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postato il 11 Gennaio 2020 da redazione | in "Elezioni, Politica"

Emilia-Romagna: La scelta dei moderati? Non sarà per Salvini. E lasciate stare Guazza»

Il voto disgiunto? Anche da destra

L’intervista a cura di Francesco Rosano pubblicata sul Corriere della Sera edizione di Bologna

Senatore Pier Ferdinando Casini, dove finiranno i voti dei moderati alle Regionali? L’impressione, sentendo i protagonisti della svolta guazzalochiana del ‘99, è che sia una diaspora.

«Innanzitutto togliamo dal campo una disputa disgustosa, quella sull’interpretazione postuma del pensiero di Guazzaloca».

Chi l’ha avviata secondo lei? L’ex An Enzo Raisi?

«Chi l’ha avviata non mi interessa. Io credo di esser stato la persona più vicina a Giorgio, l’ho accompagnato negli ultimi anni, venivo a Bologna solo per incontrarlo. Non posso accettare lezioni, anche perché nessuno sa come avrebbe votato Guazzaloca. Probabilmente, conoscendo il suo sguardo critico, si sarebbe astenuto. Ma mi sembra poco serio porre certe questioni, come chiedersi cosa avrebbe fatto De Gasperi se fosse vivo».

Resta il fatto che Guazzaloca scese in campo la tradizione degli ex Pci.

«Oggi la condizione è totalmente diversa. Guazzaloca ha abbattuto un santuario comunista, oggi non esiste nulla del genere. Alle Europee la Lega ha avuto due punti più del Pd. Altro che regione rossa, al massimo è “rosina”. Lascerei perdere Guazzaloca, chi gli ha voluto bene ne deve rispettare la memoria senza strumentalizzarla. Detto questo una coalizione a guida Salvini non è moderata. Non lo dico io, lo dice anche una parte consistente di Forza Italia. Salvini ha deciso di non essere un moderato, rispettiamo la sua scelta ma è inutile sostenere il contrario».

E Bonaccini è l’uomo dei moderati? In fondo è l’ultima incarnazione della tradizione che dal Pci al Pd ha governato la Regione.

«L’annotazione è legittima, ma vorrei dire una cosa: Gentiloni, Renzi o Minniti sono lasciti preoccupanti del comunismo o persone che hanno governato in piena sintonia con gran parte del mondo moderato?».

Non ha citato Zingaretti.

«Io parlo di chi ha governato rappresentando gran parte del sentimento moderato. A tal punto da rompere con la tradizione comunista, come ha fatto Renzi».

Insomma, niente test del dna per scegliere da che parte stare.

«Non si può interpretare la politica di oggi con le lenti di venti anni fa, il mondo va da un’altra parte. Bonaccini è stato rispettoso del mondo delle categorie, non ho mai sentito rilievi contro di lui da industriali, commercianti o artigiani. Da moderati bisogna ragionare sui fatti, non per slogan. Rispetto Lucia Borgonzoni, ma ha un’idea diversa da quella che ho io. Credo che molte persone faranno voto disgiunto anche dal centrodestra, per quanto sia una possibilità poco nota: voteranno Bonaccini perché lo ritengono più capace, pur votando un partito di centrodestra. Il vento della destra soffia forte anche in Emilia-Romagna, ma qui c’è un argine. Ed è la stima di cui gode il governatore. Ecco perché questa campagna elettorale è “Bonaccini conto tutti”».

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postato il 10 Gennaio 2020 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Libia: noi tagliati fuori, ma non è solo colpa di Di Maio

Non ha senso confrontare i politici di oggi con Fanfani o Andreotti. Il contesto internazionale è cambiato

L’intervista a cura di Lorenzo Bianchi pubblicata su QN – Quotidiano Nazionale

Fayez al Sarraj, il capo del governo di accordo nazionale di Tripoli riconosciuto dall’Onu e appoggiato dalla Turchia e dal Qatar, mercoledì non ha voluto fermarsi a Roma. Oggi ha accettato il cessate il fuoco chiesto da Ankara e dalla Russia a partire da domenica.

«La giornata di mercoledì – annota Pier Ferdinando Casini, presidente dell’Interparlamentare italiana, l’organismo della Camera e del Senato che aderisce all’organizzazione mondiali dei Parlamenti – va divisa fra il folclore e la sostanza. La sostanza purtroppo l’hanno fatta a Istanbul Erdogan e Putin. Hanno riproposto lo schema siriano in Libia, senza però arrivare alle estreme conseguenze».
In che senso?
«Vogliono mettere il cappello sul Paese, a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste, con un accordo di spartizione delle sfere di interesse. Amministreranno a loro piacimento i rubinetti della questione energetica e di quella migratori».
Un disastro per l’Italia?
«È esplosivo quello che sta succedendo. Aggiungo, perché bisogna essere onesti e non strumentali, che non accade perché c’è di Maio agli Esteri o Conte a Palazzo Chigi. Entrambi sono in continuità con le difficoltà che abbiamo avuto negli ultimi tempi».
Viene però spontaneo pensare alle personalità politiche della prima Repubblica.
«Paragonare Andreotti a Di Maio o Fanfani a Conte è un esercizio che non voglio fare, diventa una cosa quasi ridicola! Il punto è che bisogna ricordare che il contesto internazionale è completamente diverso. Allora c’erano gli americani che invece oggi, per la questione energetica, si sono ritirati dal Mediterraneo, c’era Gheddafi che riconosceva all’Italia un certo patronage, c’era Ben Alì in Tunisia che era stato insediato da un colpo di stato di fatto teleguidato dagli italiani ossia dai nostri servizi, c’era una leadership algerina più solida e Mubarak, un nostro amico alla guida dell’Egitto».
Ora è tutto cambiato.
«E noi facciamo fatica».
Però mandiamo in giro migliaia di militari.
«Bisognerà spiegare all’opinione pubblica che combattono il terrorismo, che non fanno le crocerossine».
In altre parole possono usare i fucili e i bazooka.
«Certo non sono la Caritas o Sant’Egidio».
L’Italia però continua a escludere l’uso della forza.
«I nostri militari sono all’estero per difendere interessi e per contrastare il terrorismo, non per azioni di filantropia. E debbono farlo con le armi. In certi passaggi è inevitabile l’uso della forza». Torniamo al paragone con il passato.
«È chiaro che la conoscenza della realtà mondiale era del tutto diversa».
Sarraj mercoledì a Roma non si è neppure fermato. Che cosa è successo?
«Il faccia a faccia doveva restare segreto. La pubblicizzazione ha messo in essere una reazione dei tripolini e dei misuratini. Hanno specificato al leader del governo di accordo nazionale che, se fosse andato a Roma, poi non sarebbe più rientrato a Tripoli. Pochi giorni fa sono state uccise decine di reclute militari per mano di Haftar. È chiaro che una sfilata nella capitale italiana era inaccettabile per la maggioranza dei sostenitori di Sarraj. Sono cose evidenti. È stato un atto di imperizia, anche se è falso che il capo del Gna non sapeva che a Roma c’era anche Haftar».

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postato il 10 Gennaio 2020 da redazione | in "Spunti di riflessione"

LIBIA: ITALIA ED EUROPA FANNO SOLO FOLCLORE

Se invece si designasse un inviato dell’Ue, l’Italia potrebbe far valere personalità del calibro di Marco Minniti  

L’intervista a cura di Annalisa Chirico pubblicata su Il Foglio

Senatore Pier Ferdinando Casini, il premier Conte ha combinato un pasticcio diplomatico incontrando sotto i riflettori il generale Haftar mentre Sarraj dava forfait e il ministro degli Esteri Di Maio si sfilava dalla dichiarazione finale al Cairo?
“Per prima cosa dobbiamo distinguere tra chi fa folclore e chi sostanza. Gli incontri con i rappresentanti libici sono stati gestiti in modo sbagliato, l’Italia ha fatto folclore, esattamente come l’Europa, mentre a Istanbul Putin ed Erdogan hanno replicato lo schema siriano sullo scenario libico. Nessuno dei due litiganti ha interesse a far deflagrare il conflitto, così si spartiscono il territorio libico. L’Europa e l’Italia riusciranno forse a ritagliarsi un invito alla cerimonia, niente più”.

La ricerca del colpo mediatico ha spinto Conte sui binari sbagliati?
“Non è neppure ipotizzabile che Sarraj fosse all’oscuro dell’incontro programmato con Haftar. Questi appuntamenti vanno gestiti nell’assoluto riserbo: Haftar andava incontrato presso la caserma di Tor di Quinto, non a Palazzo Chigi. Lo strombazzamento ha irritato Sarraj e la coalizione che lo sostiene. Esiste un’opinione pubblica anche in Libia, e Haftar è l’uomo che, pochi giorni or sono, ha rivendicato l’attacco aereo sull’accademia militare di Tripoli, salvo poi smentire”.

 Di Maio continua a invocare il dialogo, non si sa bene con chi.
“Puoi imporre una mediazione se hai la forza per farlo. L’Italia insiste per una soluzione politica e non militare, una tesi angelica che di fronte a bombardamenti, razzi e morti si mostra di difficile praticabilità. Invece la richiesta di cessate il fuoco da parte di turchi e russi ha sortito un effetto immediato”.

Erdogan ha siglato con Sarraj un “memorandum” che sancisce la penetrazione turca in Libia.
“L’Europa è colpevolmente divisa: la Francia ha flirtato per mesi con il governo di Haftar mentre la comunità internazionale stava formalmente dalla parte opposta. In uno scacchiere internazionale in cui primeggiano Russia, Turchia, Cina, India e Indonesia, è velleitario ritenere che i singoli paesi europei possano avere capacità negoziale, per questo serve un vero sovranismo europeo”.

Con la leadership della cancelliera Merkel al tramonto, il presidente francese Macron avvierà fase nuova? Di sicuro, egli sembra intenzionato a riavvicinarsi alla Russia, mettendo anche in discussione le sanzioni.
“Macron ha dalla sua il peso di una nazione dotata dell’arma atomica e di un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Quello delle sanzioni invece è un terreno minato che richiederebbe una iniziativa europea, non fughe in avanti di singoli paesi”.

L’Occidente e la Russia hanno un nemico comune: il terrorismo islamico.
“L’opinione pubblica italiana non ha consapevolezza della fase che attraversiamo. I Balcani sono infiltrati di foreign fighter, e la politica transalpina di tenere Albania e Macedonia lontano da un approdo europeo rischia di consegnare l’intera area all’influenza di turchi ed emiratini. E’ desolante vedere che i nostri militari all’estero vengano descritti alla stregua di crocerossini o attivisti di Ong”.

Ce l’ha con la retorica antimilitarista?
“Dovremmo essere orgogliosi dell’impegno italiano nel mondo. Di fronte alla minaccia terroristica, abbiamo il dovere di raccontare la verità, anche quella relativa ai rischi connessi alle missioni estere”.

Un inviato speciale in Libia agevolerebbe una soluzione diplomatica?
“Un inviato italiano sarebbe ridicolo: Conte non è in grado di incidere, Di Maio neanche, figurarsi un loro inviato. Se invece si designasse un inviato dell’Ue l’Italia potrebbe far valere personalità del calibro di Marco Minniti. Lo avevo auspicato già prima della nascita del Conte-bis. Mi lasci dire però che la capacità attrattiva dell’esecutivo in carica è talmente limitata che mi sembra più facile che perda pezzi e non che li acquisti”.

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postato il 21 Dicembre 2019 da redazione | in "Economia, Politica"

Banche: altra commissione? Partiamo da proposte dell’ultima, finora rimaste lettera morta

L’intervista a cura di Luca Gualtieri, pubblicata su Milano Finanza

Anche se il crack della Popolare di Bari ha riportato il credito al centro dell’agenda politica, oggi non c’è alcun bisogno di una nuova Commissione Banche. Semmai la politica dovrebbe rompere gli indugi e legiferare sulle materie individuate dalla precedente commissione, dalle misure a contrasto delle porte girevoli ai controlli più stringenti sulle competenze dei board. Proposte rimaste finora lettera morta. Pierferdinando Casini ha accolto con forte scetticismo l’iniziativa del nuovo governo e non ha dubbi nel rispedire al mittente le bordate contro Banca d’Italia. «Mi pare di sentire lo stesso spartito suonato due anni fa», taglia corto l’ex presidente della Camera che, tra il 2017 e il 2018, ha presieduto la prima commissione d’inchiesta sulle banche.

Casini, c’è bisogno di una nuova commissione banche in questo momento?

Mi chiedo: questa proliferazione di commissioni di inchiesta ha una qualche utilità per il sistema istituzionale italiano? Evidentemente no, soprattutto perché le commissioni di inchiesta sono uno strumento da maneggiare con estrema cura e rigore: il loro abuso rischia di trasmettere un’immagine distorta dei problemi e quindi di amplificare le crisi. Oggi vedo un uso molto disinvolto dello strumento, spesso piegato dai partiti a pure finalità elettorali in barba al rigore di altri paesi come il Regno Unito.

Le sembra che il caso Popolare di Bari offra qualche elemento di novità rispetto alle crisi esaminate dalla scorsa Commissione?

Questa crisi rispecchia le precedenti per modalità e dinamiche. Semmai la domanda che mi pongo è un’altra: negli ultimi due anni cosa ha fatto la classe politica per tradurre in legge le conclusioni serie e articolate raggiunte dalla precedente Commissione d’inchiesta? Mi pare molto poco. Evidentemente, al di là degli interessi elettoralistici, ai partiti non interessa intervenire per prevenire alla radice l’insorgere delle crisi.

Insomma, le conclusioni della vostra Commissione sono rimaste lettera morta?

Mi pare di sì. L’unico provvedimento preso è stato il protocollo d’intesa tra la Banca d’Italia e la Consob in materia di servizi e attività di investimento e di gestione collettiva del risparmio. Una misura importante, come ha riconosciuto l’ex presidente di Consob Massimo Nava. Sul resto c’è ancora moltissimo da fare per la classe politica.

Eppure la Commissione elaborò molte ipotesi di intervento. Ce ne vuole ricordare alcune?

Le conclusioni sono state molteplici. Tra le principali menzionerei l’attribuzione di maggiori poteri investigativi a Bankitalia, le misure a contrasto delle porte girevoli tra vigilanti e vigilati, i controlli più stringenti sulle competenze dei board, i maggiori presidi sui conflitti di interesse, la nuova fattispecie di truffa ai danni del mercato, la semplificazione dei prospetti informativi, la promozione dell’educazione finanziaria e l’idea di una super procura finanziaria. [Continua a leggere]

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postato il 16 Dicembre 2019 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Banche: dannoso fare un’altra commissione d’inchiesta

CASINI

La mia intervista a Enrico Marro pubblicata su Il Corriere della Sera

«Quando sento le cose che dice Di Maio mi preoccupo molto. E a chi brandisce la commissione d’inchiesta parlamentare sulle banche come un’arma politica mi sento di suggerire le parole che disse Emilio Colombo a Flaminio Piccoli durante una delle notti dei lunghi coltelli della Dc: “Calma, calma, calma”».
Parola di Pier Ferdinando Casini, presidente dell’ultima commissione bicamerale sulle banche, che chiuse i suoi lavori all’inizio del 2018, oltre che memoria storica della politica italiana.

Casini, eletto l’ultima volta come alleato del Pd, è preoccupato perché «non c’è niente di peggio di un uso improprio della commissione d’inchiesta in un sistema bancario e finanziario già fragile», come del resto dimostra l’ultimo commissariamento, quello della Banca popolare di Bari. Così preoccupato da essere convinto che aprire una nuova inchiesta parlamentare «sia dannoso. Non a caso sono stato l’unico a votare contro l’istituzione di questa nuova commissione e votai anche contro quella della quale poi fui eletto presidente».
Nella «mia relazione c’era già tutto», dice: «la critica ai controlli insufficienti, la necessità di affinare i protocolli di collaborazione tra Banca d’Italia e Consob». Quindi, aggiunge Casini, non c’è bisogno di far correre altri rischi «reputazionali» al sistema.
Ma «se proprio la vogliono fare — suggerisce l’ex presidente — allora primo la commissione non va usata per vendette politiche e secondo non può e non deve interferire con le indagini della magistratura». Inutile dire, conclude Casini, che il presidente, che sarà eletto giovedì, dovrebbe essere una personalità «brava, autorevole e capace: un parlamentare di qualità». Quanto ai nomi, non intende suggerirne nessuno, né pronunciarsi su ipotesi vecchie e nuove (Paragone, Lannutti), né dire se debba essere per forza dei 5 Stelle.
«Io, a scanso di equivoci non mi sono fatto mettere in questa nuova commissione. Il presidente l’ho già fatto una volta e mi è bastato».

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postato il 8 Novembre 2019 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Emilia Romagna: Bonaccini eviti le foto di Narni

Per vincere non gli serve il Movimento

La mia intervista su Il Corriere della Sera

Senatore Casini, si dice che nella sua regione a fine gennaio si giochi la «madre di tutte le battaglie».
«No. La “madre di tutte le battaglie” sono le elezioni politiche. Non c’è niente di più improprio di trasferire sulle elezioni locali significati nazionali. È una malattia italiana».

Ma il voto in Emilia-Romagna, questa volta, sembra un redde rationem.
«Non si vuole capire che questo atteggiamento crea un’instabilità permanente. A questo punto faremmo meglio ad accorpare tutte le elezioni, locali e nazionali, in un solo giorno: chi vince vince. Ed eviteremmo questo stillicidio di un voto ogni sei mesi che sembra sempre decisivo. E non lo è».

Non negherà che se Salvini prevale perfino in Emilia- Romagna il significato è nazionale.
«Alt. Io non dico che sia irrilevante se vince Salvini. Ma è molto più rilevante come agisce il governo. Sono più preoccupato dei litigi, della capacità o meno di affrontare questioni grandi come l’Ilva. Insomma, questo governo sta in piedi se fa bene e non se Salvini vince o perde un’elezione locale».

Il governo vive già adesso forti tensioni
«Non credo che Zingaretti, Di Maio o Renzi, quando hanno deciso di governare, pensassero che sarebbe stato un pranzo di gala. Credo che fosse chiaro a tutti che o finisce la legislatura oppure questo governo non ha ragione di esistere. Insomma, invece di isterismi e fibrillazioni, ci vorrebbero nervi saldi. Se fai politica e non hai i nervi saldi, tanto vale che lasci il campo ai tuoi avversari…».

Ma l’alleanza politica tra il Pd e il M5S, dopo l’Umbria, è già bocciata.
«Io contesto che questo governo debba trasformarsi in un laboratorio del nuovo centrosinistra. Hanno reso l’Umbria un test nazionale e si è visto come è andata. Non si faccia lo stesso con l’Emilia dove i 5 Stelle sono sempre stati antagonisti del Pd. Con che logica, adesso, dovrebbero correre alleati?».

Perché se non si alleano Bonaccini perde.
«Bonaccini può farcela a prescindere. Anzi, le dico di più, ce la fa se non si fa alcuna foto con i leader nazionali, se respinge ogni abbraccio romano, se dice a tutti: grazie, ma state a casa, non venite qui a fare campagna elettorale».

E perché?
«Perché non serve alcuna nuova foto di Narni, anzi. Ci sono settori delle società emiliana che a livello nazionale sono più vicini al centrodestra e che invece voteranno per lui perché ha governato bene, conosce il territorio, le esigenze degli imprenditori, non è vissuto come una sinistra tradizionale. L’elettorato ormai è fluido».

E se invece lo scontro in Emilia diventa la replica di quello che c’è a Roma?
«Se si accetta questo schema, le elezioni sono già perse. Ma io credo invece che Bonaccini, proprio se si tiene lontano da questo schema, ce la farà».

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postato il 7 Novembre 2019 da redazione | in "Esteri, Europa, Spunti di riflessione"

Muro di Berlino: quando prevalse la forza della libertà e della democrazia

Il mio intervento nell’Aula del Senato sulla commemorazione dell’anniversario della caduta del Muro di Berlino

Signor Presidente,
vorrei ringraziare il vice presidente La Russa per la sua idea di ricordare in quest’Aula una data molto importante per la nostra storia: trent’anni fa cadeva il muro di Berlino, la cui costruzione ha rappresentato una delle pagine più drammatiche della storia contemporanea del Novecento, con la divisione tra i Paesi europei caduti sotto il giogo del Comunismo e dell’Unione Sovietica. La democrazia veniva abbattuta, con la forza delle idee.
Non servirono i carri armati, non servirono manifestazioni di forza: l’unico grande elemento insopprimibile, che riuscì a scalfire quel grandissimo ignobile muro, fu la forza della democrazia. Nel confronto tra il blocco dei Paesi dell’Unione Sovietica e il blocco dei Paesi europei democratici, in quel giorno drammatico, dopo mesi e mesi di logoramento, dopo una vicenda storica che ha segnato il mondo contemporaneo, prevalse la forza della libertà e della democrazia.
Ho visitato Berlino Est negli anni passati, negli anni in cui il muro c’era. Ricordo la mia prima visita nel 1973: avevo 18 anni e partecipavo ad un corso di formazione della Fondazione Adenauer a Berlino Ovest. Con un gruppo di giovani, molti dei quali ho ritrovato poi sui banchi del Parlamento nella Democrazia Cristiana e in altri partiti, entrai in quella sorta di città spettrale che era Berlino Est. Provenendo da Berlino Ovest noi giovani eravamo stupefatti di come il mondo non potesse aver chiara la percezione della differenza che c’era. [Continua a leggere]

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postato il 30 Ottobre 2019 da redazione | in "Esteri"

Siria-Turchia: Di Maio porti in Ue problema foreign fighters

Il mio intervento in Aula sulle comunicazioni del ministro degli Esteri Luigi Di Maio sulla Siria.

 

Signor Presidente, la prima domanda che ci dovremmo porre è se siamo soddisfatti della relazione di oggi del Ministro degli esteri o meno. La seconda domanda che ci dovremmo porre con onestà, però, è se, qualora fossimo stati al posto del Ministro degli esteri, saremmo stati in condizione di essere più soddisfacenti di lui o avremmo sostanzialmente ripetuto le cose che lui ha detto questa mattina.
Cari colleghi, sfido chiunque a dire che se fosse stato, questa mattina, al posto del ministro Di Maio, avrebbe dato delle soluzioni che purtroppo non siamo in grado di dare non solo – lo ha detto il senatore Romani – perché siamo in una condizione di semi-irrilevanza rispetto al tema siriano che si sta profilando nel contesto internazionale e mediterraneo, ma perché questa sostanziale irrilevanza oggi ce l’ha l’Europa intera e perché noi, purtroppo, parlando della tragedia dei curdi e di questa sorta di assertività turca che consente a quel Paese di fare quasi quello che vuole in quell’area, purtroppo dobbiamo parlare di noi stessi, dobbiamo guardarci allo specchio. Altro che Di Maio, il Governo, il Presidente della Commissione europea: questo è un processo drammatico che sta vedendo una nuova definizione degli assetti del Mediterraneo che sono scritti contro o in modo del tutto indifferente rispetto ai desiderata europei.

Colleghi, questa è la drammatica realtà e dobbiamo essere onesti. È per questo che francamente, Ministro, le dico che ritengo assai seria l’analisi che lei ha fatto, perché non c’erano alternative, perché purtroppo questa è la realtà che lei ha fotografato. Lei ha espresso una solidarietà verso i curdi che condivido. Sono stato nel Kurdistan iracheno e ho preso parte più volte a visite di delegazioni parlamentari e so bene che la realtà dei curdi siriani è diversa, ma comunque esprimiamo questa solidarietà. Quanta di questa solidarietà, però, si traduce in fattiva operatività? Ben poca, purtroppo, perché abbiamo dei vincoli determinati dalla situazione, nonostante l’Italia in quell’area svolga un ruolo. Non dimentichiamo che, ad esempio, assistiamo oggi all’esplosione del Libano e se il Libano non è già esploso in modo assai più pericoloso di quanto si poteva prevedere in passato, è stato anche per la forza di interposizione militare che l’Italia ha in Libano, con centinaia di soldati, con attrezzature e anche con costi per il nostro Stato.
Lei ha usato un’espressione che a me piace molto, quando ha detto che la stabilizzazione del Mediterraneo è l’interesse nazionale italiano. È così, colleghi, questa è la realtà. La stabilizzazione del Mediterraneo è l’interesse nazionale italiano, purtroppo vediamo quello che capita. L’Algeria è in una condizione drammatica, tra l’altro è una società molto più giovane delle altre e completamente assistita dalle risorse energetiche. C’è la situazione dell’Egitto che certamente è preoccupante, c’è la Libia che è una polveriera e adesso ci sono Libano e Siria con milioni di rifugiati. [Continua a leggere]

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postato il 15 Ottobre 2019 da redazione | in "In evidenza"

IPU 141: IL MULTILATERALISMO LA GRANDE CONQUISTA DEL XX SECOLO, UNICA OPPORTUNITÀ DI PACE

Il mio intervento nell’ambito dei lavori della 141esima Assemblea dell’Unione Interparlamentare organizzata a Belgrado

La nostra Organizzazione nasce sul concetto di multilateralismo e proprio per questo chi, come me, ha avuto l’onore di presiederla, non può che essere molto preoccupato per ciò che sta accadendo nel mondo.
Oggi davanti a noi non abbiamo una crisi passeggera dei meccanismi di cooperazione internazionale. Siamo in presenza della più grande evoluzione politica dagli anni del dopoguerra.
I maggiori Stati, a partire dagli Stati Uniti d’America, che hanno promosso, sostenuto e difeso il multilateralismo, oggi sembrano rifuggirne. La convenienza diventa più forte delle regole. La sopraffazione è tollerata, le Organizzazioni multilaterali svuotate di potere: il mondo senza più regole e punti di riferimento.

L’ UIP ha svolto un ruolo essenziale come sede di diplomazia parlamentare informale negli anni, che non possiamo rimpiangere, della guerra fredda. Qui lo Stato palestinese ha visto attivi i suoi Rappresentanti e Paesi divisi dalla cortina della guerra fredda si sono parlati attraverso i propri Rappresentanti parlamentari. Il ruolo storico dell’UIP è certificato da tanti passaggi fondamentali. I Parlamenti sono stati al centro della politica mondiale ed hanno rotto l’incomunicabilità che a volte c’era anche tra i Governi. Paesi con sistemi politici diversi hanno trovato, tramite i Parlamenti, la forza di parlare anche con avversari tradizionali.

Il valore del multilateralismo è proprio questo trovare sedi neutrali per comporre i conflitti. Oggi tutto questo è alle nostre spalle.
I conflitti tornano ad essere regolati dalla forza e sembra addirittura che molti vedano con fastidio la funzione regolatoria di sedi e consessi internazionali. Io insegno ai miei studenti che cosa è stato per le Relazioni Internazionali la pace di Vestfalia. Oggi forse dovremmo studiarlo anche noi, non solo gli studenti.
Colleghi, se questa è la cornice dei tempi che viviamo, anche il modello di lavoro dell’Interparlamentare è insidiato molto da vicino. Magari adducendo che i costi del multilateralismo diventino difficili da sostenere per i Parlamenti nazionali.

Dobbiamo reagire a questa rappresentazione della realtà e difendere non tanto l’esistenza della nostra Organizzazione ma l’esistenza di un multilateralismo che è la grande conquista del XX secolo e che, con tutti i suoi problemi, è l’unica opportunità per assicurare pace e libertà nel camino dell’uomo.

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postato il 8 Ottobre 2019 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Riforme: Il taglio dei parlamentari è solo demagogia

La democrazia ha dei costi in tutto il mondo: ritenere che questi siano un impiccio ci fa prendere una strada piena di incognite. Sento la stessa propaganda qualunquista che caratterizzò il periodo fascista

La mia intervista a Repubblica a cura di Emanuele Lauria

Buonasera Casini, lei è fra i più anziani parlamentari in carica…
«Beh, anziano… Diciamo il decano».
Trentasei anni in parlamento. Come vive, il decano, il voto definitivo sul taglio del numero di deputati e senatori che qualcuno ha già definito storico?
«Di storico vedo poco. Comunque, vivo questo passaggio con la consapevolezza che è un tributo ai tempi che viviamo».
Traduciamo.
«Siamo davanti a un impasto di demagogia privo di buon senso, per giunta presentato come un contributo determinante per i risparmi della comunità nazionale».
E invece?
«E invece si dovrebbe ricordare che la democrazia ha dei costi in tutto il mondo: ritenere che questi siano un impiccio ci fa prendere una strada piena di incognite. Gli eventi storici più drammatici hanno preso le mosse dalla demagogia».
Forse esagera, senatore.
«Macché. Basta pensare alla tipica propaganda qualunquista che caratterizzò il periodo fascista. Propaganda simile all’attuale, dal taglio dei parlamentari a quello dei vitalizi. Sa come finirà?»
Lo dica lei.
«Mentre nel Dopoguerra le eccellenze delle professioni accedevano alle cariche pubbliche e ne erano ripagate da una reputazione crescente, di qui a poco solo i disoccupati e i titolari di assegni sociali riterranno conveniente fare il parlamentare. Chi ha una professione importante, già da tempo, evita il pubblico ludibrio connesso al titolo di onorevole».
Converrà che la classe politica ci ha messo del suo per generare questo discredito.
«Ci sono stati parlamentari che rubano: anzi, ci sono e ci saranno. Però la maggior parte di noi è gente che ha passione autentica».
Se fosse ancora deputato, insomma, voterebbe no, malgrado il suo sostegno all’alleanza giallo-rossa.
«Guardi, davanti ai principi me ne frego delle alleanze. Voterei come ho votato già per due volte in Senato. E come ha votato il Pd, per capirci, che ora ha cambiato idea. Evidentemente Parigi, cioè il governo, val bene una messa. Credo che gli stessi 5Stelle non siano in malafede. Sono davvero convinti di fare una battaglia per il rafforzamento della democrazia. E questo mi preoccupa ancora di più».
Anche Berlusconi ha dato indicazioni per il sì.
«Evidentemente anche lui ritiene più conveniente piegarsi alle mode del momento».
Si sta ponendo come difensore della casta, lo sa?
«Sono al di sopra di ogni sospetto. Pensi che sono l’unico per cui hanno fatto una legge al contrario: quella che tagliava i vitalizi a me li aumentava. Così hanno bloccato l’aumento».
Ne ha visti tanti, di privilegi, dal 1983 a oggi.
«Oggi ce ne sono di meno, di certo. Ma non mi interessa questa contabilità. Dico solo che qualche anno fa rinunciai all’ufficio e al personale riservati agli ex presidenti della Camera. Eppure è un beneficio di cui avevano goduto autentici monumenti della politica come Ingrao e la Iotti».
Siamo la seconda nazione d’Europa per numero di parlamentari: ridurli è un delitto?
«Non mi scandalizza il taglio dei parlamentari in sé. Ma se davvero vogliamo essere seri pensiamo a differenziare il ruolo delle due Camere o a garantire la rappresentanza dei territori. Questa invece è una mera riforma “potatoria”. Capisco che si è deteriorata l’immagine della politica e la colpa è soprattutto nostra: però non dimentichiamo che il ruolo del parlamento è determinante, come dimostrato anche dall’ultima crisi di governo. I 5S se ne sono accorti?».
Malignità: non è che si oppone alla riduzione dei parlamentari per paura di non essere rieletto?
«Se la legislatura finisce nel 2023, avrò 40 anni di permanenza. Ho già dato, vi ringrazio: il problema delle prossime candidature non mi riguarda. Ed è il motivo per cui oggi dico quello che mi pare».

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postato il 8 Ottobre 2019 da redazione | in "Politica, Sport"

Olimpiadi Bologna-Firenze 2032: Pensiamo in grande

L’intervento pubblicato sul Resto del Carlino

Si è parlato di sogno ad occhi aperti, di semplice suggestione, o di concreta opportunità. In qualunque modo la si guardi, l’ipotesi di un asse tra Firenze e Bologna per ospitare le Olimpiadi del 2032 ha raccolto da subito un entusiasmo che non si vedeva da tempo, inimmaginabile in un Paese in cui – purtroppo – le tentazioni del campanilismo e del provincialismo, sono sempre dietro l’angolo.
La prima sfida è proprio questa: Bologna e Firenze possono essere le capofila di una grande operazione sui Giochi destinata a rappresentare una chance straordinaria per un territorio molto più ampio e a unire due regioni in una visione di sviluppo complessiva, in grado di coinvolgere l’Italia intera.

D’altronde lo sport è uno dei maggiori patrimoni di valori e di emozioni popolari che l’umanità coltiva e sviluppa costantemente fin dall’antichità. Nella sua pratica c’è qualcosa di più di una semplice attività ricreativa, un qualcosa che lo rende un fattore decisivo di coesione sociale e di progresso culturale. Non a caso, durante le Olimpiadi, i conflitti in corso fra le città-stato della Grecia venivano sospesi per consentire ai soldati di partecipare alle gare.
È infatti nella competizione e nel confronto con gli altri, all’interno di un sistema di regole e di valori condivisi, che si rafforzano i legami reciproci e si alimenta uno straordinario meccanismo di crescita collettiva e individuale.

Tuttavia, realtà complesse e interessi articolati – talora in conflitto – hanno portato ad accostare le Olimpiadi a un coacervo di burocrazia e convenienze lobbistiche volte anche ad alimentare spesa pubblica e corruzione. Le conseguenze finanziarie dello sforzo olimpico portato avanti dalla Grecia nel 2004, ad esempio, furono alla base delle perplessità dell’ex premier Monti di fronte alla candidatura di Roma per le Olimpiadi 2020.
Certo le condizioni oggi sono diverse da quelle di allora e l’Italia fortunatamente non è più a rischio default. Queste ed altre considerazioni hanno portato in passato lo stesso Comitato Olimpico internazionale a valutare l’ipotesi di stabilire nella città di Atene, dove sono nati, la sede permanente dei Giochi o di fissarli, a rotazione, solo in alcune aree del mondo. Oggi Firenze e Bologna hanno una grande opportunità. Quella di sprigionare le energie positive di due città che, già legate in un’area urbana comune, devono continuare a integrarsi, a cominciare dalle infrastrutture logistiche, in una competitività virtuosa per dare slancio internazionale a due Regioni e a tutta l’Italia.

In questo senso, le Olimpiadi congiunte del 2032 non sarebbero qualcosa che esclude, ma che unisce. Ecco perché si è iniziato a ragionare su una proposta che abbia al centro una rete di territori, di competenze, di paesaggi, che indichi una nuova strada per i grandi eventi sportivi nel nome dell’accoglienza e della sostenibilità. A cominciare dall’idea di coinvolgere per gli eventi inaugurali e conclusivi la città di Roma. Sarebbe l’occasione per realizzare un’impiantistica adeguata che poi resterebbe a beneficio del territorio. A questo riguardo, ci sono già i nuovi stadi della Fiorentina e del Bologna FC, ma di certo i capoluoghi da soli non bastano. Vanno coinvolte anche le città toscane ed emiliane con i maggiori impianti sportivi e la fila dei sindaci che si son detti pronti è già lunga. Siamo ancora ai primi passi, ma, per ora, sono passi incoraggianti.

Intanto bisogna raccogliere energie e idee per lanciare ufficialmente la candidatura. È ovvio che questo “sogno” deve poter contare non solo sulla partecipazione di due città e di due regioni, ma anche sul sostegno costante di tutti i settori coinvolti, sulla collaborazione di eccellenze della società civile, su una chiara visione allineata agli obiettivi di sviluppo a lungo termine e su un solido piano di azione. Ma soprattutto non deve costituire in alcun modo un elemento divisivo per la politica, che è chiamata a dare prova di grande maturità. Questa è una partita che può concludersi solo positivamente perché, comunque vada, maturerà una presa di coscienza importante per le due città che hanno l’occasione per rinsaldare un asse strategico a cavallo dell’Appennino e portare a termine opere che i territori meritano anche in prospettiva futura. Senza contare l’indotto psicologico che potrebbe fare da molla per ulteriori investimenti e aumentare la percezione di benessere dei cittadini (una sorta di riproposizione dell’effetto Expo di Milano).

È il momento di pensare in grande e di serrare le fila per una volata finale che potrebbe vederci vincitori, tutti. Non facciamo le Olimpiadi viola o rossoblù, facciamo le Olimpiadi italiane, le Olimpiadi tricolore!

Pier Ferdinando Casini
Senatore di Bologna

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postato il 7 Ottobre 2019 da redazione | in "Interventi"

Conte impari dal passato e ceda la delega agli 007

La mia intervista pubblicata su La Stampa a firma Carlo Bertini 

«Io non la metterei in termini di dovere, perché ritenere che da parte del presidente del consiglio ci sia un obbligo costituzionale, o anche solo politico, di rinunciare alla delega ai servizi, equivale a depositare una mozione di sfiducia contro di lui».
Da ex presidente della Camera, con trent’anni di esperienza nelle aule parlamentari (ultimo incarico la guida della commissione Banche nella scorsa legislatura), Pierferdinando Casini, oggi eletto in alleanza col Pd, giudica pertanto «una richiesta forte» l’invito rivolto a Conte da Renzi.
«Se non si ha fiducia politica che il premier riesca a gestire questa delega, vuol dire che lo si ritiene istituzionalmente inaffidabile. Se invece Renzi intende solo consigliare al premier di rinunciare alla delega, allora condivido anche io».
Perché?
«La motivo con la mia esperienza. I premier più esperti e più capaci hanno sempre delegato questa responsabilità, perché c’è la necessità di competenze specifiche e di un impegno al cento per cento. E peraltro rischia di essere inavveduta l’idea che qualche consigliere del presidente possa supplire dando i consigli giusti. Perché ciascuno risponde a una cordata e quindi in quel ruolo serve un’autorità con delle competenze specifiche».
Come prassi però anche altri premier tra cui Gentiloni l’hanno mantenuta questa delega…
«Ci sarà però un motivo per cui la maggior parte dei presidenti del consiglio l’ha delegata. Anche a garanzia della posizione in sé del Presidente, che può essere ingiustamente trascinato a dover spiegare delle cose. Mentre se c’è un ‘autorità che fa da schermo tra lui e il Parlamento, questo lo garantisce maggiormente. Secondo me, meno si coinvolge un premier, meglio è. E sto dando al presidente un consiglio, basato sull’esperienza. Ma se vuole tenere la delega, la tenga. A suo rischio e pericolo».
La vicenda Barr solleva interrogativi da chiarire. Come si è mosso il premier in questo frangente?
«Non voglio dare giudizi, ho opinioni maturate dalla lettura della stampa, non suffragate da elementi su cui formulare un giudizio. Ma è chiaro che questa è una vicenda che rischia di finire in Parlamento. Proprio per l’esposizione in prima persona del premier, il rischio che qualcuno chieda un dibattito in aula, anche dopo la sua audizione al Copasir, c’è. E sotto il profilo politico, Conte farebbe fatica a sottrarsi a questa richiesta».
Questa della delega ai servizi è solo una delle ultime richieste di Renzi. Le pare che stia facendo ballare troppo il governo?
«Renzi è un cavallo di razza e i cavalli di razza sono scalpitanti per natura. Non mi meraviglio di ciò che capita. La mia preoccupazione da esperto della politica è che questa cosa finisca per indebolire il governo, creando un clima di fibrillazione permanente. Perché se anche Renzi non lo vuole, sarà troppo forte la tentazione di dare visibilità al suo nuovo partito. Cosa che il Pd non può tollerare perché rischia di indebolirsi. Insomma, se il buon giorno si vede dal mattino, allacciamo le cinture…».
Ma perché tutti temono le mosse di Renzi se la carta di far cadere il governo non sembra averla, visto che ha appunto bisogno di tempo per far crescere Italia Viva?
«In teoria è così, ma in realtà tutti hanno molta più paura di Renzi di quanto dicono. Anche a causa della sua grande determinazione. Tutti hanno capito che sta coprendo uno spazio politico straordinario, che nessuno finora ha coperto. E proprio questo grande spazio politico è la ragione per cui fibrillano tutti. In presenza di Forza Italia che si sta disgregando, è chiaro che lui può fare la differenza».
Il premier può essere un concorrente temibile per Renzi, tanto da indurlo ad attaccarlo? Visto che si muove da ex democristiano, che ha buoni uffici con la Chiesa e parla al centro…
«Onestamente non lo credo. La sua forza è essere un premier terzo, se scendesse in campo politicamente verrebbe triturato. E poiché è una persona avveduta, non credo che lo farà».

 

 

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postato il 10 Settembre 2019 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Governo: Fiducia a tempo, occhio ad antipolitica e retorica porti aperti

Il mio intervento, nell’Aula del Senato, nella discussione sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio

Se da convergenza delle forze che partecipano al Governo si creerà nuovo partito della sinistra, i centristi e i moderati avranno la responsabilità di far nascere un contenitore che oggi non esiste e che è necessario per l’Europa e per l’Italia

La lunga presenza nelle aule parlamentari mi consente il privilegio di parlare senza usare perifrasi, dicendo a tutti i colleghi esattamente quello che penso.
La prima verità è che la maggioranza giallorossa non sarebbe stata possibile senza il miracolo di Salvini che, chiedendo pieni poteri agli italiani e pretendendo subito dopo il 20 agosto la calendarizzazione della mozione di sfiducia, ha accelerato l’avvicinamento di 2 forze politiche fino a ieri antagoniste e forse anche qualcosa di più.
Successivamente, reiterando all’onorevole Di Maio l’offerta della Presidenza del Consiglio, ha tolto qualsiasi credibilità alle rivendicazioni ribadite ieri in piazza, dimostrando semplicemente un tardivo ripensamento su quella che appare essere stata un’autentica mossa di autolesionismo politico.
Colleghi, le elezioni sono ogni 5 anni e il Presidente della Repubblica – non solo secondo la Costituzione, ma anche secondo il buon senso – è tenuto non a leggere i sondaggi o ad assecondare i variabili umori dell’opinione pubblica, ma a preservare la continuità della legislatura se esistono possibili maggioranze.
M5S e Lega avevano fatto la campagna elettorale gli uni contro gli altri. Né più né meno come M5S, Pd e Leu. Ogni evocazione di complotto o di lesioni della volontà popolare è solo propaganda politica: comprensibile, ma istituzionalmente irrilevante. E poi, in questo caso, Il demiurgo ha un nome e un cognome ed è quello dell’ex ministro dell’Interno.
Questa premessa è per rispetto della verità.

Il discorso del Presidente del Consiglio è pieno di spunti interessanti. Penso al tema demografico ed al provvedimento sulle gratuità degli asili nidi.
Condivido in particolare il riferimento all’atlantismo e all’europeismo che ritrovano dignità nelle aule del parlamento italiano. Questa è la nostra tradizione, queste sono le nostre radici, questo è il nostro ineludibile futuro se noi non vogliamo consegnarci a un sovranismo irresponsabile che porterebbe solo guai all’Italia, rendendoci – come lo siamo stati in quest’ultimo anno – completamente ininfluenti.
Il resto del programma è un impasto, come sempre capita, di buone intenzioni e di propositi che andranno tutti verificati alla luce del cammino parlamentare.
La mia preghiera è di evitare la retorica dell’antipolitica che purtroppo ha avuto diritto di cittadinanza fino ad oggi, a partire dalla riduzione del numero dei parlamentari. Un provvedimento demagogico a cui rimango fermamente contrario, pur sapendo che è nell’accordo di programma. L’esperienza mi dice, cari colleghi, che tante volte le condizioni più stupide sono anche quelle più irrinunciabili.
D’altronde mi auguro che i 5 Stelle stiano cominciando a comprendere che un conto sono le mirabolanti promesse politiche, un altro è la dura pratica del governo quotidiano.
Condivido i cenni critici sui social network, straordinario strumento del nostro progresso: ma la democrazia della rete non esiste, perché l’unica vera democrazia è quella del popolo.
È il governo più giovane della Repubblica. Viva il governo! Ma se non ci sarà la professionalità, l’esperienza e le capacità giuste per affrontare tematiche molto delicate, questo dato diventerà importante solo per la statistica.
Signor Presidente, ho espresso pubblicamente – e lo ripeto nell’Aula del Senato – le mie preoccupazioni per il futuro, che in questi giorni non sono diminuite.
Spero di sbagliarmi e in quel caso sarò il primo a rallegrarmi per il complessivo vantaggio che il Paese ne ricaverà.
Richiamo la vostra attenzione, ad esempio, sul tema dell’immigrazione. Mi è piaciuto il riferimento a Saragat e al volto umano della democrazia: è questo che vogliamo, una gestione umana nel rispetto della legalità. Ma se alla politica dei porti chiusi corrisponderà la politica opposta – che all’estrema sinistra si invoca – dei porti aperti, faremmo tutti il più grande regalo che l’ex ministro Salvini possa auspicare.
L’orientamento del governo è quello di condividere con l’Europa le responsabilità e certamente Paolo Gentiloni, ottimamente designato a Commissario europeo darà una mano.
Ma non facciamoci grandi illusioni, se è vero che anche i governi precedenti – da Letta, a Renzi – pur essendo in sintonia con le autorità europee hanno più volte lamentato di essere stati lasciati soli dai nostri partner.
Infine, signor Presidente, una questione essenzialmente politica: molti ritengono che la mission di questo esecutivo debba essere la creazione di un nuovo partito della sinistra, determinato dalla convergenza delle forze che partecipano al Governo.
Non auspico questo esito ed è sin troppo ovvio che in questo caso i centristi e i moderati non potranno far parte di questa entità e avranno la responsabilità di far nascere un contenitore che oggi non esiste e che è necessario per l’Europa e per l’Italia.
Il mio voto di Fiducia, che le chiedo di considerare a tempo, è coerente con quanto enunciato dal mio Gruppo in primo luogo al presidente della Repubblica e anche a lei nel corso delle consultazioni.

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postato il 7 Settembre 2019 da redazione | in "Spunti di riflessione"

GOVERNO: VOTO LA FIDUCIA. MA IL GOVERNO VA TROPPO A SINISTRA

La mia intervista pubblicata su Affaritaliani.it

“Voto la fiducia a un governo che verificherò nel corso del suo cammino. Ma se il buongiorno si vede dal mattino certamente non c’è da essere soddisfatti, perché è chiaro che è un esecutivo che guarda prevalentemente a sinistra”.
Lo afferma ad Affaritaliani.it il senatore Pier Ferdinando Casini alla vigilia del voto sulla fiducia in Parlamento.

“Il rischio che io intravedo – dal tema delle acque a quello delle concessioni fino a quello della politica economica – è che questo governo nel corso della sua navigazione accentui un’attenzione unilaterale verso i temi che pone la sinistra politica nel nostro Paese”.

“D’altronde – afferma Casini – tutto è confermato dal fatto che per molti nel Pd questa alleanza non è un’alleanza nata dallo stato di necessità, ma è strategica per ricreare una nuova sinistra in Italia. E se questa è la direzione di marcia è chiaro che io non ci sto. E’ giusto votare la fiducia, è giusto aprire una linea di credito a questo governo, ma tenendo molto alta l’asticella e la guardia. La presenza di LeU nel governo è un indizio di cui preoccuparsi. Peraltro – continua l’ex presidente della Camera – io ritenevo che fosse indispensabile bloccare la pretesa di Salvini di definire i tempi e le modalità della fine di questa legislatura. Per cui è stata positiva la formazione di questo governo, però il difficile inizia adesso perché bisogna vedere come viene interpretato questo indirizzo politico”.

Quanto alla durata del governo Conte bis, Casini afferma: “Se le mie preoccupazioni, come io mi auguro, risulteranno infondate durerà tutta la legislatura. Se le mie preoccupazioni fossero fondate, andrà poco avanti. Mai come in questo caso mi auguro di sbagliarmi”.
Di Maio agli Esteri? “No comment”. Gentiloni commissario europeo? “Benissimo, è una scelta molto rassicurante e positiva del governo”.
In generale, come valuta la compagine del Pd al governo?
“Direi che l’elemento di spicco è Franceschini, lo ritengo l’elemento più rassicurante”.
E i ministri M5S, a parte Di Maio? “Sono una grandissimo estimatore di Patuanelli, che ritengo sia la persona migliore dei 5 Stelle. Sono contento che l’abbiano messo al governo”, conclude Casini.

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postato il 6 Settembre 2019 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Governo: ecco perché darò “una fiducia a tempo”

L’intervista pubblicata su Il Foglio

Un sospiro, ad aprire la conversazione. “E’ un governo che nasce gracile e che dovrebbe rafforzarsi strada facendo”. E però? “E però, se il buongiorno si vede dal mattino, direi che c’è un problema”, dice Pier Ferdinando Casini. “E il problema sta nel fatto che questo esecutivo è troppo sbilanciato a sinistra”.
Ancora non parte, insomma, e già iniziamo a picconarlo?
E qui l’ex presidente della Camera, oggi senatore nel gruppo delle Autonomie, uno che pure ha dato un contributo non del tutto secondario nelle trattative che hanno portato alla formazione del BisConte in salsa rousseaugialla, mette le mani avanti.
“No, nessun tentativo di sabotaggio. Bisogna essere generosi, con questo governo che nasce in condizioni di indubbia difficoltà, sulla scia di una decisione folle di Matteo Salvini che, dopo avere fatto propaganda per un anno dal Viminale, ha preteso di dettare lui i tempi della crisi, scatenando la reazione di tutto il Parlamento, compreso un pezzo significativo di Forza Italia”.
Operazione riuscita, allora: il nuovo governo Conte ha appena giurato al Quirinale.
“Sì, ma al Colle ci è arrivato dopo avere imbarcato anche LeU. E sia chiaro: io non ho niente contro gli amici di LeU, né tanto meno contro quella bravissima persona che è Roberto Speranza. Ma un governo così connotato a sinistra risulta minoritario, così rischiamo di spaventare i moderati e il mondo delle imprese. Per questo mi sono sentito di esprimere le mie riserve rispetto al pieno coinvolgimento di LeU”.
Scatenando non poche critiche, negli eredi del Pci, che le rimproverano di non avere affatto disdegnato i voti della sinistra, quando si è candidato col Pd a Bologna.
“Ricordo che nell’uninominale della mia città, il 4 marzo 2018, vinsi il mio collegio col 35 per cento. L’amico Vasco Errani, di LeU, era contro di me in quel collegio e non arrivò al 10. Ieri anche Massimo D’Alema mi ha scritto per dirmi che lui non è affatto un pericoloso sovversivo. E ha ragione, io non lo credo affatto. Ma il problema è politico”.
Tuttavia il sostegno di LeU, in Parlamento, è decisivo per garantire la maggioranza. Specie al Senato.
“Infatti, a mio avviso, questo doveva essere un governo composto da Pd e M5s, appoggiato esternamente da altre compagini, con possibilità di espansione anche nell’area moderata. Ma così diventa tutto più difficile”.
Difficile è anche prevedere che possa essere stabile un esecutivo che deve sperare in appoggi esterni, però.
“Attenzione a non considerare un elemento di forza l’acquisto di quattro o cinque voti in Parlamento, se per ottenerli si perde la sintonia col paese. Penso ad esempio al Viminale. Vedo che Salvini ha già cominciato ad attaccare il nuovo ministro dell’Interno Lamorgese, eccellente servitrice dello Stato, in quanto ex capo di gabinetto di Alfano. Si tratta di demagogia spicciola, certo. Però, ecco, stiamo attenti: non vorrei che si passasse dalla becera politica dei ‘porti chiusi’ a quella dei ‘porti aperti per tutti’. Spero che la linea tracciata da Minniti, a suo tempo, non venga valicata in senso opposto”.
Ma insomma, Casini, le piace questo governo?
“Lo voterò, se è questo che volete sapere. Ma si tratterà di una fiducia a tempo, non illimitata, concessa sforzandoci di non vedere alcuni elementi non proprio entusiasmanti”.
Del tipo: Luigi Di Maio ministro degli Esteri?
“Una scelta poco felice. Ma anche San Paolo era un libertino che si convertì sulla via di Damasco. Di Maio non è sciocco, e credo che si farà guidare dalle ottime strutture della Farnesina, che è un po’ una grande, accogliente famiglia. Magari Elisabetta Belloni, segretario generale, potrà fargli un corso accelerato di diplomazia”.
Chi ne è uscito meglio, da questo crisi?
“Malissimo Salvini: si è suicidato. Renzi se l’è giocata bene, Franceschini strabene. E decentemente se l’è giocata Berlusconi, che col suo garbo istituzionale ha dimostrato che senza di lui il centrodestra è al primitivismo del populismo”.
E Zingaretti?
“Gli darei la sufficienza. Ha adottato una politica di contenimento, e da vecchio giovane del Pci è passato all’incasso sui posti di potere”.
Prodi pensa già a una nuova stagione di maggioritario.
“Io rispetto Romano, ma la penso all’opposto. Quello che serve, ora, è un proporzionale. Altro che bipolarismo: io mi auguro proprio che questo governo non sia l’embrione di un nuovo futuribile centrosinistra. E io in ogni caso, non ne farei parte”.

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postato il 10 Agosto 2019 da redazione | in "Spunti di riflessione"

«Mai vista una crisi così. Ora occorre non essere servi né oppositori compiacenti»

«Dicevano che Craxi e De Mita prima, Berlusconi poi, erano dispotici. Io dico che erano mammolette in confronto a quello a cui stiamo assistendo»

L’intervista pubblicata sul Corriere di Bologna 

Nell’agosto del 1983 c’erano il primo governo Craxi, il Pentapartito e Vamos a la Playa dei Righeira in cima alla hit parade. E c’era anche Pier Ferdinando Casini alla Camera, fresco di elezione con la Dc guidata da De Mita. Trentasei
anni e dieci legislature dopo, il senatore centrista ha perso il conto delle crisi di governo vissute da parlamentare, ma
non la capacità di analisi di chi ha attraversato Prima, Seconda e Terza Repubblica.
«Quella aperta da Salvini — sottolinea — è la crisi più inconsueta che si sia mai vista nella storia parlamentare italiana. Non ci sono precedenti di una crisi che avviene a Camere chiuse (per la pausa estiva, ndr). Forse si stava meglio quando si stava peggio…».

Senatore Casini, secondo lei cosa sta succedendo a Roma?
«Succede che c’è un signore che cerca di diventare padrone dell’Italia, una cosa che francamente in tutti questi anni in Parlamento non avevo visto. Dicevano che Craxi e De Mita prima, Berlusconi e Renzi poi, erano dispotici. Ma erano delle mammolette rispetto a quello a cui stiamo assistendo». [Continua a leggere]

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postato il 24 Luglio 2019 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Russia: ieri ci andavano Fanfani e Agnelli, oggi Savoini…alzare livello frequentazioni!

Il mio intervento nell’Aula del Senato a seguito dell’informativa del Presidente del Consiglio dei ministri sulle presunte trattative tra esponenti del partito Lega-Salvini Premier e personalità di nazionalità russa.

La Costituzione italiana prevede che la sua autorità non discenda direttamente dal corpo elettorale, ma dal Parlamento che le dà la fiducia, per cui tutto quello che è una premessa condivisibile è un atto semplicemente dovuto nel rispetto tra noi che siamo Parlamento, al di là della maggioranza e dell’opposizione, e lei che è Governo.
Vorrei dire anche un’altra cosa: come lei ha detto che è rispettoso nei nostri confronti, mi sembra che una parte del Parlamento non sia rispettoso nei suoi.
Mi riferisco a questi banchi che sono vuoti, alle mie spalle, del MoVimento 5 Stelle, che sono un fatto politico di prima grandezza e che non si può minimizzare come se questo fatto non esistesse. Io faccio tanti rilievi ai miei colleghi dei Cinque Stelle, onorevole Patuanelli, ma non ho mai fatto rilievo che essi non siano presenti, perché riconosco che siete sempre puntualmente presenti in Parlamento.

È proprio strano che oggi viene il Presidente del Consiglio a rendere un’informativa su un tema così rilevante e improvvisamente i vostri banchi sono vuoti. Un uccellino mi ha detto che è arrivata una comunicazione ai senatori del MoVimento 5 Stelle di uscire dall’Aula, che francamente secondo me è un elemento di grandissima preoccupazione istituzionale che noi abbiamo.

La seconda considerazione, Presidente, è che lei sostanzialmente è stato un po’ malizioso e in questo è stato avvocato, non so se del popolo o di se stesso, ma certamente è stato un avvocato furbo, perché lei sostanzialmente ha detto che nessuna forza politica avrebbe potuto incidere su una diversa collocazione del nostro Governo sul piano internazionale per la sua vigilanza. Scusate, colleghi, ma anche questo è un elemento di grande preoccupazione istituzionale, perché il fatto che non sia la convinzione che guida le forze politiche che hanno sottoscritto un patto, cioè la convinzione di non trasgredire gli interessi indisponibili della Nazione, e sia solo la sua vigilanza il dissuasore rispetto a comportamenti cattivi, anche questa – consentitemi – non è una cosa particolarmente confortante.

Quanto alla posizione lineare dell’Italia, io vi do un consiglio: se vogliamo essere lineari, ad esempio sul tema delle sanzioni, maneggiamole con cura, perché esponenti del Governo di primo piano non possono dichiarare in tutte le sedi che sono contrari alle sanzioni, e poi il Governo italiano alla fine piegarsi a votare le sanzioni con gli altri Governi europei.

Si perde credibilità. Perché noi non abbiamo credibilità in Europa? Perché diciamo una cosa e ne facciamo un’altra e questo è quello che puntualmente è avvenuto rispetto alle sanzioni nei confronti della Russia. Noi siamo appartenenti all’Alleanza atlantica, per fortuna, sono rassicurato da questo e mi verrebbe da dire che manca solo che questa affermazione non sia ribadita in questa sede, siamo europeisti. Sì, siamo europeisti, ma alcune forze politiche della sua maggioranza, una forza politica ha trovato il modo di isolarsi in Europa quando anche gli alleati che avevamo scelto, come Orbán e i polacchi, hanno votato per la signora Presidente dell’Unione europea.

Colleghi, noi oggi la concorrenza non l’avremo. Noi siamo destinati ad avere portafogli di serie B per l’incapacità di incidere del Governo italiano. Questa è la verità! E se rappresentiamo una realtà diversa, siamo sulla luna.

Infine, vorrei fare una considerazione a proposito di Savoini. Io non conosco savoini. Non conosco Vannucci. Non conosco Meranda. E vi devo dire la verità. Il ministro Salvini, qualche ora fa, ha detto: “al Senato stanno cercando i rubli”. No, io non cerco i rubli. Io sono un garantista, nei confronti di Salvini oggi, come nei confronti di altri in passato.

Per me, le indagini le fa la magistratura e non il Senato. E quando qualcuno, impropriamente, anche su questa vicenda, propone l’ennesima Commissione d’inchiesta, io rispondo di stare calmi. A forza di Commissioni d’inchiesta, infatti, noi stiamo trasformando questioni maledettamente serie in strumentalizzazioni politiche permanenti.

Io, però, voglio terminare dicendo questo. Io vengo dal passato, come voi sapete. Io ho assistito, in questi mesi, a un dileggio continuo, da parte dei colleghi del MoVimento 5 Stelle e della Lega, nei confronti delle personalità della Prima Repubblica, che io ritengo, in gran parte, abbiano servito lo Stato e lo abbiano fatto con decoro. Colleghi del Senato, quando Andreotti, Fanfani, Colombo andavano a Mosca, ci andavano con l’avvocato Agnelli, che realizzava Togliattigrad, creando migliaia di posti di lavoro in Russia. Non ci andavano con Savoini e compagni!

Allora, io vi chiedo almeno di alzare il livello delle vostre frequentazioni, perché, a presentarsi negli incontri ufficiali con questa “gentina”, lo Stato si degrada. Questo, se noi crediamo al decoro dello Stato.

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postato il 16 Luglio 2019 da redazione | in "Economia, Memoria, Politica"

L’intervento al convegno “Economia e società nel pensiero di Emilio Rubbi”

A Bologna con il Presidente della Repubblica nel ricordo del grande amico Millo Rubbi

La parabola umana e politica di Emilio Rubbi è iscritta profondamente nella storia della comunità bolognese e nazionale. La cerimonia odierna testimonia di un legame ancora vitale, che non ha perso nulla della sua forza originaria.
Se coltivare la memoria ed essere gelosi delle nostre radici migliori ha ancora un senso, ciò è testimoniato oggi dalla presenza, nella sede della nostra Fondazione, del Presidente della Repubblica, interprete saggio e lungimirante dell’unità della nostra Nazione. Con lui abbiamo condiviso un sentimento di familiarità e di amicizia, con Millo: la sensibilità personale del suo gesto è più eloquente delle mie parole. Per quanto mi riguarda aggiungo nei confronti di Rubbi una profonda gratitudine per come ha saputo essermi vicino nei primi anni della mia esperienza politica.
A distanza di 19 anni dalla sua scomparsa, possiamo vedere ora con chiarezza la linea di continuità che unisce le tappe del suo percorso: in tutti i prestigiosi incarichi che ha ricoperto ha sempre saputo coniugare un appassionato e leale impegno civile a una grande competenza tecnica nel settore finanziario e industriale mettendoli al servizio delle Istituzioni e della sua città.
Formatosi nell’Azione Cattolica bolognese e dal punto di vista scientifico nell’Università di Bologna, egli iniziò il suo impegno civile e la sua storia pubblica nel ’56, con l’esperienza politica di Dossetti fino a diventare – grazie alla stima personale di Paolo VI – amministratore dell’Azione Cattolica nazionale, a fianco di un’altra straordinaria figura del laicato cattolico italiano, Vittorio Bachelet.

Rubbi è appartenuto a quella generazione che ha portato emiliano romagnoli di grande spessore, cultura e passione civile ai vertici della politica italiana.
Per lunghi anni fu collaboratore di Angelo Salizzoni, fedele sottosegretario di Aldo Moro di cui Rubbi fu sempre un leale sostenitore. Da subito emerse per la solidità delle sue convinzioni, la lucidità dei suoi interventi, la limpida concretezza delle sue iniziative. In Parlamento lo ricordiamo accanto a colleghi prestigiosi come Nino Andreatta, Giovanni Bersani, Virginangelo Marabini e Giancarlo Tesini, che voglio salutare qui come socio della nostra Fondazione. Non mancando di ricordare che tra i suoi giovanissimi colleghi, nei primi anni ’80, figurava anche l’attuale presidente dell’ABI, Antonio Patuelli. [Continua a leggere]

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postato il 26 Giugno 2019 da redazione | in "Esteri"

Venezuela: Solidarietà alla famiglia Zambrano, l’applauso del Senato

Oggi nella tribuna del Senato erano presenti Sobella Mejias, moglie di Edgar Zambrano, il Vice Presidente dell’Assemblea nazionale del Venezuela, arrestato dai servizi segreti e detenuto illegalmente nelle carceri venezuelane dall’8 maggio scorso.
Con lei, anche le loro figlie, Sue e Soley Zambrano, ed il deputato Jesús Yánez.
In questi 50 giorni di detenzione il Vice Presidente Zambrano ha potuto ricevere soltanto una visita: quella della moglie, per soli 10 minuti.
A questa famiglia che sta soffrendo ho chiesto l’applauso dei colleghi del Senato in segno della solidarietà dell’Italia verso la battaglia dei democratici venezuelani.

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postato il 19 Giugno 2019 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Consiglio Ue: evitare procedura di infrazione e rispettare voto continentale, avanti col sovranismo europeo

Il mio intervento, oggi nell’Aula del Senato, sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio in vista del prossimo Consiglio europeo del 20 e 21 giugno.

Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, nelle sue comunicazioni ha parlato di diversi argomenti che francamente sono, per quanto mi riguarda, del tutto condivisibili.
Presidente, sono un esponente dell’opposizione, ma non ho mai ritenuto che, quando viene il Presidente del Consiglio a parlare del Consiglio europeo, dobbiamo per forza dissentire da tutto ciò che dice se siamo all’opposizione.

Non vorrei intervenire su questi temi perché credo che la maggior parte e non solo io ci ritroviamo su quanto lei ha detto, anche perché, essendo di scuola antica, penso che i Governi passino, ma le grandi linee della politica estera ed europea dovrebbero almeno permanere. Quando parliamo ad esempio – lei lo ha citato espressamente – di allargamento ai Balcani, questa è una storia tipicamente italiana. Noi siamo stati gli avvocati difensori dei Paesi balcanici che devono entrare in Europa e lo abbiamo fatto anche per un nostro interesse: i Balcani stabili e inseriti nell’Unione europea sono fonte di stabilità e non esportatori di problemi di instabilità anche per l’Italia.
Presidente, le auguro buon lavoro. Sulla Brexit ci ritroviamo perché vogliamo continuare ad avere con il Regno Unito, qualsiasi sia la fine di questa vicenda, un rapporto privilegiato. Ci sentiamo europei come loro; loro sono europei e possono stare fuori dall’Unione europea, ma non possiamo attenuare i rapporti storici anche sintetizzati da tanti britannici che stanno in Italia e da tanti italiani che stanno nel Regno Unito.

Le considerazioni che vorrei fare sono essenzialmente due.
Innanzitutto c’è il tema che lei ha evocato qui. Ha parlato della domanda di cambiamento emersa dagli elettori europei. In proposito, dobbiamo essere sinceri e franchi.
La domanda di cambiamento quando il popolo vota c’è sempre, ma non facciamo la retorica del cambiamento sull’esito del voto europeo perché il voto europeo ha dimostrato, almeno per quanto riguarda i sovranisti locali, che in Europa la pensano esattamente in modo opposto. Al netto della posizione di Macron, infatti, che è fuori dai tradizionali partiti popolari e socialisti, abbiamo una maggioranza popolare, socialista e liberale che sostanzialmente si è consolidata in queste elezioni europee. A me non piace la parola sovranista e, se la dovessi usare in qualche modo, userei l’espressione «sovranismo europeo».
Io mi sento sovranista europeo, ma non «sovranista italiano» perché credo che tutti i Paesi se vanno in ordine sparso, nel mondo in cui viviamo, solo semplicemente irrilevanti. Comunque, l’esito delle elezioni europee è stato chiaro: le grandi famiglie politiche si sono ritrovate vincitrici di questa sfida e, purtroppo, la presenza italiana nelle sue espressioni di maggioranza – parlo di chi ha vinto le elezioni: la Lega e il MoVimento 5 Stelle che hanno preso il 51 per cento alle urne – è fuori dalle famiglie politiche. Sono sostanzialmente irrilevanti; fanno fatica a trovare agganci europei. Francamente la Lega ne ha trovati di assai preoccupanti: andare a fare un Gruppo parlamentare con l’Alternativa per la Germania è veramente inquietante, considerando anche ciò che sono, da dove vengono e ciò che esprimono. Anche il MoVimento 5 Stelle mi sembra navighi un po’ nel buio perché non ha interlocutori europei. Ciò non rafforza, ma indebolisce la posizione italiana.

Noi dell’opposizione pensiamo e speriamo che porti a casa il più possibile per quanto riguarda la trattativa, anche per quanto riguarda il nostro commissario europeo. Vogliamo un commissario europeo che non solo auspichiamo venga scelto tra persone autorevoli, ma che abbia un portafoglio che pesa, che possa dire la sua nel contesto del Governo europeo.

Presidente, io ho però molti dubbi sinceramente perché non vedo un’Italia che pesa di più in Europa. Tra l’altro, vedo un’Italia che a molti tavoli europei non partecipa. Questa idea che, quando ci sono le riunioni di settore, i Ministri principali non vanno è del tutto singolare. Se fosse capitato in passato, saremmo stati sbranati. Oggi regolarmente non vanno, come se fosse irrilevante. Si tratta di materie come l’immigrazione e tutte le questioni che ci riguardano in prima persona.

C’è, pertanto, da un lato la diserzione e, dall’altro, un peso piuma dell’Italia a livello europeo.
Gli interlocutori che abbiamo scelto sono quelli che sul piano concreto delle politiche che chiediamo sono più contrari dell’Italia. Voglio dire, troviamo più assonanza – dico paradossalmente – con Germania e Francia di quella che troviamo con Ungheria e con Paesi affini all’Ungheria. Qui c’è qualcuno che quando ci guida non so dove va a parare. O meglio, lo so. So benissimo che lei è una cosa, altri sono altra. Lo sappiamo tutti perché siamo alfabetizzati, però francamente anche questo è un elemento di preoccupazione. E perché è elemento di preoccupazione? Una parte del Governo vuole i minibot, un’altra parte la flat tax, un’altra il salario minimo, un’altra il cuneo fiscale, un’altra ancora misure di inclusione sociale: non si capisce assolutamente nulla. Non si capisce chi è il Governo né quanti Governi ci sono.

Lei ieri ha detto: facciamo una manovra contiana. Bene, facciamo una manovra contiana; il Presidente del Consiglio è uno, è Conte. Lo dico a voi: fate una manovra contiana, però mettetevi d’accordo perché – concludo, Presidente – noi tutti sappiamo cosa significa una procedura di infrazione. Sapete cosa significa? Che chiunque vada a governare nei prossimi anni avrà un pezzo di sovranità che gli viene sottratta: può andare a governare Di Maio, Salvini, chiunque, ma questo sarà un problema costante.
Se si apre una procedura di infrazione avremo una sottrazione di sovranità: non dipenderemo solo da noi perché ci sarà qualcuno che ci controllerà ancora più strettamente; altro che sovranismo nazionale. È chiaro, allora, che siamo tutti contrari a che si apra questa procedura, ma, nello stesso tempo, non ci possiamo dividere tra chi vuole alzare le tasse e chi vuole abbassarle: siamo tutti per abbassarle – in teoria – ma siamo tutti anche per constatare, se siamo persone serie, la compatibilità economica e finanziaria delle manovre che andiamo a proporre, altrimenti è semplicemente una presa in giro alle spalle degli italiani.

Voglio dire una cosa: la procedura di infrazione è pericolosissima e per evitarla è necessario che ci sia una linea chiara del Governo, a meno che qualcuno in realtà faccia finta di mostrare i muscoli perché ha un obiettivo diverso in termini, ad esempio, di elezioni e di anticipo del dato elettorale e voglia lo scontro con l’Europa per precostituirsi le condizioni per una fuga dalla realtà e andare a elezioni. È chiaro che questa sarebbe una manovra talmente scoperta da essere denunciata perché fatta sulle spalle degli italiani, che porterebbe alla procedura di infrazione per cui sarebbe del tutto irresponsabile anche per chi la approva.

Infine, mi auguro che nessuno in quest’Aula giochi a un gioco pericoloso. Mi fa piacere che Salvini sia andato negli Stati Uniti, mi fa piacere che consolidi i rapporti tradizionali con gli amici americani: nel mio DNA politico c’è l’europeismo e l’atlantismo; se non ci fosse stato l’atlantismo non ci sarebbe stato l’europeismo perché sono stati due concetti legati nel Dopoguerra e fino ad oggi. Mi auguro che tutti capiscano, però, che il gioco dell’amministrazione Trump, così come il gioco dei russi – che è esattamente parallelo – è di utilizzare europei per dividere gli europei. E guai se ci prestassimo a questo gioco così meschino perché indebolire la casa in cui stiamo porterebbe solo sventure per tutti gli italiani.

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