di opposizione pronta ad esaminare in modo responsabile e serio le proposte.

Le elezioni sarebbero per Berlusconi un’ancora di salvezza, per il Paese un’ulteriore sconfitta.

Perciò, un monito arriva dal Paese intero: noi italiani siamo stanchi di questa telenovela, adesso è l’ora di portare sugli schermi della politica italiana un film d’autore.

Ci sarà un regista capace di girarlo?

“Riceviamo e pubblichiamo” di Marta Romano

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postato il 23 agosto 2010 da Redazione | in "In evidenza, Riceviamo e pubblichiamo, Spunti di riflessione"

Rimini, trentunesimo meeting per l’amicizia tra i popoli

Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore
‘Riceviamo e pubblichiamo’, di Jacob Panzeri

Chissà quante volte ci sarà capitato, dopo una camminata su sentieri impervi, di rivolgere lo sguardo al sole che faceva lievemente capolino dietro al bruno e al verde della selva, in uno splendido tramonto di montagna. O magari,curiosi come bimbi, di rivolgere il nostro indice verso l’orizzonte celeste del mare, domandandoci se quello fosse il punto in cui l’azzurro del cielo e quello del mare si fondessero come in una tavolozza di un pittore fiammingo (la loro era una tecnica speciale: mescolavano i pigmenti al rosso d’uva e al lattice di fico per ottenere le varie e possibili sfumature coloristiche).

Ebbene, tutto questo afferma che la natura, le cose, le persone, a ben vedere, sono capaci di stupirci per la loro bellezza. Proprio questa constatazione spinse il pensiero greco a sostenere che la filosofia nasce dalla meraviglia, mai disgiunta dal fascino della bellezza. Ricordate le parole di Aristotele? Nel bello traspare il vero, che attrae a sé attraverso il fascino inconfondibile che emana dai grandi valori. Ed è proprio per questo che il cuore dell’uomo è un mendicante, un eterno viaggiatore che desidera cose grandi come Ulisse e Camus, emblema della filosofia esistenzialista che ha spesso enunciato in saggi come “Il mito di Sisifo” l’assurdità della nostra vita materiale di cui ricorre proprio quest’anno il cinquantenario della morte. D’altronde, diceva Eraclito, se giudicassimo la nostra felicità solo dai piaceri materiali, allora dovremmo giudicare felici i buoi quando trovano le veccie da mangiare.

Ma il cuore, l’eterno viaggiatore, pretende di più; è “Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi”. Proprio questo è lo slogan del trentunesimo Meeting per l’Amicizia tra i Popoli. Il Meeting stesso è a sua volta una manifestazione di questa ricerca, è giunto alla trentunesima edizione dopo che nel 1980 un gruppo di sette amici guidati da Emilia Guarnieri, oggi presentazione della Fondazione del Meeting di Rimini, desiderava creare un evento fieristico, una manifestazione di diffusione culturale, valoriale e di incontri tra i popoli.

La prima edizione del Meeting fu orientata a conoscere meglio L’Europa Orientale: parteciparono alcuni dissidenti russi come Vladimir Bukovskj e Tatiana Goritcheva e il giornalista polacco Tadeusz Mazowiecki destinato a diventare nove anni dopo il primo presidente non comunista della repubblica di Polonia. E’ vero quanto riporta il sito ufficiale: “Sin dal suo esordio, il Meeting di Rimini è una manifestazione con un carattere marcatamente internazionale che lo rende un crocevia di testimonianze ed esperienze, unico nel panorama culturale del nostro Paese”.

Il Meeting di Rimini è oggi il più importante evento fieristico italiano, un festival di incontri, arte, musica, riflessione, spettacolo; un festival che ha ospitato filosofi come Carmine di Martino (straordinaria la sua lezione sulla Conoscenza Umana che è stata anche l’ispirazione della mia tesina di maturità) e Fabrjce Hajdadj, mostre come l’Infinito della matematica e Caravaggio in occasione del suo quattrocentesimo, spettacoli come il “Caligola” di Camus o le liriche di Leopardi e la sua sete di infinito recitate da Giancarlo Giannini. La storia inoltre è passata per il Meeting di Rimini: nel 1983, in un contesto europeo che sta affrontando la lenta metaformosi da comunità meramente economica (Ceca) a piattaforma e istituzione civile e valoriale, interviene a Rimini Hans Dietrich Genscher, ministro degli Esteri della Germania Ovest che delinea l’Europa dei sogni, in parte oggi realizzata.
E come non ricordare la recente presenza di Tony Blair e il suo doppio annuncio di conversione al Cristianesimo e di missione in Medio Oriente come operatore di pace ?

Il Meeting è una manifestazione umana e culturale che raccoglie oggi anni circa 800.000 visitatori e 3.000 giovani volontari disposti a usare il proprio tempo libero per rendere efficiente la macchina del meeting. Un grande evento nato sicuramente dalla condivisione e dall’amicizia della Fede Cristiana che fortifica il movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione.

Credo sia necessario prima di parlare di Comunione e Liberazione liberarsi di tutti gli stereotipi accidiosi che come hanno fatto del comunista “un mangiabambini” e del democristiano “un ipocrita e arguto doppiogiochista” hanno reso il ciellino “membro di una setta, della lobby economica, colta e più integralista di Santa Romana Chiesa”. Liberiamoci dei luoghi comuni e parliamo davvero di Comunione e Liberazione.

L’approccio di Comunione e Liberazione è un approccio che ti coinvolge direttamente, non ti viene presentata la fede come un sentimento o peggio un sentimentalismo, né come un codice di valori o di regole da applicare nella società, ma come un Fatto e un Fatto che coinvolge direttamente la tua Persona che ti fa comprendere che Dio non è un entità straordinaria assisa nell’alto dei cieli ma fonte pura e disinteressata di vero amore che ha scelto di donarsi per noi e che noi dobbiamo donare a nostra volta con il dovere di renderci manifesti nella società civile. Senza di questo non si capisce un Ciellino e non si capisce il Meeting, ricordatevelo. Ecco perché questo sguardo affascinante deve essere non “integralista” (mi raccomando) ma “integrale” e deve essere un sentimento che coinvolge ogni cosa:ecco perché ad esempio il Meeting darò spazio anche alla politica e all’incontro tra sulla ripresa economica tra il Ceo di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, ed il segretario della Cisl Raffaele Bonanni.

E’ questo lo spirito del Meeting, spirito che ha guidato inizialmente sette amici guidati dal carisma di Don Giussani ad aprire il primo piccolo padiglione ed oggi raccoglie gente da tutto il mondo, spinti da che cosa? Dal cuore, quella grande natura che ci spinge a desiderare cose grandi.
Io mi faccio guidare dal mio cuore e partecipo all’incontro. E voi???

Per approfondire:

http://www.meetingrimini.org/

http://www.clonline.org/primait.htm

http://www.ilsussidiario.net/News/

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postato il 22 agosto 2010 da Pier Ferdinando | in "Politica"

Bossi stia tranquillo, noi siamo leali con gli elettori

Berlusconi dice che bisogna essere leali con i propri elettori. Bene, questo vale anche per me. Gli elettori mi hanno collocato all’opposizione e hanno chiesto a Berlusconi di governare. Perciò Berlusconi governi, mentre noi, all’opposizione, faremo il nostro dovere, prendendo atto delle cose buone che il Governo dovesse fare ed evidenziando ciò che non riesce a realizzare. Noi non siamo nemici di Berlusconi, siamo semplicemente un’altra cosa.

Non so se il simpatico Umberto è stato vittima di un colpo di sole o ha bevuto qualche bicchiere di troppo. Di certo può stare tranquillo, non corriamo il rischio di trovarci assieme.

Pier Ferdinando

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postato il 21 agosto 2010 da Redazione | in "Politica"

Governo, speriamo sia finita sceneggiata

Verificheremo in Parlamento cosa succederà
 
Speriamo che sia finita questa sceneggiata che non è degna della serietà che richiede la situazione italiana. Noi, la nostra prova di responsabilità la diamo: restiamo fedeli ai nostri elettori. Se il governo farà una cosa giusta la verificheremo in Parlamento e se farà cose che riteniamo sbagliate continueremo a contrapporci fortemente.

Pier Ferdinando

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postato il 21 agosto 2010 da Redazione | in "Economia, In evidenza, Lavoro e imprese, Riceviamo e pubblichiamo"

Il Decreto incentivi e il caso Mondadori

Il decreto legge n. 40 del 25 marzo, e convertito in legge dal parlamento in data 22 maggio, ha già un soprannome: legge salva-Mondadori.

Perchè?

La norma in realtà, è generica, ma sembra essere tagliata sulle esigenze di Mondadori.

Se andiamo a studiare la Legge, osserviamo che questa inizia bene, si prefigge di combattere attivamente l’evasione e l’elusione fiscale attuata tramite le cosiddette “cartiere” e i “caroselli”, ovvero la creazione di società fittizie e di comodo, poi però presenta all’art. 3 comma 2 bis il seguente dispositivo: “le controversie tributarie pendenti che originano da ricorsi iscritti a ruolo nel primo grado, alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, da oltre dieci anni, per le quali risulti soccombente l’Amministrazione finanziaria dello Stato nei primi due gradi di giudizio, sono definite con le seguenti modalita’: (…) b) le controversie tributarie pendenti innanzi alla Corte di cassazione possono essere estinte con il pagamento di un importo pari al 5 per cento del valore della controversia (…)”.

Che significa?

Che se una azienda ha un contenzioso con l’amministrazione finanziaria per avere evaso tasse, o per reati similari, e la vertenza dura da almeno dieci anni con due gradi di giudizio già conclusi positivamente per l’azienda, quest’ultima paga solamente il 5% di quanto dovuto e la vertenza si chiude.

E qui entra in pieno la Mondadori: nel 1991 la guardia di finanza commina una multa di 200 miliardi di imposte da versare (circa 100 milioni di euro), a cui la Mondadori oppone immediato ricorso che, tra alterne vicende, si trascina fino ai gironi nostri, quando sta per concludersi il terzo grado di giudizio.

Nel frattempo la multa, comprensiva di interessi, spese giudiziali e altro, è lievitata fino a 350 milioni di euro, ma, grazie alla nuova la legge, tutto il procedimento si chiuderà con una multa di soli 8,6 milioni di euro (il famoso 5%, che viene calcolato non sulla cifra totale, 350 milioni appunto, ma su una cifra molto inferiore, ovvero 180 milioni di euro, togliendo interessi maturati e altre spese).

“Riceviamo e pubblichiamo” di Gaspare Compagno

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postato il 20 agosto 2010 da Pier Ferdinando | in "Partito della Nazione, Politica"

Chi ha vinto le elezioni pensi a governare

Questa evocazione continua delle elezioni anticipate é una scorciatoia, una prova di impotenza. Chi ha vinto ha 100 parlamentari in più e ci ha spiegato che ci sarebbe stato il miracolo italiano, allora lo realizzi, vada avanti. Berlusconi sa come vincere le lezioni, ma non sa governare. Dal Pdl, ora, mi aspetterei un piccolo atto di umiltà.

Qualora si aprisse la crisi potremmo prendere in esame l’ipotesi di un governo di responsabilità nazionale, cioè di un armistizio che comprenda almeno parti del Pdl e parti del Pd. Un governo che non rappresenti una nuova spaccatura dell’Italia, ma che sia un momento di armistizio, perché l’Italia sta andando nel baratro, e’ un paese che si sta spaccando.

Pier Ferdinando

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postato il 19 agosto 2010 da Redazione | in "Partito della Nazione, Politica"

Partito della Nazione per riconciliare l’Italia

Il Partito delle Nazione nasce per riconciliare l’Italia, perché questo è un Paese che si sta drammaticamente rompendo. Il Nord contro il Sud, la politica contro la società civile, i magistrati contro la politica, la destra contro la sinistra. Così non si può andare avanti.
Intanto, questa estate, molte famiglie non hanno potuto fare le vacanze. Non sono state fortunate come noi. Ricostruiamo l’unità del Paese.

Pier Ferdinando

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postato il 19 agosto 2010 da Redazione | in "Politica"

Chi attacca Napolitano non conosce la Costituzione

Chi in queste ore attacca il Capo dello Stato non consoce la Costituzione italiana. Se questo governo si dimettesse, il Presidente della Repubblica avrebbe il dovere di cercare se c’e’ una nuova maggioranza in Parlamento.
Noi dobbiamo fare valutazioni politiche. Il Partito della Nazione difficilmente darebbe vita ad un governo contro qualcuno, magari contro chi ha vinto le elezioni perché significherebbe non riunificare il Paese ma spaccarlo ulteriormente, lacerarlo, dar vita ad un governo che difficilmente potrebbe fare le cose che gli italiani si aspettano.

Pier Ferdinando

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