Tutti i post della categoria: Rassegna stampa

Rappresento il Pd senza alcun imbarazzo. Sgarbi? Non casco nelle sue provocazioni

postato il 18 Settembre 2022

Città speciale, non solo di sinistra. Del partito ho apprezzato il senso dello Stato e le scelte coraggiose che ha fatto, come sostenere lealmente il governo Draghi

L’intervista di Adriana Logroscino pubblicata sul Corriere della Sera

Contrariato dalla sconfitta del Bologna — «ma tifare una squadra che non vince sempre tempra il carattere, come ho detto a mio figlio quando era piccolo» — Pier Ferdinando Casini lascia lo stadio per un’altra serata tra i cittadini del suo collegio. Con un solo dubbio: «Non ho voluto indossare i pantaloni rossi portafortuna, perché in campagna elettorale è un po’ troppo». Sulla scelta, dopo una vita al centro, di rappresentare il centrosinistra nella rossa Bologna, invece, non ha dubbi.

Presidente Casini, come va la campagna elettorale in città?
«Bologna è speciale. Chi ne parla etichettandola come semplicemente “di sinistra” spesso non la conosce davvero: quando c’è la processione della Madonna di San Luca tutta la città è lì, senza distinzioni politiche o di fede».

È stato accolto bene anche alle iniziative della festa dell’Unità?
«Ero ospite con Cuperlo che è molto apprezzato da quella platea. Ma ho strappato applausi anch’io. Io sono stato candidato in questo collegio anche cinque anni fa. E rappresento senza alcun imbarazzo la posizione del Pd di cui ho apprezzato il senso dello Stato e le scelte coraggiose che ha fatto, come sostenere lealmente il governo Draghi. Il muro di Berlino è caduto da quasi 35 anni. Tenerlo in vita artificialmente è ridicolo». [Continua a leggere]

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Basta con i personalismi, un’area da Letta a Calenda per le riforme dell’agenda Draghi

postato il 23 Luglio 2022

«Conte? Guida una forza che in 4 anni ha perso tre quarti dei consensi»

La mia intervista al Corriere della Sera a cura di Marco Galluzzo

 

Roma «Credo che dopo questa esperienza di Draghi nulla sarà più come prima, indipendentemente dai risultati delle prossime elezioni. È stata un’esperienza sofferta, si è conclusa in un modo molto amaro, e certamente con una perdita di credibilità per l’Italia. Ma io spero che tutti abbiano tratto una lezione da questi 18 mesi, sia chi ha sostenuto Draghi sino all’ultima curva, sia coloro che inopinatamente lo hanno abbandonato».

Pier Ferdinando Casini ci ha provato sino all’ultimo, con una mozione parlamentare che si proponeva di fare un miracolo politico, ridare forza ad un governo che l’aveva persa, irrimediabilmente. Eppure crede ancora che le dinamiche delle ultime ore possano servire da bussola per le prossime tappe politiche: «Non siamo all’anno zero, se posso permettermi una riflessione indirizzata ai protagonisti della politica di oggi io vorrei ricordare che il governo è caduto, ma esiste un’area politica omogena che fino all’ultimo si è riconosciuta nella sua agenda programmatica».

Sta pensando ad un’alleanza per riportare Draghi a Palazzo Chigi?

«Qui non si tratta di strumentalizzare Draghi, né di fare partiti pro Draghi, con o senza di lui, sono tutte alchimie che hanno avuto poco successo in passato. Ma le forze che si sono riconosciute nel programma del premier ritengo che oggi siano chiamate a superare i loro personalismi e a creare un’area ampia di riformismo che vada da Letta a Renzi, da Speranza a Calenda, perché l’emergenza in cui ci troveremo nei prossimi mesi si affronta solo così, mettendo al centro gli obiettivi dell’Italia in una coalizione che non so se possa vincere, ma che certamente può dare prova di serietà».

Interpretazione di una crisi: Conte e Salvini vanno sempre più giù nei sondaggi e per questo staccano la spina?

«Non lo so, se è stato così è gigantescamente sbagliato. Per quanto riguarda Conte non mi azzardo in un pronostico, certo l’area dell’antipolitica partita da Bologna con Grillo portato in canotto in piazza Maggiore può ancora avere un appeal, ma siamo di fronte al primo esempio di una forza politica che in 4 anni ha perso i tre quarti dei suoi consensi».

E Salvini?

«Non nutro sentimenti di antipatia, anzi, ma lui e Berlusconi hanno fatto un gigantesco favore alla Meloni, che il giorno delle elezioni avrà ancora più consenso. Nessuno le può imputare nulla, non è andata al governo e non lo ha fatto cadere: ho già sentito tanta parte del popolo di centrodestra pronto a votarla».

Berlusconi?

«Lo ritengo molto sorprendente, non dico altro. La puerile scusa che Draghi fosse stanco… lasciamo perdere…».

In altri Paesi la stabilità è un valore, da noi no, perché?

«Guardando in giro rischiamo di essere in buona compagnia, Johnson con un grande consenso alle spalle sta per sloggiare, Macron è messo male in Parlamento, il nuovo Cancelliere non mi pare molto forte».

Crede ci siano state influenze di Mosca?

«Certo non credo che i protagonisti massimi della politica abbiano subito interferenze dirette, mi sento di escluderlo da uomo delle istituzioni. Ma che i russi si stiano sfregando le mani, che preferiscano che la postura internazionale di Draghi sia sostituita da una più ambigua, questo è certo. E qui lo dico ai partiti che si presenteranno: non ci possono essere ambiguità di fronte agli elettori, chi deve governare deve spiegare bene da che parte vuole andare. Eravamo considerati tradizionalmente l’anello debole dell’Occidente, sia per la preminenza di forze politiche vicine alla Russia e alla Cina, sia per una qualche tiepidezza. Ora il grande merito di Draghi è stato quello di aver scelto la parte giusta con nettezza. Sono orgoglioso del suo viaggio fatto a Kiev con Macron e Scholz, del ruolo di leadership che l’Italia ha esercitato sull’adesione di Kiev alla Ue».

Esiste la possibilità di un nuovo governo Draghi?

«Abbiamo appena seppellito un governo, per buon gusto non parliamo dei prossimi, lo decideranno gli elettori. Se c’è uno che credo abbia propensione zero per un impegno diretto in politica è proprio Draghi. Il problema è un altro, è l’agenda di un esecutivo che sino all’ultimo è stato sostenuto da un insieme di forze omogenee che oggi hanno un’occasione irrepetibile».

Cosa dovrebbero fare?

«Una grande area politica che si riconosca in un’agenda programmatica che non è cambiata. Davanti a questo sfacelo alzare le proprie bandierine farebbe solo ridere».

Potrebbe avere un ruolo la diaspora in atto in Forza Italia?

«Certo, dipende da loro, da quanto vorranno impegnarsi».

Monti cadde anche sui taxi, la storia in parte si ripete: siamo un Paese irriformabile?

«Se pensiamo di governare l’Italia accettando queste proteste di piazza allacciamoci le cinture di sicurezza».

Che errori ha fatto Draghi?

«Io credo che errori gravi non ne abbia fatti, semmai ha fatto l’impossibile su una formula, tenere insieme Lega e Cinque stelle, che era emergenziale. A sei mesi dalle elezioni le smanie e le frenesie elettorali hanno avuto il sopravvento. Era anche prevedibile, se vogliamo».

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«I propositi di Salvini sono buoni, ma non diventi un burattino nelle mani del presidente russo»

postato il 29 Maggio 2022

In certe circostanze è bene lasciare l’azione al governo. Siamo nella Nato e nell’Europa, non possiamo essere artefici in solitudine del nostro destino.
L’intervista di Fabrizio Caccia pubblicata sul Corriere della Sera

Presidente Casini, venerdì era a Nusco al funerale di Ciriaco De Mita. Ha pensato a cosa avrebbe fatto lui oggi in questi tempi di guerra?
«Sì, ci ho pensato. E credo che non solo lui, ma i nostri padri della Prima Repubblica, oggi si sarebbero fatti guidare prima di tutto dal senso del limite, una cosa che in politica è bene non perdere mai».

Sarebbe?
«Capire che siamo un Paese incardinato nella Nato e nell’Europa e che non possiamo essere artefici in solitudine del nostro destino. Perciò De Mita e gli altri oggi avrebbero lavorato per la pace, ma senza indebolire l’Alleanza atlantica e non prestandosi al rischio di essere strumentalizzati da Putin. E mi riferisco a Matteo Salvini…». [Continua a leggere]

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Nuova spinta per il ruolo dei cattolici, Zuppi con la politica non farà da spettatore

postato il 25 Maggio 2022

L’intervista pubblicata su Il Messaggero a cura di Alberto Gentili


Pier Ferdinando Casini risponde al telefono dal treno che lo sta portando a Bologna. «Voglio essere presente, domani pomeriggio, alla processione in piazza con la Madonna di San Luca e il nuovo presidente dei vescovi italiani. Un’occasione assolutamente da non mancare».
Sembra entusiasta della scelta di Papa Bergoglio di puntare su Zuppi.
«Lo sono. Con la nomina di Zuppi si è saldata la volontà del Pontefice e dei vescovi italiani. Nella figura di Zuppi si realizza una sintesi: non c’è un’imposizione da parte del Papa, ma la condivisione di una personalità che per il suo equilibrio può veramente dare una spinta alla Conferenza episcopale italiana».
La Cei aveva bisogno di questa spinta?
«Direi proprio di sì. Non c’è dubbio che dall’epoca della presidenza Ruini si è registrato un certo calo di attenzione, una certa afonia della Cei. Oggi invece c’è bisogno di rilanciare il ruolo dei cattolici italiani. E Zuppi è la persona giusta».
Perché?
«Conosco Zuppi dai tempi di Sant’Egidio, ma era una frequentazione superficiale. Poi, da quando è diventato arcivescovo di Bologna, l’ho conosciuto meglio e l’ho studiato di più. La cosa che mi ha colpito è che ha idee radicate: è molto impegnato sui temi dell’accoglienza e del dialogo inter religioso e allo stesso tempo è un uomo che abbraccia tutti, rispetta profondamente le idee di tutti e non prevarica nessuno. Ma c’è una cosa in assoluto che mi colpisce di più».
Quale?
«La capacità di Zuppi di ascoltare tutti. Non c’è dubbio che Papa Bergoglio abbia un grande carisma, un grande prestigio, però in alcuni momenti appare anche un po’ divisivo. Tant’è, che ci sono alcune componenti del mondo cattolico che, pur rispettando profondamente il Pontefice, non ne sono entusiaste. Ebbene Zuppi, che chiaramente è molto aderente al messaggio di Bergoglio, sa rivolgersi e coinvolgere tutti. E’ decisamente molto inclusivo. Un merito grandissimo che gli permetterà di parlare ai cattolici italiani a 360° e di rilanciare la Chiesa italiana accettando i contributi di tutti. Ciò è molto importante perché un pastore deve portarsi dietro tutto il suo gregge, non solo una parte. Inoltre in un momento di necessario rilancio, Zuppi ha la caratteristica di un ecumenismo non proclamato, ma vissuto».
Come cambierà la Cei?
«Zuppi è un presenzialista, uno che c’è e si fa sentire. E’ una personalità dinamica. Inevitabilmente tutto ciò porterà maggiore impulso alla Conferenza episcopale che tornerà a farsi sentire e avrà un nuovo protagonismo, anche grazie a un’interlocuzione più serrata con la politica. Naturalmente sempre nell’ambito delle proprie competenze e responsabilità, Zuppi non si sottrarrà neppure a un’interlocuzione sui singoli provvedimenti legislativi. Non si tornerà di certo ai temi eticamente sensibili che sono stati la priorità in altre stagioni della vita della Chiesa italiana, ma Zuppi non sarà uno spettatore nel rapporto con la politica. Credetemi. Si siederà al centro del villaggio, non certo sugli spalti».
Il nuovo presidente della Cei è descritto come un prete di strada, un sacerdote vicino agli emarginati e ai poveri. Condivide questo identikit?
«Fino a un certo punto. A mio giudizio questa descrizione è limitativa: il prete di strada di solito si considera sensibile a certe tematiche, ma estraneo ad altre. Non è il profilo di Zuppi che è un prete di strada nel senso che è una persona semplice, non è formale e sa bene che la priorità della Chiesa sono i poveri e gli emarginati. Ma, allo stesso tempo, Zuppi sa benissimo che la Chiesa non è una grande Ong ma una costruzione basata su una precisa scelta di fede: non basta per essere cattolici aiutare i più deboli e compiere opere di solidarietà, ci sono valori ben definiti. Inoltre Zuppi è un uomo raffinato, intelligente e dotato di furbizia politica. Il che non guasta per la guida della Cei».
C’è chi dice che Zuppi sappia conquistare i cuori alla fede. E’ così?
«Sì. L’ho visto accanto ai fedeli e ho assistito a come ha accompagnato con grande amore alcune persone fino alla fine. Zuppi è molto buono, il che non vuole dire che sia un sempliciotto. Anzi. E sono certo che alla guida della Cei non avrà un messaggio monocorde di semplice attenzione agli ultimi. Sarebbe banale. Ma saprà affrontare temi alti ed eticamente sensibili mostrando capacità anche di negoziatore, come fece in Mozambico».
Per Delrio, emiliano come lei, Zuppi rappresenta una Chiesa rispettosa delle diversità. Condivide?
«Totalmente. Rispettoso delle diversità significa che Zuppi non ci proporrà una minestra precotta, ma che la cucinerà assieme ai cattolici italiani. E una delle peculiarità sarà l’attenzione al dialogo inter religioso: cosa non da poco in una fase di guerra».

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Da Draghi posizione solida. Come la migliore Prima Repubblica

postato il 20 Maggio 2022

Il partito antiamericano, mai dormiente, dimentica che questa guerra rilancia la Nato

L’intervista di Marco Galluzzo pubblicata sul Corriere della Sera

Presidente Pier Ferdinando Casini, lei in Parlamento ha fatto un lungo elenco delle presunte mistificazioni del dibattito politico italiano sulla guerra. A chi si riferisce?
«In Italia abbiamo il girone degli ingenui e quello della malafede. E non si sa, in politica, cosa sia più pericoloso. Il primo annovera coloro che proclamano principi giusti e ritengono che questo sia sufficiente per realizzarli, insomma si appellano al mondo dei sogni, ma sono lontani dai dati di realtà. Qualcuno vuole tornare allo spirito di Pratica di Mare e alla collaborazione fra Putin e la Nato, altri dicono che il Muro di Berlino non si deve riedificare, che la Guerra Fredda non deve ripetersi. Tutti siamo d’accordo su queste affermazioni ma sono, in sostanza, ovvie, se non banali».

E il girone della malafede? Chi ci mette?
«Quelli che utilizzano questa ingenuità per un’operazione speculativa, per innestare delle domande maliziose sulla vicenda dell’Ucraina: “In fondo è Kiev che ha provocato Mosca…”, “la Nato si è allargata troppo…”, “noi non dovremmo armare gli ucraini visto che è meglio che la guerra finisca prima possibile…”. Ma in realtà non c’è una persona dotata di un minimo di senno che non capisca che il conflitto oggi è fra dittature e democrazia, con qualcuno al nostro interno, che ha cominciato a parlare di democratura». [Continua a leggere]

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Enrico non ha sbagliato, nella sua posizione ritrovo la vera politica

postato il 26 Aprile 2022

La Russia non manifesta volontà di pace, per cui non c’è ragione di cambiare linea. Ho commemorato il valore nazionale del 25 aprile a Piombino con un sindaco di Fdi e l’Anpi.

L’intervista di Carlo Bertini a Pier Ferdinando Casini pubblicata sulla Stampa

Sposa in pieno le parole del capo dello Stato Pier Ferdinando Casini, ex presidente della Camera. E difende a spada tratta Enrico Letta, che “non ha sbagliato nulla in questa vicenda Ucraina, il suo posizionamento è ineccepibile. E le dico una cosa in più”.

Prego.
“Le contestazioni in piazza a Milano sono di gruppi sporadici e nulla hanno a che vedere col sentimento collettivo. Letta si è assunto la responsabilità di una scelta difficile, in cui ritrovo il valore della politica: che non è quello di seguire le pulsioni dell’opinione pubblica, ma di cercare di guidarla, senza subalternità”.

Come giudica il silenzio imbarazzato della destra sul 25 Aprile, lei che lo ha celebrato come patrimonio di valori comuni di tutti i cittadini?
“Ho scelto di commemorarlo a Piombino, dove il sindaco è di Fratelli d’Italia e la giunta è di destra. Ho chiesto di invitare a parlare assieme a me il presidente dell’Anpi di Piombino, figura storica della sinistra. Questo è il 25 aprile che piace a me. Una destra che sa rinnovarsi e ritrova il valore nazionale del 25 Aprile e un mondo che rispetta il volere del popolo che ha scelto il sindaco di destra. Lo stare assieme su quel palco è il senso compiuto il 25 aprile. E attenzione, c’è un fattore importante”. [Continua a leggere]

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Il divo Pier

postato il 17 Aprile 2022


L’intervista pubblicata su L’Espresso a cura di Susanna Turco

L’essenza del ruolo di Pier Ferdinando Casini nella politica italiana la riassume, inconsapevolmente, il commesso di palazzo Giustiniani che, per indicare la via allo studio senatoriale del “presidente” (come è noto, nulla è più longevo in Italia dell’appellativo di presidente), spiega: «Lei sale al primo piano, c’è una porta aperta e una porta chiusa: lei ignori quella aperta. Spinga l’altra porta, che non è davvero chiusa: arriverà dal presidente».
Sembra una scorciatoia, un giochetto, un vicolo cieco, si rivela una via: la porta chiusa non è chiusa, ti conduce dove previsto. Ecco la cifra. Come quando, nel 2018, Pier Ferdinando Casini, nato con la Dc, fondatore del Ccd con Mastella, nel Polo delle libertà con Berlusconi e Bossi, leader dell’Udc con Cesa, eletto con Monti, trentacinque anni in Parlamento e mai un incarico di governo, si presentò infine con il Pd, facendo gridare allo scandalo i puristi di entrambi gli schieramenti (taluni ex comunisti di Bologna minacciarono il suicidio): eppure era l’anticipo del governo largo, alla Draghi. Oppure come quando, a fine gennaio 2022, l’ex presidente della Camera spuntò come soluzione politica all’impasse sul Quirinale, finendo così per sbloccare il gioco che avrebbe re-incoronato Sergio Mattarella. È stato sufficiente, anche stavolta, spingere una porta apparentemente chiusa. Casini in effetti è lì, nello studio damascato che fu di Giulio Andreotti: ai tempi del Divo originale era rivestito d’azzurrino, adesso col Divo Pier è color ocra e lui lo misura a passi larghi, interamente vestito di toni chiari come ad armonizzarsi con l’ambiente e i suoi lapsus, tra una foto di papa Ratzinger (manca Bergoglio) e una foto con Giorgio Napolitano (manca Mattarella).

E comincia proprio da Andreotti e dalla guerra in Ucraina, e i suoi abissi, per misurare la distanza tra ieri e oggi, nei giorni in cui in Francia Emmanuel Macron comincia la sua complicata corsa verso il secondo turno, dopo un primo che ha visto «i sovranisti populisti superare, nel complesso, il 50%». Dice Casini: «Qua siamo nella stanza di Andreotti, che è la mia stanza. E lui col male parlava: con Breznev e Gromyko l’Italia i rapporti li aveva, però nella chiarezza delle prospettive. Dobbiamo invece prendere atto che la nostra generazione è figlia di un abbaglio collettivo. Abbiamo pensato che, caduto il Muro e finita l’Urss, ci potesse essere un avvicinamento della Russia alle democrazie per come le intendiamo noi. L’idea che democrazia e libertà sarebbero stati i minimi comuni denominatori del nuovo mondo. Tutto questo si è rivelato falso. Oggi abbiamo capito che il vero nemico di Putin non è la Nato, come si finge di credere, ma la democrazia: per lui è inaccettabile la democrazia ai confini della Russia».

La politica si è unita nel voto sul decreto Ucraina, ma i sondaggi dicono che gli italiani la pensano diversamente. Secondo Ipsos solo uno su tre è d’accordo con le sanzioni.
«Non mi meraviglio. Se avessimo sondato gli italiani sull’installazione degli euromissili contro gli SS sovietici, forse avrebbero risposto nello stesso modo. Il compito della politica non è – come è stato in questi anni – quello di cavalcare le pulsioni, ma di guidare opinione pubblica, è saper dire di no alle scelte emotive».

Bella descrizione, ma è realistica?
«No, e la crisi della politica è tutta qui. La postura del governo è giusta, il Parlamento ha mostrato responsabilità. Ma veniamo da anni in cui la politica è stata completamente delegittimata. Fenomeni imbarazzanti di dilettantismo. Campagne elettorali in cui lo slogan per chiedere il voto era: non ho mai fatto politica. A me, da vecchio politico, verrebbe voglia di dire: “si vede!”». [Continua a leggere]

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Ucraina: Se non vogliamo subire un ricatto crescente dalla Russia dobbiamo fare dei sacrifici

postato il 9 Aprile 2022

In realtà Putin non teme l’allargamento della Nato ma la democrazia. Dall’Ucraina alla Bielorussia non può accettare il “contagio democratico” ai suoi confini

L’intervista sul Corriere della Sera a cura di Paola di Caro

La «postura» di Mario Draghi mostrata fin dal primo momento e anche ponendo il Paese davanti ad una scelta drastica — «O la pace o i condizionatori» — è per Pier Ferdinando Casini «ineccepibile». E lo dice pur convinto che «non esistono uomini della Provvidenza: una democrazia solida non deve averne mai bisogno». Così come, un plauso va «alla triade, Draghi appunto ma anche i ministri di Esteri e Difesa Di Maio e Guerini» che stanno dando prova di «grande affidabilità istituzionale».

L’ex presidente della Camera, della commissione Esteri, in corsa fino all’ultimo per il Quirinale — che sostiene le ragioni dell’invio delle armi e anche di sanzioni severissime, fino allo stop dell’importazione del gas russo — non ha dubbi sulla linea di fermezza sposata dal governo italiano e sostenuta sostanzialmente da tutti i partiti, seppure con i distinguo di Lega e M5S. Ma ai «giovani colleghi» dall’alto della sua «lunga esperienza» dà un consiglio che è quasi un monito di chi vede che qualcosa non va: «La diplomazia parlamentare è una cosa seria. È importante avere rapporti e relazioni, ma quando un parlamentare gira il mondo e lo fa su terreni e con Paesi “pericolosi”, o comunque non nostri alleati come la Russia e la Cina, per non creare problemi seri a sé e al Paese, deve essere libero».

Significa che non si devono avere rapporti troppo intensi con certi Paesi, come il M5S e la Lega magari hanno fatto?
«Non intendo questo, perché al di là del merito o del giudizio politico su certe relazioni, voglio credere che a livello di prima linea nessuno sia così sprovveduto da prendere soldi da questi Paesi. Mi auguro che a tutti stia a cuore la propria libertà».

Si sta riferendo allora al monito di Draghi al Copasir ai parlamentari a muoversi «in trasparenza»? O magari al presidente della commissione Esteri Petrocelli, filo-putiniano? Secondo lei dovrebbe dimettersi?
«Mi riferisco a tutti quelli che, forse difficilmente ricandidabili in futuro e molto disinvolti nei loro rapporti di diplomazia con potenze straniere, si muovono in modo da cagionare problemi al Paese, magari pensando alle proprie prospettive personali. Di Petrocelli non parlo: è ovvio che la posizione è come minimo imbarazzante».

Parliamo allora di Draghi, dell’atteggiamento dei partiti italiani rispetto alla guerra…
«Bravo lui, bravi Letta, Renzi, Meloni, Tajani, che hanno concorso a rinsaldare la posizione seria dell’Italia. Il problema di questa guerra semmai si trova a monte: noi ci siamo illusi di ritenere che i russi fossero soddisfatti dell’occupazione della Crimea (dove alcuni politici sono anche stati in visita…), poi del Donbass, poi abbiamo sperato che l’invasione non si verificasse… Tutte previsioni errate. In realtà Putin non teme l’allargamento della Nato ma la democrazia. Dall’Ucraina alla Bielorussia non può accettare il “contagio democratico” ai suoi confini».

Ci sono partiti come M5S e Lega che fanno molta fatica a mantenere la posizione interventista dell’Italia.
«Devo dire che in Parlamento hanno votato coerentemente, ma il loro “sentiment” mi lascia molto perplesso… ».

Però gli italiani non sono così compatti sulla linea dell’intransigenza, dall’invio delle armi alle sanzioni.
«Io, da credente, sono stato molto felice invece di vedere il Papa con la bandiera ucraina. Perché il ruolo della Chiesa è chiedere pace, ma non si può confondere mai l’aggredito con l’aggressore. E sulle armi la mia risposta è in una sola domanda: la Resistenza italiana è stata fatta con i fiori o con le armi? E sul territorio ucraino ci sono truppe straniere o no?».

Fino a che punto possiamo spingerci con le sanzioni senza pagare un prezzo troppo alto?
«Dalla caduta del Muro ci siamo illusi che il sistema democratico fosse ormai acquisito permanentemente, non fosse più in discussione. Abbiamo commesso errori politici, come dipendere per il 40% del nostro fabbisogno energetico di gas dalla Russia. Ma oggi è tutto cambiato. Dobbiamo riaprire gli occhi e pensare che se i poveri ucraini pagano con le loro vite, a noi toccherà farlo con le nostre comodità. Sono stati troppo a lungo sottovalutati i problemi di non autosufficienza alimentare ed economica, si è persa la lezione di De Gasperi che 70 anni fa chiedeva una difesa europea, una integrazione dei bilanci europei. Siamo in drammatico ritardo. Ma oggi, se non vogliamo subire un ricatto crescente e continuo, dobbiamo essere pronti a sacrifici».

Quindi rinunciare anche al gas russo
«Dobbiamo salvaguardare la nostra indipendenza e autonomia politica. Per essere liberi non si può essere sotto perenne ricatto. Ridurre la dipendenza energetica dalla Russia è una strada senza ritorno che costerà a noi non meno che a loro. Non si cambiano i destinatari di forniture di gas dal mattino alla sera: anche loro avranno problemi immensi a ricollocare il loro gas».

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Ucraina: «Kiev combatte pure per noi. Nato forte per avere la pace»

postato il 26 Marzo 2022

«Ucraina frontiera d’Europa, difende la nostra libertà e la democrazia. Va aiutata. Su Putin abbaglio collettivo, non si continui a chiudere gli occhi: è un aggressore e va fermato»

L’intervista di Alberto Gentili  pubblicata sul Messaggero

Presidente Casini, in Parlamento a Draghi è stato dato del falco, del guerrafondaio perché ha sostenuto la necessità di armare gli ucraini per difendersi dall’aggressione di Putin. Cosa ne pensa?
«È triste che in Italia si continuino a usare luoghi comuni e categorie del passato senza capire che il mondo ci impone dei mutamenti epocali. Draghi ha risposto in Parlamento in sintonia con il capo dello Stato, sapendo distinguere l’aggredito dall’aggressore e mostrando la solidarietà che si deve a un Paese che vive sul suo territorio un’invasione russa ed è martoriato con bombe che cadono a grappoli. E Draghi sarebbe un falco? Dico solo e semplicemente che questa è la risposta che le persone per bene e in buona fede devono dare».

Però Salvini dice che non riesce ad applaudire quando si parla di armi e Conte è ancora più critico…
«Mi sembra che in Italia molti uomini politici siano più preoccupati di coltivare il proprio orticello e le piccole rendite di posizione, piuttosto che guardare in faccia la realtà e svolgere analisi serie. Certo, è difficile davanti a un’opinione pubblica spaventata e a sacrifici che bisogna mettere in conto, dire la verità. La vecchia politica che tanto si critica aveva il coraggio di assumersi le proprie responsabilità: quando i sovietici puntarono gli SS20 contro le città italiane, fu una scelta dolorosa per Cossiga e Craxi decidere di installare gli euromissili in Italia. Ma quella scelta ha garantito l’equilibrio e la pace negli anni successivi». [Continua a leggere]

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Noi con Kiev. Qui non c’è Ponzio Pilato 

postato il 20 Marzo 2022

Da Mosca toni irricevibili. Il paragone con Hitler? Guai a ripetere gli errori del passato, anche Putin non si fermerà. Difesa comune UE e Nato devono essere progetti in sintonia. Giusto il riarmo, è per difenderci

L’intervista di Ettore Maria Colombo pubblicata sul Resto del Carlino.

Presidente Casini, la Russia ci minaccia. Con altre sanzioni, dice il loro ministero degli Esteri, ci saranno “sanzioni irreversibili”. Come rispondere?

“Sono toni inaccettabili. Già nella lettera dell’ambasciatore russo in Italia inviata al Parlamento erano stati usati toni che, un tempo, avrei definito imperialisti. Un rappresentante di un governo presso l’Italia deve mostrare maggiore responsabilità. Oggi c’è stato un pericoloso inasprimento di quei toni. Erano sbagliati i primi e i secondi. In ogni caso hanno ottenuto l’effetto opposto a quello che si erano prefissato. Hanno rafforzato l’unità della Ue. Saldato il rapporto tra gli Stati Uniti e la Ue. Restituito una chiara identità alla Nato. Se i russi pensavano che l’Italia fosse l’anello debole dell’alleanza si è sbagliato di grosso. L’Italia sceglie la Ue, la Nato e l’alleanza con gli Usa nei momenti più drammatici della storia”. [Continua a leggere]

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