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postato il 1 febbraio 2012 da Redazione | in "Cultura, In evidenza, Riceviamo e pubblichiamo, Spunti di riflessione"

La Transumanza della Pace per far tornare a vivere Srebrenica

di Jakob Panzeri

“Sono più di dieci anni che giro attorno a Srebrenica, umanamente e professionalmente e in questi anni ho incontrato decine, centinaia di persone che si propongono spesso come volontari “per fare qualcosa lì, a Srebrenica… dove vai sempre…”, ma tre anni fa sull’Altopiano di Asiago in provincia di Vicenza, ho conosciuto un volontario speciale, un montanaro di razza: Gianbattista Rigoni Stern, detto Gianni. Gli ho raccontato della “mia” Srebrenica e dei suoi dintorni e ho intuito che potevamo ideare e progettare qualcosa di utile e originale insieme”. (Roberta Biagiarelli)

Srebrenica è “la splendente”, un piccolo gioiello che brillava tra i Monti Balcani basata su una florida agricoltura, sull’estrazione di piombo e salgemma ma anche su uno stabilimento termale che attirava frequentatori da tutta l’ex-Jugoslavia. Oggi di tutto questo non resta più niente. La splendente è stata macchiata nell’estate del 1995 dal sangue di migliaia di musulmani bosniaci massacrati dalle truppe serbe del generale Ratko Mladic. Ed è difficile ricominciare quando senti ancora nelle narici l’odore della tua casa bruciata, riempita di copertoni e accesa da bombe a mano. Un passato terribilmente vicino che ha cancellato gli uomini ma anche le loro storie e tradizioni. Qui non ci sono padri che insegnano ai figli le tradizioni più semplici che hanno appreso dai nonni, come mungere una mucca per sostenere la fragile agricoltura montana. Ed ecco allora la “Transumanza della Pace”, una realtà che vide protagonista la Provincia di Trento che ha donato 48 manze di razza Rendena.
Ma tutto ciò non sarebbe stato possibile senza l’intervento di Roberta Biagiarelli, un’autrice e regista indipendente fortemente impegnata nel sociale e a Gianni Rigoni Stern che si è occupato di istituire corsi per far rifiorire la tradizione agricola.
Grazie per averci ricordato, in tempi della crisi, la cultura della condivisione e della solidarietà che è il vero nucleo della nostra società, del nostro umano stare insieme.

Per approfondire.

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postato il 1 febbraio 2012 da Redazione | in "Esteri, Immigrazione, Politica"

Ricordare impegno di Tremaglia su voto italiani all’estero


Pier Ferdinando Casini ricorda Mirko Tremaglia: ha amato l’Italia, la sua storia, la sua identità. Ha amato gli italiani, in patria e all’estero. Ha avuto un’ostinazione incredibile nel rivendicare il voto degli italiani all’estero. Oggi c’è la necessità di far sentire a tanti che nascono e studiano in Italia un comune destino, coinvolgerli in una comune identità di appartenenza al nostro Paese.

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postato il 31 gennaio 2012 da Redazione | in "In evidenza, Media e tecnologia, Politica"

Tg1, è ora del Monti style

“Riceviamo e pubblichiamo” di Adriano Frinchi

Berlusconi non è più a Palazzo Chigi, Minzolini ha lasciato il Tg1 per una storia di carte di credito ma al Tg della rete ammiraglia Rai poco sembra essere cambiato o almeno qualcuno vorrebbe non cambiare niente. L’idea de dg della Rai Lorenza Lei di confermare alla guida del Tg1 Alberto Maccari più che una soluzione di transizione sembra una di quelle mosse per salvare lo status quo politico e quindi non dispiacersi troppo l’asse Pdl-Lega che fino a poco tempo fa  faceva il bello e il cattivo tempo a Viale Mazzini. Non è in discussione la professionalità di Alberto Maccari ( anche se la telefonata con il finto Bossi David Parenzo è degna di un film di Alberto Sordi) ma l’immagine del Tg1 che viene da una stagione non troppo esaltante, per usare un eufemismo. Il Tg1 deve tornare ai vecchi fasti e per far questo è necessaria una direzione autorevole e di qualità che si caratterizzi per uno stile e uno spirito equivalente a quello del governo Monti. Come ha giustamente detto Roberto Rao alla Rai la resistenza degli ultimi giapponesi non serve; la guerra per il Tg1 è finita, è giunta l’ora del Monti style.

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postato il 30 gennaio 2012 da Redazione | in "In evidenza, Riceviamo e pubblichiamo, Spunti di riflessione"

Scalfaro in due tweet.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Adriano Frinchi

Oggi si diranno e si scriveranno tante cose di Oscar Luigi Scalfaro. Non si conteranno articoli ampollosi, enfatici e sostanzialmente vuoti, i maestri dell’ipocrisia che in passato vomitarono su Scalfaro oggi avranno parole di cristiana pietà e infine i restanti si divideranno ancora una volta tra fan sfegatati e detrattori implacabili. Così vanno le cose in Italia. Fortunatamente nel marasma emotivo si riesce a cogliere anche qualche perla di saggezza che non a caso viene da Twitter che è stato anche il primo a dare la notizia della morte di Scalfaro. Mi sembra perciò opportuno in attesa di una riflessione più serena sull’opera politica di Scalfaro e in particolare sul suo settennato al Quirinale citare i tweet di due illustri commentatori che hanno messo in luce aspetti diversi della figura di Scalfaro. Il primo bel tweet a commento della scomparsa del Presidente emerito della Repubblica è di Enzo Carra:

Scalfaro visse a lungo ed ebbe diverse vite politiche, tutte vissute con passione.

Un commento sobrio, in perfetto stile democristiano diranno alcuni, dove si ricordano le diverse stagioni politiche di Scalfaro, più o meno condivisibili, ma dove si riconosce il valore profondo della passione civile di Scalfaro, della sua fede nella Costituzione simile a quella per il Vangelo. Scalfaro infatti fu uomo di fede: fede religiosa e fede civile, entrambe fedi radicali, senza sconti per se stesso e per gli altri.

Il secondo tweet che vale la pena citare è di Claudio Velardi:

Scalfaro era un vecchio conservatore. La destra se lo fece nemico e la sinistra se lo intestò. Questo dice tutto sull’Italia.

Una fotografia perfetta di quanto è accaduto e sta accadendo intorno alla figura di Scalfaro, un altro dei frutti amari del falso bipolarismo italiano senza idee e senza ideali.

Sarebbe ingiusto però adulterare la memoria di Scalfaro con la polemica politica, e se la riflessione storica ha bisogno di tempo è giusto in queste ore lasciare spazio alle emozioni, quelle emozioni suscitate dalle parole vigorose rivolte da Scalfaro ai giovani, quelle emozioni suscitate da quell’antico distintivo dell’Azione Cattolica sul bavero della giacca, segno di una tradizione forte di cui oggi si sente la mancanza.

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postato il 30 gennaio 2012 da Redazione | in "Politica"

«Metteteci la faccia, basta distinguo e riserve sul governo»

Pubblichiamo da QN l’intervista
di Pierfrancesco De Robertis

Presidente Casini, il governo Monti ha ormai due mesi. Che voto gli diamo?
«Darei un nove al governo e un sette alla politica…»

E’ uno dei pochi a dare sette alla politica.
«Va bene, gli diamo sei…»

Torniamo al governo.
«Gli do nove perché in questi due mesi ha fatto quello che Prodi e Berlusconi non erano riusciti a fare: liberalizzazioni, pensioni, semplificazioni, manovre straordinarie. Sta adesso affrontando il delicato tema del lavoro e soprattutto siamo tornati al centro della trattativa europea. Lo spread sta scendendo ed è un segnale importante, dopodiché nessuno ha la bacchetta magica…»

E il sei alla politica?
«Un sei di incoraggiamento. Non ci scordiamo che questo governo l’ha voluto la politica, lo vota, lo sostiene. Anche quei miei colleghi che hanno i maldipancia».

Il Terzo Polo è tra i sostenitori più accaniti del governo. Non temete che, se si uscirà dalla crisi, alla fine i meriti saranno di Monti e non i vostri?
«Oggi qualcuno fa le cose che abbiamo sempre chiesto, essendo all’opposizione. Non vedo perché adesso dovremnno avanzare riserve un po’ infantili».

Tutti i sondaggi mostrano un elemento comune: l’estrema sfiducia della gente per la classe politica, e’ preoccupato?
«Non potrei non esserlo. Constato che è un fenomeno mondiale e europeo. L’unico modo per i partiti di recuperare credibilità è metterci la faccia, assumere la paternità di questo governo, imprimerci le impronte digitali e soprattutto promuovere una sena autoriforma del la politica, senza demagogie».

Sta per iniziare una trattativa delicata sul lavoro. Lei sta con la Fornero o con i sindacati?
«Lasciamo lavorare in pace la Fornero, che si è dimostrata seria e competente, avendo fatto sulla previdenza ciò che per anni non è riuscito a fare nessuno. Sull’articolo 18 il governo fa bene a procedere con prudenza».

E con i sindacati?
«Col sindacato è necessario un raccordo stretto ma nessuno può detenere diritti di veto».

Come vede le contorsioni interne al Pdl?
«C’è un’area centrista, quella intorno ad Alfano, che si sta comportando molto responsabilmente in una situazione difficile. Non ci scordia- mo che una parte di elettorato del Pdl avrebbe preferito le elezioni anticipate, un evento sciagurato per tutti».

Secondo lei chi comanda nel Pdl? Ancora Berlusconi?
«E’ chiaro che comanda Berlusconi, però credo che sarà bene anche per lui favorire un ricambio non solo generazionale ma di gestione. O Berlusconi capisce che deve vivere una nuova fase politica della sua esperienza umana o spreca una grande occasione».

Analogo travaglio nel Carroccio
«La Lega non è credibile. Non si può aver governato otto degli ultimi dieci anni e poi all’improvviso assumere toni demagogici. Non è un caso se a Radio Padania molti ascoltatori esprimono giudizi positivi sul governo Monti».

Pare che Pd e Pdl facciano prove di intesa sulla legge elettorale…
«Magari, sarebbe senz’altro un fatto positivo. Ma l’importante è non partire dalla coda ma dalla testa: è un nuovo bicameralismo che deve precedere le ipotesi di riforma della legge elettorale, non il contrario».

Che legge elettorale serve?
«Una che dia la possibilità ai cittadini di scegliere il proprio parlamentare e che non costringa ad ammucchiate innaturali che poi paralizzano ogni governo».

Non teme un blitz tra Pd e Pdl senza di voi?
«Il Terzo polo ha una forza elettorale così rilevante che può essere determinante con ogni sistema elettorale. Dunque non temo blitz».

Vede il pericolo di andare a votare con l’attuale ‘Porcellum’?
«Non credo, sarebbe una prova di impotenza della politica. Almeno le preferenze vanno inserite».

Sta per iniziare la campagna elettorale amministrativa. Turberà il clima di sostegno al governo?
«No. Le amministrative non saranno la prova generale del governo nazionale. Si parlerà dei problemi delle comunità locali e non del governo Monti».

Oggi (ieri, ndr) è morto Oscar Luigi Scalfaro. Che ricordo ne ha?
«E’ stato negli anni della Dc un sostenitore coerente e appassionato di Mario Sceiba, feroce avversario dei dorotei e della sinistra Dc. La stessa grinta l’ha dimostrata in anni più recenti Dell’avversare Berlusconi, ma su una cosa vorrei essere chiaro: come presidente della Repubblica ha applicato la costituzione e ne è stato interprete fedele».

Come ha osservato la polemica bolognese sulla mancata cittadinanza al ministro Cancellieri?
«Una disputa da strapaese. Comunque la Cancellieri è troppo intelligente per avercela con bolognesi, a che la città le vuole bene».

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postato il 30 gennaio 2012 da Redazione | in "Europa, In evidenza, Riceviamo e pubblichiamo"

Impegnati per l’Italia, impegnati per l’Europa.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Jakob Panzeri

L’Italia uscì dalla guerra stremata e piena di rovine: nelle grandi città tutto era da ricostruire e le vie di comunicazioni erano danneggiate. Gli italiani furono colpiti da una pesante inflazione, i prezzi aumentarono di venti volte e la svalutazione della lira rendeva impossibile la ripresa. Eppure proprio allora successe qualcosa. Fu proprio questo lo stimolo, come magnificamente racconta Carlo Maria Cipolla nella sua “Storia facile dell’economia italiana dal Medioevo a oggi” il trampolino di lancio di quella che sarebbe diventata una delle sette potenze mondiali,  l’Italia provò a produrre di tutto,  dalla Vespa alla Lambretta, dalle macchine per cucire ai frigoriferi, dalle lavatrici alle gelaterie, dalla macchine per il caffè ai ventilatori con un notevole successo per i prezzi contenuti e per l’ingegno e il design di alta qualità. E vennero uomini come Giulio Natta che con il suo ingegno rivoluzionò la chimica scoprendo un’ampia classe di catalizzatori  per facilitare la polimerizzazione del polipropilene ideale per la nascita di fibra tessile e articoli di plastica. E vennero uomini come Alcide de Gasperi che capirono che affidarsi all’Europa non era una limitazione di potere e dignità della propria sovranità ma una conquista per una stabilità comune e più forte: nel 1951 l’Italia fu in prima linea nella costituzione della CECA – Comunità Europea per il Carbone e per l’Acciaio – istituzione antesignana nel metodo e nella composizione delle successive tappe di integrazione europea. Nel metodo perché, come sottolinea sempre il prof. Cipolla, si trattava di un’istituzione con potere decisionale e  nella composizione perché vide il superamento del contrasto franco-tedesco simboleggiato nelle figure di Bismarck e di Napoleone III che aveva bagnato di sangue l’Europa nei due secoli precedenti, formando ora un’asse  duraturo bilanciato dall’Italia e dai floridi paesi del Benelux (Belgio-Paesi Bassi-Lussemburgo) .  La Gran Bretagna si autoescluse e fu ammessa solo due decenni dopo.

Sessanta anni dopo, ancora si agitano i venti di crisi. Ma a differenza di quegli anni non si vedono sotto i riflettori grandi uomini e grandi imprese, e soprattutto sembra mancare la speranza di una rinascita. E in molti si augurano il crollo dell’Europa e della sua moneta unica invocando la sovranità nazionale molto spesso dimenticando o tralasciando in malafede che inevitabilmente essa sarà legata a un’inflazione paurosa, all’aumento di povertà e di disoccupazione. E’ invece il momento di compiere il grande passo: quello di trasformare un Europa burocratica e finanziaria nella grande Europa dei popoli. Un’Europa che porti in primo piano una politica comune per lo sviluppo e per la crescita, un’Europa che possa dare impulso alla ricerca e all’innovazione per diventare “l’economia della conoscenza più sviluppata del mondo” (Rocco Buttiglione).

Nei primi giorni di gennaio alcuni grandi passi sono stati compiuti:  il primo è  il trattato intergovernativo per la stabilità economica firmato dai 27 paesi dell’Unione Europea , ad esclusione della Gran Bretagna che ancora una volta si è autoesclusa . La stabilità economia, che passa per il pareggio di bilancio che il governo italiano si prefigge di raggiungere nel 2013, è fondamentale ma è un mezzo: il fine è il lavoro, l’occupazione, il benessere, la vita buona per le cittadine e i cittadini dell’Europa. E potremmo fare questo solo se non avremo paura ancora una volta di mettere in gioco il nostro ingegno, se non avremo paura di cedere la nostra sovranità nazionale con la speranza e la consapevolezza di incentivarla in una grande sovranità che possa passare per l’Europa federale prendendoci tutti per mano. Il secondo passo, che forse ha avuto poca diffusione e risalto nei media, merita una pari considerazione: è la mozione unitaria firmata dai partiti , tra cui l’Udc, che sostengono l’attuale governo italiano che è giusto conoscere e diffondere:

“ L’Italia si impegna a perseguire con determinazione il rafforzamento del tradizionale ruolo dell’Italia quale membro fondatore dell’Unione Europea con l’obiettivo di riaffermare il metodo comunitario quale asse centrale del processo di integrazione, riducendo il peso, oggi eccessivo, del metodo intergovernativo e rilanciando la prospettiva di un’unione federale; ad illustrare ai Paesi membri ed alle autorità istituzionali dell’Unione europea la portata delle misure adottate a più riprese nel corso del 2011 dall’Italia per il risanamento finanziario e recentemente per la competitività e la crescita, evidenziando in modo particolare l’impegno costituzionale in corso di attuazione in materia di pareggio di bilancio e l’impegno del Parlamento e di tutte le maggiori forze politiche per una scelta strategica di lungo periodo a favore di politiche di serietà e di rigore e per l’adozione del modello europeo dell’economia sociale di mercato, scelte che vengono in tal modo sottratte al variare delle contingenze mutevoli della politica, offrendo un impegno strategico e di lungo periodo

Avete sentito ragazzi? E’ ora di mettersi di gioco, è ora di tornare protagonisti, perché l’ingegno e la speranza dell’Italia e dell’Europa del futuro possano sorgere.

 

 

 

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postato il 29 gennaio 2012 da Redazione | in "Politica"

Scalfaro ha sempre difeso Parlamento e istituzioni

Riflettere sul suo settennato

Siamo affettuosamente vicini alla figlia Marianna nel ricordo del Presidente Oscar Luigi Scalfaro, per lunghi anni appassionato militante e dirigente della Democrazia Cristiana, ministro, vicepresidente e presidente della Camera dei deputati e poi Presidente della Repubblica.
Ha sempre difeso il Parlamento e la sua centralità, la magistratura e la sua autonomia e le Istituzioni dello Stato.
Sulla sua opera bisognerà riflettere con la serenità che spesso è mancata nel valutare in particolare il suo settennato al Quirinale. Personalmente lo ricordo con grande amicizia.

Pier Ferdinando

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postato il 28 gennaio 2012 da Redazione | in "In evidenza, Media e tecnologia, Riceviamo e pubblichiamo"

Agenda digitale, la modernizzazione del Paese passa da qui

“Riceviamo e pubblichiamo” di Giuseppe Portonera

In Italia il rapporto tra politica e web non è mai stato, giusto per usare un eufemismo, dei migliori. Anziché comprendere tutte le immense potenzialità offerte da uno sviluppo consapevole della Rete e sfruttarle adeguatamente, in tutti questi anni abbiamo assistito al concepimento e all’approvazione – o tentata tale – di mostruosi decreti che rappresentano la cifra ideale dell’arretratezza culturale di larga parte della nostra classe dirigente. Decreto Pisanu, di Comma 29, di Emendamento Fava: cambiano i nomi, non la sostanza. Il problema è a monte: i difensori della libertà, anche sul Web, si trovano sempre sulla difensiva, costretti a rintuzzare gli attacchi sferrati da lobby o da parlamentari poco attenti e svegli; se si vuole invertire questa tendenza, quindi, occorre che alla difesa del principio di libertà e di neutralità sul Web, vada aggiunta l’impegno per rendere consapevole il Paese che la modernizzazione e il miglioramento del nostro sistema passano proprio da Internet. Che non è solo un canale di comunicazione alternativo, ma è uno strumento rivoluzionario.
In Italia c’è un ostacolo enorme al libero sviluppo di Internet: un divario che è infrastrutturale, economico e culturale. Infrastrutturale, perché chi vorrebbe accedere a Internet non può per l’assenza della banda larga. Economico, perché quasi il 20% delle famiglie che non ha accesso a Internet trova troppo costoso il computer o l’accesso a Internet, o entrambe le cose. Culturale, perché il 23% di chi non accede a Internet la considera inutile e non interessante, mentre il 41% vorrebbe accedere, ma non ritiene di averne le capacità. Ecco a cosa serve un’Agenda Digitale. Bisogna colmare il digital device italiano creando una nuova e diffusa consapevolezza (o meglio ancora, un vero e proprio processo di alfabetizzazione) nel Paese che Internet migliora la qualità della nostra vita e il fatto che nel Decreto Semplificazioni sia stato inserito questo riferimento è già un’ottima notizia. Nel decreto sono già inserite importante novità: dal finanziamento delle infrastrutture per la banda larga e ultra-larga (in Italia ci sono 5,6 milioni di cittadini che soffrono di gravi disagi a causa del “divario digitale”); dalla condivisione attraverso la rete dei dati in possesso delle istituzioni pubbliche, per garantire la piena trasparenza nei confronti dei cittadini e la sburocratizzazione delle pratiche (visto che i dati in possesso delle pubbliche amministrazioni saranno condivisi al loro interno, senza bisogno di inutili duplicazioni); dalla creazione di spazi virtuali sul web in cui i cittadini possono scambiare opinioni, discutere dei problemi e stimolare soluzioni condivise con la pubblica amministrazione; dall’incentivazione dell’e-commerce e delle transazioni finanziarie sul Web.
È sicuramente un grande passo in avanti, ma non è ancora abbastanza. Perché – come recita la mozione di Agendadigitale.org – “il XIX secolo è stato caratterizzato dalle macchine a vapore, il XX secolo dall’elettricità. Il XXI secolo è il secolo digitale”. Finora questo principio non è riuscito a fare breccia in Italia, conservatrice per sua natura e abbastanza diffidente nei confronti di qualsiasi novità: abbiamo fiducia, invece, nel fatto che questo Governo saprà superare anche questi ostacoli e contribuire ancor di più a modernizzare il nostro Paese.
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postato il 27 gennaio 2012 da Redazione | in "In evidenza, Riceviamo e pubblichiamo, Spunti di riflessione"

Giorno della memoria, la necessità di purificare gli sguardi.

Riceviamo e pubblichiamo di Jakob Panzeri

“Perché quello sguardo non corse fra due uomini, e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo avrei spiegato l’essenza della grande follia della Terza Germania” (Primo Levi, Se questo è un uomo)

Questo è ciò che pensa Primo Levi durante l’esame di chimica per passare nel nuovo commando quando il suo esaminatore, il dottor Paulitz, alzò gli occhi e lo guardò. Quello sguardo era molto diverso da quelli che solitamente un prigioniero riceveva nel campo dai kapò, non c’era odio, non c’era disprezzo, era uno sguardo tra due specie diverse scambiato come attraverso le pareti di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi.

Sei milioni di vittime: è questo il tragico bilancio dello Shoa e dello sterminio degli ebrei perpetuato dal nazismo, senza dimenticare i prigionieri politici, gli omosessuali, i rom e i sinti, i portatori di handicap e i  disturbati mentalmente che ricordiamo oggi, 27 gennaio,  Giorno della Memoria, giorno in cui i cancelli di Auschwithz furono abbattuti.

Ricordare è un dovere, soprattutto ora che i sopravvissuti della deportazione ci stanno lasciando, siamo ormai  l’ultima generazione che potrà  sentire testimonianze dirette  della Shoa ed è proprio per questo che dobbiamo ancor più impegnarci a ricordare.

Porterò sempre nella mia mente e nel mio cuore il video realizzato in 3°media dopo aver letto insieme in classe “Se questo è un uomo” di Primo Levi e la visita al campo di Mauthausen , grande santuario di pietra dell’orrore umano.  E per questo non finirò mai di ringraziare i protagonisti di questo cammino che mi hanno educato ad entrare nella mia umanità.  Quel video ancora mi commuove.

Ricordare e vigilare, perché il nostro sguardo non sia come quello del dottor Paulitz, “uno sguardo tra due specie diverse scambiato come attraverso le pareti diverse di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi”

 

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postato il 26 gennaio 2012 da Redazione | in "Giovani, In evidenza, Riceviamo e pubblichiamo"

Risorse e merito per non essere “sfigati”

“Riceviamo e pubblichiamo” di Marika Li Causi

Come era prevedibile l’affermazione del viceministro Martone “chi si laurea dopo i 28 anni è uno sfigato” è stata sommersa dalle feroci critiche delle associazioni studentesche. Personalmente sono certa che l’obiettivo delle dichiarazioni del viceministro Martone era quello di incitare e stimolare i non più tanto giovani studenti ad affrettarsi a condividere i frutti derivanti dal loro impegno accademico con il mercato del lavoro e, più in generale, a infondere nei giovani la voglia di impegnarsi a “bruciare le tappe” come i coetanei europei. C’è però anche qualcosa di vero nelle lamentele dei tanti giovani che con difficoltà immani portano a termine gli studi universitari. Ad esempio una delle problematiche più diffuse che i cosiddetti  fuori corso si trovano ad affrontare è  l’obsolescenza degli insegnamenti derivante dal continuo cambiamento dei programmi dei corsi di facoltà.
Più in generale c’è dunque un problema delle università che unito agli altri problemi del mondo giovanile diventa una miscela deleteria per le nuove generazioni . Diciamocelo chiaramente: tutti questi fuori corso non saranno anche il segno che gli atenei italiani hanno bisogno di un rinnovamento finalizzato al raggiungimento di un’armonia organizzativa? Una prima soluzione al problema atavico delle università potrebbe arrivare  dagli investimenti: più investimenti creeranno più stimoli, più stimoli svilupperanno la competizione studentesca che è quanto di più auspicabile per il miglioramento dell’istruzione italiana attuale. Perché l’università, come ha ricordato Pier Ferdinando Casini, dovrebbe essere anche questione di merito.

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postato il 26 gennaio 2012 da Redazione | in "In evidenza, Media e tecnologia, Riceviamo e pubblichiamo, Spunti di riflessione"

Digital divide, se il censimento non censisce

Per il censimento del governatore Quirino in Siria e Giudea anche la Sacra Famiglia dovette scomodarsi per tornare a farsi registrare nell’oscura Betlemme, ma allora i censimenti erano una cosa seria e soprattutto i romani ci sapevano fare. Oggi nell’era di internet i censimenti sono un po’ più difficili e forse anche incompleti. Sembrerà un paradosso ma è quanto ammette la stessa Istat nel sito del censimento 2011:

Sono state predisposte due versioni di questionario, una contenente tutti i quesiti previsti dal piano di rilevazione censuaria e una in forma ridotta, allo scopo di ridurre al massimo l’onere sui rispondenti.
Il questionario ridotto viene distribuito ai due terzi delle famiglie residenti nei centri abitati dei Comuni capoluogo di provincia o con almeno 20 mila abitanti al 1° gennaio 2008, nei quali è stato possibile costruire campioni di famiglie significativi per aree sub comunali (Aree di Censimento).
Nei restanti Comuni viene utilizzato unicamente il modello in forma completa.

Se si parla di “campioni” anche un profano della materia potrebbe capire che non si tratta più di censimento della popolazione ma di un sondaggio piuttosto approfondito. Ma non è questo il punto, un’operazione statistica di questo tipo per quanto importante non mette nelle condizioni di intervenire su dei settori cruciali per lo sviluppo del Paese. Il riferimento ad esempio è ad una materia importante come il digital divide, cioè il divario esistente tra chi ha accesso al computer e ad internet e chi ne è escluso, che in base ai dati di questa rilevazione non sarebbe determinato correttamente dato che nella forma ridotta del questionario non c’è alcuna domanda sull’uso del Pc e di Internet. Ciò significa che ai due terzi delle famiglie residenti nei centri abitati dei Comuni capoluogo di provincia o con almeno 20 mila abitanti non sono state rivolte tali domande. Il censimento 2011 sarebbe stata un’ottima occasione per fare il punto sul digital divide italiano e prendere tutte le misure del caso per un’intervento senza precedenti, purtroppo in questa maniera i dati saranno ancora approssimativi con un danno evidente per i centri più piccoli che spesso sono quelli che soffrono di più del divario digitale. Una questione di rilievo visto che il governo Monti si sta muovendo per l’agenda digitale italiana, certo ci sarebbe anche la domanda sulla gestione del censimento e quindi sull’utilizzo di soldi pubblici per un’indagine incompleta, ma questa è un’altra storia.

di Adriano Frinchi

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postato il 26 gennaio 2012 da Redazione | in "In evidenza, Riceviamo e pubblichiamo, Spunti di riflessione"

Cari candidati sindaco che promettete di rinunciare all’indennità

“Riceviamo e pubblichiamo” di Giovanni Villino

Sono un cittadino palermitano che ama Palermo e che riconosce il ruolo insostituibile della politica nell’amministrazione della Cosa pubblica. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un teatrino per nulla edificante. Inutile negarlo: pochi gli uomini di valore seduti tra gli scranni, molti i mediocri a urlare.

Una reazione fisiologica, in un sistema malato, è il risveglio delle coscienze. Un risveglio etichettato, a mio parere in modo errato, come antipolitica.

Ho letto su diversi siti l’annuncio fatto da alcuni candidati di rinunciare, nel caso di avvenuta elezione a primo cittadino, alla propria indennità. Queste affermazioni non risuonano per nulla nuove alle mie orecchie.

Negli ultimi anni si è fatta confusione tra gli sprechi della politica e i costi della democrazia. Il pagamento di una persona chiamata ad amministrare è quanto di più giusto possa avvenire. Questo consente, anche a chi non dispone di patrimoni o grossi redditi, di candidarsi per amministrare la cosa pubblica senza dover preoccuparsi di non potere sostenere gli oneri di un simile incarico.

Posso intuire il nobile intento che ha guidato questi candidati nell’affermare simili promesse: una scelta simbolica di rigore e solidarietà. Ma occorre, a mio modesto parere, guardarsi dai rischi che si corrono percorrendo una sottile corda: da una parte c’è il populismo, dall’altro la demagogia. E non tutti possono vantarsi di essere abili acrobati.

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postato il 25 gennaio 2012 da Redazione | in "In evidenza, Politica, Riceviamo e pubblichiamo, Spunti di riflessione"

Ius soli, l’inutile populismo di Grillo

“Riceviamo e pubblichiamo” di Stefano Barbero

I primi a rimanerci di stucco sono stati i suoi stessi sostenitori, quelli che da alcuni anni lo seguono su internet e si sono affidati alle sue profezie. Anche Beppe Grillo non è il sant’uomo che si credeva, avranno pensato, non è il guru che rappresenta gli interessi degli indifesi, non è (più) quello che non le manda a dire ai potenti, ma sembra essersi allineato alle peggiori sparate leghiste. Il comico genovese ha preso una sua posizione sul diritto di cittadinanza ai nati in Italia, tema che tiene banco in questo periodo con diverse proposte di legge in Parlamento, campagne popolari come “L’Italia sono anch’io” e altre iniziative istituzionali, a partire dall’impegno del Presidente della Repubblica su questo fronte.

Per il Grillo nazionale, “la cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso”: questo perché metterebbe di fronte le opposte tifoserie, i buonisti terzomondisti della sinistra contro i leghisti alla “fora di bal”, e tanto basta per chiudere il discorso su questa battaglia di civiltà. Ma come? Proprio da Grillo dobbiamo sentire queste parole? A meravigliarsi sono stati per primi proprio i grillini del Movimento 5 stelle, quel popolo che sta crescendo, stando a quello che affermano i sondaggi, e che sullo ius soli ha idee diverse da quelle del suo leader.

In un Paese che guarda al domani e non al passato, con gli scontri ideologici e le barricate, è un dovere approfondire il discorso sulla cittadinanza agli stranieri (che poi stranieri non sono, visto che nascono e crescono insieme agli italiani). Molte forze politiche sono favorevoli a quest’apertura, il Capo dello Stato da tempo promuove questa causa, con iniziative e dichiarazioni pubbliche. Pier Ferdinando Casini ha sostanzialmente liquidato la poco commendevole uscita di Grillo come una (nuova) forma di populismo. Di queste nuove sparate populiste di Grillo non ne sentivamo il bisogno, sono ampiamente sufficienti quelle quotidiane della Lega.

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postato il 24 gennaio 2012 da Redazione | in "In evidenza, Media e tecnologia, Riceviamo e pubblichiamo"

Nessun bavaglio al web, #noSopa

di Giovanni Villino

Mettere il bavaglio alla rete per tutelare il diritto d’autore o per difendere da truffe e aggressioni gli utenti di Internet significa voler guardare, ancora una volta, al dito e non alla luna. Una soluzione miope e, come ha sottolineato Roberto Rao, capogruppo dell’Udc in Commissione Giustizia, “tipica di una mentalità da regime totalitario”. Oggi si torna a discutere del cosiddetto “Sopa italiano”, un emendamento presentato dal deputato della Lega, Gianni Fava. Si tratta di una norma che consente la rimozione immediata di contenuti online su qualsiasi piattaforma sulla base della richiesta di «qualunque soggetto interessato». Immediata la levata di scudi in rete. Timori e malumori sono stati intercettati da diverse forze politiche che hanno presentato emendamenti soppressivi. Tra i promotori di un controemendamento l’Udc che ha presentato il documento oggi nel corso di una conferenza stampa alla Camera. “Metteremo letteralmente nel cestino una norma che rappresenta di fatto una Sopa italiana – afferma Roberto Rao – Grazie ad alcune sentinelle della Rete, che si sono accorte meglio e prima di noi, del rischio che stava correndo il web, abbiamo affrontato la questione. Con questo, tuttavia, non mettiamo da parte i problemi legati al diritto d’autore, alle truffe o alle aggressioni in rete. Sono temi che vanno affrontanti in un provvedimento ad hoc e su cui tutti iparlamentari sono chiamati, senza paura e senza pregiudizi, a confrontarsi”.


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postato il 24 gennaio 2012 da Redazione | in "Economia, In evidenza, Riceviamo e pubblichiamo"

La rivoluzione del Project financing

 

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

Per l’economia di un paese il capitolo infrastrutture è molto importante, non solo per l’incidenza diretta sul PIL, ma anche perché permettono di creare quelle condizioni affinchè possano sorgere nuove imprese e quelle esistenti vedano migliorata la produttività (pensiamo agli effetti che può avere una migliore rete stradale nel trasporto merci, o una migliore rete elettrica nei costi di energia per una azienda).

In tal senso il pacchetto liberalizzazioni di Monti contiene delle importanti novità e mi preme sottolineare in particolare quelle che vanno dall’articolo 42 all’art. 44 e che riguardano la partecipazione dei privati nella realizzazione di infrastrutture (tramite il project financing) e nel finanziamento delle medesime tramite i project bond (emessi dai comuni).

Il primo punto in Italia non ha mai sfondato davvero, come si vede da una indagine della Banca Europea in cui si afferma che tra il 1990 e il 2009 in Europa sono stati realizzati in project financing 1.340 progetti; di questi il 53% è stato realizzato nel Regno Unito, il 12% in Spagna, e solo il 3% in Italia.

Come mai questo ritardo in Italia? Intanto in Italia, spesso ci si aggiudica le gare, senza che però poi vi siano i finanziamenti dalle banche, con il risultato che le opere vengono bloccate, inoltre, in Italia il Project Financing è sempre stato visto come una soluzione di ripiego cui ricorrere solo in caso di mancanza di risorse pubbliche. In questo senso ha deciso di operare Monti che optato per facilitare l’apporto di risorse delle assicurazioni nel Pf, consentendo di farle rientrare tra “le riserve tecniche”, mentre nell’articolo 41 comma 5 bis i promotori privati sono obbligati a coinvolgere le banche dalla fase di presentazione del progetto. Infine, nell’articolo 42 C.2, il decreto permette al privato di avere introiti immediati tramite la gestione di opere connesse.

Tutto questo però non era sufficiente e quindi vi sono altre novità, ovvero i project bond: la nuova norma stabilisce che le società costituite al fine di realizzare e gestire una singola infrastruttura o un nuovo servizio di pubblica utilità possono emettere obbligazioni per finanziare l’opera (project bond). Questa norma riguarda anche l’ambito pubblico, infatti comuni, province, città metropolitane e altri enti locali potranno attivare, per il finanziamento di singole opere pubbliche, prestiti obbligazionari di scopo garantiti da un apposito patrimonio destinato (che potrebbe essere costituito anche dai beni stessi del comune o dell’ente locale coinvolto). Inoltre il testo prevede il contratto di disponibilità per la realizzazione di opere, con l’obiettivo di favorire ulteriormente il partenariato pubblico-privato, applicabile sia alle opere ordinarie che alle opere di interesse strategico. Infine è stata introdotta una nuova disciplina in materia di concessioni che individua il partenariato pubblico-privato quale strumento da privilegiare per la realizzazione di nuove strutture carcerarie. I costi di realizzazione saranno finanziati interamente con capitale privato reperito attraverso strutture bancarie, che potrà essere integrato, in misura non inferiore al 20%, con il finanziamento da parte di investitori istituzionali, come le fondazioni.

 

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postato il 23 gennaio 2012 da Redazione | in "Mezzogiorno, Politica"

Sciopero tir: la protesta non va sottovalutata

Governo nazionale e regionale facciano loro parte
 

La protesta siciliana non deve essere sottovaluta perché, al di là delle strumentalizzazioni politiche e delle infiltrazioni criminali, fa emergere la crisi economica al sud Italia in tutta la sua drammatica concretezza. Gli agricoltori, i pescatori e gli autotrasportatori siciliani non riescono a reggere, infatti, il costo delle loro attività e rischiano di uscire dal mercato. Per questo apprezziamo la decisione del premier Monti di incontrare il presidente della regione siciliana. Ci aspettiamo, infatti, che governo centrale e governo regionale facciano fino in fondo la loro parte per rispondere alle esigenze della categorie produttive dell’isola.

Pier Ferdinando


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postato il 22 gennaio 2012 da Redazione | in "Economia, In evidenza, Lavoro e imprese, Riceviamo e pubblichiamo"

Imprenditoria giovanile, un euro per sognare

 

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

Uno dei punti più importanti del pacchetto di liberalizzazioni varate da Monti sono le società a responsabilità limitata (Srl) in una forma semplificata, formula riservata alle persone fisiche che non abbiano compiuto i 35 anni di età alla data della costituzione della società. In pratica, per chi ha meno di 35 anni, si apre la strada di potere fondare una Srl (società a responsabilità limitata) senza i limiti previsti per le società di capitali, come la soglia del capitale minimo e le spese notarili necessarie per la costituzione mediante atto pubblico (spese e vincoli che di fatto impediscono la nascita di molte attività da parte dei giovani), ma con un capitale sociale limitato simbolicamente ad un solo euro e la semplice comunicazione unica dell’atto costitutivo al registro delle imprese, esente da diritti di bollo e di segreteria (e senza le spese del notaio). Al verificarsi del raggiungimento del limite di età di 35 anni l’imprenditore viene escluso di diritto ex art. 2473-bis del codice civile e dovrebbe subentrare un altro socio; oppure si può trasformare la società in una diversa società di capitali ma in tal caso il socio assente o dissenziente alla delibera avrà il diritto di recedere. Non è prevista, invece, la possibilità di trasformare tale modello societario in una società di persone.

Alla luce della qualificazione di tale modello societario nel novero delle Srl si rendono applicabili alle nuove società semplificate le regole concernenti l’articolo 14 della legge n. 183/2011, il quale ha tratteggiato le regole di bilancio semplificato destinato a tale modello societario.

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postato il 22 gennaio 2012 da Redazione | in "app, Interventi, Politica, Riforme"

Casini: “Indietro non si torna, il decreto si può solo migliorare”

E’ tempo di riforme, cominciamo dalla giustizia

L’intervista pubblicata su ‘Il Messaggero’ di Barbara Jerkov

Per le categorie interessate il pacchetto liberalizzazioni pretende di far troppo. Per il Pd troppo poco. Berlusconi si è detto deluso dal governo dei tecnici prevedendo: «Presto verremo richiamati noi».

E il suo giudizio presidente Casini? Il decreto Monti ha fatto troppo o troppo poco?
«I giudizi contrapposti sono la miglior certificazione che si è mosso qualcosa di importante», risponde il leader dell’Udc. «Si doveva mettere in moto un gigante, non era facile rompere le incrostazioni e l’immobilismo di anni. Il bicchiere è mezzo vuoto e mezzo pieno, d’accordo; per me ciò che conta è che sia mezzo pieno. Se era tutto così semplice da fare, allora perché non l’hanno fatto in governi precedenti?».

Pdl e Pd già preannunciano una massa di emendamenti in Parlamento. Il Terzo Polo farà altrettanto?
«Siamo sempre disponibili a introdurre elementi migliorativi. Se invece qualcuno pensa di bussare alle nostre porte per annacquare gli elementi di concorrenza, si risparmi pure la fatica perché noi pensiamo che a forza di recepire le istanze corporative l’Italia sta morendo».

Che cosa le sarebbe piaciuto veder affrontato con maggior coraggio?
«E’ chiaro che l’approccio è stato per forza di cose gradualistico. Sui servizi pubblici locali e sulla rete gas si è cominciato a incidere, vedremo come si materializzerà la riforma in concreto dal momento che molti di questi provvedimenti oggi si mettono appena in marcia, poi sarà necessario tutto un iter lungo e complesso per portarli a compimento Le confesso che il timore che anche questa volta non si incidesse sullo scorporo della rete gas c’era, invece si è arrivati a una decisione di principio importante».

Altrettanto soddisfatto su assicurazioni e banche?
«Sulle assicurazioni non sarà una rivoluzione, ma un’attenzione maggiore al cliente è innegabile. Del resto tutto il decreto è destinato ad allargare la concorrenza e più concorrenza significa prezzi più competitivi e clienti potenzialmente più soddisfatti. Quanto alle banche effettivamente c’è ancora da fare».

Benzina?
«Il sistema rimane tendenzialmente in mano alle grandi compagnie. Qui francamente penso anch’io che si poteva avere più coraggio».

Professioni?
«Si va nella giusta direzione. Trovo molto giusto il tirocinio nelle università, è un aiuto ai giovani e una spinta a muoversi sciogliendo un bel po’ di lacci e lacciuoli».

E veniamo a farmacie e taxi, due categorie scese sul piede di guerra. Sono stati davvero penalizzati più di altri?
«Proprio non penso, anche qui si poteva fare ben di più. Si è scelta invece la strada di ampliare la concorrenza, inserendo norme innovative e interessanti che stimolano la fantasia imprenditoriale e, ancora una volta, la concorrenza».

Venendo ai giudizi più strettamente politici, l’altro giorno Berlusconi ancora una volta ha bocciato seccamente l’operato del governo, ieri invece Alfano è intervenuto per esprimere apprezzamento e assicurare il sostegno pieno del Pdl al decreto in Parlamento. Un Pdl a due facce: qual è quella vera?
«E’ chiaro che il Pdl ondeggia tra il populismo catastrofista di chi ritiene che nulla sia cambiato e il realismo di chi invece sta favorendo il percorso di Monti. Alfano mi sembra interpreti questa seconda faccia, Berlusconi come al solito le rappresenta tutte e due. Resta il fatto che non penso si possa minimizzare il risultato di Monti. Monti ha fatto tornare l’Italia sulla scena europea da protagonista. Lo spread sta diminuendo seppur lentamente: negli ultimi giorni è sceso di quasi cento punti. Il decreto sulle liberalizzazioni è un segnale concreto. Allora perché minimizzare tutto questo?».

Perché, presidente?
«Capisco che sia una strada difficile per il Pdl, non voglio banalizzare. Personalmente però non credo che questo ondeggiare continuo tra due stati d’animo opposti convenga loro: anche al Pdl dovrebbe interessare potersi intestare il sostegno a un governo che ha già realizzato tanto. Il rischio vero, così facendo, è che non riescano ad avere alla fine né il dividendo del sostegno a’ìfenti né quello di chi sta sul serio all’opposizione».

Nel Pdl c’è chi, come il vicepresidente della Camera Lupi, ha parlato di un’Opa di Casini sugli azzurri. Cosa risponde?
«Considero quella di Lupi la battuta di un amico rivolta a un altro amico. Non c’è nessun’Opa di alcuno su alcunché. Io credo che i partiti debbano semplicemente di fare il loro dovere, poi a giudicarli saranno i cittadini. Ciascuno è artefice del proprio destino: noi siamo stati artefici del nostro restando all’op posizione dei governi di Prodi e di Berlusconi, noi siamo stati artefici del nostro destino rifiutando di entrare nel Pdl. Noi saremo artefici del nostro destino in base alla modalità in cui saremo credibili nel sostegno a Monti».

Sin dal primo giorno di questo governo lei ha detto che le alleanze future dipenderanno da come si sta in questa maggioranza. L’altro giorno, proprio sul Messaggero, Pisanu l’ha invitata ad aprire un canale di dialogo privilegiato con Alfano. Pensa di seguire il consiglio?
«Io dialogo con tutti. Dialogo con Alfano, che stimo e che come me sta nel Ppe. Dialogo con il Pd, che ha avuto un grandissimo merito che riconosco loro ogni giorno: se si fosse andati a votare avrebbero vinto, invece hanno capito che c’era un Paese da salvare e hanno accettato una scelta che dal punto di vista egoistico non so quanti partiti avrebbero fatto. Quanto a noi dell’Udc, il nostro segretario ha detto chiaramente che faremo un congresso, disponibili ad azzerare il partito non appella si creeranno le condizioni per nuove convergenze».

Non è già il progetto del Terzo Polo questo?
«Il Terzo Polo deve ulteriormente aprirsi alla società civile, al mondo cattolico. E, perette no, anche a tanti protagonisti dell’attuale esecutivo di cui non bisogna essere gelosi o ‘ aver paura, spero anzi che entrino in politica e ne siano protagonisti».

Sta parlando di una nuova e più vasta area moderata destinata a candidare lo stesso Monti?
«Monti lasciamolo in pace! Sostengo con troppa lealtà il governo per creargli difficoltà tirandolo da una parte o dall’altra. Monti è l’unico che non ha bisogni di candidarsi essendo già senatore a vita, e ripete sempre che non si presenterà alle elezioni. Ma certamente non possiamo interdire la politica ad altri».

Chi, per esempio?
«Non faccio nomi per non mettere in difficoltà nessuno, ma le ribadisco che noi siamo disposti a tutto, anche ad azzerare il nostro partito se questo serve a un progetto più alto e più ampio. Né ci interessa intestarci alcuna paternità. Ormai gli uomini della provvidenza non sono più di moda».

Questa eventuale scomposizione e ricomposizione dei partiti dipende dalla nuova legge elettorale o è indipendente da questa?
«Tutti sanno qual è la legge elettorale che mi piacerebbe: quel sistema tedesco che ha garantito alla Germania cinquant’anni di alternanza bipolare tra socialisti e democristiani, ma che quando il Paese ne ha avuto la necessità ha consentito una larga coalizione. Un sistema che ha questa dose di flessibilità e di aderenza ai bisogni reali mi piace. Ciò premesso, e anche se dicendo questo so che deluderò molti colleghi della politica, io sono indifferente ai sistemi elettorali. Le forze politiche, se rappresentano esigenze reali della società, non sono né favorite né danneggiate dai sistemi elettorali. Quale che sia la legge noi abbiamo la convinzione di essere protagonisti, per questo siamo aperti a tutte le soluzioni, che siano alla tedesca alla francese o alla spagnola. Fatta salva l’esigenza, cui ci ha richiamato il capo dello Stato, di restituire ai cittadini la scelta dei parlamentari».

Il presidente Napolitano sta svolgendo un ruolo chiave nel favorire le condizioni per la ripresa di un confronto concreto in Parlamento sulle riforme.
«E noi rispondiamo al suo appello rispondiamo: presente! Siamo convinti che la politica non solo debba assecondare l’impegno del governo sui temi economico-sociali, ma debba fare di più. Primo: riformare se stessa, con la riforma del bicameralismo perfetto, dei regolamenti parlamentari e della legge elettorale. Secondo: bisogna chiudere vent’anni di contrapposizione tra potere giudiziario e potere legislativo».

In che modo, presidente?
Aver votato la scorsa settimana tutti insieme una mozione approvando a larghissima maggioranza la relazione del ministro Severino al Parlamento deve indicarci la prossima grande riforma da affrontare: proprio quella della giustizia. Ci sono tante riforme a costo zero che possono rendere finalmente più efficiente il sistema giudiziario italiano. E altre, come le intercettazioni, su cui si deve raggiungere un equilibrio di civiltà. In queste ore sono in Calabria, una regione martoriata dalla ‘ndrangheta. Abbiamo il dovere di alzare il tasso etico del nostro Paese e questo non si può fare se non c’è una ricomposizione tra il mondo della giustizia e il mondo della politica. La politica deve fare autocritica, ma pure il mondo della magistratura deve riflettere su certi eccessi di questi anni. La politica deve difendersi dai fenomeni criminali e deve essere aiutata a difendersi. E allo stesso tempo, dalla delegittimazione della magistratura a tutti i livelli non può che derivare un abbassamento del tasso etico. Ecco, anche su tutto questo è giunto il momento di una svolta».

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postato il 20 gennaio 2012 da Redazione | in "In evidenza, Media e tecnologia"

Difendiamo la nostra libertà. Anche sul Web.

di Giuseppe Portonera

«È sperabile siano passati, ormai, i tempi in cui bisognava difendere la “libertà di stampa” come una delle garanzie contro governi corrotti o tirannici. Sarà ormai superfluo, immagino, mettersi a spiegare come non si possa permettere al legislatore o all’esecutivo che abbiano interessi diversi da quelli del popolo, di prescrivere alla gente quali opinioni avere o di decidere quali dottrine o quali argomenti sia lecito stare ad ascoltare». Così, nel 1859, John Stuart Mill si esprimeva nelle pagine del suo grande capolavoro, On Liberty, convinto ormai che la libertà di stampa, a lungo minacciata, fosse fuori pericolo. Quasi duecento anni dopo, possiamo dire – amaramente – che le parole di uno dei più grandi filosofi liberali fossero solo delle ottimistiche previsioni: duecento anni dopo, i nostri legislatori non hanno ancora del tutto accettato la piena libertà e sovranità non solo della stampa, ma di tutte le forme di comunicazione esistenti – a partire da quella che Mill non poteva neanche lontanamente immaginare: e cioè, la libertà del (e sul) Web.

Noi questa libertà l’abbiamo sempre difesa, specie contro le iniziative liberticide che il precedente governo ha messo in cantiere. Ora, se quel governo è finalmente passato, purtroppo non sono passate le tentazioni autoritarie di alcuni “legislatori” che speravamo fossero diventate solo un brutto e vecchio ricordo. È di qualche giorno fa, infatti, la notizia che l’On. Gianni Fava (Lega Nord) abbia preparato, inserito e fatto approvare dalla Commissione Politiche Comunitarie un emendamento alla Legge Comunitaria 2011, che rassomiglia molto a due disegni di legge – diventati famosi come SOPA e PIPA – elaborati dal Congresso e dal Senato degli Stati Uniti d’America. Queste due ultime leggi, contro cui hanno scioperato migliaia di blogger insieme ai big dell’informazione su internet, altro non faceva che riproporre l’eterno schema che contrappone il diritto d’autore alla libertà di informazione e di trasmissione dei dati, risolvendolo a favore del primo attore, con l’introduzione di forti freni e filtri a scapito del secondo. Soluzione inaccettabile, perché la difesa del copyright – messa in atto con queste modalità – è una chiara sopraffazione della nostra libertà individuale, soprattutto di quella che è diventata caratteristica del nostro tempo: la condivisione (nel senso social del termine) libera e autonoma, con le nostre cerchie, di contenuti che ci interessano e che possiamo apprezzare o meno. Grazie ad Internet si è registrata quindi la grande emancipazione dell’utente, che da semplice fruitore delle notizie, ne può diventare – in ogni momento, con un semplice tweet o un post su Fb o sul proprio blog – fornitore.

L’emendamento Fava è, se possibile, ancora più ardito e pericoloso di tutte le brutture e i commi terrificanti che lo hanno preceduto: esso stabilisce l’obbligo, per qualsiasi fornitore di servizi di hosting, di procedere alla rimozione di un contenuto ritenuto “illegale” o lesivo del copyright, a seguito di una segnalazione da parte di un qualsiasi “soggetto interessato”, anziché a seguito di un provvedimento della competente Autorità. Ci troviamo, quindi, prima di tutto di fronte a una grave e illiberale stortura in termini di legge e diritto, visto che si permetterebbe la rimozione di un contenuto – non in via cautelativa, ma definitiva – senza neanche passare dal giudice competente.

Non è la prima volta che affrontiamo situazioni del genere, che si sono sempre chiuse con un passo indietro del legislatore e una vittoria dei sostenitori della libertà del Web. Il problema è che, nonostante i precedenti, questo genere di proposte continui a prolificare: come ha giustamente sintetizzato Fabio Chiusi, la percezione che viene fuori è che “governi e lobby continuino ad alternare bastone e carota, facendo un passo indietro e due avanti”. E se si continuerà di questo passo, lo scontro potrebbe anche degenerare in qualcosa di più grave e pericoloso (Anonymous ha già dichiarato l’avvio della #primaguerradigitale): ecco perché è necessario vigilare e restare con gli occhi aperti, sempre. Per evitare che la difesa di interessi particolari possa contrastare con quella dei nostri diritti fondamentali e degenerare in abusi e violenze digitali. A partire, proprio come ha sottolineato Roberto Rao, da #SOPAitalia.

 

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