postato il 11 Ottobre 2026 | in "Spunti di riflessione"

Mi fermo, dopo 44 anni dirò addio al Parlamento

Il ricordo più bello? Quel giorno con Wojtyla»

La mia intervista a cura di Fabrizio Roncone pubblicata sul Corriere della Sera

L’ex presidente della Camera: Forlani mi insegnò ad avere un rapporto distaccato con il potere Berlusconi il più carismatico, il suo desiderio di piacere era così forte che piaceva pure ai nemici



«Ho deciso: alle prossime elezioni politiche, dopo 44 anni, non mi ricandiderò. Lascio il Parlamento. Ritengo sia giunto il momento di cedere spazio a personalità più in sintonia con i partiti e con le coalizioni che si presenteranno agli elettori. Ringrazio tutti per la fiducia che m’è stata finora accordata. Mi fermo qui».

Il senatore Pier Ferdinando Casini parla piano, scandisce ogni parola, ogni verbo, in questa prima frase c’è già tutto quello che aveva intenzione di comunicare e così ora si alza e — dopo un’occhiata in cui è possibile scorgere un lampo di inattesa serenità — va a preparare un tè, l’invito era proprio per bere un tè e fare qualche riflessione poche ore dopo l’approvazione della nuova legge elettorale.

Leggo sugli appunti preparati per un’intervista che sembrava dover essere di routine: ha 70 anni, in Parlamento dal 1983, più due passaggi a Strasburgo, quindi presidente della Camera, con partiti fondati e cambiati, nel centrodestra e nel centrosinistra, ma sempre restando con ostinazione un democristiano, quindi a conoscenza del peccato originale, capace di attraversare la Prima e la Seconda Repubblica — di cui sa tutto, in cui ha visto tutto — con riconosciuta abilità e senza stupore, ben sapendo che i difetti del mondo morale sono parte integrante della politica, e di chi la frequenta.

Siamo a casa sua, abita in piazza del Gesù, dalla finestra del salone si scorge il leggendario palazzo in stile barocco che fu sede della diccì. «Sa cosa penserà qualcuno?», dice tornando dalla cucina con un vassoio. Penserà che Casini ci ha messo un bel po’ prima di fermarsi. «Esatto. E io, con un sorriso, rispondo che probabilmente ha ragione. Fin da giovane, del resto, ho sempre creduto che la cosa più difficile, in politica, non sarebbe stato tanto arrivare o rimanere, anche se poi rimanere non è che si sia rivelato così facile: il passaggio realmente complicato sarebbe stato individuare il momento giusto in cui fermarsi». Suppongo sia una decisione presa da tempo. «Ne ho parlato solo con i miei figli. Maria Carolina e Benedetta, le più grandi, avendomi sentito ripetere più volte l’intenzione di mollare, pensavano che anche stavolta non facessi sul serio. Ora, però, leggendo quest’intervista, capiranno che mi fermo davvero. Caterina e Francesco, che hanno sempre insistito affinché mi ricandidassi, nel nostro ultimo colloquio hanno invece convenuto che, sì, è giunto il momento di mettere un punto». Si guardi dietro, a chi deve maggior riconoscenza? «Ho un ricordo nitido, con la mente torno al primo giorno che, da neo eletto, metto piede a Montecitorio: è una mattina del luglio 1983. Non esistono i cellulari, i parlamentari hanno però a disposizione delle cabine telefoniche insonorizzate. Io allora ne apro una, entro e sa chi chiamo? Chiamo mio padre Tommaso, che era stato segretario provinciale della Dc. Ma riesco solo a dirgli, “Sono qui”, perché subito scoppio in un pianto a dirotto… La foto di lui che è sul palco insieme ad Alcide De Gasperi mi ha poi sempre seguito su tutte le scrivanie che ho avuto».

Nel 1973, a 18 anni, mentre i suoi coetanei pensavano di rovesciare l’Italia, Casini sente l’esigenza di andare a un comizio di Arnaldo Forlani. La militanza era cominciata qualche anno prima. Frequentava il liceo Galvani di Bologna, c’erano picchetti, «non ci facevano entrare. Allora organizzai un gruppo di giovani studenti, diciamo, democratici. Poi, però, un giorno non sapevamo dove stampare dei volantini. Allora chiesi consiglio a mio padre, che mi suggerì di andare a bussare alla sede della Dc e fu così che…». Una carriera fulminea tra i dorotei. Forlani mi ha insegnato a non forzare mai le situazioni. E ad avere un rapporto distaccato con il potere».

L’impressione, in effetti, è che Casini non si appresti a entrare in questa nuova fase della vita con ansie particolari. Un domani così profondamente diverso, distante da Montecitorio e da Palazzo Madama, non sembra spaventarlo. E quanto poi alle cicatrici: ne porta, certo, come tutti; però le sue paiono piccole, a prevalere sono i ricordi di una vita politica francamente straordinaria.

«Il giorno più bello? Quando, da presidente della Camera, ricevetti Giovanni Paolo II. Un uomo, un santo, che a un cristiano come me trasmetteva sensazioni irripetibili. Detto questo, sarei ipocrita se non ammettessi che ogni giorno è stato bello, entusiasmante, ogni giorno in cui mi sono alzato nell’emiciclo dell’Aula con la sensazione di essere ascoltato nel cuore della democrazia». Com’era Berlusconi? «Il più carismatico. Il suo desiderio di piacere era così forte che finiva per piacere pure ai suoi nemici». Il politico più sottovalutato? «Gianfranco Fini. Senza la svolta di Fiuggi non ci sarebbe stata Giorgia Meloni». Qual è stato il democristiano più grande? «Fanfani! L’uomo del “piano casa” e della presidenza dell’Onu, l’amico di Giorgio La Pira e di John Fitzgerald Kennedy». Il comunista che ha ammirato di più? «Giorgio Napolitano. Capì, prima degli altri, dove sarebbe andata la storia». E la donna, la donna che non dimenticherà mai? «Nilde Iotti. Capace, con non poche difficoltà, di dire no anche al suo partito, il Pci». Il giorno più triste? «Quando mi chiamarono a casa per dirmi che Marco Biagi era stato ucciso dalle Br. Era un mio caro amico. Lui, di qualche anno più grande, l’estate veniva a darmi ripetizioni di latino e greco a Lizzano in Belvedere, il paesino sotto il Corno alle Scale dove le nostre famiglie ci portavano in vacanza…». E il giorno più… «No, aspetti. Purtroppo custodisco il ricordo di altri giorni tremendi…».

Le due leader

Meloni ha dimostrato consistenza notevole, ha tenuto sulle spalle tutto

il peso della coalizione

Sarebbe un grave errore sottovalutare Schlein

Adesso Casini torna con la memoria a quel pomeriggio dell’11 settembre 2001, mentre era nel suo ufficio, aveva ricevuto Massimo D’Alema, e stavano lì, a parlare, quando la porta si spalanca di botto, e la segretaria, con il volto di cera, gli urla: «Presidente! Accenda la tv!». E poi, come un’ombra nel cuore, c’è la sera in cui va ad accogliere, all’aeroporto militare di Ciampino, le salme dei nostri militari uccisi a Nassiriya. La pioggia, le bare avvolte nei tricolori. Il capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, piegato dal dolore insieme alla moglie Franca. E quindi il corteo che parte verso il Vittoriano, la gente sui marciapiedi, chi mandava baci, lanciava fiori, chi chinava la testa e faceva il segno della Croce. «Guarda, Pier Ferdinando — mi disse Ciampi — questa è l’Italia che, nei momenti importanti, sa essere unita».

È più di un’ora che parliamo. Casini sfoglia il suo album pieno di racconti, dettagli, retroscena. Gli ho ovviamente chiesto un giudizio sulla Meloni. «Ha dimostrato una consistenza notevole perché ha tenuto sulle spalle tutto il peso della coalizione. A volte, però, per essere coerente, rischia di passare per testarda». Su Elly Schlein. «È testarda anche lei. E sarebbe un grave errore sottovalutarla. Molti dimenticano che è capace di parlare a un mondo giovanile non omologato alla politica tradizionale».

Si alza all’improvviso. «Ho voglia di cioccolata. Ne gradisce un po’?». Mentre lui scarta una piccola confezione di fondente — per staccare poi però solo un quadratino: perché per restare tonico e in forma, non può cedere alla gola — lo sguardo scorre sulle scaffalature, sui tavoli, sulle consolle: ovunque foto della sua famiglia, sempre solo lui in compagnia dei suoi cari. Come se la politica, in qualche modo, fosse stata tenuta fuori dalle mura domestiche.

Presidente, è possibile avere dei veri amici in politica? «È più facile averli fuori dal Parlamento». Ci stiamo per salutare: un consiglio ai giovani che sognano di entrare in Parlamento? «Serve la preparazione, ma è più importante il carattere. Occorre essere equilibrati e resistenti». Lo slogan politico più attuale? «L’Ucraina è il test per capire se vogliamo avere davvero un’Europa unita. Non bisogna svendere Kiev».

Cincischiamo un po’, l’ultimo libro letto, lui che sta per andare in Tanzania all’assemblea dell’Unione interparlamentare, fa ancora caldo anche qui, e intanto c’è l’ultima, inevitabile domanda che galleggia nell’aria. Alla fine la metto giù: presidente, tra due anni si rivota per il Quirinale. Lei era, e resta, uno dei candidati più accreditati.

Lui si gira lentamente. «Come dimostra la storia della Repubblica, al Quirinale non ci si candida, si viene eletti».

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postato il 30 Luglio 2026 da redazione | in "Spunti di riflessione"

I partiti ormai non esistono più. Sono sempre un democristiano

L’intervista al Secolo XIX a cura di Mario De Fazio

“Ero seduto proprio lì, dove oggi è lei, in questo stesso ufficio. Al mio posto c’era Fanfani. Venne al mio fianco e, con un matitone rosso e blu, mi corresse gli errori”. Pier Ferdinando Casini è nel suo ufficio, a Palazzo Giustiniani, la stessa stanza che in passato ha ospitato Fanfani e Andreotti. Su un tavolino c’è una foto che ritrae suo padre Tommaso con Alcide De Gasperi, in un comizio del 1953, “il più grande della storia della Dc a Bologna: quella foto la porto sempre con me”. Sulla sua scrivania l’ultimo democristiano ha un’agenda con lo stemma del Bologna, squadra di cui è tifosissimo, una statuetta della Madonna con l’acqua benedetta, alle spalle le bandiere dell’Italia e dell’Europa. Dopo 43 anni filati in Parlamento, Casini è uno scrigno di aneddoti e analisi: gli esordi nella rossa Bologna, le grandi figure della Dc che ha conosciuto, il rapporto con gli avversari comunisti e con Berlusconi, Tangentopoli e il muro di Berlino. Ma, dialogando con Il Secolo XIX, legge anche le differenze tra passato e presente, parla di Meloni e Schlein e della politica che, secondo Casini, non è altro che “un grande amore per il proprio Paese”.

Presidente, com’era la “rossa” Bologna degli anni Settanta per un giovane democristiano?
“Vedo che lei è uno studioso del Medioevo: partire dai miei albori significa partire da prima che mi candidassi al Comune di Bologna, nel 1980. Prima ero stato rappresentante dei giovani nel consiglio di facoltà, a Giurisprudenza, e prima ancora, al liceo Galvani, ci fu il mio esordio in politica”.

Perché la politica?
“Perché ritenevo importante che ciascuno di noi potesse esprimere la propria idea. Era la fase degli opposti estremismi, dei picchetti rossi a scuola, delle violenze fasciste. In verità, non avevo grandissima voglia di andare a scuola, però volevo restare a casa quando lo decidevo io, non gli altri. Non mi piaceva essere prevaricato, preferivo tolleranza e rispetto. E pensavo che il merito dovesse avere ancora una funzione, e che l’appiattimento del 6 garantito non fosse la soluzione”.
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postato il 3 Dicembre 2025 da redazione | in "Rassegna stampa"

Casini compie 70 anni: «Forlani staccava il telefono per l’Inter. Natta mi parlava in greco. Craxi? Una volta si voltò ruggendo….»

Il compleanno di Pier Ferdinando Casini: «Gli incontri segreti al casello con Franceschini in eskimo. Mastella sospettoso, ma sa fare politica»

Che cosa gli puoi chiedere a Pier Ferdinando Casini, che oggi compie 70 anni? (Appunti per l’intervista: ne ha trascorsi 42 in Parlamento, eletto 11 volte, più due passaggi a Strasburgo, quindi presidente della Camera, con partiti fondati e cambiati, nel centrodestra e ora nel centrosinistra, ma sempre restando democristiano, un democristiano ambizioso, simpatico, furbo, che conosce il peccato originale e sa molto se non proprio tutto di quanto è accaduto tra la Prima e la Seconda Repubblica — curiosità: abita in piazza del Gesù, dalla finestra del salone si scorge il leggendario palazzo in stile barocco che fu sede della dicì, la nostra Balena bianca, come scrisse Giampaolo Pansa).

Buon compleanno, presidente. Ha nostalgia del passato?
«Non mi piacciono quelli che stanno lì a ripetere quanto un tempo la politica fosse migliore. Però rilevo che era diversa, questo sì».

Perché, nel 1973, a 18 anni, mentre i suoi coetanei pensano di rovesciare l’Italia, lei sente l’esigenza di andare a un comizio di Arnaldo Forlani?
«Frequentavo il liceo Galvani di Bologna, c’erano picchetti, non ci facevano entrare. Allora organizzai un gruppo di giovani studenti, diciamo così, democratici. Poi un giorno non sapevamo dove stampare un volantino. Chiesi consiglio a mio padre Tommaso: che mi suggerì di andare nella sede della Dc, di cui era stato segretario provinciale, animato da pulsioni degasperiane… fu l’inizio della mia militanza».

Con una carriera fulminea tra i dorotei, al fianco di Antonio Bisaglia.
«Però, quando poi mi candidai alla Camera, e avevo 27 anni, andai a chiedere i voti anche ai gruppi giovanili dei morotei. E al loro leader di Ferrara, Dario Franceschini. Le correnti, all’epoca, erano una cosa seria. Con Dario, perciò, ci vedevamo di notte al casello dell’autostrada. Io arrivavo con la mia Golf Gti nera e lui spuntava dal buio con l’eskimo…».

Nel 1994, dopo Mani pulite, quando la Dc si spacca, lei non segue Mino Martinazzoli nel Ppi, ma fonda con Clemente Mastella il Ccd e si allea con Silvio Berlusconi nel Polo.
«La dicì non muore per Tangentopoli, ma per la caduta del Muro. A me sembrava evidente che fosse crollato in testa alla Dc, non certo al Pci. Il quale, anzi, nello scenario geopolitico, aveva smesso d’essere un pericolo. Nessuno si sarebbe più dovuto turare il naso per votare dicì e impedirgli di andare al governo. Per questo speravo, e a lungo ho sperato, in un centrodestra egemonizzato da noi centristi. Ricordo bene tutti i continui tentativi con il Ccd prima, e l’Udc poi, di frenare certe pulsioni di Berlusconi… In questo senso, lo ammetto: mi sento uno sconfitto. Perché l’attuale governo con il centro non ha nulla a che fare: è, a tutti gli effetti, di destra».

Com’era Berlusconi?
«Un lavoratore pazzesco. Con una costanza parossistica, una determinazione egocentrica. Ma di animo buono. Mai colta particolare acrimonia nei confronti di qualcuno. Sebbene su questo bisognerebbe forse sentire anche Fini».

Una volta Mastella disse: potremmo chiamarci Clemente Casini e Pier Ferdinando Mastella.
«Uomo di carattere complesso, sospettoso. La politica, però, Clemente sa come si fa».

Poi ci fu l’esperienza dell’Udc. Che condivise con Marco Follini. Gira voce che i rapporti tra voi siano gelidi.
«È un pezzo della mia vita. Io gli voglio bene».

Cos’è stata la Dc?
«Un grandioso partito della nazione. Che ha favorito la crescita e lo sviluppo, garantendo agli italiani un perimetro democratico».

Il più grande democristiano?
«Fanfani. Anche se non ho frequentato Moro. Però Fanfani è l’uomo del piano casa ed è stato pure…».

L’uomo che si batté contro il divorzio e l’aborto.
«Senta: quelle furono cambiali pagate alla Chiesa. L’aborto ancora ancora… ma sul divorzio: è chiaro che anche un grande partito popolare come il nostro aveva avvertito le esigenze dettate da certi precisi cambiamenti sociali… Comunque stavo ricordando che Kennedy, da presidente degli Stati Uniti, chiese a lui, a Fanfani, una mediazione per la pace in Vietnam».

Oggi, qualche volta, sui vertici per l’Ucraina nemmeno ci avvertono.
«Il livello era, oggettivamente, altissimo. Una volta, alla buvette, Alessandro Natta, al tempo presidente del Pci, s’avvicina: “Certi compagni di Bologna mi dicono che lì prendi tanti voti: dove hai studiato?”. Al Galvani, rispondo. “Anche io al classico!”. Beh, da quel giorno, ogni volta che m’incontrava, mi parlava in latino o in greco… Un altro mondo».

Continui.
«Saragat si presenta a votare per l’elezione di Cossiga. Io lo stimavo moltissimo. Lo incrocio in un corridoio e penso: finalmente posso conoscerlo! Macché: gli arrivo a un metro e torno indietro. Ero troppo imbarazzato. E nemmeno da Craxi volevo andare, eh».

Cioè?
«Ma niente: mi sembra ci fosse in ballo un problema sulle televisioni. Allora Forlani mi fa: “Vai tu a parlare con Bettino”. Gli dico: ma se non sa nemmeno chi sono! E lui: “Lo sa, lo sa…”. Craxi stava confabulando con De Michelis. M’accosto e, educatamente, segnalo la questione. Ma quello si volta… ruggendo. E mi fa: “Sei cretino?”. Al che, replico con fermezza: “No, guardi, se la mette su questo piano…”. Parole magiche. Perché a quel punto Craxi mi prende sottobraccio e mi porta in giro per il Transatlantico dicendomi cose belle, piene d’umanità».

Lei, al Senato, ha ereditato l’ufficio che fu di Giulio Andreotti 
«Andreotti era lo Stato. Fu, infatti, più volte presidente del Consiglio, ma mai segretario del partito. E aveva una grande visione sul mondo».

Con un debole per la Sicilia.
«Non era Belzebù. Guardi: io non sono mai stato andreottiano, sebbene si dicesse che fosse così abile da avere correnti dal Msi al Pci: quando però lo accusarono di essere mafioso, sentii il dovere di essere al suo fianco nell’aula bunker di Palermo».

Lei, in realtà, è stato a lungo accanto a Forlani.
«Divenne segretario alla fine degli ‘80, succedendo a De Mita. Donat-Cattin non sopportava il fatto che, quando giocava l’Inter, Forlani si chiudesse in casa, mettendo la segreteria telefonica. Per questo un giorno disse: “Siamo passati dalla segreteria De Mita a quella telefonica».

Che cosa le ha insegnato, Forlani?
«A comprendere, con realismo, la scena su cui ci si muove. Un pomeriggio, Arnaldo manca l’elezione al Quirinale per 29 voti. La sera, allora, mi chiede di fargli compagnia in macchina, con l’autista che procedeva a 30 all’ora, perché aveva la fobia della velocità. Abitava all’Eur. Saliamo su a casa e, mentre il cane lupo gli fa le feste, mi congedo. E gli dico: “Dai, Arnaldo, domani riproviamo”. Lui, allora, si volta: “No. C’è un inizio, e c’è una fine. Domani puntiamo su un altro nome”. Aveva capito che Andreotti non lo voleva sul Colle. Era consapevole di quanto in politica tutto fosse relativo».

Anche lei l’ha sfiorato, il Quirinale, nel 2022. Era tutto apparecchiato, Salvini sparecchiò.
«Sa cosa ricordo, con emozione, di quei giorni? L’applauso che i grandi elettori mi tributarono quando poi feci ingresso nell’aula durante lo spoglio finale… Mattarella, Mattarella…».

Ricordo quell’applauso: fu l’onore delle armi.
«La mattina dopo mi svegliai presto, contento di potermi fare la solita camminata veloce a Villa Borghese… però appena arrivo lì, noto un gran trambusto di corazzieri: stanno facendo le prove proprio per la cerimonia d’insediamento del nuovo capo dello Stato. Li guardo con un pensiero un po’ ironico. Perciò, quando un ufficiale s’avvicina per salutarmi, gli sussurro: beh, io l’ho presa bene… ma così forse è un po’ troppo»

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