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postato il 8 agosto 2014 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Il patto del Nazareno salverà Mediaset

L’intervista di Tommaso Cerno a Pier Ferdinando Casini pubblicata su L’Espresso
Espresso
Casini, ma quant’è dimagrito?
«Sette chili».
Per rimanere il “bello della Dc”, come diceva il suo maestro Forlani?
«Intanto le presento la mia teacher… ho appena finito la lezione di inglese».
Però, grandi novità. Ma non è tutto tempo tolto alla sua Udc? A proposito, non la si vede più al partito. La danno per disperso…
«Ogni cosa nella vita ha un suo tempo».
Non mi dica che è uscito dall’Udc senza nemmeno dirlo a Cesa.
«Diciamo che ho contribuito a gestire la politica quotidiana per anni, e credo sia giusto fare posto ad altri. Non mi sembra più che spetti a me occuparmi del consiglio comunale di Brindisi».
E di cosa si occupa Casini versione Terza repubblica? Del patto del Nazareno?
«Deluderò dicendo che dal punto di vista chirografico non esiste nessun patto del Nazareno. Quindi inutile cercare fogli nei cassetti».
Esiste dal punto di vista politico. Cosa dice?
«E cosa vuole che dica? Berlusconi in Italia non ha solo una dimensione politica, ma anche economica. Vive una défaillance partitica, ma ha la forza sufficiente per usare la contraerea e garantire la sua impresa».
E Renzi lo farà?
«Lo farà. D’altronde non fu D’Alema a dire che Mediaset è una risorsa per il Paese? E io sono d’accordo con loro».
Lei è uno dei pochi, forse l’unico, che parla sia con Renzi sia con Berlusconi: è forse il garante del patto?
«È più facile pensare che lo sia Confalonieri… e comunque non faccio parte della schiera dei frustrati che si sentono coartati dal patto tra Renzi e Berlusconi. Parlo con entrambi e credo sia giusto così».
Ma perché apprezza Renzi dopo che ha parlato tanto di rottamazione. Si sente così nuovo, Casini?
«Perché ben prima dell’assoluzione di Berlusconi al processo Ruby, l’ha invitato alla sede del Pd sfidando l’opinione pubblica e rottamando, questa volta sì che si può dire, una tradizione consolidata: la sinistra antiberlusconiana».
Infatti dicono sia più democristiano come lei che socialdemocratico come Blair…
«Il Pd è cambiato, ma Renzi di più. Mi meraviglia di come sia ben più avanti di molti “moderati” che ancora si macerano, invece, nell’ossessione di Silvio. Io l’ho sfidato in campo aperto, ma non ho mai avuto alcun odio o risentimento personale… Nè ieri servo encomio, né oggi codardo oltraggio».
Eppure, per stare su Manzoni, a sinistra c’è chi contesta a Renzi di avere ridato diritto di cittadinanza politica all’Innominato, appunto.
«Diritto di cittadinanza a Berlusconi lo hanno dato gli italiani. E, per quanto riguarda l’attualità, il suo vero benefattore è stato Grillo».
Scusi?
«È Grillo che ha fatto un grande favore a Berlusconi, tirandosi fuori dalle riforme. Non Renzi. Pensi all’autolesionismo dei 5 Stelle: prima fanno fronte comune con Sel e la Lega, consentendo ai primi di ricontrattare il rapporto col Pd, ai secondi di portarsi a casa quel po’ di federalismo che volevano. Poi, alla prima curva, disertando l’aula, lasciano la riforma sui binari dell’Alta velocità».
Gliel’ha detto a cena a Berlusconi?
«A cena il momento più vero è stato un altro. Mi ha chiesto quanti anni avessi. E io gli ho detto: 58. E mi sono reso conto che l’ultima volta che ho pranzato con lui, mio figlio non era nato. E adesso ha sei anni e va a scuola. Lui mi risposto, invece, che è sceso in politica quando aveva la mia età di adesso».
Non fa un po’ amarcord, presidente?
«Nessuna nostalgia. Ma nella vita i ruoli cambiano: Inzaghi e Montella, due grandi centravanti, oggi fanno gli allenatori».
Napolitano ha detto che si dimetterà. Dopo il voto delle riforme, probabilmente, si aprirà la corsa al Colle. Giudizio?
«Napolitano ha gestito momenti difficilissimi. Ed è stato sempre tirato per la giacca da tutti. Gli si imputa di non aver mandato il Paese al voto dopo le dimissioni di Berlusconi nel 2011. Poi di non aver dato la grazia a Silvio. La critica degli opposti è la valutazione più convincente del suo buon operato».
Però né Monti, né Letta hanno funzionato…
«L’Italia ha consumato i tecnici, e io per difendere Monti ci misi tutta la faccia che avevo; oggi sommessamente ricordo che quei provvedimenti li votarono anche Forza Italia e Pd. Abbiamo sbagliato a santificarlo subito, ma non merita nemmeno la dannazione eterna…»
E Letta?
«L’Italia ha consumato anche la faccia migliore della politica. Oggi siamo a Renzi»
Crede che sia percepito come l’ultima spiaggia?
«Un po’ lo è. E poiché gli italiani sono più intelligenti di quanto si pensi, gli assegnano quel 40 per cento che è una percentuale anni Cinquanta».
Che userà per scegliere anche il nuovo presidente della Repubblica.
«Questo non lo penso».
Che profilo dovrà avere il prossimo presidente?
«Deve restare così. Dev’essere terzo e non essere espressione di una maggioranza».
Si sta candidando? Un “padre” della Repubblica nella versione smart di Renzi. E ha più di 50 anni…
«Ecco, la regola dell’età: ha sempre meno senso, secondo me. L’esperienza, quella sì che serve, ma non sempre fa il paio con l’età».
Doroteo… E cosa pensa di queste riforme? Le avrebbe fatte così la vecchia Dc?
«A questa domanda, in Italia, si risponde sempre che “serviva ben altro”. Siamo il Paese del “benaltrismo”. In realtà le varie bicamerali di Bozzi, D’Alema ecc. avranno anche pensato di più, meditato i dettagli, ma poi le cose non le hanno fatte».
Strano, dimentica proprio Ciriaco De Mita nel suo elenco. Anche lui ci provò…
«Beh, a De Mita va riconosciuto che, da segretario Dc, il tema delle riforme l’ha evocato davvero… rimettendoci».
Le piace il Senato degli enti locali?
«Non mi sarei scandalizzato a levarlo del tutto. Ma se già così criticano il despota Renzi, sarebbe venuta giù l’Italia. In realtà il Senato nasconde un’insidia di cui si parla poco, cioè il rischio che si crei una camera corporativa a tutela delle autonomie locali, che non sempre le meritano. Cioè il Senato finisce per essere un freno, che si sostituisce alla conferenza Stato-Regione, grazie anche alla Lega Nord. Sì… levarlo poteva essere meglio».
Renzi è populista, secondo lei?
«Beh, utilizza a volte lo strumento della demagogia, ma è un peccato veniale… così come la storia dei “gufi”. La battaglia di Chiti era onesta e limpida. È stato l’ostruzionismo del 5 Stelle a rendere impossibile un dibattito più profondo. Ma l’ostruzionismo non si valuta dai modi o dai tempi che occupa. Si valuta dai risultati che porta. E l’unico risultato che ha portato è il ritorno della politica. Senza quell’atteggiamento la riforma sarebbe slittata a settembre».
Il premier dice che governerà mille giorni.
«Glielo auguro. E comunque fa bene a dirlo. Ha mai visto un allenatore che prima del campionato spiega ai suoi giocatori che non vede l’ora di venderli? Renzi sta motivando la sua squadra, il Parlamento. Da politico, usa i voti, la golden share delle Europee per far capire che andare a votare non penalizzerebbe certo lui… poi si vedrà».

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postato il 31 luglio 2014 da Redazione | in "Esteri"

Libia: tutti scappano, l’Italia resta a Tripoli

Ma serve missione Onu

Nonostante i rischi, il nostro ambasciatore in Libia Giuseppe Buccino e tutto il personale sono presenti e continuano a svolgere un ottimo lavoro. L’ambasciata d’Italia a Tripoli resta aperta, mentre tutti gli altri Paesi scappano: all’apprezzamento del ministro Mogherini, vogliamo associare quello della Commissione Affari esteri del Senato. È il segno che in quel Paese noi ci siamo e ci vogliamo rimanere. Ma è chiaro che l’Onu deve prendere immediatamente l’iniziativa di una missione internazionale.

Pier Ferdinando

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postato il 30 luglio 2014 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Iraq: alla Messa per i cristiani di Mosul

Con i parlamentari di tutti gli schieramenti politici presso la chiesa di San Gregorio Nazianzeno

foto
È stato un momento di straordinaria unità della politica per la salvaguardia di un diritto fondamentale dell’uomo, quello di esprimere liberamente la propria fede.

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postato il 26 luglio 2014 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Il Cav non è più l’alibi di chi non vuole le riforme

L’intervista di Francesco Cramer a Pier Ferdinando Casini pubblicata su Il Giornale

Pier Ferdinando CasiniRoma – Pier Ferdinando Casini, di recente ha visto a cena Berlusconi. Cosa vi siete detti? Siete ex nemici ormai?
«Sono fiero di essere uno dei pochi a non avere avuto mai nulla di personale contro Berlusconi e credo che la politica sia dialogare con tutti, in particolare con chi è fondamentale per le riforme».

Che andranno in porto?
«Sono certo che il patto sulle riforme terrà. Berlusconi non si tirerà indietro: farebbe un regalo troppo grande a chi lo vuole buttare fuori dal campo di gioco. Invece è un miracolo che ci sia e che sia determinante».
Nel merito, però, sono molti a dire che non sono il massimo.
«Il centrodestra le fece nel 2005 ma vennero bocciate dai cittadini. Il centrosinistra riformò il titolo V facendo uno dei più grandi disastri perché aumentarono i contenziosi alla Corte costituzionale in maniera esponenziale. Vero che quello della bicamerale era un disegno migliore».
Ma?
«Ma in questo contesto non approvare le riforme vuol dire dar ragione a Grillo che dice “Vedete? Questa classe dirigente è da buttare dalla finestra”».
Qualcuno vocifera che Renzi vuole andare al voto. Secondo lei?
«Si tiene due carte in mano. Se i frenatori di tutti i tipi non gli consentissero di governare avrebbe l’alibi perfetto per le urne. Ma non credo che le voglia».
Sulle riforme l’asse Cavaliere-Renzi tiene. E se si allargasse anche al governo?
«Oggi non è interesse di nessuno. Non di Renzi perché aprirebbe altre fratture nel Pd. Non di Berlusconi perché la situazione economica impone misure drastiche e impopolari».
Già, l’economia. C’è chi dice che in autunno arriverà la batosta: i conti non tornano.
«Lo scenario è molto negativo: sta flettendo l’economia della Germania, figuriamoci quella dell’Italia. E Renzi non ha la bacchetta magica: vedo una strada lastricata di difficoltà».
Quindi?
«Mi auguro che in Europa le richieste dell’Italia, che fino ad ora non mi sembra abbiano avuto tanto ascolto, vengano accettate».
Ma non l’hanno fatto neppure quando lo chiedeva Monti che guidava un governo di grande coalizione. A proposito, mea culpa su Monti?
«Sul piano politico ho commesso un errore, d’altra parte Scelta civica alle Europee s’è sgretolata. È vero: ho sponsorizzato il Professore, sono stato l’unico a metterci la faccia, pagando in termini elettorali. Ma quel governo è stato votato da tutti e ha imposto all’Italia sacrifici necessari per recuperare credibilità».
Il centrodestra prova a riunirsi ma permangono i veti contrapposti. Che si deve fare?
«Lascio ai dirigenti più giovani i nodi del quotidiano ma sono certo che all’Italia non serve un monocolore. Accanto a un’area socialista va costruita un’area popolare. Lo spazio c’è».
Con Berlusconi?
«Berlusconi ha commesso molti errori. Altri, che non ha fatto, gli sono stati addebitati (Rapporto con la Russia, questione Libia). La verità è che Berlusconi è stato un grande alibi per tutti: sia destra che sinistra hanno vissuto di rendita evitando di misurarsi con le proprie contraddizioni».
L’antiberlusconismo ha frenato la rivoluzione liberale?
«Ma certo. E riconosco che la grandezza di Renzi è stata ricevere Berlusconi al Nazareno. Ha detto ai suoi: “Ragazzi, abbiamo campato di rendita 20 anni sull’antiberlusconismo. Ora basta”».
La fine dell’antiberlusconismo per fare finalmente le riforme. Anche quella sulla giustizia?
«Sì. E già conosco l’obiezione: se in passato, sul tema, dissi di no a Berlusconi è perché inseguiva provvedimenti ad personam che non servivano né al Paese né a lui. Ma la riforma sulla giustizia va fatta: la politica industriale non la possono fare le Procure o i Tar».
Il centrodestra ha un futuro?
«Sì se si parte dai problemi e non dalle persone. Lo spazio politico c’è ma non si eredita; si conquista. Se Renzi fosse stato cooptato non avrebbe il 40%».
Primarie di coalizione?
«Quello fa parte del metodo. Il problema è il merito: tornare a parlare alla piccola media impresa che oggi vota Renzi o Grillo, ritrovare un proprio insediamento sociale».
O Lega.
«Salvini è molto distante da me e dai miei pensieri. Ma è intelligente. E il suo spazio politico che è destinato a crescere. A volte dice anche cose sensate».
Tipo?
«Sono fiero che Mare Nostrum salvi vite umane ma non può essere la risposta permanente. L’operazione va superata e lo ha detto anche il ministro Alfano».

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postato il 25 luglio 2014 da Redazione | in "Esteri"

Marò: riportiamoli subito a casa

MaròL’intervista di Alessandro Farruggia a Pier Ferdinando Casini pubblicata su QN

«E adesso riportiamo a casa i marò». Il presidente della commissione Esteri del Senato Pierferdinando Casini nei giorni scorsi ha visto il segretario generale dell’Onu, con il quale ha parlato della questione dei nostri fanti di Marina prigionieri in India. «Il silenzio del governo, e lo dico perche parlo spesso con Renzi e con la Mogherini — dice — è un silenzio operoso, non una dimenticanza o una trascuratezza. Come gli stessi marò hanno sollecitato il 2 giugno nel collegamento con le commissioni congiunte, vogliamo tenere ben distinte le due questioni: l’arbitrato internazionale al quale l’Italia ha deciso di adire e gli spazi di possibile mediazione politico diplomatica che si devono tenere aperti».

Con che margini?
«Il fatto che in India ci sia stato un cambio di governo non è un fatto negativo. Perché è vero che il premier Narendra Modi può essere più lontano da noi, ma la sua storia personale è molto diversa da quella di una italiana che è poi diventata una preminente figura politica in India. E quindi certi pregiudizi dell’opinione pubblica che impedivano la piena libertà di manovra di Sonia Ghandi oggi non esistono più. Per cui, sono in corso contatti che è bene che restino riservati».

L’Onu può svolgere un ruolo?
«Le Nazioni Unite sanno bene che l’aver trattenuto i marò non riconoscendo una autonomia funzionale alla loro missione è sicuramente un precedente che lede la loro stessa operatività. Ban Ki Moon mi ha spiegato che non ha ancora incontrato Modi e che lo farà al massimo all’inizio di settembre, ma quando incontrerà il primo ministro indiano non mancherà di porre questa questione».

Anche l’Europa non è stata molto presente. Anzi, se ne è lavata le mani.
«La Mogherini sta lavorando molto sul tema marò e lo farà con ancora maggiore efficacia se sarà il rappresentate della politica estera dell’Unione. Però noi dobbiamo essere onesti. L’Europa sullo scenario internazionale non esiste perché parla con troppe voci ed è afona con l’unica voce che dovrebbe parlare, quella dell’Ue. Quello che sta succedendo a Gaza e quello che è successo con la Russia e l’Ucraina purtroppo ne sono la prova».

Ma se decidesse di dare più potere a “mr Pesc” o “lady Pesc”, l’Europa può ancora svolgere un ruolo di peso?
«Deve e può. E l’ha già fatto, come quando ha detto che era una follia andare a fare la guerra ad Assad. E non perché Assad fosse buono, ma perchè si rischiava di dare una mano al fondamentalismo islamico. La preoccupazione era giusta, visto quello che sta facendo l’Isis tra Iraq e Siria: il califfato che nasce oggi è molto più pericoloso dei vari tiranni che abbiamo visto in Medio Oriente».

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postato il 24 luglio 2014 da Redazione | in "In evidenza"

Il futuro della Governance globale: il ruolo del MIKTA

Alla tavola rotonda organizzata dall’Istituto Affari Internazionali
fotoRoma, 24 luglio 2014 – Nel ringraziare i promotori dell’incontro odierno ed i Signori Ambasciatori qui convenuti, intendo innanzitutto manifestare apprezzamento per il ruolo di stimolo e di riflessione che il Gruppo MIKTA esercita, il quale, sin dalla sua composizione, rende evidente la possibilità per i Paesi con posizioni comuni nei principali fora multilaterali di consolidare in modo coordinato la loro collaborazione. I meccanismi informali di concertazione rappresenteranno sempre di più gli strumenti attraverso cui la diplomazia internazionale ed i Governi potranno tentare di risolvere e possibilmente di anticipare le eventuali controversie internazionali, nonché per guidare le scelte collettive.
Si tratta peraltro di un Gruppo non avente carattere regionale e che dunque, anche in ragione di questo, rappresenta una novità di rilievo, degna di attenzione e di rispetto. L’iniziativa non è certo una riedizione dei Paesi non allineati nel periodo della guerra fredda, non risponde alla logica – pur legittima – di ritagliare per ciascun Paese occasioni ed opportunità attraverso un riposizionamento fra i blocchi dominanti, giacché i Paesi di cui parliamo, pur nella diversità delle posizioni, delle economie e delle scelte geopolitiche, sono già profondamente inseriti nei rispettivi contesti regionali, sono tutti membri del G20 e dialogano costantemente, sul piano economico che politico, con molti altri attori della scena internazionale, a partire dall’Unione europea.
In un mondo sempre più interdipendente e strettamente connesso, le partnership, le collaborazioni, potranno sempre più essere strumento di equilibrio, di stabilità e di prosperità, esercitando un ruolo fecondo anche su altri Paesi del mondo, potendo persino, attraverso il dialogo ed il confronto, anticipare idee e soluzioni per le sfide globali e regionali che attendono l’umanità.
L’Italia ha da sempre confidato nella capacità dei popoli di contribuire alla pace ed al progresso delle Nazioni attraverso il dialogo e le proposte, e si è adoperata affinché gli ordinamenti internazionali – ed in primo luogo l’Organizzazione delle Nazioni Unite – potessero essere messi in condizione di assicurare la pace e la giustizia nei rapporti internazionali. La capacità dei Paesi del MIKTA di costruire “ponti”, di cooperare fattivamente a tale scopo, non potrà che essere uno strumento prezioso in questa direzione, contribuendo ancor più ad innovare anche gli equilibri consolidati a livello mondiale.
Sotto questo aspetto la nuova buona pratica delle collaborazioni informali ma concertate fra Paesi in cui si colloca il MIKTA è un utile esempio da imitare.
E l’Italia, a sua volta, potrà trarre spunto dalla nuova esperienza informale di coordinamento per rinnovare la sua grande tradizione di Paese facilitatore del dialogo e del confronto fra universi culturali diversi, tornando ad essere un promotore di iniziative, sempre più consapevole ed attento al mutamento di scenario in atto nel mondo, supplendo in questo al ruolo che l’Europa dovrebbe esercitare in modo progressivamente più autorevole.
Peraltro spero che il Gruppo MIKTA potrà offrire un fattivo contributo anche alla pacifica soluzione di questioni che condizionano pesantemente la comunità internazionale, dal difficile scenario mediorientale alle latenti conflittualità economiche fra i Paesi asiatici, non rinunciando ad una partnership strategica con l’Europa, né ad un dialogo costante con l’Africa, realtà quest’ultima cui occorre guardare con attenzione crescente anche dal punto di vista economico ed ambientale.
Ovviamente non posso non ricordare come con ciascuno dei Paesi del Gruppo MIKTA l’Italia coltivi rapporti di rilievo sotto il profilo economico e politico.
Con il Messico, stante il crescente peso degli scambi economici bilaterali, è in corso un percorso virtuoso di collaborazione politico-amministrativo di cui è stata testimone la stessa Commissione Affari esteri del Senato attraverso i recenti iter di ratifica dei Protocolli e dei Trattati in materia fiscale, doganale, di assistenza giudiziaria penale e di estradizione.
Anche con l’Indonesia, mercato emergente e dalle enormi potenzialità, l’Italia sta cercando di intensificare i rapporti bilaterali: lo testimonia il valore dell’interscambio commerciale che ha ormai raggiunto i 4,5 miliardi di euro, con prospettive di crescita davvero interessanti. Ma un simile interesse l’Italia deve manifestarlo nei confronti di un’intera area su cui insiste l’Indonesia, quella che fa da cerniera fra le economie cinese, indocinese ed indiana da un lato e quelle oceaniche dall’altro, un’area vasta, sempre più decisiva per gli equilibri economici mondiali ed in cui è ancora troppo debole la presenza italiana.
Eccellenti i rapporti bilaterali anche con la quarta potenza economica dell’Asia, la Repubblica di Corea, Paese che continua a registrare importanti livelli di crescita anche grazie alla sua strategia di accordi di libero scambio posta in essere dal 2005 e che ha portato Seoul alla sottoscrizione di accordi con l’Unione europea (dal 1° luglio 2011), con gli USA (dal 15 marzo 2012), con l’EFTA (l’Associazione europea di libero scambio), con l’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico), oltre che con il Cile, il Peru’, Singapore, la Turchia, la Colombia, l’India. Un dinamismo che si evidenzia anche in relazione all’interscambio con l’Italia che nel 2012 ha raggiunto gli 8 miliardi di dollari (con un saldo positivo per l’Italia). Anche con riferimento al Paese asiatico, la Commissione Affari esteri del Senato ha provveduto ad approvare tre strumenti di ratifica relativi ad un accordo in materia di vacanze-lavoro (che punta a rafforzare il movimento dei giovani dei due Paesi che intendano approfondire la reciproca conoscenza socio-culturale), al Protocollo aggiuntivo alla Convenzione per evitare le doppie imposizioni e per prevenire le evasioni fiscali in materia di imposte sul reddito, all’Accordo di libero scambio tra l’Unione europea e i suoi Stati membri.
Inutile, invece, sottolineare i profondi rapporti economici, politici e culturali che legano l’Italia e la Turchia. 7,9 miliardi di euro è il valore dell’interscambio commerciale che fa dell’Italia il quinto partner economico del Paese crocevia fra Europa e vicino Oriente. Roma continua a sostenere il rilancio del percorso di avvicinamento di Ankara all’Unione europea, sottolineandone il fondamentale valore strategico. Ho rinnovato proprio di recente al Ministro per gli Affari europei turco, Mevlut Cavusoglu, che ho avuto l’onore di ricevere – solo martedì scorso – in Senato, l’impegno italiano e mio personale affinché le prospettive di tale avvicinamento della Turchia vengano ulteriormente consolidate. Peraltro anche sul piano normativo questa collaborazione ha trovato conferma nei provvedimenti che la Commissione Affari esteri ha approvato di recente, relativi agli accordi in materia di previdenza sociale e cooperazione penale.
Anche nei confronti dell’Australia, l’Italia vanta rapporti solidi sia sul piano economico che politico, cementati dalla presenza di una qualificata comunità di italiani residente nelle grandi aree urbane australiane. Nel 2013 l’interscambio commerciale fra i due Paesi è ammontato a 4,3 miliardi di Euro, con un valore delle esportazioni italiane pari a 3,7 miliardi di Euro, mentre ancora modesto – e tutto da rafforzare – appare il flusso degli investimenti reciproci.

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postato il 23 luglio 2014 da Redazione | in "Riforme"

Riforme: se ostruzionismo demenziale vedo urne

Inconsapevoli determinano voto anticipato, pagherà l’Italia

Pier Ferdinando CasiniNelle scelte di oggi si stanno ponendo le premesse degli esiti di domani. Il gigantesco e demenziale ostruzionismo al Senato concorre a spingere ineluttabilmente il Paese verso elezioni anticipate che alcuni vogliono; altri si predispongono ad accettare e una maggioranza di inconsapevoli sta determinando. A pagarne le spese sarà, ancora una volta, l’Italia che vuole riforme vere e non una nuova prova di impotenza.

Pier Ferdinando

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postato il 19 luglio 2014 da Redazione | in "Esteri"

All’Onu con Ban Ki-moon: su Marò serve soluzione non prorogabile

E il tema del Mediterraneo deve essere centrale, Mare Nostrum risposta d’emergenza
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Ho ricordato al segretario generale dell’Onu il precedente pericoloso che si e’ creato con il trattenimento dei nostri due maro’ in India, i quali erano imbarcati sulla base di una missione internazionale e che dopo due anni non hanno ancora un capo di imputazione preciso.
E’ un precedente pericoloso non solo perche’ dopo due anni non hanno un’imputazione, ma anche perche’ rischia di mettere a repentaglio un principio fondamentale che e’ quello di una copertura funzionale per i militari impegnati nelle missioni di pace. Ban Ki-moon ne e’ perfettamente consapevole, ritiene fondamentale arrivare al piu’ presto ad una soluzione non piu’ prorogabile di questa vicenda, ed e’ convinto che ci siano condizioni nuove: il fatto che ci sia un nuovo governo in India crea le condizioni per avere una fiducia inedita.
Ho espresso al segretario generale dell’Onu anche la convinzione che il tema del Mediterraneo e’ la centralita’ su cui ci dovremo confrontare nei prossimi anni a causa della situazione in Siria, in Libano, in Medio Oriente con la Palestina e per l’esito delle primavere arabe abbastanza infausto, che ha portato all’esplosione statuale della Libia. Stiamo facendo un’opera straordinaria, ma si tratta di una risposta di emergenza, non puo’ diventare la normalita’.
Nel corso dell’incontro Ban Ki-moon ha fatto un lungo elogio del lavoro italiano su Mare Nostrum, e ha detto che e’ fondamentale il supporto che gli potremo dare in futuro quando faremo passi dei piu’ concreti sulla Libia.

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postato il 15 luglio 2014 da Redazione | in "Riforme"

Riforme: Renzi oligarca? Casomai classe politica fuori tempo massimo

L’intervento in Aula al Senato di Pier Ferdinando Casini


Onorevole Presidente,
mi hanno fatto molto piacere i richiami ripetuti che la senatrice Fucksia ha fatto a Saragat, a Calamandrei e a De Gasperi: sono importanti, dopo qualche mese di presenza qui in Parlamento, queste evocazioni da parte dei colleghi del Movimento 5 Stelle, segno che la cultura delle istituzioni pervade ormai tutta questa Assemblea e questo è un fatto sicuramente positivo.

I tentativi più che trentennali di riforma delle istituzioni costituzionali richiamano alla mente il mito di Sisifo, condannato a spingere per l’eternità un enorme masso in cima ad una montagna. Una volta giunto in vetta, il masso invariabilmente riprecipitava a valle.

In modo simile in questi anni (a parte l’affrettata approvazione dell’infelice nuovo testo del Titolo V), ogni volta che una riforma organica della seconda parte della Costituzione stava per concretizzarsi e divenire operativa un ostacolo lo impediva e il macigno delle riforme è sempre tornato al punto di partenza.

Questa sequenza non può ripetersi anche in questa legislatura. Non vi sono più spazi per una rinnovata rappresentazione del mito di Sisifo. L’opinione pubblica non capirebbe e non tollererebbe oltre un ennesimo fallimento di una classe politica che continui a parlare di riforme senza farle.

Il disegno di legge costituzionale al nostro esame non ridisegna l’intera seconda parte della Costituzione. Non si pone questo obiettivo così ambizioso che in passato è stato fallito. Esso incide sui due punti di maggiore debolezza del nostro sistema istituzionale: il bicameralismo paritario e il regionalismo.

Il primo rappresenta un’ assoluta rarità nei regimi di governo parlamentare. Sull’attuale assetto del regionalismo non credo vi sia molto da dire tanta è la concordia di opinioni sui guasti causati dalla riforma costituzionale del 2001.

Il punto di partenza della nostra riflessione deve essere quindi quello della necessità e dell’urgenza di intervenire. Sulle soluzioni si può, anzi, si deve dibattere con pacatezza per evitare l’errore di una eccessiva precipitazione come nel 2001. Ma ad un punto fermo si deve arrivare.

Consentitemi di dire che ho letto con attenzione dal nostro resoconto gli interventi di tanti colleghi, come ho letto alcune interviste che non esiterei a definire eccentriche.

Questa riforma si farebbe sotto la spinta di un nuovo oligarca impersonificato dal Presidente del Consiglio Renzi.

Il Senato è rappresentato come un luogo popolato da eunuchi sotto ricatto che si piegano alla volontà del sovrano.

Ma di cosa stiamo parlando: altro che ricatti, noi dobbiamo riconoscere di essere una classe politica che, dalla Bicamerale Bozzi, a quella Iotti, a quella D’Alema, ha dibattuto per anni di riforme senza riuscire a farle. Non vorrei sbagliare ma credo che persino nei programmi elettorali della Democrazia cristiana, quando era ancora in vita, vi fosse il superamento del bicameralismo.

Ora siamo fuori tempo massimo: la colpa è nostra e non c’è bisogno di cercare tiranni o rappresentazioni di comodo della realtà.

Il testo in esame collega i due aspetti del bicameralismo e del regionalismo in una soluzione che appare equilibrata nelle sue linee portanti. Il Senato diviene un’assemblea rappresentativa di Regioni e Comuni, secondo un modello dominante nell’esperienza comparata.

Sia pure con formule differenti, rappresentative degli enti territoriali sono, ad esempio, le seconde camere di Francia, Spagna, Germania. E’ cioè largamente diffusa nel mondo l’idea che la seconda assemblea parlamentare debba costituire il canale di partecipazione degli enti territoriali all’interno degli organi del vertice istituzionale e, in particolare, il canale di partecipazione alla funzione legislativa.

Ma dappertutto le seconde camere hanno poteri minori rispetto a quelle che rappresentano la diretta espressione del corpo elettorale: non partecipano del rapporto fiduciario e, in linea di principio, l’ultima parola nella funzione legislativa spetta alla c.d. camera bassa.

Il disegno di legge si inserisce dunque nella tendenza più consolidata del costituzionalismo contemporaneo. Il Senato non appare però per questo un’assemblea priva di un suo ruolo significativo perché è comunque dotato di poteri certo non trascurabili accresciuti durante l’esame in Commissione anche in materia di controllo dell’azione del governo e nel settore della politica dell’UE.

Per quanto riguarda le Regioni, il disegno di legge corregge eccessi e incongruenze dell’attuale Titolo V. Riporta alla competenza esclusiva dello Stato materie di valore strategico nazionale; introduce la c.d. clausola di supremazia, vale a dire la possibilità per lo Stato di legiferare anche in materie di competenza regionale allorché lo richiedano la tutela dell’unità giuridica ed economica della Repubblica o la tutela dell’interesse nazionale; elimina la c.d. competenza legislativa concorrente che è stata fonte di confusione e contenzioso alla Corte Costituzionale.

Il disegno di legge non manca poi di intervenire su delicati aspetti del rapporto Parlamento- Governo, prevedendo, da un lato, una disciplina più stringente dei decreti legge, dall’altro, istituendo una vera “corsia preferenziale” per i disegni di legge governativi secondo lo schema del testo della Commissione D’Alema e realizzando un’idea che risale al decalogo Spadolini del 1982!

Sinteticamente: il disegno di legge delinea una cornice istituzionale più razionale di quella vigente. Senz’altro può essere migliorata, ma non si può pregiudizialmente rigettarla.

RIFLETTERE

Il testo della Commissione ha notevolmente rafforzato la partecipazione del Senato alla funzione legislativa accrescendo le leggi bicamerali.

Deve però indurre a una riflessione la previsione per talune categorie di leggi che la Camera possa non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato solo pronunciandosi a maggioranza assoluta nella votazione finale.

Il funzionamento concreto di questo meccanismo dipende dalla legge elettorale, se cioè essa assicura una maggioranza e con quale margine e, sul piano politico, dalla tenuta della maggioranza stessa.

Se la maggioranza è ampia e stabile, la clausola può risultare ininfluente; in caso contrario, può provocare un blocco senza esito perché nulla si dice sulle conseguenze del mancato raggiungimento del quorum.

Questa procedura suscita particolari perplessità in relazione alle leggi di bilancio e alle leggi adottate sulla base della clausola di supremazia.

Se all’interno del Senato prevarranno ristretti interessi regionali, si rischia di fare di esso un organo di interdizione in settori politicamente decisivi tenendo presente che in tale sede il governo non potrà utilizzare la questione di fiducia.

Invece di seguire questa strada dagli esiti incerti, sarebbe il caso di pensare, sull’esempio di altri sistemi bicamerali, ad una commissione di conciliazione composta di deputati e senatori che elabori un testo sul quale abbia però l’ultima parola la Camera.

Maggiore chiarezza sarebbe necessaria anche per disciplinare i rapporti con le Regioni a statuto speciale che, a mio parere, godono in questa riforma di un trattamento fortemente privilegiato.

Se riforma deve esserci, essa non può arrestarsi ai confini delle Regioni a statuto speciale.

Ovviamente la riforma costituzionale deve essere collegata alla riforma della legge elettorale della Camera.

Se il Senato non sarà più a elezione diretta è necessario che la legge elettorale della Camera assicuri adeguati spazi di rappresentatività e consenta agli elettori di scegliere i propri rappresentanti mediante le preferenze.

EMENDAMENTI

Un tema molto delicato è quello dell’elezione del Presidente della Repubblica che è sconsigliabile lasciare alla totale disponibilità della maggioranza politica, considerato anche il disequilibrio numerico che si prospetta tra Camera e Senato.

Le caratteristiche del ruolo presidenziale inducono a ritenere preferibile che esso sia ricoperto da una personalità che abbia il consenso di una larga parte del Parlamento in seduta comune.

Per questo motivo, nei giorni scorsi, ho ripreso una soluzione già prospettata all’Assemblea costituente dal relatore sulla forma di governo, Egidio Tosato, che combina l’elezione parlamentare con una eventuale seconda fase del procedimento elettorale di scelta diretta del Capo dello Stato da parte del corpo elettorale.

Tosato proponeva, infatti, che se il Presidente della Repubblica non fosse stato eletto dopo tre scrutini con il quorum di due terzi dei componenti il Parlamento in seduta comune, si sarebbe proceduto a suffragio universale diretto previa designazione da parte delle Camere riunite di un candidato di maggioranza e di uno di minoranza.

Tosato riteneva che si sarebbe indotto il Parlamento in seduta comune ad ottenere più facilmente la maggioranza di due terzi e, quindi, che il Presidente fosse, almeno in parte, espressione del voto della minoranza.

Nel caso ciò fosse risultato del tutto impossibile sarebbe stato preferibile che a decidere fosse la maggioranza del popolo.

La motivazione della proposta era individuata nelle caratteristiche proprie della forma di governo parlamentare delineata dalla Costituente, intermedia tra un sistema con un Capo dello Stato dotato di poteri effettivi ed incidenti nelle ordinarie vicende politiche e un sistema di governo d’assemblea con i ministri chiamati a costituirne il comitato esecutivo.

La combinazione dei due sistemi di elezione assolve ad una duplice funzione: da un lato, infatti, l’eventualità dell’elezione popolare è un deterrente a contrapposizioni radicali ed induce ad individuare nella fase parlamentare la figura più idonea a rappresentare l’unità nazionale, dall’altro, il preventivo passaggio parlamentare con la previsione che al voto popolare siano sottoposti i due nomi più votati nell’ultimo scrutinio evita derive plebiscitarie, un’insidia nascosta nell’elezione diretta dalla quale possono emergere figure che, dall’appello al popolo, possono trovare motivo per conferire alla figura del Presidente una carica politica destinata a scompaginare l’equilibrio dei poteri voluto dalla Costituzione.

Nell’esame in Commissione l’idea di una larga maggioranza per l’elezione del Capo dello Stato si è fatta strada e il testo in esame (art. 21) prevede ben otto scrutini a maggioranza qualificata (quattro a due terzi e quattro a tre quinti), ma, come chiusura del sistema in caso di mancato raggiungimento di tali quorum, prevede il vigente criterio della maggioranza assoluta.

Personalmente invece ritengo che, in caso di mancato largo accordo parlamentare, sia più opportuno chiamare a decidere il corpo elettorale al fine di conferire la necessaria autorevolezza alla personalità chiamata a rivestire l’alta carica.

Per quanto riguarda l’integrazione del Parlamento in seduta comune con i parlamentari europei, essa risponde alla logica di allargare il collegio elettivo alle nuove articolazioni della rappresentanza, come già fecero i costituenti, con la previsione dei delegati regionali, anche a dare rilievo alla partecipazione italiana all’UE.

In conclusione, la riforma è perfettibile e certamente bisognerà tener conto nei successivi esami parlamentari delle critiche serie che in questa Aula le vengono rivolte.

Più le critiche saranno costruttive, più saranno capaci di incidere nell’impianto complessivo della riforma; più saranno frutto di prevenzioni personali o politiche più scivoleranno nell’irrilevanza.

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postato il 12 luglio 2014 da Redazione | in "Riforme"

Le riforme unica strada per battere l’antipolitica

I sabotatori fanno un danno a se stessi e all’Italia. Il disegno di legge approvato non è il Vangelo ed è perfettibile, ma così rispondiamo all’appello di Napolitano

Pier Ferdinando Casini

 L’intervista di Fabrizio Nicotra a Pier Ferdinando Casini pubblicata su “Il Messaggero”

«E’ la volta buona». Pier Ferdinando Casini, presidente della commissione Esteri del Senato, è convinto che, dopo anni di tentativi falliti, la nave delle riforme costituzionali arriverà finalmente in porto. Certo, sostiene, il pacchetto è perfettibile, ma rappresenta comunque la migliore risposta possibile per bloccare gli alfieri del populismo.

Il testo ha avuto l’ok della commissione Affari costituzionali del Senato e va in aula lunedì. Ce la farete questa volta?
«E’ la volta buona perché la classe politica in questo paese ha incominciato a capire che l’unico modo per bloccare la deriva del populismo e dell’antipolitica è quello di fare le riforme. La resistenza degli ultimi giapponesi, dei sabotatori, è un gigantesco regalo a Grillo e agli sfascisti che ci sono in questo paese. Finalmente diamo un seguito agli impegni assunti collettivamente nell’aula del Parlamento in seduta comune all’atto dell’insediamento di Napolitano. Quando il Presidente bacchettò il Parlamento, cioè bacchettò noi (il suo corpo elettorale), noi applaudimmo prendendo un impegno solenne. Con quell’applauso abbiamo detto “abbiamo capito la lezione, faremo le riforme”. Ma in politica a volte la memoria è corta e molti si sono dimenticati di quell’impegno. Per fortuna la maggioranza di noi ha capito che bloccare le riforme è un atto di autolesionismo troppo grande per poterselo consentire».

Secondo diversi osservatori, il ddl approvato non rappresenta un pacchetto di alto livello, soprattutto se paragonato ad altri tentativi del passato.
«Se prendo in esame astrattamente il prodotto legislativo della Bicamerale D’Alema e lo confronto con questo, penso che la Bicamerale fece un lavoro migliore più completo e più armonico. Ma allora non c’era la forza politica per arrivare al voto finale. Molti ritennero che ci potessero essere i margini per dissociarsi. La riforma di cui parliamo oggi è sicuramente perfettibile. Per altro è entrata in commissione in un modo ed è uscita in un modo completamente diverso: tutte le denunce di attentati alla democrazia sono veramente ridicole. Se chi ha gridato avesse fatto invece una seria operazione di emendamenti avrebbe visto, come poi è stato, che c’era la disponibilità di governo e maggioranza ad accettare un’ampia modifica. La Lega non è certo un partito che fa sconti al governo, eppure ha votato la riforma. Il prodotto non è il migliore possibile e sarà perfezionato in aula, ma tutto questo non ci deve togliere la legittima soddisfazione di dire che, dopo tante promesse e tante chiacchiere, abbiamo prodotto un risultato. E di questo risultato non è intestatario solamente Renzi, ma anche coloro che, nella maggioranza e nell’opposizione, hanno spinto per questo esito».

Cambiano i quorum per l’elezione del Capo dello Stato. Lei aveva fatto una proposta in tal senso. E’ sufficiente il testo approvato?
«Io penso che il tema che ho posto abbia avuto una risposta parziale, ma non è la risposta finale. In aula presenterò un emendamento che prevede, tra le altre cose, l’elezione diretta del presidente della Repubblica in caso di empasse del Parlamento: una sorta di elezione che deve essere prevista per spingere le forze politiche alla ricerca di un accordo. Bisogna evitare che la maggioranza si scelga da sola i presidenti dele istituzioni di garanzia, che per me sono il capo dello Stato, ma anche i presidenti delle Camere. Anche per la loro elezione dovrebbe essere previsto un quorum più alto».
Ci possono essere sorprese nel percorso in aula? C’è chi dice che Berlusconi potrebbe far saltare il banco.
«Sul Berlusconi del passato possiamo dare tanti giudizi, io ne ho già dati e posso essere esentato da giudizi suppletivi. In questa vicenda ha dato un contributo fondamentale, è stato intelligente, ha preso il treno delle riforme. Allo stesso modo è stato intelligente Renzi nel tenere fermo l’asse di riferimento con il centrodestra, evitando giochi e furberie che gli si sarebbero ritorti contro».
Sembra di capire che la vera battaglia sarà sull’Italicum: i nodi riguardano le soglie di sbarramento e le preferenze.
«Il tema delle preferenze è fondamentale. Bisogna evitare che ci siano parlamentari imposti, senza il consenso della gente. Questa è stata una delle ragioni per cui ha prosperato l’antipolitica. Sulle preferenze la partita è aperta e si deve ancora giocare».

La legge elettorale si porta dietro il tema delle alleanze. C’è stata un’iniziativa per le primarie di coalizione. Hanno partecipato tutti i partiti del centrodestra. Rinasce la coalizione?
«Un tentativo generoso di porre all’interno del centrodestra la questione della scelta del leader in modo democratico. E’ positivo. Però quando si costruisce una casa è importante partire dalle fondamenta e non dal tetto. Ecco mi sembra che qui siamo al tetto, le fondamenta sono tutte da costruire».
Tra Ncd, Udc e Scelta civica si parla di fare gruppi comuni.
«Semplificare la rappresentanza politica, in particolare nell’area che sostiene Renzi e che viene da esperienze e tradizioni diverse, non può che essere un elemento utile. La gente non tollera più il frazionismo. Più che la difesa di vecchie sigle, va messo in campo qualcosa di nuovo che possa coagulare esperienze diverse».

Il governo sforna provvedimenti, ma le difficoltà sembrano presentarsi in Europa. La battaglia sulla flessibilità è complicata.
«Mi auguro che il governo riesca a produrre risultati, siamo partiti con il piede giusto. Bisogna però riconoscere che tanti obiettivi, come il tema del cambio della politica europea, sono molto più complicati da realizzare che da annunciare. In quel contesto, nonostante gli sforzi del governo italiano, si procede con molta, troppa lentezza. E questo è preoccupante per chi ritiene che l’Europa debba cambiare musica: il rigore lo abbiamo praticato, gli italiani stanno facendo sacrifici, ma se non cambia lo spartito si va poco lontano. Renzi ha posto la questione, ma le risposte dalla Ue sono ancora troppo timide e insoddisfacenti».
Tra Letta e Mogherini chi potrebbe essere il nostro jolly in Europa?
«Chi ha un quadro delle possibili convergenze europee è Renzi. Letta, come D’Alema, è un uomo che ha grande prestigio in Europa e una profonda conoscenza delle istituzioni: entrambi possono insegnare a tanti. La Mogherini ha delle caratteristiche diverse, ma come ministro degli Esteri è certamente partita con il piede giusto».

 

 

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postato il 4 luglio 2014 da Redazione | in "Esteri, Europa"

Gli italiani hanno fatto sacrifici, ora cambiare politica UE

La Germania non può fare solo i propri interessi

Pier Ferdinando CasiniPer anni abbiamo fatto i compiti a casa, imponendo sacrifici agli italiani. E’ arrivato il momento di dire basta alla politica economica e monetaria della Germania che in tutta Europa fa solo i suoi interessi. Noi non solo non approviamo questa linea politica, così come è stata annunciata da Manfred Weber al Parlamento Europeo, ma si corre il rischio di aprire un serio problema all’interno del Ppe che apprezza la Merkel che è il maggior leader del Ppe, ma non può fare, da sola, la politica del Ppe.

Pier Ferdinando

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postato il 3 luglio 2014 da Redazione | in "Riforme"

Per il Colle maggioranza qualificata o voto popolare

Pier Ferdinando CasiniL’intervista di Monica Guerzoni a Pier Ferdinando Casini pubblicata su “Il Corriere della Sera”

«La politica ha fatto un pessimo uso dell’immunità parlamentare».
Una buona ragione per non concederla anche ai futuri senatori. Non crede, presidente Casini?
«La fase politica della Seconda Repubblica si è aperta con chi agitava i cappi in Parlamento. Ciascuno di noi è chiamato a scegliere se soddisfare i peggiori istinti giustizialisti o essere seri e allora dico che l’immunità non è un privilegio, ma una garanzia di equilibrio tra diversi poteri dello Stato».

Una buona scusa per perpetuare i privilegi della casta?
«Io non mi accodo di certo a chi dichiara l’inutilità di un istituto che esiste in tutta Europa. Mettiamo un freno alla demagogia o non so dove finiremo. Non è che se un politico è ladro siamo tutti ladri».

Il sospetto è legittimo, viste le inchieste su Expo e Mose.
«La corruzione in Italia è sempre il nemico numero uno e riguarda politici, imprenditori, professionisti, magistrati e controllori. Io non appartengo alla categoria del malaffare, appartengo a una categoria in cui purtroppo ci sono dei ladri, i quali rubano per sé e non per i partiti e in questo senso sono peggiori di quelli di ieri».

In Aula la battaglia si riaprirà e può saldarsi un asse tra dissidenti del Pd e cinquestelle.
«L’Aula è chiamata a migliorare la legge e concordo sul fatto che il Senato non può essere un passacarte. Ma dopo cinquant’anni che si discute di questo, chi dice che superare il bicameralismo perfetto equivale ad attentare alla democrazia varca le soglie del ridicolo».

Non vede rischi sull’elezione del capo dello Stato?
«La questione che a me interessa approfondire è proprio questa. La scelta del presidente della Repubblica non può appartenere solo alla maggioranza pro tempore e non può essere affidata a giochi parlamentari effimeri o contingenti. Bisogna che sia una figura terza, di garanzia, individuata come affidabile da un’ampia platea, per la maggioranza e per l’opposizione».

Garanzie che il testo Renzi-Boschi non offre, al momento.
«Il rischio vero è l’alterazione della platea degli elettori del capo dello Stato in presenza di un Senato di cento persone, scelte con queste modalità. Rischiamo di affidare la scelta alla maggioranza pro tempore che esce dalla Camera dei deputati. È una questione seria, che non va risolta con il decalogo delle buone intenzioni, ma con una iniziativa riformista seria».

La sua proposta?
«È in tre punti. Integrare la platea dei grandi elettori con gli italiani eletti al Parlamento europeo. Secondo, stabilire un quorum vincolante nelle prime sei votazioni. Si comincia con i due terzi e, se nelle prime tre votazioni non si raggiunge quella soglia, si passa ai tre quinti nelle successive tre. Se il quorum ancora non c’è, si prevede l’elezione diretta da parte dei cittadini tra i primi due candidati più votati dal Parlamento».

Una bella svolta presidenzialista…
«Sia chiaro che questa non è l’elezione diretta del presidente della Repubblica, ma la garanzia legislativa che il capo dello Stato viene scelto con il criterio di terzietà. In mancanza di un largo consenso del Parlamento, supplisce il corpo elettorale».

La sua proposta farà discutere.
«C’è un precedente che mi riservo di formulare in Aula. La stessa riflessione fu avanzata alla Costituente da Egidio Tosato, autorevolissima espressione della cultura democratica cristiana e fu ripresa da una proposta di legge costituzionale di Antonio Maccanico nel 1999. Entrambi avevano ben presente il ruolo di garanzia del capo dello Stato e nessuno dei due può essere iscritto tra coloro che ipotizzavano una deriva plebiscitaria e populista».

Se la deriva non c’è, il problema sì.
«Oggi questo problema è accentuato dal fatto che, in presenza di una legge elettorale maggioritaria, chi vince le elezioni guida il Parlamento e si sceglie il capo del governo, i ministri e il presidente della Repubblica. L’elezione popolare diventa un deterrente per spingere le forze politiche a un accordo ampio, che consenta di individuare una figura di garanzia».

Per il democratico Gotor si rischia il modello russo plebiscitario…
«Putin sta in Russia e noi in Italia. Con tutto il rispetto per i russi, la storia e le tradizioni italiane ci preservano da questi rischi. Rischi, peraltro, che la mia proposta serve a evitare».

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postato il 25 giugno 2014 da Redazione | in "Riforme"

Cooperazione: svolta epocale, contributi da tutti i gruppi

Pier Ferdinando CasiniLa legge sulla cooperazione internazionale, approvata a larghissima maggioranza al Senato, è un esempio di ottima collaborazione parlamentare tra tutti i gruppi politici che intendo ringraziare per il contributo di idee e il senso di responsabilità con cui hanno favorito una svolta epocale. Dalla Lega al M5S, tutti sono stati partecipi di un lavoro concreto e utile al Paese. Ringrazio il vice ministro Pistelli che ha fortissimamente voluto questa legge e il relatore Tonini per il suo intenso impegno.

Pier Ferdinando

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postato il 24 giugno 2014 da Redazione | in "Europa, Spunti di riflessione"

Semestre Ue: Bisogna cambiare radicalmente la politica europea

Frontex deve essere una priorità

Signor Presidente del Consiglio, se posso sintetizzare, direi che lei ha chiesto due mandati: uno l’ha avuto il 25 maggio ed è giusto che lei lo abbia ricordato, perché fa parte della modalità con cui ci presenteremo in Europa; l’altro l’ha chiesto questa mattina alla Camera dei deputati e adesso al Senato.
Noi le diamo il mandato per fare una politica diversa, non per andare – come lei ha detto – con il cappello in mano in Europa. Nessuno, infatti, vuole andare con alcun cappello; non perché noi vogliamo scaricare le nostre inadeguatezze sull’Europa o magari trincerarci dietro i facili alibi europei, ma perché pensiamo che l’Europa non si difenda più con l’euroretorica, con l’evocazione dei grandi Padri fondatori del passato, con la nostalgia di quello che siamo riusciti a realizzare, una grande area di pace, libertà e democrazia. L’Europa si difende cambiando profondamente la politica europea.

Oggi siamo ad un bivio. Fino ad ora si è pensato illusoriamente di difendere l’Europa con l’euroretorica: oggi questo discorso non attacca più. Oggi l’Europa si difende dicendo che la politica europea va cambiata, che la stabilità è un valore e che la crescita vale quanto la stabilità. Forse sarebbe anche il caso di guardare agli Stati Uniti d’America che, con una politica espansiva attraverso la quale hanno prodotti investimenti per la ricerca, lo sviluppo, la tecnologia e l’ambiente, sono riusciti a rimettere in moto l’economia del Paese.

Vogliamo dunque un Governo italiano che vada in Europa e si ponga il problema di cambiare radicalmente la politica europea.
Abbiamo avuto due segnali. Ieri quello della signora Merkel, oggi quello di Hollande, che ha presentato un’agenda per la crescita e il cambiamento. Questo significa che anche la Francia e la Germania, in particolare, si pongono il problema di cambiare la politica europea. Un’Europa che non può essere solo tecnocrazia e burocrazia, ma che si deve far carico di recuperare il rapporto con i popoli europei, che in gran parte hanno creduto al populismo antieuropeo: non dimentichiamolo, perché ci saranno soggetti nuovi nel Parlamento europeo, in grado di cambiare radicalmente anche la politica delle grandi famiglie europee. È da qui dunque che dobbiamo ricominciare.
Vorrei anche fare un riferimento alla visione che i cittadini hanno dell’Europa.
Un’Europa che ci lascia soli rispetto al tema dell’immigrazione clandestina è un’Europa che non è in grado di fare una politica seria di avvicinamento e di creare un nuovo feeling nel rapporto con i cittadini.
Presidente Renzi, l’operazione «Mare nostrum» – come abbiamo detto in quest’Aula 15 giorni fa – è uno strumento eccezionale: non può diventare la normalità. Il tema del coinvolgimento di Frontex deve essere una priorità per restituire credibilità ad un’Europa che sa affrontare certi temi, senza lasciare soli Paesi come l’Italia

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postato il 23 giugno 2014 da Redazione | in "Giustizia, Riforme"

L’immunità è garanzia di indipendenza non un privilegio

Evita interferenze del potere giudiziario
Pier Ferdinando CasiniL’intervista di Amedeo La Mattina a Pier Ferdinando Casini pubblicata su “la Stampa”

”Dopo la riforma della Costituzione è arrivato il momento di porre il problema della giustizia. Credo che oggi, con il governo Renzi, ci siano le condizioni giuste”.

Onorevole Casini ha visto quante polemiche sta sollevando l’immunità per i nuovi senatori? In generale il testo in discussione continua  ad avere diversi oppositori.
“Come diceva Mao, la strada è a zig zag ma il futuro è luminoso. Il testo in discussione è migliorato e non merita indignazioni fuori luoghi della serie ‘è un attentato alla Costituzione’. Naturalmente permangono delle contraddizioni, ma io sono fiducioso che possano essere risolte. Ma vorrei far presente che, dopo anni che si parla di riforma, Renzi è riuscito a passare dalle parole ai fatti. La sua volontà al limite della sfrontatezza è servita a raggiungere l’obiettivo, il premier ha seguito un metodo buono: ha tenuto la barra dritta sul coinvolgimento dell’opposizione e soprattutto di Fi”.

Lei difende l’immunità a ogni costo?
”L’immunità non è un privilegio ma una garanzia finalizzata a un corretto ed equilibrato rapporto tra diversi poteri dello Stato. I costituenti non avevano in mente di tutelare una casta di privilegiati ma sapevano che l’autonomia del legislatore va salvaguardata dalle interferenze del potere giudiziario. Ora sorge un problema oggettivo che riguarda l’amministratore eletto senatore dotato di immunità e tutti gli altri amministratori. In realtà il problema sarebbe risolto se il Senato fosse composto senza questi automatismi da cittadini scelti dai consigli regionali e comunali”.

Mettere in campo la riforma della giustizia mentre in Parlamento si vota la riforma della Costituzione può creare il corto circuito del passato? Berlusconi è molto sensibile al tema. L’altro giorno al pm che lo interrogava ha detto che la magistratura è “irresponsabile”.

A Napoli Berlusconi ha ripetuto quello che ha detto in tutti questi anni. Il diritto di critica gli va riconosciuto, non foss’altro per il ruolo politico che ancora copre. Penso che il governo sia emancipato dal “problema Berlusconi”. Basta con la politica dei sospetti permanenti che hanno immobilizzato ogni riforma. Non c’è più niente da scambiare. Non è più possibile che la politica industriale la facciano i magistrati intervenendo sulla siderurgia e le opere pubbliche.

La corruzione in Italia non è un fenomeno marginale.
“La corruzione è enorme. Il politico corrotto merita i lavori forzati perché umilia tanti politici onesti ma la corruzione vede in prima fila anche magistrati, esponenti delle forze dell’ordine, delle autorità di controllo”.

Sta giustificando i politici?
Non è una giustificazione ma non accetto di appartenere alla categoria dei corrotti. Peraltro bisognerebbe studiare la storia: Citaristi (l’ex amministratore Dc condannato per finanziamento illecito ndr) dovrebbe essere quasi santificato rispetto a certi uomini di oggi che si arricchiscono personalmente r non finanziano certo i partiti che non esistono più”.

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postato il 18 giugno 2014 da Redazione | in "Riforme"

Sulle riforme doveroso verificare disponibilità M5S

Pier Ferdinando CasiniL’intervista di Francesco Bei a Pier Ferdinando Casini pubblicata su Repubblica

“Io proprio non capisco lo stato d`animo di chi si compiace delle esclusioni altrui. Tutti noi dovremmo brindare se i cinquestelle hanno finalmente deciso di scendere dall’Aventino”.

Presidente Casini, molti renziani temono che l’apertura di Grillo nasconda una trappola. Non è così?
“Può darsi che lo facciano con strumentalità, ma c`è il dovere di andare a vedere. Se un movimento antisistema decide di scendere a patti, questa disponibilità non va assolutamente fatta cadere”.

Perché questa disponibilità arriva proprio ora?
“Uno degli effetti della sconfitta del M5S è che Grillo non può continuare a fare il testimone del disastro, ma deve “abbassarsi” a dialogare con chi ha vinto. Anche perché su una linea di rottura totale gli salterebbero i gruppi per aria”.

Ma il “democratellum” grillino è molto lontano dall’Italicum. Si riparte da zero?
“Adesso intanto parliamo della riforma costituzionale, poi discuteremo di quella elettorale. Che certo avrà delle modifiche, anche perché tutti le chiedono”.

Renzi come dovrebbe gestire la trattativa con il M5S?
“Se fossi Renzi intanto non disperderei quanto ha già realizzato. Guai a trascurare il rapporto con Forza Italia e con le forze delle sua maggioranza”.

Berlusconi non si capisce cosa voglia fare. Regge ancora il patto del Nazareno?
“Berlusconi ha tutto l`interesse a stare dentro il percorso riformatore. Se Forza Italia seguisse una deriva solitaria e populista, proprio nel momento in cui il Carroccio aderisce al patto sulle riforme, si farebbe male da sola”.

Voi centristi che farete?
“Nessuno può pretendere che le riforme si blindino nel perimetro esclusivo della maggioranza di governo. Non possiamo fare i guardiani del faro, sarebbe una posizione residuale”.

Renzi ha rivendicato la cacciata dalla prima commissione dei senatori Mineo e Mauro. Era proprio necessario?
“Io sono stato presidente della Camera e ho ben presente il diritto-dovere dei parlamentari di esprimersi. Faccio l`esempio di Chiti: è un parlamentare serio, perbene, una persona apprezzabile, va lasciato libero di dire quello che vuole”.

Ma?
“Un conto è la libertà di coscienza, un altro è il principio di rappresentanza politica nelle commissioni. Lì dentro ci si va su indicazione dei gruppi e in qualche modo si deve rappresentare anche la posizione di tutti gli altri colleghi. Se poi i dissidenti vogliono far sentire in aula la loro voce, possono farlo con la massima libertà”.

Scendiamo nel caso concreto: Mineo e Mauro. Il suo collega l’ha accusata di essere diventato il “Dudù di Renzi”…
“Presentarsi come maggioranza in ordine sparso significa rafforzare il potere d`interdizione delle opposizioni. È un gioco che non mi appassiona. Io ho scelto di sostenere questo presidente del Consiglio e lo faccio con convinzione. Se invece ciascuno si mette a cercare intese trasversali con le opposizioni non ne usciamo vivi”.

 

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postato il 16 giugno 2014 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Riforme: se Grillo si vuole aggiungere è fatto positivo

Pier Ferdinando Casini

C’è un accordo tra Forza Italia e la maggioranza: se Grillo si vuole aggiungere e aprire il dialogo è un fatto positivo che non può essere respinto al mittente.
Penso che le riforme devono essere un’opportunità per tutti e non ci può essere una maggioranza che impone le riforme con una blindatura e senza coinvolgimento dell’opposizione. Le forze moderate della maggioranza non possono avere timore di essere scavalcate nel dialogo sulle riforme.

 

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postato il 12 giugno 2014 da Redazione | in "Immigrazione, Interventi"

Mare Nostrum: uscire dall’emergenza e coinvolgere Ue e Onu

L’intervento in Aula al Senato di Pier Ferdinando Casini durante il dibattito sull’operazione Mare Nostrum

Pier Ferdinando CasiniSignora Presidente,
ieri ho illustrato la mozione Zanda ed altri e credo di aver soffermato abbastanza diffusamente la mia attenzione, e spero quella dei colleghi, sull’idea che sottende la nostra mozione.

Innanzi tutto il Governo ha detto di superare la logica emergenziale, di superare l’operazione Mare nostrum, perché l’eccezione non può diventare la normalità. Uno strumento d’emergenza di cui siamo onorati, perché ha salvato migliaia di essere umani disperati, non può essere trasformato però in normalità. Mare nostrum è stato uno strumento emergenziale. Tra l’altro sono grato al ministro Mauro, che ha ricevuto ingiusti attacchi in questo dibattito, per aver ideato uno strumento che ha consentito di salvare vite umane, ma che resta uno strumento emergenziale.

Oggi c’è la necessità di uscire dall’emergenza, di internazionalizzare il problema coinvolgendo Europa e Nazioni Unite. Questa è la linea del Governo, questo è l’indirizzo che il Parlamento dà al Governo. Il Parlamento non critica il Governo, perché sarebbe ingeneroso e ingiusto. Peraltro non è questo Governo ma il precedente ad aver ideato e realizzato Mare nostrum. Il Parlamento ritiene che il Governo abbia fatto un buon lavoro, abbia salvato migliaia di disperati da una morte sicura; adesso però occorre coinvolgere Europa e Nazioni Unite, perché Mare nostrum è uno strumento di emergenza che non può diventare normalità.

Alcuni colleghi, il senatore Romani ed altri e alcuni senatori dalla Lega, hanno presentato mozioni le cui motivazioni sono comprensibili, perché quello che è scritto nelle mozioni presenta elementi di verità a cui non ci vogliamo sottrarre. Qual è la differenza tra noi e loro? Cosa dicono nelle loro mozioni? Dicono di bloccare l’operazione, di chiudere l’operazione Mare nostrum sic et simpliciter.

Colleghi, capisco questa ratio, e voglio anche dargli un intendimento positivo, perché sappiamo le contraddizioni che questa operazione ha portato anche per stroncare la criminalità, ma in coscienza, essendo uomo di Stato, uomo di Governo, qualcuno di noi se la sente di dire: blocchiamo tutto dal mattino alla sera?

Francamente capisco il Governo, che ha delineato una exit strategy realistica, che cerca di prendere dalla opposizione gli elementi positivi di queste mozioni, che si colloca in quest’Aula con la testa non rivolta all’ingiù ma sentendo tutto quello che diciamo. Hanno capito perfettamente e forse, tra uomini di Stato, è anche inutile approfondire oltre il discorso, perché è chiaro a tutti quello che sta succedendo: il Governo sta cercando una via ragionevole per internazionalizzare un problema che non può che essere internazionale. Secondo me, sta facendo bene.

Esprimiamo la convinzione che il Ministro degli esteri, il Ministro della difesa ed il Ministro dell’interno, qui sintetizzati e rappresentati dal sottosegretario Delrio, vogliano, ognuno per la propria parte, fare ciò che si deve fare a livello internazionale e nazionale perché è chiaro che c’è una sopportabilità che è allo stremo anche da parte degli enti locali e non solo della Sicilia.

Mare nostrum ha alleviato le difficoltà di Lampedusa, ma quelle dei Comuni siciliani sono note e noi esprimiamo ancora una volta la nostra solidarietà, non solo alle Forze armate ma anche agli amministratori di questi Comuni, che in modo straordinario stanno dando prova di quello che è l’Italia: un grande Paese capace di grande solidarietà!

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postato il 6 giugno 2014 da Redazione | in "Interventi, Riforme"

Sulla riforma del Senato ripartire dal testo base del governo

Miglioriamolo, ma no ad arroccamenti ostruzionistici

Pier Ferdinando CasiniIl rinvio dell’esame a dopo le elezioni europee della riforma costituzionale del bicameralismo e del sistema delle autonomie a seguito della contrastata seduta della Commissione Affari costituzionali del Senato del mese scorso dovrebbe ora comportare risvolti positivi.
È necessario infatti che una riforma di tale importanza venga affrontata con maggiore pacatezza e con la determinazione necessaria per arrivare ad una efficace conclusione, in un clima scevro dall’ansia dei partiti per l’esito del risultato elettorale.
Il disegno di legge del Governo può e deve essere rifinito in dettagli importanti, ma il suo impianto portante non può essere seriamente posto in discussione perché affronta, con soluzioni apprezzabili nelle grandi linee, problemi istituzionali che ci trasciniamo da lungo tempo.
Non appaiono quindi giustificate posizioni di retroguardia nel difendere attribuzioni del Senato che mal si conciliano con la funzione di organo di rappresentanza delle autonomie. Ma soprattutto desta stupore la circostanza che riemergano, e ancor più che possano trovare consenso, posizioni che ripropongono il confuso e rissoso pseudo federalismo degli anni passati che pensavamo ormai superato dai fatti. Mi riferisco all’ordine del giorno Calderoli approvato dalla Commissione Affari costituzionali il 6 maggio scorso, il cui contenuto stride con la successiva decisione di adottare il disegno di legge del Governo come testo base.
L’ordine del giorno prevede la competenza legislativa esclusiva delle Regioni (il che significa che lo Stato non può intervenire) in settori decisivi come sanità, istruzione, servizi sociali, governo del territorio, mercato e politiche del lavoro. Stabilisce che la “clausola di supremazia” della legge dello Stato su quelle delle Regioni (vale a dire la deroga alle ordinarie attribuzioni di queste ultime, quando lo richiedono esigenze di unità giuridica o economica oppure la realizzazione di programmi e riforme economico-sociali di interesse nazionale) possa essere azionata solo in presenza di eventi eccezionali e per un periodo limitato di tempo.
Prevede inoltre che il Senato sia eletto regione per regione in proporzione alla popolazione di ciascuna e affida alla legge regionale (sia pure sulla base della legge dello Stato) la disciplina di tali elezioni. Al Senato verrebbe in pratica conferito il potere di bloccare o di condizionare in maniera decisiva la funzione legislativa della Camera. Questa infatti per superare un’eventuale opposizione del Senato, decisa con maggioranza assoluta o superiore, dovrebbe assumere deliberazioni “con maggioranza equivalente”. Per fare un esempio, se il Senato rigetta una legge o propone di modificarla con maggioranza di due terzi, per approvarla nel testo che reputa più opportuno, la Camera deve votarla con la stessa maggioranza di due terzi. E’ un marchingegno micidiale che rende più difficile approvare una legge anche rispetto al vigente sistema della navette. E’ più probabile che ampie convergenze si realizzino tra i rappresentanti degli Enti locali che siedono al Senato rispetto ai componenti di un’assemblea politica divisa tra maggioranza e opposizione.
Altro che devolution dei tempi di Bossi. Calderoli va ben oltre. Il suo ordine del giorno pone né più né meno che le basi per la disintegrazione dello Stato unitario e alimenta il terreno di cultura di quel confuso sentimento secessionista che ha trovato una sua farsesca e tuttavia inquietante manifestazione nel referendum telematico per l’indipendenza del Veneto.
Per altro verso, ammesso e non concesso che un regionalismo così concepito, fondato su una rigida divisione di competenze e un sovraccarico di quelle delle Regioni, possa funzionare nel nostro paese, esso priva di ogni significato la creazione di un Senato delle autonomie, che è istituzione tipica del regionalismo cooperativo. Gli spazi della cooperazione legislativa Stato – Regione sarebbero infatti drasticamente ridotti.
Mi chiedo se i senatori non appartenenti alla Lega che allora avevano votato l’ordine del giorno abbiano percepito l’esatta portata del suo contenuto. Probabilmente è stato un voto in chiave tattica per non far apparire troppo vincente la proposta del Governo. Era comprensibile che certe cose potessero accadere in un clima pre-europee. Ma oggi sono da respingere le confuse fughe in avanti dell’ordine del giorno Calderoli e gli arroccamenti ostruzionistici, per ripartire dal testo base del Governo e migliorarlo all’interno della sua logica iniziale, non per destrutturarlo senza alcuna coerenza e con oltre 5000 emendamenti.

Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Affari esteri del Senato della Repubblica

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postato il 5 giugno 2014 da Redazione | in "Esteri"

Casini prepara la missione Marò: basta errori

Internazionalizzare il caso. Ma anche far ripartire il dialogo fra i due governi

MaròL’intervista di Daniele Passeri a Pier Ferdinando Casini pubblicata su QN
 
«Comprensione totale, per l’esasperazione dei nostri ragazzi che conosco da vicino per averli visitati». Il presidente della commissione Esteri del Senato Pier Ferdinando Casini racconta così la prima, impulsiva, reazione al grido di soccorso lanciato da Salvatore Girone in videoconferenza dall’India il 2 giugno, con le Commissioni Difesa ed Esteri delle Camere. «Abbiamo ubbidito ad un ordine, abbiamo mantenuto una parola, quella che ci era stata chiesta, e oggi siamo ancora qui», sono state le parole giunte da Nuova Delhi con dignità e durezza, all’orecchio di ministri e deputati.
Il fuciliere di Marina è detenuto ormai da 809 giorni assieme al collega Massimiliano Latorre, vittime di un affare internazionale che non riesce a sbloccarsi. Tre governi dopo in Italia, due in India, e i marò sono sempre lì, rinchiusi in un compound militare a migliaia di chilometri da casa con l’accusa di aver ucciso due pescatori.

Casini, il governo Renzi punta forte sulla internazionalizzazione del caso con un arbitrato. La strada giusta?
«Dobbiamo lavorare su un doppio binario. Da un lato internazionalizzare il caso è opportuno, considerato il tempo intollerabile che è passato con Latorre e Girone ancora lì, e per la profonda sfiducia sul sistema giudiziario indiano. Dall’altro, bisogna ripartire col dialogo politico tra due nuovi esecutivi: speriamo nell’avvento del neo presidente Modi».

Quando andrete in India? Da quelle parti hanno sbattuto in faccia la porta anche agli americani.
«Non faremo i turisti, certamente. Andremo in India quando sarà utile, cioè quando si saranno formate le commissioni parlamentari e quando avremo appuntamenti con il parlamento indiano. L’ultima volta non è andata bene, ci vuole grande tenacia e pazienza».

Presidente, è stato un errore farli ritornare in detenzione dopo averli avuti qui in Italia a Natale del 2012?
«Di errori ne sono stati fatti tanti, il primo fu quello di attraccare in India la nave dei due marò, dalle acque internazionali. Questi ragazzi sono finiti in un ingranaggio più grande di loro e di tutti noi».

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