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postato il 4 Luglio 2022 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Ius scholae: Vedo una regressione, la cittadinanza amplia gli spazi di legalità

«Vent’anni fa parlavo di ius soli e dal centrodestra non ci furono polemiche, oggi vedo una preoccupante involuzione. Dare la cittadinanza a ragazzi che studiano non solo è giusto, ma riguarda il nostro comune destino»

L’intervista pubblicata sul Corriere della Sera a cura di Fabrizio Caccia

Senatore Pier Ferdinando Casini, lo ius scholae divide il Parlamento.

«E allora vi dico una cosa. Vent’anni fa ero presidente della Camera, eletto da una maggioranza di centrodestra. E in più occasioni feci delle dichiarazioni a favore dello ius soli, ma non ricordo nessuna polemica contro di me, neppure da parte di quello che allora si chiamava Polo delle Libertà…».

Era il centrodestra dell’epoca. Oggi invece Lega e Fratelli d’Italia sembrano pronti ad alzare le barricate in Aula.

« Vent’anni dopo stiamo parlando di ius scholae e rispetto ad allora trovo persino più giusto che la cittadinanza oggi venga data a dei ragazzi che abbiano completato almeno un ciclo di studi. Ma tutte queste polemiche sono terribili, un segno di preoccupante regressione, d’involuzione. Oh attenzione, io sono un moderato. E non voglio essere provocatorio, non mi permetto di criticare. Però mi chiedo perché Giorgia Meloni, che si sta preparando a governare il Paese, non faccia uno sforzo di comprensione su questo punto. Lei ritiene, giustamente, il suo essere di destra più importante rispetto al dichiarare qualcosa politically correct . Ma questo non è politically correct , lo ius scholae riguarda milioni di persone in carne e ossa e il nostro comune destino».

Matteo Salvini dice che con lo ius scholae si finirà per dare la cittadinanza alle baby gang di immigrati.

«É un finto problema, non si può fare una campagna elettorale sulle spalle degli immigrati. Nessuno vuol dare cittadinanza alle baby gang, qui non stiamo parlando di spacciatori delle periferie, ma di ragazzi fantastici che a scuola superano tutti gli esami e prendono voti migliori di quelli dei nostri figli. Ho letto alcuni dei 1.500 emendamenti presentati dal Carroccio: non si può legare la cittadinanza alla conoscenza delle sagre. Io sono di Bologna, bolognese fino al midollo. E magari è possibile che i figli degli immigrati non sappiano nulla della festa della Madonna dell’Acero di Monte Acuto. Ma credo che la ignorino anche molti dei nostri figli. Invece sono convinto, per esempio, che la Madonna di San Luca la conoscono bene anche loro, perché ormai sono più bolognesi di me, alcuni con la “s” addirittura più accentuata della mia. Lo ius scholae non restringe gli spazi di legalità, piuttosto li amplia».

Che vuol dire?

«L’equazione clandestinità uguale illegalità non l’ha creata la destra, come vorrebbe da sempre una certa sinistra ideologica, ma l’ha creata la disperazione. Se arrivi in Italia e anziché venire accolto vieni respinto, è inevitabile poi cadere nella rete di gente senza scrupoli che ti sfrutta ovunque: nelle case, nei campi. E molti di quelli che li sfruttano sono proprio italiani. Italiani di cui vergognarsi».

E allora?

«É tempo di costruire assieme un destino, noi e questi ragazzi che sono ormai italiani, anche se hanno la pelle di un colore diverso. Non si tratta di essere per forza filantropici, basta essere intelligenti: noi abbiamo bisogno di loro. Mio nonno Romeo a 2 anni partì per l’America col resto della famiglia, poi lui tornò ma metà dei suoi fratelli rimasero e vissero là per sempre. Gli Stati Uniti sono un grande Paese anche per questo: perché hanno saputo creare un sistema, anche duro, rigido, ma alla fine accogliente».

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postato il 19 Maggio 2022 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Ucraina: Italia con postura di decoro e dignità

Il mio intervento dopo l’informativa del Presidente del Consiglio, Mario Draghi, sul conflitto tra Russia e Ucraina

La sfida è tra le dittature e democrazia, quello che Putin non può tollerare ai suoi confini

Signor Presidente, vogliamo la pace. Siamo contrari all’escalation militare.
Vogliamo tornare a una partnership NATO-Russia. Non vogliamo rialzare il muro di Berlino. Non vogliamo il ritorno alla guerra fredda. Il riarmo è pericoloso. Io credo che queste affermazioni a livello di principio ci trovino tutti uniti in quest’Aula, dal presidente Draghi all’ultimo dei nostri senatori. Questa opinione è indisponibile, cioè è un’opinione fondante, che si fonda sulle nostre regole di convivenza civile e anche sulla Carta costituzionale. Tutti dunque siamo d’accordo su queste affermazioni, ma cominciamo ad avere qualche dubbio quando queste affermazioni sono prodromiche ad altre affermazioni, che avanzano nell’opinione pubblica e che vengono in qualche modo sollecitate da forze politiche e anche da espressioni della cultura italiana.
Allora facciamo il passo successivo. La Russia in fondo – dicono questi – è stata un po’ provocata dalla NATO. E ancora: gli USA fanno i conti con l’Ucraina spingendola alla guerra con la Russia, vogliono che la guerra continui e tutto questo mette noi in contraddizione e in antagonismo con gli Stati Uniti. In fondo questa spinta degli Stati Uniti all’Ucraina è una mezza spinta anche contro l’Europa, perché chi è in difficoltà più di altri è l’Europa (questo è innegabile). E poi altre affermazioni: in fondo questa guerra conviene solo agli americani.
Quanto alla diversificazione delle fonti energetiche, presidente Draghi, il nostro ministro Di Maio è andato in giro, però non è che questi Paesi da cui prendete il petrolio e il gas siano più affidabili di altri. E poi, quanto ai prezzi, non siamo mica più sicuri che siano così competitivi con quelli russi.
Inoltre, perché lei ha detto che la Finlandia e la Svezia devono entrare nella NATO? In fondo, andiamo ad ampliare ancora la NATO, portandola ai confini russi. Ecco, colleghi, la prima parte teorica delle considerazioni per alcuni legittima questa seconda parte di considerazioni, che sono, né più né meno, mistificazioni.
Tutti noi, infatti, sappiamo bene che queste affermazioni o sono fondate su ingenuità, o sono fondate su malafede. In certe circostanze, nella politica e nelle istituzioni – colleghi, consentitemi una battuta – non si sa se sia più pericolosa la malafede o l’ingenuità, perché si fa fatica a capire. L’ingenuità è molto pericolosa per uomini di governo e delle istituzioni e la malafede ovviamente non può essere tollerata. L’Italia deve al governo Draghi e al Presidente della Repubblica una postura di decoro e di dignità sulla tradizione della politica italiana, dal dopoguerra degasperiano in poi, che ha trovato nella scelta europea e nella scelta atlantica una connessione inscindibile, perché non avremmo avuto l’Europa senza la scelta atlantica.
L’espansione della NATO è solo un alibi – come ci ha detto spesso il nostro Ministro della difesa – perché in realtà, se volevamo vedere, avevamo gli occhi per vedere. Avevamo gli occhi per vedere, nella vicenda georgiana del 2008; anche in Georgia c’è una prima modalità che si ripete: la creazione di un finto Stato, l’Ossezia del Sud. Poi vediamo che in Moldavia c’è la Transnistria. C’è una modalità di azione ripetitiva, perché rispondente alla strategia di destabilizzazione dei Paesi. Abbiamo visto l’occupazione della Crimea, poi abbiamo visto il Donbass. Qualcuno addirittura, così convinto che il ritorno della Crimea alla Russia fosse dovuto, è andato in gita in Crimea.
Colleghi, questi erano segnali che avrebbero dovuto aprire gli occhi dell’Occidente e oggi dobbiamo guardare alla realtà della cosa che va oltre il discorso puntuale del nostro Presidente del Consiglio. Qui la sfida – questo è un problema molto serio per noi – è tra le dittature e la democrazia. Quello che Putin non può tollerare è una democrazia ai suoi confini. D’altronde, dovevamo anche qui avere dei segnali che ci consentivano di capire. Vi ricordate quando una serie di intellettuali nei mesi scorsi parlavano di “democratura”? Che cosa sono le “democrature”? Da che cosa nasce questo concetto? È un concetto semplice, che nasce dall’interno del mondo occidentale.
In fondo, diciamo la verità, questa democrazia è piena di inefficienze. La burocrazia e la democrazia sono qualcosa di connesso, per cui il presidente Draghi non ha mica tempestività. Tanti dicevano che si sta Palazzo Chigi, ma non ci sono i comandi; lì non c’è nessuna sala con i comandi. Lui deve fare tante cose: i pellegrinaggi, poi ci sono le forze politiche; basti guardare cosa è successo ieri. La democrazia però, per guidare i processi di globalizzazione e modernizzazione, non è che vada tanto bene. Forse è meglio una “democratura”, con l’uomo forte.
Allora, colleghi, noi abbiamo una doppia sfida: la sfida alla democrazia che viene dalla dittatura e la sfida di chi dall’interno, ad esempio dell’Europa, cerca di minare l’idea stessa di democrazia e si colloca, con l’evocazione dell’uomo forte, in una sorta di limbo, che è la premessa per cadere dove molti stanno cadendo.
Dunque, colleghi, credo che l’Occidente sia chiamato a riscoprire la sua identità. Il sovranismo è indispensabile, ma a livello europeo. Se oggi possiamo parlare di pace, è solo perché non siamo venuti meno al dovere di armare chi veniva offeso sul suo terreno. Ho letto anche le indiscrezioni che però credo siano corrispondenti a un’oggettiva volontà del Governo di avviare un piano di iniziative, di negoziazioni e quant’altro. Ma se oggi l’Italia ha voce in capitolo e se noi oggi possiamo essere in grado di negoziare – e ha ragione nel dire che bisogna tenere i rapporti anche con la Russia, nonostante tutte le incomprensioni che ci sono -, questo è per quello che il Presidente del Consiglio – e mi è piaciuta l’espressione – ha definito la solidità della posizione italiana. Dunque, questa volta siamo stati solidi, non abbiamo cominciato a ondeggiare e c’è qualcuno che ha ancorato a una solidità la posizione italiana.
Credo che, per questo, il Gruppo per le Autonomie che ho l’onore di rappresentare dà un consenso al Governo, che non è formale ma mai come in questo momento sostanziale e convinto.

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postato il 7 Maggio 2022 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Ucraina: Il M5s ha votato per le armi, poi ha cambiato idea in 15 giorni

Tutto quello che è stato fatto dal governo ha ricevuto uno specifico mandato dal Parlamento. Il processo decisionale è stato totalmente trasparente.

L’intervista a cura di Marianna Rizzini pubblicata su Il Foglio

Roma, 7 mag. – “Che cosa si risponde a chi (vedi l’ex premier e vertice a Cinque Stelle Giuseppe Conte) vuole un voto sulle armi inviate alla resistenza ucraina? Il senatore ed ex presidente della Camera Pierferdinando Casini ricorda che “tutto quello che è stato fatto dal governo ha ricevuto “uno specifico mandato dal Parlamento, e che il documento votato in Parlamento è la copertura istituzionale di cui dispone Mario Draghi. Il processo decisionale è stato totalmente trasparente. Non solo: il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha portato l’elenco delle armi al Comitato parlamentare dei servizi, in questo assicurando la trasparenza della procedura”.
Non sembra però che tutti siano dello stesso avviso, se è vero che il Movimento Cinque stelle sta preparando un documento che chiede “lo stop all’escalation”. “Ma allora il problema è un altro”, dice Casini: “Non è certo del governo che, ripeto, è stato trasparente, ma delle forze politiche che hanno cambiato opinione rispetto al conferimento del mandato al governo sulla questione delle armi alla resistenza Ucraina”.“E se una forza politica ha cambiato idea”, dice Casini, “deve farlo presente, anche se mi pare singolare che si cambi idea dopo quindici giorni, sulla base dell’emotività”.
Penso Giuseppe Conte sia troppo intelligente per non capire che non si poteva risolvere il problema in venti giorni. E non siamo di fronte a una guerra in Ucraina, ma a una guerra all’Ucraina: Vladimir Putin ha invaso uno stato sovrano; noi abbiamo deciso di reagire, anche se non direttamente”. L’Italia, dice l’ex presidente della Camera, “sta aiutando dall’esterno l’aggredito sulla base di un importante principio, che io da cattolico colgo nel profondo”. Casini cita Giovanni Paolo II “che aveva sottolineato più volte come un pacifismo che sempre e comunque si rifugi in un’impossibile neutralità rischia di essere senza testa e senza cuore. Non solo. Di fronte alla guerra nell’ex Jugoslavia Giovanni Paolo II pensava che gli stati europei e non europei avessero il dovere e il diritto di intervenire, per disarmare chi voleva distruggere e uccidere. La situazione oggi non è molto diversa. O vogliamo far finta di credere alle follie di chi dà la colpa all’atteggiamento della Nato?”. Putin “sapeva benissimo che la Nato non intendeva minacciarlo ed è evidente infatti che qui il problema è la democrazia. Alla caduta del Muro ci siamo illusi che il metodo democratico occidentale facesse proseliti anche nei paesi di diversa impostazione ideologica. E sembrava fosse così, vista anche la timida comparsa di un pluripartitismo in Russia. Putin a un certo punto aveva anche di fatto lasciato l’incarico per fare il presidente del Consiglio, mantenendo una formale aderenza alle regole”. Poi un lento precipitare nel buio. “Non abbiamo voluto vedere, eppure ci sono stati gli omicidi dei giornalisti, e l’avvelenamento di Alexei Navalny, e l’intervento delle truppe russe in Bielorussia e Kazakistan”. Si è pensato che l’appeasement potesse funzionare? “Ci siamo illusi. Che cosa facciamo, lasciamo che Putin prenda l’Ucraina? Detto questo, è chiaro che bisognerà ipotizzare una exit strategy, ma non si possono aprire tavoli diplomatici mentre Putin avanza sul terreno.”

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postato il 25 Aprile 2022 da redazione | in "Cultura, Politica"

Buon 25 aprile!

L’intervento in occasione delle celebrazioni del 25 Aprile a Piombino con il sindaco della città Francesco Ferrari (Fdi) e il Presidente dell’ANPI di Piombino Mario Giannullo. 

Sono particolarmente lieto di celebrare la ricorrenza del 25 aprile qui con voi. Nei borghi di questa terra, così come in tante altre parti d’Italia, si è combattuto per realizzare un mondo di uomini liberi e per affermare il primato della dignità della persona umana contro la logica della violenza e della sopraffazione.
Ogni anno, in questo giorno, non possiamo che inchinarci con umiltà e commozione davanti al generoso sacrificio che ha accomunato tanti, giovani e non, del nostro Paese.

Ma oggi è anche un giorno di festa, in cui si celebra la rinascita della nostra Patria su basi nuove, il suo risveglio alla libertà, alla democrazia e alla pace.
I lunghi mesi tra il ’44 ed il ’45 costituirono per tutti gli italiani una prova durissima. Eppure, proprio allora, nelle loro coscienze si fece strada progressivamente un imperativo inderogabile: reagire all’umiliazione dell’occupazione nazifascista, dare nuova dignità all’Italia, trovarsi uniti nella lotta per la libertà e la democrazia.
Oggi festeggiamo questa rinascita civile e morale, da cui ha avuto inizio il processo che ha condotto alla Costituzione repubblicana. Una rinascita alimentata da valori che rappresentano ancora oggi un patrimonio comune di tutti i cittadini e fanno parte a pieno titolo del codice genetico dell’intera comunità nazionale.

Forse mai come quest’anno, alla luce dei drammatici avvenimenti in Ucraina, le celebrazioni del 25 aprile assumono un significato del tutto particolare. Ci offrono infatti la preziosa opportunità di riflettere su temi e ideali, quanto mai urgenti e attuali, da ricordare e trasmettere alle nuove generazioni. [Continua a leggere]

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postato il 1 Marzo 2022 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Ucraina: la pace si difende anche con scelte dolorose

Il mio intervento in Aula dopo le comunicazioni del presidente del Consiglio, Mario Draghi, sugli sviluppi del conflitto tra Russia e Ucraina.

Signor Presidente del Consiglio, viviamo tempi straordinari, in cui è necessario accantonare la propaganda superficiale e arrivare alla sostanza dei problemi. Dobbiamo rimuovere la nostra pigrizia, tornare alla bussola dei valori e degli ideali che hanno spinto tanti di noi alla politica, anche accettando, in un momento come questo, un percorso di sofferenza, perché siamo chiamati a scelte difficili. E poiché lei, signor Presidente del Consiglio, ha opportunamente citato, in conclusione del suo intervento, le parole di De Gasperi, io vorrei citare quelle di Aldo Moro: se dovessimo sbagliare, meglio sbagliare insieme. Se dovessimo riuscire, sarebbe estremamente bello riuscire insieme ed essere sempre insieme, perché questo è il senso di appartenenza alla comunità nazionale.

Cari colleghi, questo è un momento in cui tutti i Gruppi parlamentari sono chiamati a scelte di sofferenza; ma dobbiamo rimuovere la pigrizia superficiale e dire finalmente dei sì e dei no, dobbiamo superare sentimenti generici, quanto inconsistenti, e tornare, colleghi del Senato della Repubblica, alla durezza della politica. La politica è un insieme di decisioni difficili, a volte spiacevoli, a volte impopolari, e può richiedere la necessaria durezza. Vi sono cose giuste e cose sbagliate, vi sono atti buoni e atti cattivi; non si può nascondere tutto in un generico relativismo, come ormai la nostra epoca ci induce a fare. Bisogna attingere alla storia.

Questa mattina, parlando con la senatrice Craxi, mi sono ricordato di un dibattito che ha lacerato gli italiani – lei, presidente Draghi, lo ricorderà – e che ha portato lacerazioni terribili anche nel mondo cattolico: la scelta dell’Italia di rispondere con gli alleati all’installazione degli SS20 sovietici con l’installazione degli euromissili. Una scelta maturata da Cossiga e da Craxi; una scelta apparentemente di guerra, perché stavamo installando gli euromissili nelle città italiane. Ebbene, installare gli euromissili in quel momento ha consentito la più lunga stagione di pace e di distensione negli anni successivi, perché il disarmo è nato dalla decisione dell’Occidente non di esporre le bandiere della pace davanti agli SS20, ma di fare una scelta difficile e impopolare.

Oggi, colleghi, dobbiamo riconoscere tutti una cosa, chi più, chi meno; chi ha onestà intellettuale dipende da se stesso, non facciamo ognuno di noi l’esame agli altri, ma alcuni dovrebbero fare un gigantesco esame di coscienza sull’abbaglio collettivo che abbiamo preso. Nessuno di noi pensava seriamente o voleva pensare che Putin potesse muovere militarmente milioni di persone su Kiev, coinvolgendo tutte le città ucraine nel più grande assalto visto dalla Seconda guerra mondiale; al massimo il Donbass, si diceva, più o meno allargato. Eppure le cose sono andate in modo diametralmente opposto rispetto a tutte le previsioni dei saggisti di geopolitica, dei politici, degli uomini di Governo, qualsiasi essi siano; tutti noi abbiamo sbagliato. Siamo arrivati alle minacce nucleari. [Continua a leggere]

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postato il 10 Settembre 2021 da redazione | in "Esteri, Interventi, Politica"

11 SETTEMBRE, 20 ANNI DOPO

L’intervento in apertura dei lavori del convegno al Senato, in occasione dei 20 anni dagli
attacchi dell’11 settembre 2001

“Siamo tutti americani…”

Echeggiano ancora nella mia mente queste parole pronunciate da tanti di noi all’indomani del terribile attentato alle Torri Gemelle.

“Siamo tutti americani” non era solo un attestato di solidarietà per quella grande nazione sorella terribilmente colpita. Era qualcosa di più, la rivendicazione della superiorità morale dell’Occidente ferito da un terrorismo inedito che non esitava a strumentalizzare l’appartenenza religiosa per fini di guerra e di morte.

A distanza di 20 anni, la riflessione di oggi non può essere un mero evento rievocativo: essa si lega infatti alle immagini strazianti dei cittadini afghani attaccati ai carrelli degli aerei in decollo da Kabul: una sorta di resa dell’Occidente costellata da contraddizioni e errori.
Una ritirata che segna un cambiamento epocale che non può essere minimizzato.

Noi italiani e europei siamo chiamati a dare senso ai valori e agli ideali dell’Occidente – se ancora in essi ci riconosciamo – dando finalmente un’anima all’intuizione europea.

La storia chiama tutti noi ad assumerci ulteriori responsabilità e uscire da uno stadio di infantilismo politico che delega all’America e agli americani l’onere di essere attore globale.

Apriamo la riflessione odierna, a cui concorreranno i principali leader delle forze politiche, ancora una volta con un devoto omaggio a tutte le vittime del terrorismo e ai tanti caduti italiani che, in ogni scenario di guerra, in questi 20 anni hanno fatto onore all’Italia e ai nostri valori: abbiamo l’impegno morale di operare perché il loro sacrificio non sia stato vano.

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postato il 14 Agosto 2021 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Afghanistan: Un fallimento voler esportare la democrazia. Ora salvare gli afghani che ci hanno aiutato

Credibilità dell’Occidente a pezzi, è anche peggio del Vietnam

L’intervista a QN – Quotidiano nazionale a cura di Alessandro Farruggia

«Diciamolo chiaramente: la credibilità dell’Occidente nei confronti dei suoi alleati da questa vicenda esce a pezzi, molto peggio di quello che è capitato dopo il Vietnam». Il senatore Pierferdinando Casini, ex presidente della Camera e presidente della interparlamentare italiana, guarda avanti e all’orizzonte vede nubi minacciose. E non solo per la probabile caduta di Kabul.
Sorpreso, senatore Casini, della Caporetto afghana?
«Come avevamo rilevato durante l’esame parlamentare era abbastanza prevedibile quel che sta capitando ed è una pagina critica per l’Occidente, per l’alleanza che ha sostenuto l’intervento in Afghanistan e anche per l’Italia, che ha avuto tanti caduti in questa missione. Purtroppo vediamo che si sta tornando a vent’anni fa. Siamo andati in quel Paese per difendere dei principi, per lottare contro il terrorismo e avviare un processo democratico, tutto questo oggi sembra essere azzerato. Tutti sono parte di questo fallimento, nessuno si può tirare indietro».
Andarsene all’improvviso, senza avere creato le condizioni perché il governo afghano potesse resistere all’offensiva talebana non contraddice proprio queste motivazioni?
«Certo. Un ritiro affrettato ha negato quanto faticosamente portato avanti in questi anni, e ha fatto liquefare le forze di sicurezza afghane. Ma la scelta è stata maturata prima da Trump e poi da Biden, per l’Italia sarebbe stato velleitario pensare di fare qualcosa di diverso che ritirarsi. Abbiamo tutti preso atto che questo era l’orientamento americano e non potevamo fare altro che adeguarci. Ma è chiaro che per il futuro non ci sarà più consentito gestire vicende come quelle dell’Afghanistan in questo modo».
Quale è stato l’errore fondamentale dell’intervento in Afghanistan?
«Aver voluto creare una democrazia a modello di quelle occidentali. L’esportazione della democrazia così come la intendeva George Bush è una cosa irrealizzabile. La gestione di operazioni simili è sempre fallimentare, guardiamo cosa è successo in Iraq, dove una delle ragioni della nascita dello stato islamico è stata l’emarginazione di tutta la componente sunnita che è stata spinta ai margini ed ha fatto da brodo di cultura per la nascita dello Stato Islamico. In Afghanistan abbiamo sbagliato i fondamentali, insediando una classe dirigente corrotta che non si è manifestata in grado di governare con le sue gambe. Finito il nostro supporto militare, i nodi sono subito venuti al pettine e tutto si è liquefatto. Abbiamo fallito sia sul fronte militare che civile e abbiamo prodotto un cartello di illusioni. O l’Occidente fa un esame di coscienza serio oppure rischia di regalare pezzi di mondo alle potenze emergenti. Ad esempio, io credo che il prossimo regime talebano farà sinergia con la Cina».
Che fare nell’immediato?
«Per la nostra credibilità la prima cosa da fare è almeno portare in salvo i nostri interpreti e tutti gli afghani che hanno aiutato l’Italia in questa missione. Io mi auguro che i ministri degli Esteri e della Difesa, e in questo senso il Parlamento ha avuto assicurazioni chiare, si attivino subito per mettere in sicurezza queste persone. È inutile fare discorsi sui massimi sistemi. Sarebbe particolarmente deprecabile se dopo tutto questo fallimento ci fosse anche l’incapacità nostra di soccorrere quelli che sono stati leali con noi e ora rischiano di pagare un pesantissimo prezzo. Se non ci riuscissimo sarebbe veramente una vergogna».

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postato il 30 Aprile 2021 da redazione | in "Giustizia"

RIFORME: GIUSTIZIA OLTRE GLI ARRESTI

Questo Governo di larghissima coalizione non può abdicare alle sue responsabilità, non solo in campo economico ma anche sul fronte giudiziario, perché il funzionamento della giustizia concorre in maniera determinante alla competitività del sistema Paese. Superare la legge Bonafede, misurare il rendimento dei pm, rafforzare i poteri del Capo dello Stato, offrire alternative alla norma anti prescrizione. È il momento di osare.

La lettera scritta a quattro mani dal Sen. Pier Ferdinando Casini, già presidente della Camera dei Deputati, e da Michele Vietti, già vice presidente del Csm, pubblicata su Il Foglio.

 

 

 

L’impraticabilità di una “riforma della giustizia”, di cui si parla in modo inversamente proporzionale a quanto si fa, sembrava dover ricevere una decisa smentita dal cd. “caso Palamara”.
Lo scorso 26 maggio proprio sul Foglio uno di noi scriveva, citando il Vangelo, “oportet ut scandala eveniant”, intendendo che dallo scandalo possono derivare effetti positivi in termini di reazione ed auspicando un soprassalto della politica che, approfittando di un mutato rapporto di forza nell’atavico braccio di ferro con i magistrati, intervenisse finalmente a raddrizzare le storture del sistema giudiziario, troppo lamentate e mai curate.
Sono passati ben 11 mesi e non è stato fatto niente! Palamara è diventato la star delle librerie e della TV; il CSM si trascina in condizioni di assoluta delegittimazione; i processi civili e penali, complice il COVID, continuano a mantenere i non invidiati primati europei di lunghezza; il corto circuito mediatico-giudiziario continua a consegnare all’opinione pubblica condannati in anticipo che, al termine di un calvario personale, spesso vengono assolti con la sentenza definitiva; la curiosità pruriginosa dei lettori continua ad essere alimentata da intercettazioni sempre più sofisticate che per lo più parlano di questioni penalmente irrilevanti e di terzi estranei all’indagine.
Verrebbe da dire che se neanche il disvelamento del “Sistema”, con il suo strascico di indignazioni, prese di distanza, promesse di abbandonare quelle logiche, ha prodotto risultati, l’irredimibilità della nostra giustizia può dirsi ormai acclarata.
Eppure, da convinti sostenitori della “politique d’abord” (motto coniato da Maurras ma adottato da Nenni!), non riusciamo a rassegnarci a registrare una sconfitta, ma pensiamo che questo Governo di larghissima coalizione non possa abdicare alle sue responsabilità, non solo in campo economico ma anche sul fronte giudiziario, perché il funzionamento della giustizia concorre in maniera determinante alla competitività del sistema Paese.
Purtroppo, le cose da fare sono sempre le stesse, dal momento che non sono mai state messe in opera riforme che ovviassero a mali antichi, conosciuti e curabili con rimedi ampiamente condivisi. Fior fiore di Commissioni ministeriali, di convegni, di pubblicistica, di dibattiti parlamentari e universitari hanno sviscerato le criticità e individuato le soluzioni. Non è più il tempo dello studio ma dell’azione.

Proviamo a rassegnare una breve lista degli interventi più urgenti, a promemoria per i pubblici decisori e a scarico della nostra coscienza. [Continua a leggere]

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postato il 27 Marzo 2021 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Bologna: è arrivata l’ora di un sindaco donna

Il Pd punti sulla Gualmini: è il nome giusto

La mia intervista a Il Resto del Carlino a cura di Rosalba Carbutti

Le Comunali rischiano di diventare un cubo di Rubik. Con la questione femminile che potrebbe scombinare, di nuovo, le complicate carte del Pd. Dalle donne capigruppo lanciate da Enrico Letta, neo segretario dem, alla mossa del cavallo dei renziani che lanciano in città il nome della sindaca di San Lazzaro di Iv, Isabella Conti. Oppure, fanno sapere, di gradire Elisabetta Gualmini, eurodeputata dem. Idea, quest’ultima, che il senatore centrista Pier Ferdinando Casini, finalmente negativo ai controlli Covid, aveva già lanciato in tempi ‘non sospetti’ nell’autunno scorso.
E che oggi rilancia, pungolando i dem per valutare anche altri nomi: la preside del Malpighi Elena Ugolini e l’imprenditrice Valentina Marchesini. Senatore, lei aveva deciso di smarcarsi dal dibattito delle Comunali, ma torna in auge l’idea di un nome femminile nel centrosinistra…
«Torno a parlarne proprio perché il tema delle donne candidate lo avevo sollevato per primo. Ed è necessario che venga declinato senza strumentalizzazioni. Non ho mai creduto che in virtù della questione di genere una donna debba essere preferita a un uomo per una sorta di corsia preferenziale. Ci sono donne valide e altre, invece, che sulla questione femminile hanno costruito i propri successi, pur non avendo grandi qualità politiche. Ma non è questo il caso di Bologna: qui di donne che potrebbero fare il sindaco ce ne sono, eccome».

La dem Elisabetta Gualmini – gradita anche ai renziani – potrebbe tornare in campo?
«Già mesi fa dissi che una convergenza tra progressisti e moderati si sarebbe potuta trovare facilmente in città su una personalità come la Gualmini. Ha una dimensione internazionale ed è radicata nel mondo universitario. Penso che potrebbe essere una scelta vincente, perché in grado di catalizzare molti voti anche in un mondo tradizionalmente esterno al Pd. Ma attenzione: faccio questo ragionamento non per una questione di genere, ma per ragioni politiche. Poi, l’idea della Gualmini prima donna sindaco di Bologna non guasterebbe…».
La Gualmini, però, si è già sfilata due volte…
«Beh, se qualcuno invece di chiamarla la scoraggia è ovvio che una donna con un incarico importante rinunci ad impegnarsi. Ho abbastanza esperienza in politica, non sono Alice nel Paese delle Meraviglie: la Gualmini non cerca un posto di lavoro e, quindi, per mettersi in gioco devono essere gli altri a cercarla. E al Pd ricordo: Elisabetta non viene dalla luna, ma è stata eletta nelle liste dem».
Matteo Lepore e Alberto Aitini dovrebbero fare un passo indietro, quindi?
«Non credo che persone intelligenti come loro vogliano far prevalere la loro questione personale sul futuro della città».
Pensa che il Pd bolognese sarebbe disponibile a cambiare schema?
«Di certo, le ultime mosse del partito credo abbiano lasciato perplessa la città: sono tornati i soliti giochi di corrente, col solito muro contro muro. Credo che oggi si debba puntare su un sindaco autonomo che non abbia per forza il placet dei soliti poteri…».
La Gualmini è il nome giusto?
«Il Pd dovrebbe rendersi conto che il mondo è cambiato e che seguire i consueti riti tradizionali può portare a perdere le elezioni. Scegliere l’eurodeputata andrebbe incontro alle esigenze di un Pd che rilancia la questione femminile…».
Altre donne potrebbero giocarsela?
«Non sta a me avanzare nomi, donne brave a Bologna ce ne sono tante, penso anche al rettorato dove ci sono candidate che stimo moltissimo. Ma Elena Ugolini, preside del liceo Malpighi, potrebbe essere una figura validissima. È una delle maggiori esperte di scuola, è indipendente e fuori dai partiti. Poi c’è Valentina Marchesini dell’omonimo Gruppo del packaging, che dimostra come anche nelle famiglie che hanno fatto la storia industriale, le donne rappresentano il futuro aziendale».
I renziani avanzano una candidatura targata Iv in città. Fattibile?
«Sono amico di Renzi, ma è piuttosto difficile che il Pd a Bologna possa pensare a una candidatura di Italia Viva a sindaco. Rimarrei nell’ambito delle cose possibili».
Sull’altro fronte, si sta muovendo Bologna Civica sempre più vicina alla Lega. Deluso?
«Con Giancarlo Tonelli e Gian Luca Galletti ci lega l’amicizia e l’affetto di una vita. Tonelli da anni è impegnato professionalmente in una associazione e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Gian Luca da tre anni è tornato all’impegno professionale. Oggi le scelte che vorranno fare sono loro e soltanto loro. Le rispetterò, ma in nessun modo mi coinvolgono».
Se dovesse dare un consiglio al Pd che cosa gli direbbe?
«Di scegliere una donna. Anche perché potrebbe contribuire a ristabilire un dialogo con Bologna Civica».

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postato il 21 Marzo 2021 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Sono raccomandato da Papa Wojtyla

La mia intervista su Libero a cura di Alessia Ardesi

È sopravvissuto a cinquant’anni di politica, e ora pure al Covid. Ha iniziato sui banchi di scuola, come rappresentante degli studenti moderati al liceo classico di Bologna («Eravamo quattro contro quattrocento»). Fanfani gli ha affidato i giovani della Dc. È entrato in Parlamento nel 1983, a 27 anni; è ancora lì. Quattro figli da due matrimoni, Maria Carolina, Benedetta, Caterina e Francesco. Ora è single.

Senatore Pier Ferdinando Casini, come sta?

«Sto bene, benissimo. Mi sono completamente ripreso dal virus, sono tornato anche a fare i miei dieci chilometri di passeggiata quotidiana a Villa Borghese per tenermi in forma. Certo, evito i contatti in attesa di recuperare la negatività».

Ma si può uscire?

«Dopo ventun giorni dalla comparsa dei sintomi, sì».

In che modo l’ha preso?

«Credo dai miei figli, che presumo si siano contagiati a scuola. Loro non lo sapevano: hanno avuto solo per un paio di giorni i sintomi tipici dell’influenza».

Lei non è più un ragazzo.

«Infatti è stato più complesso. Ho avuto febbre, tosse forte, un grande senso di spossatezza. E proprio la tosse il segnale che deve allarmare. Per questo sono stato portato in ospedale».

Ha temuto di morire?

«No, mai. Non ero nelle condizioni fisiche per aver paura di non farcela. E poi mi sono sempre sentito sotto controllo, monitorato. Il Covid oggi non è più una malattia misteriosa. I medici sanno come affrontarlo».

Che tipo di cure le hanno fatto?

«Non appena mi hanno ricoverato mi hanno sottoposto a una tac, e si è visto che avevo la polmonite. L’eparina, unita all’antivirale, ha evitato che la crisi ai polmoni si acutizzasse».

È un democristiano di lungo corso. Ma crede davvero?

«Sono un credente, e sono un peccatore, come immagino la maggior parte degli uomini e delle donne».

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postato il 16 Marzo 2021 da redazione | in "Spunti di riflessione"

CARO LETTA, SOLO UN CONSIGLIO: PIÙ EUROPEISMO, MENO RISENTIMENTI

L’intervista a cura di Umberto de Giovannangeli pubblicata su Il Riformista 

PIERFERDINANDO CASINI

Se mi sento di dare un consiglio a Enrico Letta? Metta da parte ogni risentimento, e lo faccia davvero”.
A dirlo è un politico di lungo corso: Pier Ferdinando Casini, già presidente della Camera dei deputati e della Commissione esteri del Senato. Con 37 anni consecutivi da deputato e senatore, è il politico con alle spalle la più lunga esperienza tra quelli presenti nei due rami del Parlamento. E in 37 anni ne ha viste tante.

Con una elezione plebiscitaria, Enrico Letta è il nuovo segretario del Partito democratico. Presidente Casini che valutazione politica dà di questa scelta?
È una scelta, dal punto di vista del Pd, pienamente comprensibile. Perché Letta era l’unica personalità di prestigio che potesse essere spesa in un momento così delicato per il partito. Diciamocela tutta: se penso ai maggiorenti del Pd, Letta ha tolto le castagne dal fuoco a molti di loro. Perché certamente ha rimesso al centro del villaggio, come si suol dire, il tema dell’esistenza del Pd e il suo rapporto col Governo. E questo non è poco.
Vorrei restare proprio sul rapporto tra i dem e il governo Draghi. Su questo sulle pagine de II Riformista si è aperto un dibattito molto interessante e acceso. C’è chi sostiene che una parte del gruppo dirigente del Pd abbia vissuto la nascita del governo Draghi, per dirla con le parole di Paolo Mieli, come una sorta di colpo di Stato parlamentare.
In politica le parole sono importanti ma i fatti ancora di più. Quando il Partito democratico, almeno in due o tre circostanze, con i suoi principali esponenti, ha detto e ripetuto o Conte o elezioni, e mai con la Lega, poi era difficile far passare nell’opinione pubblica l’idea che il governo Draghi fosse un fiore all’occhiello del Pd. Oggi, con Letta, per via dei suoi rapporti tradizionali con Draghi e della sua personalità, il rapporto tra il Partito democratico e il governo Draghi viene facilitato. E lui certamente ha la credibilità per poter dire: questa per noi è la scelta migliore.
Sullo spessore del nuovo segretario dem il giudizio è pressoché unanime. Altra cosa però è l’uria nullismo. Insomma, 860 sì su 866 partecipanti al voto nell’assemblea nazionale. Non è l’avvisaglia di un unanimismo di facciata?
È ovvio che in un momento in cui nasce una leadership nuova, soprattutto quando la scelta è scontata nessuno vuole tirarsi fuori. Ma qui il discorso è un po’ diverso.. Il problema è la politica del Pd. Perché per i primi giorni, per i giornali, per la cronaca, per i salotti mediatici, per l’opinione pubblica, il problema può essere il segretario. Ma quando i riflettori si spengono e il segretario è insediato stabilmente, sul campo rimane il problema della politica. E delle scelte concrete. In fondo anche Salvini, che è un leader carismatico, alla fine si è dovuto piegare alle ragioni della politica con il governo Draghi. Il Pd, alle prossime amministrative dovrà, ad esempio, decidere se corteggiare le Sardine e i movimenti collaterali ai centri sociali, o se essere un partito riformista a tutto tondo che davanti a scelte importanti non fa sconti a nessuno. Dunque il tema è quello delle scelte che solitamente sono dolorose.
Una tra tutte?
In questi mesi l’Italia è andata avanti con i sussidi. Che sono stati anche assolutamente inevitabili, perché si trattava di costruire degli ammortizzatori sociali per le fasce più deboli. Però sappiamo tutti che questi provvedimenti hanno un inizio e una fine. Dopo un certo momento, si sconfina dell’assistenzialismo puro che non serve e che soprattutto non rilancia una economia in crisi di competitività come quella italiana. Oltretutto, stiamo scaricando sui nostri figli un debito ingente che ipoteca e pregiudica il futuro delle giovani generazioni. Questo sarà un passaggio fonda mentale per il Governo, per la coalizione e per il Pd.
Ma qual è il terreno su cui il Pd può giocare più facilmente?
La caratteristica su cui il Pd può vantare un titolo di riconoscibilità è il tema dell’Europa. Questo è il miglior biglietto da visita del Partito democratico. Dobbiamo riscoprire l’idea di un “sovranismo europeo” che sostituisca l’idea, in questi mesi molto in voga, della rivincita delle nazionalità. In un mondo così complesso, con le questioni geopolitiche aperte nel Mediterraneo e nel Nord Europa, o l’Europa riesce a parlare con una voce sola o è destinata alla più completa irrilevanza. In questo senso anche i 5Stelle sono chiamati a scelte decisive per il loro futuro.
In che senso?
O i 5Stelle ammainano le loro bandiere e fanno i conti con la realtà, oppure per il Pd diventa arduo continuare a seguirli senza assumere una posizione più assertiva. In poche parole: il Pd oggi non ha più l’obbligo della mediazione che determina un logoramento continuo ed anzi è chiamato a favore con posizioni nette la possibile evoluzione del Movimento 5 Stelle.
Letta ha rilanciato l’europeismo come carattere identitario del Pd. Ma questo come può e deve interagire con una nuova partnership euroatlantica con gli Stati Uniti di Joe Biden?
Da questo punto di vista le cose sono destinate a migliorare per noi e per l’Europa. Con Biden è possibile recuperare una visione atlantica comune, basata sul multilateralismo che in questi anni è stato profondamente messo in crisi da Trump. Tornano di attualità le coordinate tradizionali della politica estera italiana: europeismo, scelta atlantica, multilateralismo. Ricette fondamentali per affrontare un mondo sempre più complesso e le sfide aperte che in particolare provengono dalla Cina. Abbiamo constatato negli ultimi anni quanto sia necessaria la presenza americana.
Lo vediamo nel Mediterraneo dove la presenza turca e russa, con modalità non sempre ortodosse, è possibile solo grazie all’assenza degli Stati Uniti.
Presidente Casini, alla luce della sua lunga esperienza politica e parlamentare, che consiglio personale si sente di dare al neo segretario Pd?
Io non voglio dar consigli a Letta perché da cinquant’anni in su consigli li dà la vita e non li danno gli altri. Ho visto che ha riposto nel bagagliaio i risentimenti. E questo è molto importante per lui. Bisogna che lo faccia sul serio e non per finta.

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postato il 21 Febbraio 2021 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Anche mio figlio positivo, siamo un team Covid

L’interista al Corriere della Sera

Pierferdinando Casini è ritornato a casa ieri dopo nove giorni di ricovero per Covid all’ospedale Spallanzani. L’ex presidente della Camera è ancora positivo ma si dice «risollevato» mentre rimette piede nella sua abitazione.

Presidente Casini, innanzitutto come sta?
«Sono molto stanco. Ho appena fatto una doccia, ho disfatto la valigia. L’isolamento domiciliare è comunque meglio. Mi faccia dire una cosa».

Prego.
«Desidero ringraziare chi si è preso cura di me, i fantastici operatori sanitari e anche i tanti che si sono preoccupati e mi hanno mandato messaggi di affetto».

Ha ricevuto tante telefonate?
«Sì, ma ho cercato di ridurle al minimo per non affaticarmi. Nel frattempo anche mio figlio è diventato positivo. Ormai in famiglia siamo un team Covid. Dopodiché se le cose vanno bene bisogna solo ringraziare il Signore».

Come ha trascorso i giorni?
«Leggevo, guardavo la televisione. Ho seguito tutto il dibattito parlamentare, anche l’ultimo degli interventi. Devo ammettere di non essere stato così attento. E poi dovreste saperlo, sono un fanatico del calcio. Dalle sette di sera in poi solo partite. Ormai ad ogni ora c’è un match. Che meraviglia!».

A proposito del voto di fiducia. Qual è il suo giudizio sull’intervento di Draghi in Parlamento?
«È stato ineccepibile ed essenziale. Mi sembra che si sia innamorato della sua essenzialità. È un fuoriclasse. Il grande rammarico resta di non essere stato presente».

Un’ultima domanda: ha sentito sua madre?
«Certo, è la prima cosa che ho fatto. È straordinaria. Ieri ha fatto il vaccino e mi ha subito detto: “Ora che siamo entrambi immuni possiamo andare in Argentina a trovare tua figlia…”».

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postato il 21 Febbraio 2021 da redazione | in "Spunti di riflessione"

«Il gruppo con gli ex M5S? Non esiste. Con Draghi accolto l’appello del Colle»

L’intervista pubblicata su Il Messaggero

«Tutto sommato, a parte il comprensibile psicodramma complessivo dei cinquestelle, questa è stata una settimana in cui la politica ha dato una bella immagine di sé». Per la prima volta dopo tanti anni, Pier Ferdinando Casini non ha vissuto da protagonista la nascita di un nuovo governo. Negli ultimi 8 giorni infatti, Casini è rimasto ricoverato allo Spallanzani dopo aver contratto la Covid-19. Ora che è tornato a casa e fortunatamente sta bene, «sono solo un po’ affaticato» ammette, non si sottrae ad una prima impressione su Draghi e soprattutto smentisce i retroscena circolati nei giorni scorsi che hanno fatto notare come il suo appoggio sarebbe praticamente l’unica strada che consentirebbe ai 5stelle espulsi dai gruppi parlamentari di formarne uno nuovo. «È una questione che non esiste» dice però, liquidando la pratica.

Onorevole Casini, come sta innanzitutto?
«Dopo 8 giorni sono uscito, sono contento. Quando si entra in questo tunnel, la cosa migliore è uscirne presto. Mi sento ancora un po’ stanco, ma pare normale per questo tipo di decorso».
Il Coronavirus non le ha permesso di essere in Aula per votare la fiducia al governo Draghi, peraltro la presidente del Senato Casellati le ha anche augurato una pronta guarigione prima del voto.
Ma ha sentito qualcuno del nuovo esecutivo?
«Certo, ho sentito molti ministri. Mi hanno telefonato per farmi gli auguri, alcuni sono amici come Franceschini, con altri ho condiviso il lavoro parlamentare. Con Brunetta ad esempio abbiamo fatto assieme la commissione di inchiesta sulle banche».
A differenza di altre volte ha visto dall’esterno la nascita del nuovo governo. Che settimana è stata?
«Tutto sommato a parte il comprensibile psicodramma complessivo dei cinquestelle è stata una settimana in cui la politica ha dato una bella immagine di sé. Anche il dibattito parlamentare tra tutti i partiti, compresi coloro che hanno votato contro come Fratelli d’Italia, è stato sempre costruttivo. Mi pare che l’appello del Capo dello Stato abbia funzionato. Ora si vedranno i fatti, ma se il buongiorno si vede dal mattino, direi che abbiamo iniziato bene».
E il premier Draghi? Come l’ha visto?
«Draghi l’ho visto Draghi. È un uomo essenziale che non ha delle ritualità particolari, che riduce al minimo la comunicazione. E già questo è un indizio importante, anche non comunicare è una scelta. Non l’ho visto impacciato. Uno che è stato presidente della Bce o che ha guidato Bankitalia non è che si impressiona per presentarsi in Parlamento. Credo abbia detto una piccola bugia quando ha detto di essere emozionato, probabilmente ha voluto fare una concessione di cortesia alla platea. L’ho visto come un uomo solido che sa il fatto suo».
Onorevole c’è chi ha ipotizzato un suo sostegno ai ribelli 5s per consentirgli di formare un nuovo gruppo parlamentare.
«È una questione che non esiste, puramente regolamentare. Sono distante anni luce dal tema né intendo avvicinarmene. Rispetto il loro travaglio, ma non è un mio problema».
Perché? 
«Questi ribelli 5s sono gli stessi che volevano mettere sotto accusa Draghi quando io ero alla Commissione banche. Che ora siano a disagio a votarlo li capisco, ma non mi riguarda. Tra i cinquestelle hanno fatto bene Grillo e Di Maio, che hanno dato una prova di realismo brutale. Il M5s non può riprendere la strada del partito rivoluzionario come se nulla fosse successo negli ultimi 5 anni. Hanno governato con Salvini, il PD e appoggiano Draghi. Lei capisce che i propositi rivoluzionari con questa esperienza sono un pochino ridicoli».

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postato il 19 Gennaio 2021 da redazione | in "Interventi, Politica"

Governo: Voto la fiducia, ma Conte recuperi cammino comune con Italia Viva

Signor Presidente del Consiglio,
senatori e senatrici colleghi, anzitutto vorrei, nell’annunciare il mio voto favorevole al Governo, esprimere il rispetto per lei, signor Presidente, per i Ministri e per tutti i componenti dell’Esecutivo per gli sforzi, che io definisco onesti e leali, che avete messo in campo nell’affrontare la pandemia. Credo che abbiate fatto un buon lavoro, soprattutto nella prima fase, e credo comunque che le sue parole siano state parole di verità, ammettendo che alcune cose probabilmente potevano essere fatte in modo diverso e migliore, ma questo è stato ciò che avete potuto fare. Credo che nessuno, come hanno dimostrato gli altri governi nel mondo, possa avere il pregio dell’infallibilità davanti a una vicenda drammatica come questa.

Signor Presidente, dopo queste parole e dopo l’annuncio del mio voto di fiducia, queste rimarranno per lei le considerazioni più gradevoli del mio intervento, perché sono molto preoccupato e ho il dovere di esprimere la mia preoccupazione in questa sede del Senato della Repubblica. Sono preoccupato, perché non condivido in alcun modo il trionfalismo di chi si accontenta del pallottoliere e dimentica le ragioni della politica. Questa crisi è stata aperta da Italia Viva: riportiamo le cose nella giusta dimensione. Non mi piace sentir parlare di alcuni esponenti di Italia Viva; per me Italia Viva ha un segretario ed è un partito. [Continua a leggere]

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postato il 18 Dicembre 2020 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Ciampi: «Il nostro grazie a Franca»

La mia lettera al Corriere della Sera

C’è una nonna che domani compie 100 anni. È una Donna speciale perché per 7 anni è stata la prima della Repubblica accanto a un grande Presidente come Carlo Azeglio Ciampi che ci ha, più di ogni altro, fatto sentire il senso di appartenenza alla comunità nazionale coltivando quel sentimento di patriottismo costituzionale che a pieno titolo gli è appartenuto.

Questa nonna, Franca, che vorrei semplicemente omaggiare oggi come la nonna di tutti gli italiani, merita un nostro grazie.

L’ho conosciuta bene nei 5 anni in cui ho avuto il privilegio di collaborare da presidente della Camera con l’allora presidente della Repubblica. L’ho conosciuta nei suoi tratti umani, nella sua innata simpatia tipicamente bolognese e anche nelle sue spontanee esternazioni, incurante dei rigidi vincoli del protocollo.

Ma ciò che non potrò mai dimenticare è il portato di umanità e di senso materno con cui in una terribile nottata del novembre 2003 l’ho vista partecipe di un dolore indicibile per le 19 famiglie dei nostri caduti di Nassiriya.

Tanti italiani ricorderanno la sfilata silenziosa, sotto una pioggia fitta e insistente, di quei feretri coperti dal tricolore dall’aeroporto di Ciampino al Vittoriano.

Ma ben pochi possono essere testimoni come me della capacità di questa Donna di trovare le parole giuste per far sentire alle famiglie dei nostri eroi che lo Stato non era qualcosa di diverso da loro ma con essi si identificava, con essi soffriva l’amaro destino.

Oggi dico grazie a Franca Pilla, vedova Ciampi, e tramite lei credo che tutti noi dovremmo rivolgere un grato ringraziamento alle migliaia di nonni che in questi mesi stanno soffrendo il distacco anche fisico dalle loro famiglie, sperimentando la crudeltà di una solitudine in un momento particolare della loro vita.

Noi, senza di loro, non saremmo nulla. Se siamo ciò che siamo è perché abbiamo avuto la fortuna di essere i loro figli, i loro nipoti, di ereditare da loro i valori profondi e le radici immutabili che sono al centro della nostra comunità nazionale e, ancora prima, delle nostre vite.

A tutti i nonni italiani noi diciamo solo e semplicemente ciò che dico dalle colonne del Corriere a Donna Franca: grazie, vi vogliamo bene!

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postato il 4 Novembre 2020 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Qatar: Riforma elezione Shura importante passo verso partecipazione

La data delle prime elezioni del Parlamento del Qatar, il Consiglio consultivo della Shura, ad ottobre 2021 e’ stata annunciata dall’Emiro dello Stato del Qatar, Sceicco Tamim bin Hamad Al-Thani, durante il discorso inaugurale di apertura della 49ma sessione ordinaria annuale del Consiglio consultivo della Shura il 3 novembre. Il Consiglio della Shura e’ costituito da 45 membri, ad oggi tutti nominati dal Capo di Stato. Il prossimo anno è prevista l’elezione parziale di due terzi dell’assemblea, 30 membri.

 

Si tratta di un importante sviluppo e di un passo in avanti nella direzione di una maggior rappresentatività del Consiglio e della necessaria partecipazione dei cittadini nel processo legislativo, come previsto dalla Costituzione.
L’annuncio riflette l’impegno di riforma del procedimento legislativo che avevo avuto modo di apprezzare in occasione della mia visita in Qatar ad aprile 2019 per i dei lavori della 140ma Assemblea dell’Unione Interparlamentare ospitata a Doha, durante la quale si è discusso del ruolo dei Parlamenti quali strumenti del rafforzamento dell’educazione per la pace, la sicurezza e lo Stato di diritto.

 

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postato il 17 Giugno 2020 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Ue: io credo al sovranismo europeo

Il mio intervento nella discussione sull’informativa del Presidente del Consiglio dei ministri in vista della videoconferenza dei membri del Consiglio europeo prevista per il 19 giugno 2020.

Voto Parlamento sacrosanto ma al termine del negoziato. E’ frutto di gabbie ideologiche inaccettabili vincolarci a non accettare i fondi del Mes. E’ inevitabile che l’Italia lo faccia, sono fondi che serviranno all’ammodernamento del sistema sanitario

Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, lei ha enucleato questa mattina, davanti al Parlamento, alla Camera e poi al Senato, un quadro descrittivo di un processo negoziale che è ancora in corso.
Colleghi, il primo punto è di metodo, ma voi sapete che il metodo spesso è sostanza. Io credo che la centralità del Parlamento si nutra di metodo. Nei giorni scorsi l’opposizione ha chiesto un voto parlamentare, che io ritengo sacrosanto, ma è giusto che il voto parlamentare arrivi al termine del processo negoziale. Al termine del processo negoziale noi dovremo, in Parlamento, assumere la decisione di quali strumenti intendiamo usufruire. È chiaro, infatti, che in questo momento, mentre la trattativa è in corso, noi, anche per un problema negoziale, non possiamo impiccarci oggi nel prendere impegni che il Paese deve necessariamente assumere dopo. È un problema di logica.
Pertanto francamente non capisco, se non in termini di astratta disputa politica (che, per carità, è sempre comprensibile), una sorta di conflittualità oggi nelle Camere su questo punto.
Il Presidente del Consiglio è stato chiaro e ha detto che il negoziato in corso probabilmente cercherà, anche a nome dell’Italia, di strappare qualcosa nel processo negoziale in corso e poi decideremo quali strumenti adottare. Personalmente – lo dico ai colleghi del MoVimento 5 Stelle – ritengo che sia frutto di gabbie ideologiche inaccettabili, ad esempio, vincolarci a non utilizzare i fondi del MES. Ritengo che sia inevitabile che l’Italia lo faccia; questi fondi serviranno all’ammodernamento del nostro sistema sanitario. Per cui credo che sia inevitabile che l’Italia vada su questo piano, ma lo decideremo quando avremo presente la gamma di strumenti su cui fare le scelte politiche che il Parlamento deve fare.
Questa crisi è costata all’Europa migliaia di vite umane e poteva portare a due effetti: o la morte dell’Europa, o la sua rinascita. Davanti a tutti i sovranismi che abbiamo visto declinare in questi mesi e in questi anni, ho sempre ritenuto che l’unico sovranismo a cui attingere realmente fosse il sovranismo europeo. Credo al sovranismo europeo, perché penso che procedere in ordine sparso non sia possibile neanche alla Germania, che di tutti i Paesi europei è inevitabilmente quello più forte e più strutturato. Diciamo la verità: la Germania è stato il Paese che anche in questa situazione ha dato una prova largamente migliore, considerando il numero contenuto di morti e visto come hanno reagito il sistema sanitario e le strutture economiche. Eppure, nemmeno loro possono andare avanti da soli.
Il sovranismo, a cui una parte almeno di questo Parlamento si sente legato, è quello europeo. Davanti a questa situazione drammatica credo che l’Europa ci sia, ci sia stata ed esista. Scappatoie di altro tipo non sono possibili. Voglio esprimere quindi apprezzamento per la proposta franco-tedesca ed anche, in particolare, per l’atteggiamento della signora Merkel, che di questa Europa inevitabilmente è il leader. Tante volte l’abbiamo criticata, ma – diciamo la verità – davanti alla pronuncia della Corte costituzionale tedesca la Merkel ha tenuto il punto ed è andata avanti: questo è un fatto molto importante.
Colleghi, possiamo sinceramente meravigliarci dei Paesi cosiddetti frugali? Possiamo legittimamente contestare l’impostazione dei Paesi frugali. [Continua a leggere]

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postato il 26 Marzo 2020 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Coronavirus: il mio intervento in Senato dopo l’informativa di Conte


Signor Presidente,

colleghi, credo che oggi non sia possibile cominciare alcun intervento senza rivolgere il nostro pensiero deferente a coloro che consentono a noi di essere qui e all’Italia di stare in piedi, nonostante tutto. Penso ai medici, agli infermieri, alle Forze dell’ordine, alla Polizia penitenziaria, ai coltivatori diretti, ai cassieri dei supermercati e a tutti coloro che, con individuali gesti quotidiani di eroismo, consentono all’Italia di stare in piedi.
Ricordiamo, colleghi, che queste persone non servono lo Stato perché hanno deciso di essere eroi: non volevano esserlo, ma volevano solo e semplicemente fare il loro dovere. Se oggi l’emergenza chiede loro atti di eroismo, dovremo tenerlo presente anche dopo, quando l’emergenza sarà finita e tanti discorsi potremo fare – ad esempio – sul Sistema sanitario pubblico, che per troppo tempo abbiamo dileggiato, ma che oggi, nonostante tutto, ci consente di avere fiducia.
Vorrei rivolgere un pensiero alle famiglie, a quelle che non possono piangere i loro cari e a una categoria del Paese che mi sta molto a cuore: i nonni e gli anziani, coloro che in questo momento sentono più degli altri la drammaticità di momenti che non avrebbero mai pensato di vivere.
Voglio poi simbolicamente inchinarmi, a nome del Gruppo per le autonomie e penso di tanti di voi – cito una città – alla città di Bergamo; voglio inchinarmi ai suoi abitanti, alla memoria di chi non ce l’ha fatta, a questa grande città che rappresenta un onore e un vanto per tutta la Nazione.
Colleghi, oggi siamo in guerra; nei tempi di guerra le diserzioni non sono ammissibili. Verrà il momento della pace – ci auguriamo – e a quel punto si faranno i bilanci, ciascuno farà le valutazioni, potremo fare gli esami di quello che è andato e di quello che non è funzionato.

Se mi consentite, però, vorrei elencare alcune tematiche. Parto dalla prima, che è quella che ci riguarda, perché in questi giorni credo che ha fatto male a tanti di noi sentire in trasmissioni televisive, molte volte, la strumentalizzazione costruita su fatti inesistenti che bisognava riaprire il Parlamento. Il Parlamento c’è, è aperto, non si è mai chiuso e guai a quel Paese in cui il Parlamento ha paura di fare il suo dovere quando in prima fila ci sono tante categorie. Noi siamo qui semplicemente come gli altri, con le mascherine; le Commissioni funzionano come hanno fatto in questa settimana tramite Skype o anche direttamente. Tutto questo fa parte del lavoro che svolgono gli italiani.
Io ricordo un Presidente della Repubblica, anni fa, il presidente Cossiga, a volte ritenuto eccentrico, che aveva elaborato e voleva elaborare con più profondità un protocollo sul funzionamento del Parlamento e delle istituzioni in periodi di crisi drammatica come quella attuale. Abbiamo sottovalutato che ciò potesse mai capitare e invece oggi siamo qui. Il funzionamento del Parlamento e delle istituzioni nei momenti di crisi è una questione che si andrà a porre seriamente per il futuro.

Un altro tema concerne l’applicazione della tecnologia, il rapporto tra democrazia, diritto di privacy e limitazione della libertà in momenti come questi. Anche questa è una frontiera delle questioni che il legislatore dovrà affrontare. Il rapporto – come accennavo prima – tra sanità pubblica e sanità privata: consentitemi di dire che tanti modelli sono franati e sono franati proprio perché si è voluta privilegiare l’idea che il tema della sanità privata potesse essere la soluzione. Non è così e lo vediamo con chiarezza. Cito il rapporto tra lo Stato, le Regioni e i Comuni per evitare conflittualità istituzionali – colleghi – la moltiplicazione di ordinanze e di indicazioni date al cittadino che non capisce assolutamente più nulla. Qualcuno ha irriso il referendum costituzionale, la riforma che si fece nella scorsa legislatura sul tema del riordino tra Stato e Regioni. Era assolutamente necessaria e tali fatti lo dimostrano.
Ha ragione il Presidente del Consiglio: nessuno può strumentalizzare le mascherine, i medici, eccetera, per criticare – diciamo così – il sovvertimento di diritti geopolitici e di alleanze tradizionali. Presidente, mi consenta: abbiamo parlato con il ministro Di Maio anche altre volte in merito al tema dello sconvolgimento geopolitico che non esiste per gli infermieri cubani che arrivano o per le mascherine. Esiste perché tale questione è sul terreno drammaticamente da tempo, come vediamo nel Mediterraneo. Dopodiché ringrazio tutti gli aiuti che riceviamo.
Io ho apprezzato il lavoro silenzioso che il ministro Di Maio ha fatto in questi giorni, anche facendo rientrare migliaia di connazionali. La Farnesina ha fatto un lavoro straordinario da questo punto di vista.
Bene, il tema delle alleanze geopolitiche c’è ed esiste; il concetto di Occidente è minato per scelte politiche che sono state fatte anche oltre Atlantico, su cui bisogna riflettere con molta serietà. La protezione delle aziende italiane (il golden power) è certo fondamentale; non possiamo essere espropriati e non possiamo accettare che qualcuno approfitti di una condizione di crisi oggettiva per scippare quelli che sono i patrimoni italiani.
L’Europa è al momento della verità. Si è parlato di eurobond e di altre forme. Io penso che ieri Draghi abbia detto una cosa molto importante; bisogna essere grati a una personalità come Draghi, che ci ha ricordato che durante le guerre i debiti salgono e pertanto ha dato chiaramente un indirizzo specifico alla politica europea e alla politica finanziaria.
Colleghi, nessuno può scagliare la prima pietra. Ci sono errori del Governo? Probabilmente ci sono, ci saranno e hanno un impatto più visibile degli errori degli altri, perché gli errori degli altri non hanno la controprova. Ma ci sono anche gli errori degli altri, diciamo la verità (visto che stiamo parlando agli italiani). Chi diceva “apriamo tutto” poi ha detto “chiudiamo tutto”, nello spazio di poche ore. Perché? Non per responsabilità delle singole persone o perché gli esponenti politici sbagliano più degli altri, ma perché la realtà è stata veloce e imprevedibile. Certo, girano in rete i filmati in cui il Presidente del Consiglio diceva, il 27 gennaio, che noi siamo arrivati prima degli altri; però l’immaginazione nostra il 27 gennaio non era in condizione di capire quello che sarebbe arrivato subito dopo. Vogliamo avere un atto di lealtà verso l’Italia? Non l’opposizione verso la maggioranza o la maggioranza verso l’opposizione, ma verso l’Italia. Dobbiamo prendere atto che la crisi è stata più grande di noi e della nostra capacità di previsione.

Oggi però dobbiamo andare avanti assieme; studiamo la formula. Io credo che ci voglia disponibilità, come ha detto anche il Presidente del Consiglio. Nei miei lunghi anni di esperienza, io sono stato in maggioranza e all’opposizione: a volte la maggioranza chiede disponibilità solo a parole, perché per essere disponibili realmente bisogna condividere delle ricette. Bene, allora cerchiamo di studiare la formula, anche utilizzando la Conferenza dei Capigruppo. Potremmo istituire una Commissione speciale che abbia una durata di due o tre mesi, in cui ci sia la possibilità di discutere nel Parlamento e non fuori dal Parlamento, sennò accettiamo noi stessi una delegittimazione della politica che inevitabilmente ci sarà, perché il nostro è un Paese in cui è facile che il consenso si trasformi in biasimo. Dobbiamo pensare oggi a quello che accadrà domani, quando migliaia di persone perderanno il posto di lavoro; e allora cerchiamo di costruire degli strumenti nel Parlamento. Penso ad esempio che una Commissione speciale con una durata di tre mesi, che può essere rinnovata, possa essere la sede in cui maggioranza e opposizione possano lavorare assieme.
Io istituirei, con esperti di ogni provenienza, una task force per la ripresa, perché il punto è che oggi noi non siamo in grado di sapere i danni che ci saranno. Si parla di cassa integrazione per chi chiude, perché tante attività devono chiudere. Ma non è che le attività che restano aperte non subiscano in gran parte, salvo alcuni settori specifici…
Io credo che noi dobbiamo istituire una task force che possa studiare subito una rivoluzione di provvedimenti per il futuro.
Il problema che noi oggi abbiamo, come classe politica, non è solo quello di combattere la guerra, ma è di cominciare a capire come combatteremo la seconda parte della guerra. Credo che tutti assieme, in nome dell’Italia, noi abbiamo una grandissima responsabilità

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postato il 27 Febbraio 2020 da redazione | in "Politica, Salute, Sanità, Spunti di riflessione"

Coronavirus: Italia non è ventilatore del virus come Cina

Il mio intervento in Senato dopo l’informativa del Ministro Speranza

Signor Presidente,
cari colleghi, a nome del Gruppo per le Autonomie vorrei esprimere anch’io alcune considerazioni, partendo da un presupposto (come mi sembra abbiano fatto nei loro diversi interventi anche i colleghi Collina, Faraone e gli altri): il ministro Speranza, che è una persona seria e perbene, ha tutta la nostra solidarietà e con lui tutto il Governo; tanto per eliminare un problema di equivoci, la stessa solidarietà ce l’hanno i Presidenti delle Regioni che sono in prima fila, a partire dal presidente Fontana, al quale è stata rimproverata la diretta Facebook; vorrei guardare però le cose anche dall’altra parte e dire cosa sarebbe capitato se non l’avesse fatta e le sue immagini fossero state rubate da qualcuno: probabilmente ci sarebbe stata la stessa speculazione rovesciata e a lui sarebbe spettato l’onere di spiegare di quello che era successo. Questo per dire come in questo momento sia estremamente difficile anche per la politica capire realmente cosa bisogna fare.
Vorrei dire una cosa, però, perché l’unità non è retorica: se siamo qua per esprimere solo genericamente unità, facciamo un esercizio retorico. Non serve oggi un esercizio retorico, ma una prova di verità singolarmente data da ciascuno di noi. [Continua a leggere]

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postato il 12 Febbraio 2020 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Caso Gregoretti: “Salvini da avversare nel Paese, no a scorciatoie giudiziarie”

E’ noto che il Parlamento, in questa fase, è chiamato a valutare solo se il comportamento del Sen. Salvini, in occasione dei fatti relativi al ritardato sbarco dei migranti dalla nave “Gregoretti”, sia stato “condizionato da ragioni politiche” che hanno un rilievo costituzionale, ai sensi dell’art. 9, comma 3, della legge costituzionale n. 1/1989.
E cioè se tale comportamento sia stato posto in essere per “la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo”.

Non mi pare che vi sia alcun dubbio che le azioni del Ministro Salvini siano coerenti e esecutive del programma del Governo di cui allora faceva parte, come nel caso dei suoi precedenti atti e comportamenti che questo Parlamento è stato chiamato a valutare.
Infatti, la maggioranza parlamentare dell’epoca ha fatto di tale politica “restrittiva” dei flussi migratori uno dei punti centrali del “contratto di governo” e della fiducia che il Parlamento ha accordato all’Esecutivo.

In caso contrario, il Ministro dell’Interno doveva essere sfiduciato dal Parlamento o, comunque, smentito da atti formali dello stesso o del Consiglio dei Ministri.
Il Senatore Salvini non ha sicuramente agito, in “solitudine” o in contrasto con le politiche del Governo dell’epoca di cui era, peraltro, uno dei principali protagonisti.
Possiamo, quindi, dire che c’era una ragione politica coerente con le esigenze di tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante o con il perseguimento di un preminente interesse pubblico, secondo l’orientamento, non condivisibile dal nostro punto di vista, del Governo di cui ha fatto parte.

Le politiche di gestione dei flussi migratori del precedente governo erano errate, perché miravano a dare una rappresentazione dell’interesse del paese distorta e dannosa.
Ed è questa una delle principali ragione per le quali il precedente governo si è dimesso e il Senatore Salvini non è più Ministro dell’Interno.
La chiusura al dialogo con l’Europa, l’idea semplicistica che gli atti simbolici di forza, come nel caso della Diciotti, di altri casi e di quello di cui ci stiamo occupando, avrebbe risolto come d’incanto i problemi della immigrazione clandestina è stata smentita dai fatti e dalla azione del nuovo governo.
Governare cavalcando le legittime paure degli italiani, su di un tema epocale e complesso come l’immigrazione e l’integrazione, regala la soddisfazione di un momento ma non risolve il problema.
Anzi lo aggrava, perché produce una cultura del sospetto, della intolleranza e dell’odio che trasforma in peggio la società e la sua classe dirigente e perché non serve neanche come deterrente o come rimedio efficace alla immigrazione clandestina.

Ma nella valutazione del caso della nave “Gregoretti” non deve contare la nostra opinione politica, perché mandare a giudizio un Ministro per il programma del Governo di cui fa parte e, quindi, per gli atti che ne sono la immediata e diretta conseguenza, significa scadere nell’arbitrio e nella faziosità.
La Costituzione ci chiede solo di valutare se gli atti del Senatore Salvini sono frutto della valutazione che il suo governo ha fatto dell’interesse generale del paese, non della nostra valutazione di tale interesse generale che è diametralmente opposta.

Questa è una distinzione fondamentale che fa la differenza tra lo Stato liberale e lo Stato etico tra l’equilibrio dei poteri e l’arbitrio.
Se indulgiamo oggi, nell’esercizio della nostra delicata e complessa funzione di garanzia, di indipendenza e di autonomia, alla logica di parte, secondo la quale puoi fare processare il tuo avversario politico, in assenza di fondate ragioni costituzionali, per un mero calcolo di convenienza, consumiamo l’ennesimo strappo con i valori fondanti della nostra democrazia parlamentare.
Salvini è stato sconfitto in Parlamento e le sue politiche vanno avversate nel paese ma senza assecondare le scorciatoie giudiziarie, apparentemente facili e comode.
La lotta politica che usa strumentalmente le legittime e autonome iniziative della magistratura ha il fiato corto, produce solo danni al paese e manifesta il suo fallimento perché rinuncia al ruolo di guida della società affidandosi ad altri poteri.

Per queste ragioni credo che il Senatore Salvini non debba essere processato anche se ho una opinione politica opposta alla sua ed una visione diversa della società e dei valori che la dovrebbero animare.

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