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postato il 7 marzo 2010 da Redazione | in "Politica, Spunti di riflessione"

Più forti nel berlusconismo gli elementi degenerativi

foto casini In quello che è accaduto c’è qualcosa di catastrofico. La  mancanza di  qualsiasi umiltà e serenità. Il non aver immaginato neanche vagamente che si potesse chiedere scusa

da ‘la Stampa’ di Antonella Rampino

«Quella di Berlusconi è arroganza».

Stesse parole di D’Alema, onorevole Casini.
«Riammettere le liste del Pdl in Lazio e Lombardia per decreto dà al Paese un messaggio devastante. L’idea che le regole valgano solo per i più deboli e non per i più forti. I cittadini fanno la fila per un concorso pubblico e le regole devono rispettarle. Ora c’è qualcuno che ti passa davanti in Ferrari, senza neanche aver compilato il modulo».

I più forti e i più deboli, lei dice. L’Udc l’anno scorso è stato escluso per vizi di forma dalle elezioni in Trentino, e non eravate in condizione di farvi un decreto.
«Noi le regole le rispettiamo. In Trentino abbiamo fatto un normale ricorso, è stato respinto, e abbiamo accettato le decisioni dei giudici. Nessuno ci ha sentito nemmeno alzare la voce. Era un problema di timbri, e non abbiamo fatto la rivoluzione. Evidentemente, quel che va bene per un cittadino normale, e per un partito normale, non va bene per Berlusconi».

Si aprono scenari potenzialmente catastrofici. I partiti. Pd e radicali, e le regioni, ricorreranno alla Corte Costituzionale. Magari tra due anni, ma verranno contestati i governatori eletti in queste regionali. Lei è erede di una tradizione politica che si è identificata con la storia della Repubblica: c’era un’ altra via, oltre il decreto?
«Lo scenario che lei prospetta è realistico. Quando una vicenda che già è nata male viene gestita peggio, gli effetti si prolungano nel tempo. Ma già in quello che è accaduto oggi c’è qualcosa di catastrofico. La mancanza di qualsiasi umiltà e serenità, il non aver immaginato neanche vagamente che si potesse chiedere scusa dei pasticci combinati. Mi ha colpito l’incapacità di ammettere le proprie responsabilità voltata in protervia, l’arroganza di affermare, forti dei propri errori, quello che non è un diritto, ma al massimo un atto di cortesia da chiedere agli avversali politici».

Qua e là. Casini, si tratta di suoi alleati alle regionali…
«E ciò non mi impedisce di guardare in faccia la verità e, mi scusi, spiega anche le ragioni per cui l’Udc è una cosa ben diversa dal Pdl. Berlusconi avrebbe dovuto dire agli italiani, ai suoi elettori: scusate, abbiamo sbagliato. E invece ha accusato gli altri, incolpevoli, ha detto loro “ci hanno impedito di presentare le liste”. Un errore politico gravissimo, che ha complicato di molto la situazione. Quando dire la verità, chiedere il consenso delle opposizioni per trovare una soluzione condivisa, era la via naturale, e la più semplice. Ha fatto tutto contro un pezzo di Paese. E come se il Paese fosse tutto suo».

Coinvolgendo il Capo dello Stato. Napolitano avrebbe potuto rifiutare quel decreto
«Per cultura istituzionale di vecchissima data so che il Capo dello Stato va rispettato sempre, anche quando non si condividono i suoi atti. Non si può piegare il suo operato alle proprie convenienze. Aggiungo che un presidente del Consiglio , e capo della maggioranza, non può scaricare con questa violenza sul presidente della Repubblica un problema politico».

Trova in questa vicenda segni di un crepuscolo berlusconiano?
«Trovo quello che temevo già due anni fa, quando decidemmo di non confluire nel partito del predellino. Se qualcuno le nostre ragioni allora non le capì, mi auguro le comprenda oggi. Si stanno accentuando elementi degenerativi del berlusconismo, e girando l’Italia vedo che c’è consapevolezza».

Quindi anche l’Udc in piazza?
«No. Quella manifestazione è un grandissimo errore. Berlusconi cerca il nemico, e quella piazza glielo fornisce, rischiando di ridargli smalto. Lui è forte nella contrapposizione, non quando deve spiegare al Paese i risultati che non ha ottenuto. Per giunta, il dualismo tra Berlusconi e i suoi nemici sta uccidendo l’Italia».

Eppure lei quando parla di Berlusconi usa gli stessi aggettivi del Pd, di D’Alema…
«Guardi che questi sono gli aggettivi di tanta gente del Pdl».

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postato il 5 marzo 2010 da Redazione | in "Elezioni, Politica"

Il governo parli della disoccupazione, non di liste

Un Consiglio dei ministri straordinario dovrebbe essere convocato per esaminare i dati sulla disoccupazione di oggi, sulla cassa integrazione che aumenta in modo vertiginoso. Questi sono i problemi di cui si deve occupare il governo, non della presentazione delle liste, di cui si occupano i partiti.

Pier Ferdinando

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postato il 5 marzo 2010 da admin | in "Interventi"

La Lega Nord e la Chiesa cattolica: storia di un rapporto strumentale

Pontida, album di maxalari“Esistono motivi per ritenere che l’attenzione dedicata dalla Lega alla religione cattolica non sia genuina né disinteressata, ma espressione di una debolezza che appare invincibile a più livelli. È la Lega stessa che, non troppi anni fa, incitava “i popoli del Nord” al protestantesimo contro la Chiesa di Roma e al panteismo”. L’articolo a firma di Flavio Felice e Paolo Asolan, del Centro Studi Tocqueville-Acton, sulle colonne de ‘Il Riformista’ di oggi.

Esistono motivi per ritenere che l’attenzione dedicata dalla Lega alla religione cattolica non sia genuina né disinteressata, ma espressione di una debolezza che appare invincibile a più livelli. È la Lega stessa che, non troppi anni fa, incitava “i popoli del Nord” al protestantesimo contro la Chiesa di Roma e al panteismo (contro «il Dio che ci raccontano a catechismo»: Umberto Bossi con Daniele Vimercati, “Vento del Nord”, Milano 1992). Massimo Introvigne in due saggi scritti qualche anno fa aveva previsto il passaggio avvenuto nella Lega dal sospetto verso il ruolo pubblico e sociale della religione alla politica religiosa.

Una prima verifica della cattolicità della Lega potrebbe consistere nel comparare le posizioni espresse dagli esponenti della Lega circa i temi sociali, politici o culturali, con il dettato di fede e di ragione del “Compendio della Dottrina sociale della Chiesa”. Vi osta la mancata teorizzazione esplicita di tutti quegli elementi che prevengono gli obiettivi da raggiungere con gli strumenti della politica: chi è l’uomo, in che rapporto sta con gli altri uomini, il senso del lavoro e della proprietà, la destinazione ultima della vita umana, il significato dell’unione uomo-donna, dell’educazione, il rapporto verità/libertà…

In questo senso, esistono delle analogie inquietanti non solo per quel che riguarda l’armamentario delle camicie colorate, del sole preso a simbolo, dei riferimenti mitologici, del culto della personalità del capo carismatico, ma anche per ciò che fu la spinta iniziale del movimento fascista: l’idea dell’azione.

Nonostante Bottai e Gentile, è innegabile che l’elaborazione di una dottrina politica fascista sia stata consecutiva all’agire concreto, che invece si presentò come il dato primo. All’interno di tale “attivismo”, i filosofi organici formularono successivamente l’antropologia, la dottrina dello Stato, il modello educativo, il rapporto con la religione cattolica. Non poteva che essere così: tra teoria e prassi corre un rapporto di reciprocità.

Le posizioni teoriche della Lega sono mutate e variano a seconda che l’agire concreto apra di volta in volta campi di azione nuovi, per i quali occorrano nuovi strumenti di lotta politica e una più complessa interpretazione del reale. Ne consegue, perciò, l’impressione di un uso strumentale e disinvolto della religione cattolica: religio instrumentum regni. Ne è esempio la questione dell’islam: poiché ci si trova qui di fronte non soltanto a un’unica nazionalità straniera alla quale contrapporsi, e non solo a una diversa regione italiana di provenienza da disprezzare, ma a una religione, urge una religione da contrapporre, che abbia però – e questa è la novità rispetto al panteismo primordiale di Bossi – un corpus organico di dottrina, culto e morale, e che dunque possa reggere l’urto che viceversa una religione soggettiva o privatistica non può certo sperare di sostenere.

Tale uso strumentale è anche giocoforza parziale, perché quel che interessa alla Lega non pare essere la totalità del cristianesimo o della Dottrina sociale della Chiesa, né tantomeno l’adesione alla persona di Gesù Cristo, Figlio di Dio: ma soltanto alcuni elementi che – sedimentatisi, o comunque presenti, nell’ethos collettivo dei suoi elettori – intercettano consenso e voto popolare. Tale consenso non riguarda, prevedibilmente, aspetti esigenti della fede cristiana o l’unità anima/corpo presupposta dal cristianesimo.

In questo senso, la forma della fede “protestante” che seleziona secondo una libera interpretazione ciò che vale la pena credere senza sottostare necessariamente a un unico magistero vincolante o a una dottrina morale condivisa, pare effettivamente corrispondere al tipo di rapporto intrattenuto con la religione sostenuto dal movimento leghista. In questi senso la Lega non è affatto “cattolica”, né pare difendere la forma cattolica della fede.

Il modello di rapporto religione/politica inseguito dalla Lega è più un adattamento di vecchi schemi che la proposta di un modello nuovo, effettivamente congruente con le sfide e la congiuntura attuale, elaborato considerando elementi di novità (globalizzazione, flussi migratori, emergenza di nuovi paesi leader come la Cina o l’India, crollo delle ideologie, crisi delle religioni di Chiesa, diffusa insufficienza educativa) sconosciuti fino a quarant’anni fa.

Nell’immediato l’adattamento produce innegabili risultati, ma presenterà il conto sul lungo periodo, rivelandosi incapace di progettare e di governare davvero una società dove i vecchi schemi risulteranno magari non cattivi, ma inservibili. Infine, proprio perché è azione prima che teoria e/o ideologia, la Lega riesce meglio nell’agire tipico dell’amministrazione locale, dove l’azione può essere implementata direttamente e non soltanto pianificata o progettata secondo indirizzi generali (come deve fare un governo nazionale o europeo).

Questo radicamento territoriale appare talora figlio di un’infiltrazione nella rete delle parrocchie: tutti (o quasi) gli amministratori leghisti partecipano alle sagre o ne creano di secolarizzate, venerano il patrono e la storia locali, finanziano restauri delle chiese e dei musei di arte sacra, chiedono la benedizione della scuola o dell’ufficio comunale da inaugurare al parroco o al vescovo. Spesso offrendo gratuito sostegno logistico e coinvolgendo nelle proprie attività la gente delle parrocchie, la Lega svuota da dentro la struttura organizzativa e capillare della Chiesa, affiancandosi fino a sostituirsi ad essa in quanto struttura creatrice di simboli e di appartenenza.

Ma non sarà che tanta passione per il Crocifisso e per il presepio fanno lo stesso gioco: usando preoccupazioni, parole e argomenti affini a quelli cristiani, la Lega vuole in realtà allontanare il popolo dalla Chiesa? Tale modesta riflessione sulla questione politica settentrionale a margine della pretesa egemonia culturale leghista invita tutti a interrogarci sul rinnovato problema politico dei cattolici, che va ben oltre la questione delle alleanze alle prossime elezioni regionali, ma investe la capacità del variegato mondo cattolico di rappresentare un fermento vivo nella società civile, promuovendo una cultura della vita, della libertà e della solidarietà.

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postato il 5 marzo 2010 da Redazione | in "In evidenza, Riceviamo e pubblichiamo"

Quando il “gioco” si fa duro… e tutti giocano!

Terno al Lotto ‘Riceviamo e pubblichiamo’ di Estremo Centro Emilia Romagna

La classe media in ginocchio e la forbice tra ricchi e poveri che si allarga ma c’è un mercato in Italia che non conosce crisi: quello di lotterie, scommesse e gioco d’azzardo ma che anzi, sembra divenire in modo preoccupante la speranza, l’investimento per il futuro, di chi -magari rimasto senza lavoro- affida speranzosamente alla dea fortuna una parte, all’inizio esigua, ma poi sempre più rilevante delle sue disponibilità.

L’indubbio e apprezzato ritorno erariale è notevole; è altresì innegabile che lo svilente impoverimento a cui deve far fronte una parte considerevole del Paese possa essere  fonte di disagi e debolezze tali da acuire notevolmente il rischio che questo ‘rituale della speranza’  si possa, a lungo andare, trasformare in una vera e propria dipendenza da gioco o peggio ancora  in una piaga sociale, in una patologia che meriterebbe campagne informative e di sensibilizzazione oltre che una maggiore regolamentazione.

Nell’impoverimento non c’è nulla di romanticamente poetico.  In queste espressioni di fragilità nazionale sta la prova dell’urgenza di fornire qualche elemento critico in più alla popolazione e in particolare ai giovani. Il gioco d’azzardo il diffondersi dell’uso di cocaina, l’abuso d’alcol sono  facce della stessa medaglia per cui crediamo sarebbe  politicamente giusto spendersi.

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postato il 4 marzo 2010 da Redazione | in "Politica"

Corruzione: situazione peggiore di Tangentopoli

Oggi la situazione è molto peggiore di Tangentopoli. Allora c’erano i partiti, che erano macchine di finanziamento illecito, ma c’era anche un’idea della politica. Oggi si parla invece di arricchimenti personali, nessuno ha più bisogno di rubare per il partito, c’è uno scadimento della morale pubblica e privata.
Inoltre, la delegittimazione dell’intera categoria dei magistrati è un grande aiuto ai corrotti, perché in questo modo chi è beccato con la mani nel sacco può dichiararsi prigioniero politico.

Pier Ferdinando

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postato il 3 marzo 2010 da Redazione | in "Elezioni, Politica"

Si vuole mettere il silenziatore alla campagna elettorale

La decisione del Cda della Rai di sospendere i talk show per la durata della campagna elettorale è del tutto sbagliata. Terremoto, piccole e medie imprese, famiglie, tasse: si vuole mettere il silenziatore alla campagna elettorale.
Faccio un appello al presidente Berlusconi che quando è sceso in campo, e noi eravamo con lui, ha fatto un discorso di competitività e di accesso: oggi non puo’ diventare l’uomo del bavaglio e della censura. E’ in contraddizione con tutta la sua storia politica e umana. Spero si possa rimediare a questa politica “birmana” che mette il silenziatore a tutta l’opinione pubblica.
La par condicio c’è proprio perché ci vogliono regole. Bisogna che non si spenga l’attenzione dell’opinione pubblica nella campagna elettorale.

Pier Ferdinando

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postato il 2 marzo 2010 da Redazione | in "Economia, Elezioni, Politica"

Il Pdl implode. Sull’economia manca un disegno riformatore

Pier Ferdinando Casini Va subito rimesso in moto il Paese: patto flessibile per far investire i comuni, incentivi alle imprese e sospensione di un anno per gli studi di settore

da ‘Il Sole 24 Ore’ di Fabrizio Forquet

«Ti auguro e mi auguro che la lista del Pdl venga riammessa». Di prima mattina Pier Ferdinando Casini è al telefono con Renata Polverini. I giornali sparsi sul divano titolano sull’esclusione della lista del popolo della libertà a Roma.

Per voi dell’ Udc è più un vantaggio o uno svantaggio?
Renata vincerà lo stesso. È questo che conta. Certo se continua così la volta prossima il Pdl dovrà chiamare Bertolaso per presentare le liste… Anche in queste cose c’è il segno di un’implosione di quel partito. Che non è evidentemente legata alle liste del Lazio, ma alla mancanza di disegno riformatore che è emersa in questa prima parte di legislatura. È di questo che bisogna parlare.

Per il governo il tempo delle riforme è dopo la crisi.
Io non avrei votato Tremonti come uomo dell’anno per l’economia. Ma bisogna riconoscergli di aver tenuto i conti sotto controllo e questo non è un merito da poco. E tuttavia io credo che, proprio nella crisi che ti impone comportamenti virtuosi, lo spazio per le riforme c’era e c’è. Le faccio subito l’esempio dei servizi pubblici locali.

Una riforma per la verità è stata fatta.
Sì, ma del tutto insufficiente. È un passo indietro anche rispetto al disegno di legge Lanzillotta dello scorso governo. E questo avviene perché una vera liberalizzazione dei servizi pubblici locali è destinata a smantellare le rendite diposizione negli enti locali di alcuni partiti, in particolare della Lega. D’altronde va ricordato che, dopo i grandi proclami in campagna elettorale, le province sono state tutt’altro che abolite.

Le liberalizzazioni sono un tema importante. Ma nell’immediato cosa si può fare per aiutare l’economia a ripartire?
Le opere. Questo governo fa un gran parlare di grandi opere, ma i dati dell’Ance contraddicono ogni trionfalismo. Il problema è che per far partire le grandi infrastrutture serve tempo. Sul ponte di Messina ho l’impressione che per ora non abbiano inaugurato più di un cespuglio. Noi invece dobbiamo rimettere in moto l’economia subito. Smettiamola allora con un’interpretazione rigidissima del patto di stabilità, che impedisce ai comuni di spendere rapidamente le risorse di cui dispongono per sistemare la scuola che magari non è a norma, oppure risolvere il problema dell’asfaltatura di una strada. Queste sono opere immediatamente cantierabili, soldi che possono essere spesi subito, avvantaggiando le piccole e medie imprese che sono un volano serio dell’economia del nostro paese.

Intorno alla questione delle opere è esploso in questi giorni il caso Bertolaso. Che idea se ne è fatto?
Sono un garantista, stimavo Bertolaso e lo stimo tutt’ora. Ma una riflessione va fatta: quando gran parte del governo respinge le accuse sostenendo che l’alternativa era non fare, che i grandi eventi devono stare sotto la protezione civile altrimenti non si fanno, da l’idea di un paese che ha gettato la spugna davanti alla possibilità di riformarsi. È una paese che non è normale e che si rassegna a non esserlo. Questa è in fondo la più grande e vera ammissione di impotenza da parte del governo: dov’è Brunetta che doveva riformare la pubblica amministrazione? Dov’è la riforma della giustizia? Ne parliamo sempre, ma poi le cause civili continuano a durare 15 anni.

Torniamo alle priorità per la ripresa.
Una molla importante è quella dei pagamenti della pubblica amministrazione verso le imprese. Darebbe non poco ossigeno alle Pmi, ma anche qui solo annunci. E poi il fisco.

Tremonti ha lanciato un confronto a tutto campo su una grande riforma fiscale, voi ci sarete?
Sì, ma con le nostre idee. È chiaro che la pressione fiscale in Italia è troppo elevata, ma lo è soprattutto per i lavoratori dipendenti. L’emergenza è il cuneo fiscale troppo ampio, non lici che era stata già abolita per i redditi bassi e che ha sottratto risorse agli enti locali. Non a caso Calderoli oggi propone una tassa sugli immobili in sede locale. Il tema vero è il cuneo fiscale, le tasse sul lavoro.

E le piccole aziende, gli artigiani, i commercianti, le cosiddette partite iva?
Non li dimentico. Tutt’altro. Gli studi di settore sono stati concepiti in un’epoca di espansione economica, ora bisogna pensare quanto meno a una sospensione di un anno. Perché chi cerca in qualche modo di essere in regola e ha una piccola azienda oggi non ce la fa. Infine le famigli e. Nella finanziaria il bonus famiglie è sparito, manca del tutto una politica per la famiglia. Bisogna arrivare al tema più figli meno tasse. Ci sono esperienze fatte in sede locale, come il «quoziente parma», che potrebbero diventare un modello per gli enti locali.

Il governo intanto continua a rinviare il decreto incentivi, che aiuterebbe molti settori produttivi in difficoltà.
Va dato ossigeno alle imprese. Mi auguro che questa sia la settimana decisiva per il decreto e che non ci siano ulteriori rinvii. Ovviamente mettere sul piatto solo 300 milioni, come sembra intenzionato a fare il governo, è solo un palliativo.

C’è un tema carsico nel dibattito di politica economica italiana, le pensioni. Lei è d’accordo con Tremonti quando sostiene che la riforma è già stata fatta?
Stiamo garantendo alla nostra generazione un livello previdenziale che non siamo in grado di offrire ai nostri figli. Il problema è questo. È un atto di egoismo di una generazione che rischia di innescare un conflitto vero. Perciò io dico, da due anni per la verità, che bisogna intervenire ancora, anche garantendo pensioni minime più dignitose. E su questo vedo che sono d’accordo anche il governatore Draghi e, a volte, Berlusconi stesso.

A proposito di Draghi, secondo lei il governo sta facendo abbastanza per la sua candidatura a governatore della Bce?
La Banca d’Italia e il governatore sono una risorsa del nostro paese e mi ha fatto piacere che Tremonti lo abbia riconosciuto qualche settimana fa. Mi auguro che questa telenovela del rapporto Tremonti-Draghi sia finita. È una cosa che ridicolizza l’Italia. L’idea che il ministro dell’Economia, capace nel suo lavoro, perda il suo tempo a polemizzare in modo infantile con il governatore è una prova di debolezza. Comunque la corsa vera non è ancora partita. Di certo rischiamo di pagare la scarsa credibilità in Europa dell’Italia.

Dopo il voto regionale ci sono tre anni senza elezioni, che spazio politico si apre per le riforme?
Mi auguro che si facciano riforme condivise sotto il profilo istituzionale, ma che si facciano anche riforme condivise per l’economia. Guardiamo al tema dell’energia. O l’affrontiamo in un’ottica bipartisan o ci prendiamo in giro. Il giorno dopo le elezioni Berlusconi e Scajola farebbero bene a chiamare i principali partiti cercando l’intesa di tutti sul piano del governo. Altrimenti si butteranno solo ulteriori risorse. E al nucleare dovrà essere abbinato un grande piano verde, sulla new energy: come hanno fatto in Germania, bisogna agevolare i privati e chi vuole fare impianti di energia alternativa.

Ma dopo le elezioni ci saranno le condizioni, nella maggioranza e nei rapporti con l’opposizione, per portare avanti questi progetti?
Queste elezioni non sono la prova generale per il governo. E un test regionale, non nazionale. Ma dopo ci saranno tre anni in cui gli alibi sono finiti. Anche la sentenza sul caso Mills è importante perché riduce a zero gli alibi. Il governo deve confrontarsi con la sua capacità di risolvere i problemi. Se non ce l’ha, tra tre anni gli italiani ne trarranno uomo le conseguenze.

Dal ministro Bondi 2009, al «Giornale» lei oggi è guardato come un nemico del Pdl.
Non pensavo che andare a pranzo con il presidente della Camera e con il presidente della commissione antimafia fosse una cosa di cui uno dovesse discolparsi. Entrambi peraltro sono esponenti del Pdl. Questo è ü segno del degrado della politica. Gli amici del Pdl dovrebbero essere contenti che frequento loro e non altri. È un segno di nervosismo. E anche dell’implosione del Pdl. Come, del resto, testimonia anche questa vicenda di Roma.

Il Pdl rischia la scissione?
Non auguro sventure agli altri e penso che finché c’è Berlusconi la scissione non si materializzerà. Questo non è un partito, è un gruppo di persone tenute insieme da Berlusconi.

D’Alema, in un’intervista al Corriere della Sera, l’ha accusata di non avere gestito bene le alleanze alle regionali.
Sono contento, così tutti capiscono che tra noi permangono profonde differenze.

Un’ultima cosa: ha detto che non avrebbe votato Tremonti come uomo dell’anno per l’economia, per chi si sarebbe pronunciato?
Il vero oscar dovrebbe andare alle famiglie dei piccoli imprenditori che hanno resistito alla crisi.

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postato il 1 marzo 2010 da Redazione | in "Elezioni, Politica"

La questione morale c’è, no a candidature discusse

In Italia la questione morale esiste. Le norme anticorruzione varate oggi dal governo sono importanti, ma sarebbe stato meglio non avere in lista personaggi discussi, discutibili e magari già condannati. La discussione sulla questione morale e il provvedimento contro la corruzione in politica acquistano un significato di ipocrisia generale se si pensa che ci sono stati dei condannati che sono stati messi nelle liste dei partiti politici.

Pier Ferdinando

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postato il 1 marzo 2010 da Redazione | in "In evidenza, Riceviamo e pubblichiamo"

Elezioni per gli italiani all’estero: il “caso Di Girolamo”

Schede elettorali

“Riceviamo e pubblichiamo” di Gaspare Compagno

La vicenda di Nicola Di Girolamo non è facilmente definibile. Trovo riduttivo definirla assurda,  ed è oltre lo squallido.

Ma chi è  costui? Un personaggio che sembrerebbe, dalle intercettazioni, il rappresentante in Parlamento della Ndrangheta, un personaggio legato a filo doppio ad oscure vicende di truffe e di riciclaggio di denaro sporco.

E’ senatore perché è stato eletto nel collegio estero circoscrizione Europa e questo presupporrebbe che lui fosse residente all’estero.

Ma lo era? Secondo voi, un avvocato che fonda il suo studio a Roma (studio professionale “Di Girolamo-Straffi & Associati”) risiede all’estero? La logica vorrebbe che io fondo il mio studio da avvocato dove risiedo. Se risiedo a Bruxelles, come sostiene Di Girolamo, non ha senso aprire lo studio a Roma. Va bene essere pendolari, ma fare il pendolare a distanza di alcune migliaia di chilometri mi sembra eccessivo.

Ma lui non è solo avvocato. Lui si definisce imprenditore. E tutte le sue attività sono localizzate a Roma o nei dintorni: è Presidente del Consiglio Direttivo Fondazione Porfiri Onlus; Vice Presidente della Associazione Promozione Tecnologie e Sviluppo Roma; Vice Presidente del Consiglio Direttivo Europartners; Sindaco effettivo Gruppo Net S.p.A.; Sindaco effettivo Assisi Project S.p.A.; vicepresidente della Fondazione “Italiani nel Mondo”; in Europa, le sue attività sono praticamente nulle.

Anzi, si suppone che lui neanche fosse residente all’estero visto che il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma ha chiesto gli arresti domiciliari motivandoli una lista infinita di accuse: aver attentato ai diritti politici dei cittadini, falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla sua identità, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici determinata dall’altrui inganno, concorso in falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici, concorso in falsità in atti destinati alle operazioni elettorali, false dichiarazioni sulle sue generalità.
Bell’elenco, ma il senatore Di Girolamo è graziato dal Senato che nel settembre 2008 nega l’autorizzazione a procedere nei confronti del senatore. Ma l’indagine continua, e a questo punto ecco la seconda grazia: l’esimio senatore Sergio De Gregorio afferma in data 29/12/2008 che Di Girolamo è vicepresidente della Fondazione “Italiani nel Mondo” e che era residente all’estero. A questo punto ecco la terza grazia: il  29 gennaio 2009 l’Assemblea del  Senato respinge la proposta di rinvio della discussione sulla decadenza dal seggio e preferisce capovolgere la proposta della Giunta, ordinando di riesaminare il caso e di riportarlo in Assemblea solo dopo una eventuale sentenza penale definitiva, che in Italia significa aspettare almeno 10 anni .

E intanto il caro Di Girolamo mantiene la sua carica, con i privilegi e il ricco stipendio da parlamentare, assieme al senatore De Gregorio altro personaggio su cui ci sarebbe da dire qualcosa: ovvero la sua capacità di fare spuntare dal nulla e in maniera  molto opportuna soldi e valutazioni economiche di comodo (fonte: “La Casta” di Stella – Rizzo, edizioni Mondolibri, pag. 17-19): basti dire che riesce con 10.000 euro a fondare due società che poi in pochi giorni, senza aggiungere un soldo, spuntano con un capitale sociale complessivo di 5 milioni di euro, e vende le quote delle società, incassando i soldi suddetti, con un guadagno sproporzionato.

Ma torniamo al caso Di Girolamo.  Un caso che financo Schifani, presidente del Senato, considera talmente laido da preparare l’espulsione del suo compagno di coalizione, perchè ricordiamo che Schifani e Di Girolamo militano nello stesso gruppo, il PDL.

Un caso in cui un senatore è ridotto a squallido lacchè di un boss della Ndrangheta che si adira e lo minaccia, come si evince dalle conclusioni dei magistrati e dalle intercettazioni: infatti il 23 febbraio 2010 viene richiesto l’arresto di Nicola Di Girolamo nell’ambito di una inchiesta sul riciclaggio di capitali della Ndrangheta con accuse di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e al reimpiego di capitali illeciti, nonché la violazione della legge elettorale con l’aggravante mafiosa.
Ma la storia non è mica circoscritta solo a Di Girolamo, anzi è una storia che, cambiando gli attori, era già nota: il 12 aprile 2008 i giornali scrissero in merito al rischio brogli per il voto all’estero, in seguito ad una intercettazione di una telefonata tra Dell’Utri da una parte e Aldo Miccichè, imprenditore italiano in Venezuela, e i Piromalli, famigerato clan della Ndrangheta calabrese.

E questo ci impone una riflessione. La legge che permette il voto degli italiani all’estero deve essere mantenuta o no?

Partiamo da qualche dato numerico: potenzialmente riguarda 4 milioni di italiani all’estero che votano per l’elezione di 18 parlamentari. Giustamente si può obiettare che chi sta all’estero può avere una percezione distorta o parziale della realtà italiana e quindi non sarebbe logico che votasse.  Calderoli sostiene che il sistema di voto per i residenti all’estero “è ridicolo” ed è assurdo che ci siano parlamentari eletti all’estero, dice che all’estero bisogna votare solo per i parlamentari italiani, ovvero che solo chi “vive, lavora e paga le tasse a casa nostra” deve potere essere eletto, evidentemente la Lega punta, furbescamente e sciacallando un tristissimo fatto di cronaca, a fare si che il voto di chi sta all’estero si coaguli attorno ai soliti nomi noti (Berlusconi, Bossi, Di Pietro).

E’ chiaro che forse assegnare ai collegi esteri 18 posti è eccessivo, ma è  anche chiaro che a fallire non è lo spirito della legge, ma semmai come è stato organizzato il voto, ovvero la tecnicalità, per cui si può modificare la legge, mantenendo il diritto degli italiani all’estero di votare, ma migliorando il sistema in modo che non si possano più manipolare o contraffarre i voti. Forse la soluzione è molto più vicina di quanto pensiamo, basterebbe introdurre, come in Svizzera, il voto elettronico che ha avuto ottimi risultati a costi contenuti (circa 200.000  euro9 e con un elevato grado di sicurezza.

Il sistema si basa su un codice PIN personale e il voto viene immediatamente inviato a server sicuri gestiti dal ministero degli interni. Con questo sistema si potrebbe evitare il sistema della spedizione delle schede, sistema laborioso, farraginoso e che si presta a molteplici manipolazioni.

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postato il 28 febbraio 2010 da Redazione | in "Elezioni, Politica"

Regionali, non si può chiamare in causa Napolitano

Mi auguro che il Pdl sia in grado di dimostrare la regolarità della presentazione della sua lista a Roma. Detto questo, non capisco come si possa evocare un intervento di Napolitano in materia di procedure elettorali, che sono regolate da leggi e norme precise.
Bisogna mantenere la calma e non perdere il senso della misura. La campagna elettorale è ancora lunga e sono convinto che Renata Polverini abbia molte possibilità di vincere la sua sfida per il Lazio.

Pier Ferdinando

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postato il 27 febbraio 2010 da Redazione | in "Elezioni, Famiglia, Interventi, Politica"

Impegniamoci per il quoziente familiare

Non abbiamo la pretesa di rappresentare i cattolici, abbiamo la pretesa di rappresentare l’identità cattolica nel nostro Paese, in modo laico e aperto.
I cattolici nel nostro partito non fanno una testimonianza teorica, ma chiedono nel governo delle regioni una valutazione importante della famiglia, che possa finalmente realizzare il quoziente familiare: più figli, meno tasse. E’ quello che aspettiamo da due anni, Berlusconi l’ha promesso in campagna elettorale e non l’ha ancora realizzato. Noi vogliamo portarlo regione per regione.

Pier Ferdinando

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postato il 26 febbraio 2010 da Redazione | in "Politica"

Pier Ferdinando Casini ospite di ‘Radio Anch’io’

Pier Ferdinando Casini

Nell’intervista  a ‘Radio Anch’io‘ su Radio1, Pier Ferdinando Casini risponde alle domande degli ascoltatori sui temi più importanti dell’ attualità politica.

“E’ necessario dare risposte precise e nette alla crisi morale che tocca il mondo politico e non e’ ulteriormente tollerabile. Non siamo di fronte a una nuova tangentopoli, ma forse e’ anche peggio. Prima c’era il finanziamento dei partiti, oggi siamo di fronte solo a un arricchimento personale che va stroncato. Il tutto e’ aggravato dal fatto che manca una classe dirigente autorevole e che i parlamentari sono eletti direttamente dai capi partito”.

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postato il 26 febbraio 2010 da Redazione | in "Esteri"

In Afghanistan avanti con il nostro impegno

Sono vicino alla famiglia dell’italiano caduto in Afghanistan ma anche al governo. E’ giusto che maggioranza e opposizione siano assieme a rivendicare le ragioni della nostra presenza in quel Paese, anche se costa tante vite umane.

Pier Ferdinando

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postato il 26 febbraio 2010 da Redazione | in "Riceviamo e pubblichiamo"

La farsa antidroga

Test-Casini ‘Riceviamo e pubblichiamo’ di Antonio Di Matteo

Test non solo inutile, ma anche controproducente.

In questi ultimi giorni si è scatenata la caccia all’ unico parlamentare, dei 232 che hanno fatto il test antidroga promosso da Carlo Giovanardi, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio per le Politiche antidroga, che è risultato positivo alla cocaina. Fatto eclatante, ma che qualcuno si aspettava. Solo 147 parlamentari, su 232, hanno dato il consenso a pubblicare i risultati del test affiancati dal proprio nome, 29 parlamentari non hanno consentito la pubblicazione degli esiti, 176 hanno ritirato il referto medico delle analisi e 56 non l’hanno fatto ancora.

A mio parere è strana questa volontà di alcuni parlamentari di non pubblicare gli esiti, quasi a proteggere l’unico parlamentare positivo alla coca, di cui non si conosce né sesso, né nome, ma soprattutto non è noto il partito. Resta anche strana la volontà del parlamentare in questione, di sottoporsi al test, sapendo di aver fatto uso di droga.

Il problema è serio, e molti lo stanno strumentalizzando. “L’unico risultato ottenuto – parole del deputato centrista Roberto Rao (UDC)- è stato quello di scatenare il gossip e la caccia all’unico colpevole, contribuendo così a ridestare l’antipolitica, riempire pagine di giornali e gettare un’ulteriore ombra sui costumi del Parlamento. Ora basta con le farse: si faccia un nuovo test, ma stavolta sia obbligatorio per tutti e a sorpresa. Altrimenti – conclude Rao – sarà solo l’ennesima presa in giro”.

Bisogna ricordare agli smemorati in Parlamento anche che: “L’Udc aveva proposto una legge che rendeva obbligatorio il test antidroga per i parlamentari, ma il provvedimento è stato bocciato in Parlamento – spiega Pier Ferdinando Casini leader dell’Udc – Bisogna che ciascuno si assuma le sue responsabilità. Oggi questo test è meglio di niente, anche se è solo un fatto simbolico”.

Le proposte ci sono state, ma sono state bocciate dal Parlamento stesso. Perché? Perché continuare queste inutili insinuazioni sul Parlamento di drogati? Perché non fidarsi dei nostri eletti? La risposta è semplice a tutte e tre le domande. Primo: ci sono alcuni parlamentari che fanno uso di stupefacenti, e riescono a far decadere una proposta contro i loro comportamenti subdoli. Secondo: le insinuazioni si sono verificate in questo singolo caso di positività al test, e allora la verità è che una percentuale, seppur minima di eletti, fa uso di droga. Terzo: come non ci si è fidati dei piloti e dei camionisti, per i quali il test antidroga è obbligatorio, perché noi cittadini dobbiamo fidarci dei parlamentari?

Possibile che non esista un regolamento parlamentare che vigili su questo tema? Non è questioni di partiti o di antipolitica, è questione di correttezza, di onestà e di limpidezza di fronte al popolo italiano, elettore e sovrano. Abbiamo il diritto di conoscere il nome di questo cocainomane.

Nato anche un gruppo su Facebook: Per un Parlamento trasparente: smascheriamo l’onorevole vigliacco

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postato il 24 febbraio 2010 da Redazione | in "Politica"

Pier Ferdinando Casini ospite di ‘28 Minuti’

foto casini

Intervistato da Barbara Palombelli  a ‘28 minuti’ su Radio2, Pier Ferdinando Casini risponde alle domande su par condicio, lotta alla corruzione e prossime elezioni regionali: “Se gli italiani sono contenti di come sono governati fanno bene a votare Pd e Pdl, se invece pensano che ci sia qualcosa che non funzione farebbero bene a premiare chi li contesta”.

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postato il 24 febbraio 2010 da Redazione | in "Economia, Politica, Trasporti"

Non dimentichiamo i risparmiatori Alitalia

Alitalia, album di Rogimmidi Pier Ferdinando Casini

I risparmiatori Alitalia sono ancora in attesa di vedere realizzato l’impegno preso nel 2008 dal presidente del Consiglio. Il premier disse che non avrebbero perso un euro, l’ennesimo spot?
Da mesi l’Udc si sta battendo per il risarcimento degli obbligazionisti e piccoli azionisti, e in favore di chi vola con un servizio non sempre all’altezza. Il nostro emendamento al Milleproroghe prevedeva un rimborso integrale pari al valore nominale delle azioni e delle obbligazioni. Il governo l’ha ritenuto però inammissibile.
Alle centinaia di commentatori che hanno affollato il dibattito su questo blog e a tutti i risparmiatori in attesa di una risposta prometto che continueremo a batterci per ottenere giustizia.

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postato il 24 febbraio 2010 da Redazione | in "Elezioni, Politica"

Un nuovo partito per modernizzare l’Italia

Alle elezioni regionali abbiamo fatto la scelta di andare da soli nel 60% dei casi, con nostre liste e nostri candidati. Lo abbiamo fatto per restare fuori dagli schieramenti, fuori da un finto bipolarismo che è funzionale soprattutto a due partiti: la Lega e l’Italia dei Valori.
Dobbiamo fare di tutto per mettere in campo qualcosa di nuovo, un partito che abbia come progetto quello di modernizzare l’Italia e che difenda l’identità cristiana del Paese.

Pier Ferdinando

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postato il 24 febbraio 2010 da admin | in "In evidenza, Riceviamo e pubblichiamo"

Corruzione: quali le ragioni di fondo?

Money

‘Riceviamo e Pubblichiamo’ di Orazio Puglisi

Stamattina sfogliando le pagine del Corsera, pur tentando accuratamente di evitare quelle sugli ultimi scandali corruzione, non ho potuto far a meno di imbattermi nel pezzo di Aldo Cazzullo: un’intervista al Senatore Pisanu, Presidente della Commissione Antimafia e uomo politico di raro spessore, già a capo della Segreteria di Aldo Moro.

Premetto che nel merito alla questione sullo scandalo della Protezione Civile non sono informato accuratamente, ammesso che in Italia sia possibile esserlo. E non lo sono principalmente perché ho voluto evitare di incorrere in giudizi sommari con grida spagnolesche a fare da sfumatura o in processi mediatici che lasciano il tempo che trovano, o almeno così dovrebbe essere.

E poi perché credo che indignarsi non sia di per sé la soluzione. Ed è per questo che ho apprezzato le parole del Sen. Pisanu, che faceva un discorso di metodo: “Oggi è la coesione sociale, e la stessa Unità Nazionale a essere in discussione” e “Non sarei così preoccupato se fossi sicuro della tenuta della società civile e dello stesso patto costituzionale”.

A essere in discussione non è un fatto isolato o contingente, ma un sistema che affossa il Paese e lo rende impreparato di fronte alle sfide che contano. La riflessione da fare, a mio modo di vedere, riguarda appunto le ragioni di fondo di tutto ciò. E se c’è una cosa che le cronache odierne insegnano è che la principale di queste è che in Italia contano più le relazioni che il merito.

Lo snodo della questione è politico, affidato ad una classe politica che non solo ignora la questione morale, ma perde di vista la bussola della politica come strumento: “In generale, è chiaro che, quando si riduce la nozione stessa di bene comune, decade lo spirito pubblico, si allentano i vincoli della legge e si spiana la strada alla corruzione”.

Tuttavia è da chiedersi con altrettanta forza se il problema non riguardi anche la stessa società civile, paralizzata in logiche nepotiste e ben lieta di esserlo.

Infatti, quando ci si riempie la bocca dicendo che ci vuole una nuova classe politica, non si capisce con cosa o chi si debba sostituire quella attuale dato il disinteresse sostanziale dei giovani per la politica e più in generale il mancato senso civico. Sulla base di tutto questo non ci scandalizziamo se l’Italia è ai primi posti nel mondo per corruzione e agli ultimi per le libertà economiche.

Nessuno ne parla, ma in questo quadro di corruzione e raccomandazione è proprio il principio liberista delle libertà economiche ad essere leso. Diceva Moro: “Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e della libertà si rivelerà effimera, se non nascerà in noi un nuovo senso del dovere”. E se non la smetteremo di pensare che indignarsi sia di per sé la soluzione.

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postato il 23 febbraio 2010 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Ricuciamo l’Italia

Ricuciamo l'ItaliaRicucire l’Italia, superare le divisioni: è questo il messaggio che lanciamo in questa campagna elettorale. Le nostre scelte vogliono superare gli scontri politici, per darci modo di occuparci dei veri problemi dei cittadini.

Le elezioni regionali decideranno l’amministrazione di molte regioni italiane e vari sono i temi su cui confrontarsi: molti tra questi, purtroppo, non vengono sufficientemente presi in considerazione dalla politica, ma possono fare la differenza per una regione e i suoi abitanti.

Ricuciamo l’Italia è un invito a superare le divisioni della politica e a concentrarci sui veri problemi dei cittadini.

Un invito, ma anche uno spazio per avere voce, dove lasciare le proprie proposte per il territorio e commentare quelle degli altri.

Ricuciamo l’Italia vuole essere uno spazio costruttivo, aperto alla discussione: vi invitiamo a essere concreti e disponibili al dialogo.

Diverse sono le proposte già inserite e parlano di cose importanti, fondamentali nella vita quotidiana: dalle infrastrutture in Basilicata alla valorizzazione della Maremma toscana, dalla valutazione della sanità in Puglia fino ai problemi legati allo smaltimento dei rifiuti.

Parlate delle vostre idee e migliorate quelle degli altri: noi siamo in ascolto.

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postato il 22 febbraio 2010 da Redazione | in "Interventi"

Pier Ferdinando Casini ospite di Telecamere


Anna La Rosa, con la partecipazione in studio di Alessandro Caprettini, intervista Pier Ferdinando Casini sulle regionali e sui principali temi dell’attualità politica.

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