« torna in homepage

Archivio ultimi post:

postato il 25 marzo 2015 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Libia: “Dobbiamo impedire la scissione, darebbe spazio all’Is”

casini1L’intervista di Vincenzo Nigro a Pier Ferdinando Casini pubblicata su “Repubblica”

«L’ idea che Tobruk da sola sia in grado di pacificare, di controllare la Libia è una fuga dalla realtà, un sogno pericoloso. Fra l’altro i libici non accetteranno mai degli stranieri, come gli egiziani, come dominus del loro processo di pace. Per cui c’è una sola via d’uscita: con le buone o con le cattive i libici devono negoziare fra loro l’accordo politico che le Nazioni Unite stanno provando faticosamente a raggiungere».
Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del Senato, è in partenza per il Vietnam. Ma il primo tema di cui si occupa in questi giorni è la crisi libica. «Quella che si sta svolgendo in Libia è una guerra per procura. Non ci sono due fronti definiti e individuabili, non c’è per esempio un fronte liberale, filo-occidentale, una alleanza da sostenere per la stabilizzazione del Paese. Così come non c’è un fronte unico integralista, unico portatore di terrorismo contro cui schierarsi. L’unico sostegno dobbiamo darlo alle forze che mirano all’accordo politico: il protrarsi degli scontri e dell’incertezza lascerebbe spazio a gruppi come l’Is o ad altre formazioni jihadiste».

I paesi arabi però armano e sostengono una o l’altra fazione.
«Egitto, sauditi ed Emirati sostengono Tobruk. La Turchia e il Qatar sono con il gruppo di Tripoli. L’Europa ha bisogno di allontanarsi da questa polarizzazione. Dobbiamo triangolare con gli Stati Uniti e la Russia per creare le condizioni per la stabilizzazione. Se non prosciugheremo a monte il flusso di armi e di destabilizzazione nessuno potrà intervenire a valle per stabilizzare il paese».

Che ruolo può avere l’Italia? Finora ci sono state dichiarazioni a favore del negoziato politico e segnali di sostegno al ruolo dell’Egitto.
«In questa partita sinceramente devo dire che ci stiamo comportando con equilibrio e giudizio. L’analisi della nostra dirigenza politica è che non c’è una soluzione militare, perché non c’è una sola armata che possa prendere il controllo del Paese, debellare il terrorismo, ricevere sostegno delle popolazioni della Libia. Per essere chiari: l’idea che Tobruk sia capace di stabilizzare il Paese è fuori dalla realtà. Tutti i segnali, assolutamente tutti, ci dicono che radicalizzeranno lo scontro e lo renderanno endemico, per anni».

Che via deve seguire la comunità internazionale?
«Dobbiamo chiedere a un leader politico come il presidente Al Sisi di adoperare la sua influenza per portare Tobruk a collaborare pienamente con il piano per un governo condiviso. Aggiungo: Italia ed Europa non accetteranno mai una spartizione di fatto o in qualunque modo della Libia».

0 commenti
postato il 20 marzo 2015 da Redazione | in "Esteri"

Tunisia e Libia: Ospite a L’Aria che tira

Alla trasmissione condotta da Mirta Merlino su La7 si parla degli ultimi avvenimenti di politica internazionale

0 commenti
postato il 20 marzo 2015 da Redazione | in "Esteri"

“Su terrorismo e immigrati l’Europa sta sbagliando tutto”

“Devono capire che il problema è la Libia: blocco navale per le armi e trattative fra le parti”

Pier Ferdinando CasiniL’intervista di Giovanni Miele a Pier Ferdinando Casini pubblicata su “Libero”

Presidente Casini, di fronte a episodi come quello di Tunisi con i primi morti italiani per mano di terroristi islamici, cresce nel paese un senso di paura e di sconcerto. Possiamo ancora dire che le nostre frontiere sul mediterraneo sono sicure?
Questo attentato terroristico segue una strategia precisa. Si mira a destabilizzare l’ultimo avamposto di stabilità che c’è in un’area delicatissima. Le primavere arabe sono fallite ovunque, forse solo in Tunisia hanno avuto uno sbocco positivo, con un parlamento legittimato democraticamente e un governo che sta scegliendo la strada delle riforme, favorendo un processo che porti ad un islamismo temperato, così come deve essere. Per cui siamo sicuri per come lo si può essere nel mondo di oggi, perché certamente siamo sotto assedio e dobbiamo reagire con fermezza e con determinazione.

Però la sensazione è che le Istituzioni, il mondo politico e soprattutto l’Europa siano piuttosto incerti sul da farsi.
Bisogna essere chiari. L’Europa per anni ha ritenuto che il suo problema fosse quello del Nord est, dei Paesi che si avviavano alla democrazia, uscendo dall’Unione Sovietica e per anni ha ritenuto che il tema del Mediterraneo fosse un tema secondario. L’Europa da questo punto di vista ha sbagliato tutto e continua a sbagliare perché continua a non ritenere che sia quella del Mediterraneo l’area da dove derivano le principali potenzialità, ma anche i principali problemi.

Soprattutto quello dell’invasione di migranti provenienti dal Nord Africa?
Certamente, ritenere che il tema dei rifugiati sia un tema che riguarda soltanto l’Italia, la Spagna o i paesi rivieraschi significa non capire che c’è una bomba atomica ai nostri confini. Invece, come Europa, nelle politiche di vicinato, dobbiamo indicare come priorità quella del Mediterraneo.

Intanto l’onorevole Meloni ha proposto il blocco navale. Lei cosa propone?
Bisogna evitare di fare facile demagogia. Il blocco navale si deve fare innanzitutto per evitare che la Libia continui ad essere meta di traffico di armi perché lì si registra una concentrazione di armamenti che è veramente preoccupante. Il blocco navale va fatto per questo. Dobbiamo evitare di dire sciocchezze. Che insieme ai migranti entrano in Italia delinquenti è sicuro, mentre è altrettanto certo che non entrano foreign-fighter. Un terrorista non mette a repentaglio se stesso quando ha mezzi di trasporto molto più efficaci e sicuri rispetto ai barconi della morte. È vero però che c’è una marea di disperati che fugge da lì.

E per evitare questa invasione di disperati che si può fare?
La ricetta c’è ed è semplice. Ma richiede una premessa: la statualità libica. E poi fare quello che abbiamo fatto in Albania: attivare i nostri servizi segreti per affondare le carrette del mare prima che salpino e stabilire dei presidi territoriali. Per questo penso che il governo italiano stia agendo bene ricercando un dialogo politico fra Tobruk, Misurata e Tripoli per un Governo di unità nazionale. Questo potrà dare a noi e all’Europa un punto d’appoggio per realizzare questo progetto di controllo dei flussi migratori direttamente sul territorio libico.

L’Europa però procede molto lentamente.
La vera sfida italiana è svegliare l’Europa dal torpore. Quello che è successo a Charlie Hebdo a Parigi è semplicemente la punta di un iceberg di contraddizioni e di gruppi terroristici islamici che sono attivi grazie a questo retroterra.

Però quando si trattò di demolire il regime di Gheddafi l’Europa guidata da Sarkozy fu molto rapida e determinata.
Facemmo un grande sbaglio non solo e non tanto nella prima fase, quanto nella seconda quando lasciammo quel Paese al proprio destino. Proprio l’esperienza dell’intervento sbagliato su Gheddafi ci deve portare a ritenere altrettanto sbagliato un nuovo intervento militare. Senza una struttura istituzionale e una chiara cornice politica non raggiungeremmo alcun risultato.

Intanto gli italiani devono sopportare fatti come l’assassinio del ragazzo di Terni.
Si tratta di un criminale dichiarato a cui la magistratura aveva rifiutato lo status di rifugiato e invece era rimasto in Italia. La burocrazia gli consentiva di stare in Italia. Si deve prevedere che il ricorso rispetto al mancato riconoscimento debba avvenire dal territorio dello stato di origine.

Questo signore era arrivato in Italia con mare nostrum. Lei che ne pensa?
Umanamente sono molto fiero di quello che abbiamo fatto con mare nostrum, ma si rischia di incentivare involontariamente la criminalità organizzata chiaramente raccordata con i signori della guerra che si servono dei nostri atti di solidarietà per incrementare il traffico di disperati verso le nostre coste.

Ma concretamente cosa si deve fare e in quali tempi?
Occorre attuare il blocco navale per le armi e favorire il dialogo politico fra partiti e tribù libiche per arrivare ad un governo unitario. Poi si dovranno fare presidi sul territorio libico. Intanto oggi Al Sisi propone addirittura una coalizione dei paesi islamici contro il terrorismo e l’estremismo islamico. Sarebbe un fatto clamorosamente positivo.

1 commento
postato il 15 marzo 2015 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Migranti: l’Europa si svegli

Cattura
L’intervista di Matteo Massi a Pier Ferdinando Casini pubblicata su Quotidiano nazionale

“E’ inutile fare leggi nuove, per colpire anche più duramente i reati, se poi la macchina burocratica fa acqua da tutte le parti. Risultato: i tribunali finiscono con l’ingolfarsi”.
Si parte da Terni per arrivare alla Libia. L’ultimo caso di cronaca – l’omicidio di un giovane da parte di un marocchino che aveva fatto ricorso contro il no alla richiesta di asilo politico e quindi era rimasto in Italia, in attesa dell’ultimo pronunciamento – tira in ballo trattati europei, quello di Dublino, e aule giudiziarie. Ne è convinto Pier Ferdinando Casini, Presidente della Commissione Esteri al Senato.

Che idea si è fatto di tutta questa vicenda?
“Che serve efficienza e tempestività dell’autorità giudiziaria. Qui ci troviamo di fronte a uno sbandato, un disadattato. Aveva chiesto asilo politico e glielo hanno negato”.
E lui ha fatto ricorso?
“O passa il principio che una volta respinta la richiesta di asilo politico, si procede all’espulsione, in attesa dell’esito del ricorso o altrimenti il pronunciamento dell’autorità giudiziaria deve avere dei tempi congrui”.
Torna ad aleggiare lo spettro del trattato di Dublino? L’Italia deve fare mea culpa per quell’intesa?
“Noi siamo un Paese di prima accoglienza e credo che sbadatamente abbiamo firmato quei trattati che ci hanno messo in una condizione drammatica rispetto agli altri Paesi europei”.

Non siamo tutti uguali?
“No, perché questa è l’Europa dell’egoismo e dello scaricabarile. E’ chiaro che se arrivano dei migranti, arrivano prima sulle coste italiane e spagnole. E quindi quella sorta di patronage per la richiesta d’asilo sul Paese che ha accolto per primo un clandestino è un po’ assurda. Ci credo che Paesi come Irlanda e Danimarca abbiano firmato con entusiasmo quei trattati. E poi c’è una fiera dell’ipocrisia”.
In che senso?
“Nel senso che è praticamente impossibile registrare tutti quelli che arrivano. Ho letto di una proposta interessante è fatta dal commissario europeo degli affari interni che prevede centri di smaltimento asilo direttamente nei paesi di provenienza. Bella idea, ma un po’ difficile da attuare”.
Inattuabile, guardando l’altra parte del Mediterraneo?
“Quando arrivarono le prime navi da Valona, durante il primo governo Berlusconi, riuscimmo a fare degli accordi con i paesi che ci avevano permesso di mettere in piedi dei presidi di polizia anche in territorio non italiano E i nostri 007 facevano azioni di ripulisti sui barconi prima che potessero essere utilizzati dei trafficanti del mare. Ma come si può pensare di fare degli accordi ora con un paese come la Libia che non ha una sua statualità”.
E che va considerata come una minaccia?
“Non credo che ci possano minacciare, come non credo che tra i rifugiati ci possano essere dei foreign fighters, sicuramente hanno dei mezzi migliori per viaggiare. Però dobbiamo trovare una soluzione. L’Europa non può stare a guardare”.
È inevitabile chiamare in causa l’Europa. Ma che dovrebbe fare per fronteggiare l’emergenza immigrazione?
“L’ordine pubblico, ovviamente, non è delegabile all’Europa. Le faccio un esempio: in Germania arrivano più extra comunitari che da noi, ma non ci sono clandestini. Sono tutti registrati. La burocrazia deve essere efficiente e non lenta. E poi vanno previste norme dure con gli sfruttatori che spesso hanno la pelle bianca”.
E in Libia che dovrebbe fare l’Europa?
“L’unica strada rimane quella della politica-diplomatica. È evidente che ormai il Mediterraneo non è più una responsabilità degli Stati Uniti che hanno ormai raggiunto una loro autonomia energetica e sono completamente assorbiti dalla crisi nell’est. L’Europa deve prendersi la responsabilità e deve continuare a cercare un dialogo, seguendo anche il lavoro che sta facendo l’inviato Onu Leon, sperando che primo poi nasca un governo di conciliazione nazionale. Qualora si riuscisse nell’intento, non dobbiamo abbandonare la Libia per non ripetere l’errore fatto nel 2011 quando facemmo fuori Gheddafi e non riuscimmo a capire che morto un dittatore, da lì a poco ne sarebbe spuntata un’altra decina”.

0 commenti
postato il 12 marzo 2015 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Libia: ospite di Uno Mattina

Al programma di approfondimento mattutino di Rai1 rispondo alla domande di Franco Di Mare.

 

0 commenti
postato il 8 marzo 2015 da Redazione | in "Esteri, Spunti di riflessione"

LIbia, blocchiamo navi e petrolio

Pier Ferdinando CasiniL’intervista di Marco Ventura a Pier Ferdinando Casini pubblicata sul Il Messaggero

 

«Il blocco navale alla Libia sotto l’egida dell’Onu va fatto, è necessario. E bisogna pensare pure al blocco delle importazioni di petrolio come spinta verso una soluzione politica». Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del Senato, invita a non confondere «blocco navale e missione Mare Nostrum o Frontex. Il blocco servirebbe contro l’afflusso di altre armi leggere e pesanti in Libia. Solo l’arsenale dei gruppi di Misurata è stimato in 800 carri armati per 40mila uomini, più le forze islamiste di Tripoli e quelle di Tobruk: una “bomba atomica” nel deserto, davanti alle nostre coste».

C’è ancora spazio per una soluzione politica?

«La nostra strategia dev’essere il dialogo politico con una mano e il blocco navale con l’altra, a supporto del dialogo. Bisogna poi far leva su tutte le parti in guerra che ricevono denaro dalla vendita di petrolio attraverso la Banca centrale libica. Quanto meno, dovremmo minacciare di bloccare le importazioni. Il petrolio libico non è indispensabile come prima. I blocchi, navale ed energetico, possono contribuire a far camminare la mediazione».

Errori da evitare?

«Guai se il Parlamento “legittimo” di Tobruk nutrisse l’illusione pericolosa di poter normalizzare da solo il Paese. Né le potenze coinvolte, dal Qatar alla Turchia, né il popolo libico potranno mai accettare un governo sotto l’influenza diretta dell’Egitto».

I nostri partner Ue sono consapevoli della situazione?

«Sono reduce da un incontro tra membri delle Commissioni Esteri e Difesa dei Parlamenti Ue a Riga e ho constatato con amarezza che molti nostri colleghi vedono l’Europa proiettata solo sullo scacchiere nord-orientale, non su quello meridionale, mentre le opportunità ma anche le insidie maggiori per l’Europa vengono dal Mediterraneo.»

Sembra difficile addirittura far parlare tra loro i libici…

«Questa difficoltà non deve scandalizzarci. L’Onu e il suo inviato Bernardino Leon stanno facendo un buon lavoro».

Il suo mandato sta scadendo. Romano Prodi potrebbe succedergli?

«Si farà un bilancio in sede Onu. Le Nazioni Unite potrebbero avvalersi di personalità come Prodi, ma vanno evitate polemiche domestiche che sanno di provincialismo».

Intanto si moltiplicano i barconi verso l’Italia. Che fare?

«In Albania i nostri servizi segreti bonificarono i porti affondando le carrette del mare e installammo presidi di terra. Ma c’era un governo albanese con cui fare questo accordo. Intanto, dobbiamo evitare scelte sull’onda dell’emotività».

In che senso?

«Mare Nostrum è stata un’azione meravigliosa, che però ha avuto anche l’effetto di facilitare la criminalità organizzata che tiene le fila di questo traffico umano. Addirittura nel kit dei naviganti c’è il telefono del centro operativo di Roma per i salvataggi…»

Frontex parla però di un milione di migranti pronti a partire…

«Numeri tutti da verificare e che in Commissione Esteri ci sono stati forniti dai funzionari del Ministero dell’Interno mesi fa. La strategia dev’essere quella di restaurare in Libia una qualche statualità per poi passare alla fase “albanese”.»

In che modo avremmo fatto anche il gioco dei criminali?

«Ci sono testimonianze plurime sul fatto che bambini e famiglie vengono costretti a imbarcarsi col mare in burrasca su carrette che non possono che fare qualche miglio. Quella gente mira a provocare e usare le tragedie del mare per spingere le opinioni pubbliche europee ad assumere determinati comportamenti.»

In Ucraina la situazione è migliorata rispetto a qualche settimana fa…

«Sì, ma poi? Ho verificato di persona nei Paesi Baltici e in certi settori del Nord Europa un isterismo riguardo alla Russia che non aiuta a risolvere la situazione. L’errore è che molti ritengono di poter trattare con Putin come con Eltsin o Gorbaciov. Ma Putin è un leader politico che ha consenso nel paese e cerca di tutelare gli interessi nazionali russi. Non sono a costo zero affermazioni come quelle di chi dice che bisogna portare il partenariato Ue e la Nato ai confini con la Russia.

Condivide l’approccio di Matteo Renzi?

«Sì. Da Prodi a Berlusconi a Renzi c’è una continuità nella politica verso la Russia. Sappiamo tutti che lo Stato di diritto in Russia fa acqua, ma noi dobbiamo ritrovare lo spirito che portò all’associazione della Russia alla Nato a Pratica di Mare. È facile per l’America ipotizzare sanzioni quando a pagarne il prezzo siamo soprattutto noi europei. Occorre una politica estera e di difesa comune in Europa. Abbiamo visto troppa confusione anche sul riconoscimento dello Stato palestinese. In ordine sparso siamo tutti marginali. Fa parte di una strategia anche associare l’Iran a questa sistemazione nuova del mondo.»

C’è pure la guerra ai siti archeologici da parte dell’Isis…

«Lo sfregio alla cultura è la dimostrazione che si vuole sfregiare l’umanità.»

2 commenti
postato il 5 marzo 2015 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Ue: manca strategia per Mediterraneo, urge cambio

IMG_3948Alla Conferenza interparlamentare per la Politica estera e di sicurezza comune (PESC) e la Politica comune di sicurezza e difesa (PSDC) organizzata a Riga

In alcuni momenti come questi l’ottimismo è un dovere istituzionale, anche se non possiamo ignorare che la realtà è diversa. Manca una politica estera europea: a Mosca sono andati Hollande e Merkel e, per fortuna, l’Europa ha evitato che gli Stati Uniti imponessero la loro visione, distante dalla nostra sensibilità .Ma manca soprattutto la strategia per il Mediterraneo, da dove posso venire grandi opportunità ma anche grandi rischi e i Paesi del Sud, in primo luogo l’Italia, sono lasciati soli ad affrontarli.
Manca una strategia europea verso la Turchia; gli stop and go sulle prospettive di adesione hanno dato l’alibi alla classe dirigente di quel Paese di compiere scelte discutibili e allontanarsi dall’Europa. Così come manca una capacità di incidere sulla questione palestinese con i Parlamenti nazionali che affrontano in ordine sparso questo tema senza riuscire a coordinare le rispettive posizioni. Il Mediterraneo rappresenta un tema centrale per l’Europa, che deve essere affrontato da tutti i Paesi, anche quelli che dal punto di vista geografico sono più lontani: dal nostro mare possono venire grandi problemi o grandi opportunità e un cambio di passo è necessario e urgente. A cominciare dalla Libia dove, da un lato, dobbiamo spingere le parti a un dialogo politico, dall’altro occorre valutare l’ipotesi del blocco navale per evitare l’afflusso di ulteriori armamenti in un’area già sovraffollata di bande estremiste e di gruppi terroristici.

0 commenti
postato il 26 febbraio 2015 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Libia: con i rappresentanti del Parlamento di Tobruk

Bilaterale a margine “UN/PAM Regional Seminar for Parliamentarians of the Maghreb Region”
der

0 commenti
postato il 25 febbraio 2015 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Ospite di Otto e Mezzo

All’approfondimento politico di La7 condotto da Lilli Gruber

0 commenti
postato il 18 febbraio 2015 da Redazione | in "Esteri"

Libia: Onu prenda iniziativa forte


Il mio intervento a seguito dell’Informativa del Ministro Gentiloni sui recenti sviluppi della situazione in Libia

Signor Presidente, innanzitutto vorrei rivolgere a lei un ringraziamento perché, finché c’è il bicameralismo, ritengo che sia giusta la richiesta che lei ha fatto nelle scorse ore al Governo di venire a riferire qui in Senato, dopo essere stato alla Camera dei deputati, perché quello che si sta svolgendo in quest’Aula è un dibattito centrale per i problemi dell’Italia e per il nostro Mediterraneo. La seconda considerazione che voglio fare è che in poco tempo è difficile affrontare un argomento così complesso come quello della Libia, ma voglio dire che sono rassicurato dalle parole che ci ha detto oggi il ministro Gentiloni, mentre lo ero molto meno dall’alternanza di voci di questi giorni, che non hanno fatto sempre chiarezza della posizione italiana. Lei oggi, signor Ministro, è stato chiaro e limpido; non ripeterò le cose che ha detto, su cui sono totalmente d’accordo. Prima di assumere o di annunciare decisioni su questioni così delicate, infatti, è necessario riflettere sul passato e sugli errori che abbiamo fatto. Vedete, colleghi, da qualcuno spesso viene detto che è stato un errore l’azione militare francese contro Gheddafi, con argomenti sostenuti peraltro da una logica: avevamo un terribile dittatore, oggi ne abbiamo tanti che emulano Gheddafi e che rendono ancora più confusa la situazione, annullando qualsiasi statualità in Libia.
Qualcun altro ritiene che sia stato comunque positivo scacciare una persona come Gheddafi. A me in questo momento non interessa però l’analisi storica sull’utilità o meno di quell’azione. Mi interessa invece analizzare fino in fondo gli errori che abbiamo fatto perché, giusta o sbagliata che fosse l’azione nei confronti di Gheddafi, l’errore più grande che la coalizione ha fatto è stato pensare di risolvere la questione intervenendo e lasciando la Libia al suo destino. Ma in una condizione così confusa, con questioni tribali, etniche, religiose e localistiche, come si poteva pensare di aver esaurito il compito nei bombardamenti a Tripoli e nelle zone limitrofe, o cacciando Gheddafi? Non possiamo rifare, magari per le migliori intenzioni e con le migliori intenzioni, gli stessi errori che abbiamo commesso in passato. Quanto all’azione militare, scusate, onorevoli senatori, ma contro chi? Per che cosa? Con quale modalità? Ci sono i buoni e ci sono i cattivi. Come lei ha detto molto bene oggi, signor Ministro, la situazione è talmente intricata che già parlare di azioni militari è un controsenso, se non sappiamo a chi in qualche modo questa azione militare dovrebbe giovare e nei confronti di chi dovrebbe essere instaura un’alleanza militare in una condizione che oggettivamente è di confusione a 360 gradi. Consentitemi, poi, non siamo ingenui: tutto possiamo pensare di poter in tollerare in politica estera, ma non l’ingenuità, che è un peccato mortale e delle migliori intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno. E allora, quando si dice che adesso c’è il Daesh o l’ISIS in Tripolitania, in Libia, non dimentichiamo che c’è un’azione di franchising molto ben descritta dal nostro Ministro per cui alcuni gruppi estremisti ammainano le loro bandiere e tirano su quelle nere del Daesh così da avere una visibilità maggiore, perché anche nel mondo del terrorismo ci sono le logiche che appartengono a volte ad altre comunità umane e ad altri contesti e non voglio fare esempi, perché ne potrei fare a iosa. Allora cerchiamo di capire che l’alternativa a seminare con il dialogo politico il terreno della Libia non c’è. Ripeto: non c’è. Certo, è insufficiente. Benissimo, è insufficiente; dobbiamo fare di più. Ma il dialogo politico è il presupposto per tutte le azioni, perché altrimenti descriviamo una realtà che non c’è. Il dialogo politico è fondamentale. Questo è il motivo per cui dobbiamo essere grati anche alla diplomazia italiana che, fino all’ultimo, ha cercato di tenere alto quel Tricolore a Tripoli: non era un esibizionismo nazionale, ma il tentativo, da quella sede, di avere il dialogo politico con tutte le parti. Scusate, voglio dirvi un’altra cosa. Le polemichette che vediamo nei nostri giornali in ordine al coinvolgimento possibile o presunto in queste vicende del professor Prodi (che stimo moltissimo e che è un grande amico, oltre che un italiano che certamente ci fa onore) sono ridicole. Ripeto: sono ridicole. Il più delle volte non hanno attinenza con quella che è la realtà dei fatti. Oggi abbiamo un mediatore dell’ONU, Bernardino León. Cerchiamo di sostenerlo, ma soprattutto cerchiamo di sostenere un dialogo politico, perché ognuno di questi Gruppi ha alle spalle qualcheduno (magari quei Paesi che condannano il terrorismo, ma che poi lo finanziano). Questo è un problema che dobbiamo affrontare tenendo presente che ci sono dei vicini. Gli egiziani, benissimo. Colleghi senatori, ci sono gli egiziani, ma anche gli algerini e ci sono anche i tunisini. Sappiamo che a volte un’azione egiziana può essere non certamente accettata da quelli che stanno dall’altra parte della Libia con la benevolenza con cui invece la vediamo noi. Il dialogo politico non deve allora essere solo con le fazioni, ma deve essere con i Paesi limitrofi. In questo c’è il ruolo dell’Europa e degli Stati Uniti, perché questo è l’elemento fondamentale per creare una rete protettiva e preventiva. L’intervento ci può essere: forse ci sarà anche, ma deve essere l’ultimo punto di un tassello, perché altrimenti andremo a fare guai aggiuntivi ai guai esistenti. A questo proposito vorrei dire una cosa, perché il mio Vice Presidente, il senatore De Cristofaro, ha parlato di Mare nostrum. Anche in questo caso, siamo fieri del nostro Paese e lo dico alla presenza del nostro nuovo senatore a vita, o, meglio (visto che senatore a vita lo era anche prima), del nostro nuovo senatore rientrato a pieno titolo, il presidente Napolitano. Siamo fieri di quello che l’Italia è e di come è. Siamo fieri che gli italiani aiutino gli altri in mare, però, colleghi, l’ingenuità non ci è consentita. La criminalità organizzata e le bande che troviamo con quei vessilli neri sono le stesse che obbligano i disperati ad imbarcarsi con il mare in burrasca, perché cercano le stragi, così da indurre la comunità occidentale e l’Italia ad atteggiamenti che giocano sul senso di umanità che è tipico della nostra società. Stiamo quindi attenti: quando parliamo di immigrazione clandestina, parliamo di uno strumento di guerra, perché queste persone lo usano come strumento di guerra verso l’Italia e l’Europa. Dobbiamo quindi essere un pochino disincantati. Senatore De Cristofaro, mi consenta anche di collegarmi al richiamo che ha fatto agli F-35. Mi scusi, ma dobbiamo stare attenti e rimanere ancorati agli obblighi e ai programmi che non sono programmi di guerra, ma programmi di pace. Infatti, senza la dissuasione di un equipaggiamento adeguato, finiamo per andare in un mondo che è ancora più difficile di quello che abbiamo frequentato fino a ieri, cioè un mondo in cui ci sono focolai di guerra ovunque, senza alcuna capacità difensiva e dissuasiva. Per cui, se c’è un momento in cui anche il problema dell’equipaggiamento delle nostre forze militari va visto con grande attenzione, è proprio questo. Comunque io penso che il Governo sia oggi sulla linea giusta; lo è stato già con i discorsi chiari, che ho condiviso, del presidente Renzi nella giornata di ieri. Domani ci saranno altri incontri internazionali. Oggi si riunisce il Consiglio di sicurezza dell’ONU; noi ci auguriamo che in quella sede ci possa essere un contributo forte ad un’iniziativa forte, che in questa fase deve essere ancora un’iniziativa diplomatica.

0 commenti
postato il 17 febbraio 2015 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Isis: Esponenti PPE-PSE, fondamentale ruolo Iran

la stampa

 

In una lettera aperta pubblicata su La Stampa di oggi, i presidenti delle Commissioni Esteri del Senato della Repubblica e della Commissione europea, Pier Ferdinando Casini ed Elmar Brok, l’ex presidente Parlamento Europeo, Enrique Barón Crespo e Michel Rocard, ex Primo Ministro della Francia, congiuntamente sottolineano l’importanza del negoziato sul nucleare iraniano.
Le quattro personalità, appartenenti alle due grandi famiglie politiche europee (Ppe e Pse), evidenziano il ruolo che Teheran, maggiormente integrato nella comunità internazionale, potrebbe giocare in Siria e in Iraq contro la minaccia del Daesh/Isis e, in termini di stabilità dell’area, in Afghanistan e in Nord Africa.

 

Caro Direttore,
nel negoziato sul nucleare iraniano si avvicina il momento delle scelte. Secondo il calendario concordato, infatti, la cornice politica dell’intesa deve essere definita in tempi stretti, in modo da poter chiudere l’accordo complessivo entro il mese di giugno.
I segnali che arrivano da Ginevra sono contrastanti. In Iran i nemici dell’accordo sono numerosi e potenti. Le componenti più conservatrici accusano il Presidente Rohani di aver concesso troppo, accettando il congelamento del programma nucleare senza avere ottenuto finora in cambio quasi nulla. Ma anche negli altri paesi che siedono al tavolo delle trattative, a cominciare dal Congresso degli Stati uniti, l’ostilità è diffusa, spesso solo per motivi di politica interna.
E’ dunque il momento di impegnarsi affinché queste tendenze non prevalgano. Al di là degli aspetti più tecnici, alcuni dei quali hanno peraltro assunto un rilievo più simbolico che reale, per chi ha responsabilità politiche si tratta di assicurare un contesto che favorisca il raggiungimento di un’intesa che sia soddisfacente per tutti. Da parte nostra, soprattutto di noi europei, occorre avere ben chiaro che il negoziato con Teheran è troppo importante per fallire. Un riavvicinamento dell’Iran avrebbe un grande rilievo strategico, sia dal punto di vista geopolitico che dal punto di vista economico. Il primo scenario è quello delle crisi regionali. Non è realistico pensare di risolvere la crisi drammatiche che insanguinano la Siria e l’Iraq, sconfiggendo la minaccia globale del Daesh/Isis e degli altri gruppi terroristi, senza la collaborazione iraniana. Lo stesso vale per l’Afghanistan, dove il disimpegno occidentale rischia di lasciare il paese in balia della guerriglia neo-talebana. E perfino in Israele, al di là delle posizioni ufficiali, sanno bene che un Iran emarginato dalla comunità internazionale è quanto di più pericoloso ci possa essere.
Poi ci sono le questioni economiche. L’isolamento occidentale e le sanzioni hanno negli ultimi anni orientato i flussi commerciali iraniani verso la Russia e, più di recente, la Cina. Grazie a questa condizione privilegiata Mosca e Pechino, i cui rapporti con l’Occidente sono sempre più complessi, sono riuscite a strappare condizioni di assoluto vantaggio nelle relazioni commerciali con Teheran. Noi invece abbiamo perso un mercato importante per le nostre imprese. Ancora più delicata la questione energetica, che ovviamente travalica di molto l’ambito strettamente economico. La crisi gravissima nei rapporti con la Russia e l’incertezza della situazione nel Nord Africa pongono l’Europa di fronte a scelte decisive per il suo futuro. Anche su questo versante Teheran può essere un partner importante, consentendo una diversificazione delle fonti di approvvigionamento e aumentando il nostro potere contrattuale verso i fornitori tradizionali.
Tutto questo non significa dimenticare il tema dei diritti umani o chiudere gli occhi su quello che accade in Iran. Significa esattamente il contrario, come dimostra la storia. L’apertura di Teheran alle relazioni con l’Europa e con l’Occidente non potrà che favorire il processo di riforme interne che, pur con molte difficoltà, è stato intrapreso. Sicuramente toglierebbe molti alibi al regime iraniano.
L’Europa su questo dossier ha una grande responsabilità. Deve fare la sua parte per favorire il rientro dell’Iran in un quadro di relazioni internazionali stabili e pacifiche. E così facendo coglierebbe anche una grande occasione: dimostrare la forza di una politica estera davvero comune, che opera per favorire la pace e la distensione globale.

Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Affari esteri del Senato della Repubblica
Enrique Barón Crespo, presidente emerito del Parlamento Europeo
Elmar Brok, presidente della commissione Affari esteri del Parlamento europeo
Michel Rocard, ex Primo Ministro della Francia

0 commenti
postato il 16 febbraio 2015 da Redazione | in "Esteri"

Libia: ospite di Porta a Porta

Nello spazio di approfondimento politico di Rai 1 condotto da Bruno Vespa si parla di Isis, crisi libica e delle operazioni Mare Nostrum e Triton

 

0 commenti
postato il 16 febbraio 2015 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Libia: Serve calma e coinvolgere paesi limitrofi. No azione unilaterale

L’intervista di Daniele Rotondo ai microfoni del Tg2

Calma, suggerisco a tutti molta calma. E’ necessario che i Paesi limitrofi vengano coinvolti adeguatamente, poi l’Onu e infine eventualmente la Nato. L’Italia è giusto che si assuma le sue responsabilità, ma oggi un’azione unilaterale sarebbe assolutamente dissennata.
Ho parlato con il presidente Renzi e mi sembra che abbia le idee molto chiare. Gli errori fatti nel passato sono stati fatti dalla Comunità internazionale perchè gli italiani non sono stati adeguatamente ascoltati.
Oggi è necessario fare qualcosa di diverso, coltivare il dialogo politico tra i gruppi, stabilire il coinvolgimento dei paesi limitrofi e infine assumerci le nostre responsabilità.

0 commenti
postato il 14 febbraio 2015 da Redazione | in "Esteri"

Libia: L’ Onu convochi al più presto il Consiglio di sicurezza

Non esiste l’ipotesi di un intervento militare italiano in Libia. Esiste, invece, la necessità che l’Onu si assuma la responsabilità di convocare al più presto il Consiglio di sicurezza e non si limiti al rituale invio di un suo emissario. Oggi si vedono i guai di una gestione pressappochista e sbrigativa all’indomani dell’azione militare contro Gheddafi. La minaccia di un califfato islamico a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste richiede un’immediata assunzione di responsabilità, in un contesto multilaterale.

Pier Ferdinando

0 commenti
postato il 11 febbraio 2015 da Redazione | in "Politica"

Casini: “Silvio dà l’egemonia alla Lega. Così apre un’autostrada al Pd”

Pier Ferdinando CasiniL’intervista di Andrea Garibaldi a Pier Ferdinando Casini pubblicata sul Corriere della Sera

Pier Ferdinando Casini, dopo una carriera di 35 anni al centro dello schieramento politico, si confessa così: «Io? Faccio con convinzione il presidente della commissione Esteri del Senato. Credo che i partiti abbiano bisogno di protagonisti nuovi. Se qualcuno si profila posso dargli consigli. Se non me li chiedono, li capisco».

Ha rischiato di diventare presidente della Repubblica.
«Tsipras in Grecia proporrà come presidente un esponente del Partito popolare europeo scelto dal suo avversario, Samaras. Renzi avrebbe potuto scegliere questa strada accettando le proposte di Berlusconi e Alfano, cioè Amato e il sottoscritto».

Lei ha sperato?

«Fa piacere che il mondo moderato mi abbia indicato e sono grato anche a Berlusconi, dopo anni di incomprensioni. Ma non mi sono mai illuso. Ero sicuro che Renzi cercasse di compattare il Pd piuttosto che gettare un ponte verso il centrodestra. Ma tutto è bene quel che finisce bene».

Che presidente sarà Mattarella?

«Scrupoloso e serio, terrà conto delle ragioni di chi non lo ha votato, come e più di quelle di chi lo ha sostenuto».

L’elezione del presidente ha lasciato rancori. Le riforme andranno avanti?

«La vicenda del Quirinale ha avuto un ottimo epilogo ed è stata condotta con un molto “meno ottimo” metodo. Ma guai alla logica della ritorsione o della legittima delusione: confido che Berlusconi possa votare le riforme».

Non è quello che sta manifestando.

«Il superamento del bicameralismo, una legge elettorale che semplifichi il confronto politico servono all’Italia, non a Renzi. Una opposizione di livello ha bisogno che il sistema funzioni. Berlusconi ha sperimentato in prima persona che il sistema, così com’è, è inceppato».

Berlusconi si è avvicinato alla Lega di Salvini. Che succede nel centrodestra?

«Nel contesto europeo esistono due novità: da una parte Tsipras in Grecia e Podemos in Spagna, che contestano il rigore della politica europea; dall’altra, Marine Le Pen in Francia sta diventando un modello per tanti partiti, ma non può essere la strada per dare in Italia una prospettiva ai moderati».

Renzi in qualche modo ha risposto a queste novità.

«Renzi tenta di inserire nella tradizione della sinistra contenuti e persone nuove. Non si possono bollare tutte le adesioni al Pd degli ultimi tempi come esempi di funambolismo parlamentare. C’è un effettivo interesse per un partito che non ha più il volto ex Pci-Pds-Ds».

E nel centrodestra?

«L’area moderata è alla ricerca di identità smarrite, non trovano pace, non riescono a costruire un insediamento politico e sociale alternativo a Renzi. Così, ci può essere un revival del passato, ma gli equilibri sono cambiati: Bossi era trainato da Forza Italia, oggi è Salvini la lepre dietro cui corrono tutti».

Il centrodestra italiano da vent’anni è Berlusconi.

«I moderati si sono adagiati su Berlusconi e hanno rinunciato a raggiungere la maggiore età. Oggi lui sta cercando di rispondere al disagio del suo elettorato. Ma dare l’egemonia a Salvini è il più grande favore per Renzi».

E Alfano con il suo Nuovo centrodestra?

«La maggioranza di governo, di cui faceva parte anche Berlusconi, è nata da un’alleanza fra i riferimenti italiani di Ppe e Pse. Non mi meraviglia che Alfano possa lavorare per un’alternativa futura a Renzi. Il presidente del Consiglio — se vuole fare lo statista — dovrebbe favorire questo processo e non umiliare gli alleati».

Alfano aveva avviato un nuovo rapporto con Berlusconi.

«Non ha sbagliato. Nessuno ha il radicamento politico di Berlusconi e senza il suo apporto ogni tentativo è destinato a fallire. Però se privilegia la Lega può vincere in qualche regione, ma prepara un’autostrada per Renzi».

Si attribuisce a Renzi l’idea di un Partito della Nazione (o degli Italiani), che raccolga tutte le domande politiche. Anche lei lanciò il Partito della Nazione.

«Il mio progetto voleva rappresentare gli italiani moderati, che sono grande maggioranza, nel nome della responsabilità anziché del populismo. Poi però ha prevalso l’idea che ci si dovesse rivolgere a personalità e movimenti della società civile, descritti come superiori rispetto alla politica “malata”».

Montezemolo, Monti…

«Non personalizziamo. Ma, come oggi riconoscono tutti, alla prova dei fatti la società civile ha dimostrato di non poter sostituire la politica».

Renzi è il ritorno della politica sulla scena.

«Su questo mi trovo in sintonia con lui, politico di professione almeno come me (con la fortuna di avere molti anni di meno). D’altronde, abbiamo eletto un presidente della Repubblica che dimostra il valore della politica se è onesta e pulita e il valore della competenza».

Da presidente della commissione Esteri: che succede in Ucraina?

«Con superficialità abbiamo pensato che la Russia fosse ancora quella di Eltsin e Gorbaciov. Abbiamo consentito che a Bruxelles si parlasse con leggerezza di Ucraina nella Nato e di nuovi partner della Ue. Ora Merkel e Hollande stanno coprendo le assenze dell’Europa: va continuato il negoziato, senza armare gli ucraini».

1 commento
postato il 31 gennaio 2015 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Auguri a Mattarella, corrisponderà ad aspettative italiani

Rivolgo al Presidente della Repubblica il mio più deferente augurio di buon lavoro. Sono certo che saprà corrispondere alle aspettative di tutti gli italiani che chiedono concordia e unità nell’affrontare la gravissima crisi morale ed economica.
Pier Ferdinando
0 commenti
postato il 13 gennaio 2015 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

In ricordo di Giovanni Bersani: una vita al servizio degli ultimi

Il momento di riflessione in ricordo del senatore ed europarlamentare Giovanni Bersani, scomparso il 24 dicembre 2014  all’età di cent’anni, presso l’Aula della Commissione Difesa del Senato.
All’iniziativa sono intervenuti il presidente emerito del Parlamento europeo Enrique Barón Crespo; Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Affari esteri del Senato; Mons. Tommaso Ghirelli, Vescovo di Imola e Pierluigi Castagnetti, presidente della Fondazione ‘Persona Comunità Democrazia’; a coordinare i lavori il Sen. Luigi Marino.
In apertura il messaggio del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

0 commenti
postato il 24 dicembre 2014 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Il sofferto Natale dei troppi cristiani perseguitati

La lettera pubblicata su Il Messaggero
Dobbiamo evitare un peccato di omissione che non potremmo mai farci perdonare: quello dell’indifferenza e del silenzio

Arriva il Natale, ma in molte parti del mondo per i cristiani sarà un giorno di passione e di sofferenza come noi possiamo solo immaginare. Secondo recenti rapporti i cristiani perseguitati a vario titolo sono 150 milioni. Dal primo novembre 2012 al 31 marzo 2014 sono stati uccisi, a causa della loro fede, almeno 5.479 cristiani, ma la cifra è approssimativa per difetto e non tiene conto dell’avanzata dell’Isis. In quel lasso di tempo si sono verificati oltre 13 mila atti di violenza contro i cristiani e 3.641 edifici, tra luoghi di culto, negozi e abitazioni sono stati rasi al suolo
Nel 2013 nel nord dell’Iraq le comunità cristiane hanno festeggiato la nascita di Gesù come facevano ogni anno, da duemila anni. Ma quest’anno a festeggiare, tra Mosul e la piana di Ninive, saranno molti di meno. Chi è sopravvissuto alla furia dei terroristi passerà il Natale da profugo, in rifugi di fortuna , lontano da casa, tra mille disagi e mille preoccupazioni. Non potranno non pensare, infatti, a tanti congiunti caduti sotto i colpi dei jihadisti, in combattimento, durante una fuga precipitosa o in vere e proprie esecuzioni. Sempre per lo stesso motivo: per non aver voluto abiurare la loro fede.
Non so se quest’anno si potrà festeggiare il Natale a Maloula e nei villaggi vicini, in Siria, gli unici luoghi dove da duemila anni si continua a parlare aramaico, la lingua di Gesù, ma chissà per quanto ancora. Villaggi rimasti cristiani, con i loro monasteri, sopravvissuti a millenni di guerre e di conquiste persiane, arabe, turche, e oggi spopolati i per l’avanzata della follia qaedista. In Siria, del milione e 750 mila cristiani presenti nel 2011, ne sono rimasti solo 700 mila, e sono sotto assedio, bersagli inermi di ogni forma di violenza, non solo del cosiddetto Daesh.

Ma anche al di fuori del Medio oriente martoriato le cose non vanno meglio. Penso ai cristiani del nord della Nigeria, che ogni volta che vanno a Messa, anche la notte di Natale, sanno di esporsi al rischio di un attentato o di un attacco. Dal 2009 i miliziani islamisti di Boko Haram hanno già provocato più di 13 mila morti e un milione e mezzo di sfollati, senza contare tutte le giovani donne rapite e costrette alla conversione coatta all’islam matrimoni forzosi o alla vendita come schiave. E penso alle loro famiglie che, pur senza rinunciare alla speranza, passeranno un Natale straziato dal dolore.
Ricordo Asia Bibi, la madre di 44 anni che trascorrerà in carcere il suo sesto Natale, in Pakistan, condannata a morte per blasfemia, con l’accusa, mai provata, di aver insultato l’islam, il solito espediente per regolare i conti con le minoranze religiose.
E non è facile neanche per i cristiani d’Ucraina, cattolici e ortodossi, dall’una o dall’altra parte del fronte: tutti devono fare ogni giorno i conti con la violenza e la sofferenza che hanno invaso le loro vite.

Tutto questo capita quando arriva una festa che per tutti, e non solo per i cristiani, significa pace, speranza e serenità. Mai come oggi siamo chiamati all’assunzione di responsabilità nuove. Dobbiamo evitare un peccato di omissione che non potremmo mai farci perdonare: quello dell’indifferenza e del silenzio.

Commenti disabilitati
postato il 26 novembre 2014 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Ospite di Uno Mattina

Nello spazio di approfondimento di Rai 1, si parla di tematiche internazionali: dall’intervento di Papa Francesco all’emiciclo di Strasburgo, ai rischi legati alla situazione libica

Commenti disabilitati
postato il 21 novembre 2014 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

#Icn2: risposte coordinate dei parlamenti per sconfiggere la fame

L’intervenento oggi alla conclusione dei lavori della seconda Conferenza internazionale sulla nutrizione (Icn2), presso la sede della Fao

Per sconfiggere la piaga della malnutrizione e dell’insicurezza alimentare occorre che i parlamenti e i legislatori di tutto il mondo sostengano risposte piu’ efficaci, garantendo nel contempo che le politiche pubbliche siano salvaguardate da conflitti di interessi. Il dialogo interparlamentare è di grande importanza per condividere le buone pratiche e le esperienze volte a garantire la sicurezza alimentare e una nutrizione adeguata: per questo occorre continuare a lavorare per rafforzare le istituzioni parlamentari.
Tra le conclusioni emerse dalla riunione interparlamentare organizzata alla vigilia della Icn 2, sulla base della Dichiarazione finale e del Quadro d’azione adottati dalla conferenza, vi sono l’adozione di una serie di obiettivi nazionali sulla nutrizione da raggiungere entro il 2025, ; l’adozione di politiche per promuovere l’allattamento al seno esclusivo per i primi sei mesi; l’adozione di politiche volte alla riduzione della poverta’ e alla creazione di occupazione e di protezione sociale. Inoltre, il sostegno all’empowerment delle donne; l’incremento degli stanziamenti di bilancio per affrontare la malnutrizione e l’insicurezza alimentare; la promozione di accordi di collaborazione in seno ai parlamenti per una migliore nutrizione, incentivando la cooperazione Sud-Sud e la cooperazione triangolare.

Commenti disabilitati


Twitter


Connect

Hai già cliccato su “Mi piace”?

Community

Login with Facebook:
Last visitors
Powered by Sociable!

ULTIME SEGNALAZIONI FACEBOOK

Facebook Fans

Twitter EstremoCentro

Ultimi commenti

  • Lucia: Speriamo che lei trovi una soluzione con i governanti africaniper...
  • cittadino: @Redazione, invece di censurare i post critici, fategli leggere al...
  • cittadino: @ REDAZIONE: Avete cancellato il mio post per l’ ultima...
  • Monica Spadafora: Caro Presidente Casini, Volevo solo esprimerle il mio più...
  • antonio: Il problema è che qui ci sei solo tu……R 30;....
  • cittadino: …….ma guarda e passa.(anzi, qui non c’ è da...
  • antonio: Dici di avere più di 50 anni se non ho capito male,ma il tenore...
  • cittadino: Bla bla bla etc…..
  • antonio: Poi cosa c’entra per chi ho votato ? Ti dicessi che ho votato...
  • antonio: Vedo che davanti a delle critiche concrete rispondi con degli...
udc tour