Tutti i post della categoria: Rassegna stampa

Il mio sogno è rivedere un Papa in Parlamento

postato il 13 Novembre 2022

La visita di Wojtyla 20 anni fa e la spinta decisiva di Ciampi

La mia intervista al Corriere a cura di Paolo Conti

«Non voglio solo ricordare la straordinaria visita di Giovanni Paolo II a Montecitorio di vent’anni fa, il 14 novembre 2002. Perché ho un sogno per oggi: rivedere un Pontefice come Francesco in Parlamento. Abbiamo capito da tempo che la Chiesa non è solo una grande risorsa per la Nazione: le opere di volontariato, il sostegno alla crescita dei giovani, il richiamo permanente alla centralità dell’uomo. C’è anche la presenza della Santa Sede sul nostro territorio: l’importanza diplomatica dell’Italia in varie aree del mondo è possibile grazie a questa particolarità, così come una diplomazia “parallela” come quella di sant’Egidio…». Pier Ferdinando Casini accolse, da presidente della Camera, Giovanni Paolo II nel 2002. Ora ricorda quelle ore, da decano del Parlamento, guardando anche al nostro tempo.

Che ricordo ha di quel giorno e di quel clima?
«Fu un atto che sancì la fine di una pagina di storia. La frattura tra Stato e Chiesa era già alle spalle ma il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi la visse così. Ricordo anche che, quando mi misi al lavoro per la visita in collaborazione con il presidente del Senato Marcello Pera e in linea con il solco tracciato dai nostri predecessori Luciano Violante e Nicola Mancino, come deve avvenire in una corretta logica di continuità istituzionale, registrammo un po’ di freddezza dalla macchina del Quirinale».

E per quale motivo? Ciampi non era d’accordo?
«Mi riferisco alla struttura burocratica del Quirinale che aspettava da tempo una visita di Stato del Papa sul Colle e ne rivendicava la precedenza. Capii che quell’ostacolo avrebbe potuto intralciarmi. Ne parlai direttamente con Ciampi che aveva un fantastico rapporto con Wojtyla e, con una sua immediata sfuriata, raddrizzò la rotta. Volle essere presente al centro dell’Aula: a un azionista come lui, anche se cattolico praticante, non sfuggiva la valenza storica dell’evento».

Una frase che le rimane in particolare nella memoria?
«Tantissime. Ma in particolare quel suo “Dio benedica l’Italia”. Un atto d’amore verso il nostro Paese da parte di un Papa polacco, il primo pontefice straniero dopo secoli, sempre vissuto lontano da Roma che però si era intimamente identificato nella nostra Nazione. Tanti della mia generazione lo hanno visto come il nostro Papa».

Ci furono difficoltà politiche?
«Temevo freddezze dall’anima non laica ma laicista di alcune parti. Temevo anche, vista la base che ci aveva eletti, che potesse apparire un’operazione marcata politicamente: per questo ci richiamammo molto ai nostri predecessori. Ma il problema non si pose per fortuna: i più entusiasti furono alla fine proprio quelli che potevano destare maggiori preoccupazioni, inclusa l’estrema sinistra. Ricordo lo spessore molto importante del discorso di Pera che non a caso sarebbe diventato di lì a poco l’interlocutore privilegiato di Benedetto XVI. E ricordo alcuni siparietti di politici presentati al Papa. Bossi gli disse: “Santità, qui ci sono solo due stranieri, lei che è polacco e io che sono padano”».

Altri ricordi dal punto di vista umano?
«Vidi il Papa in tv e mi accorsi delle sue difficili condizioni fisiche. Telefonai al suo segretario, oggi cardinale, Stanislao Dziwisz. Chiesi come avrebbe potuto fisicamente raggiungere l’Aula dall’ingresso della Camera. Lui rispose: “Ci penserà la Provvidenza”. E così andò. Non ci fu bisogno della sedia a rotelle che avevamo preparato».

In quanto ai temi trattati da Giovanni Paolo II?
«Penso a un tema che gli era molto a cuore, da polacco: l’identità cristiana dell’Europa. Ma anche al dialogo interreligioso, all’impossibilità di qualsiasi guerra nel nome di Dio, ai carcerati. Ricordo che nelle carceri ci furono manifestazioni di entusiasmo e il Parlamento rispose all’appello del Papa, anche se troppo timidamente. Tutti temi che appartengono alla sensibilità di papa Francesco che pure viene da un mondo diverso: nella storia della Chiesa c’è più continuità di quello che a volte sembra».

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Chiedo i negoziati ma la Russia si ritiri da Kiev

postato il 6 Novembre 2022

L’intervista pubblicata su La Repubblica a cura di Matteo Pucciarelli

Pier Ferdinando Casini è stato il primo politico di peso ad arrivare in piazza Sempione. A differenza degli altri, però, non è andato nel retropalco, ha seguito i vari interventi tra il pubblico. Perché ha scelto questa piazza?
«Mi hanno invitato in tempi non sospetti, non ieri, e condividendo pienamente l’obiettivo della manifestazione, cioè chiedere la pace giusta, sono venuto. Ho sentito tante voci diverse dal palco ma concordo: non c’è pace vera senza giustizia».

Cosa pensa della manifestazione romana?
«Rispetto profondamente tutti coloro che chiedono la pace, ne colgo un anelito autentico di libertà e giustizia. Sono il primo ad aver paura della guerra ma non mi piacciono quelli che mettono una manifestazione contro l’altra, come qualcuno ha fatto a Roma».
Però anche in questa di Milano si sono dette cose anche pesanti rispetto alla piazza romana.
«Beh sì qualcuno ha ripetuto lo schema a parti inverse, quando parlano in tanti possono scappare dei toni fuori misura».
In un intervento un ragazzo ha detto che l’obiettivo è fermare la Russia, anche a costo di distruggerla.
«Una sciocchezza totale detta da un giovane delle scuole superiori, mi sembra che obiettivamente non sia stato quello il senso generale delle cose sentite».
Le due piazze sarebbero potute stare insieme?
«Entrambe rappresentano l’Italia, non dobbiamo chiedere a tutti di avere la stessa sensibilità. Però sono in linea con ciò che il mio schieramento politico ha assunto in questi mesi, un quadro di responsabilità chiare dove non si confondono le vittime con gli aggressori e viceversa. Chiedo i negoziati ma il presupposto è che la Russia si ritiri dai territori occupati fuori dal diritto internazionale, diritto che è stato violato. Poi spero che l’obiettivo di pace significhi che i due popoli, al termine di un percorso, si prendano per mano e non coltivino l’inimicizia».
Alimentare il conflitto con altre armi non è un rischio?
«Quando la richiesta arriverà in Parlamento ne discuteremo con serietà e senza strumentalizzazioni. Finora i nostri aiuti militari hanno evitato che l’Ucraina venisse sopraffatta. Che il Parlamento non verrà espropriato di una decisione del genere è una ovvietà, ma è importante che ci siano una unità di intenti come avvenuto finora. Mi auguro che come in passato con FdI all’opposizione che votò a favore di un sostegno, in futuro possa avvenire lo stesso. E che nessuno voglia lucrare politicamente».
Si riferisce ai 5 Stelle?
«Certo non parlo del Pd che finora è stato coerente e questo può essergli costato caro. Non è un caso che il Pd era in piazza a Roma e in diversi qui a Milano».
Spesso si accusa Conte di putinismo o qualcosa del genere, perché lo si fa meno con Berlusconi che invece, a conti fatti, ha detto e fatto ben di peggio?
«Ma perché Berlusconi ne dice una e la smentisce il giorno dopo e non ci si sta più dietro».
La piazza di Milano è stata un tentativo politico di unificare un’area cosiddetta riformista?
«Si tratta di un tentativo che non mi interessa…».
Ha incrociato Letizia Moratti?
«No, mi sono accomodato in piazza per non stare in mezzo al chiacchiericcio, davvero avevo in mente l’argomento della manifestazione».

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Serve rispetto tra i poli, solo così si aiuta il Paese

postato il 2 Ottobre 2022

Pd, il totonomi non basta

L’intervista di Mario Ajello pubblicata sul Messaggero

Presidente Casini, lei è il decano dei parlamentari. Che Parlamento sarà questo che sta per inaugurarsi?
«Ci sono sfide inedite, anche di carattere istituzionale. La riduzione del numero dei parlamentari, 200 senatori e 400 deputati, speriamo che non incida in negativo nella operatività delle Camere. Perché è essenziale il buon funzionamento. Per quanto riguarda poi l’aspetto politico, mi sembra che sia emersa una maggioranza chiara e con numeri ampi. Bisognerà capire se, in termini di coesione interna e di chiarezza programmatica, riuscirà a dimostrare la propria autosufficienza. I numeri ci sono, sarà la politica a darci il verdetto».

Questa campagna elettorale, per lei che ne ha fatte tante fin dal 1983, è stata diversa dalle altre?
«Lo è stata per due ragioni. La prima: quando cominciai esistevano i partiti, la mobilità elettorale era molto più ridotta e c’era ancora la conventio ad excludendum per la sinistra. Il muro di Berlino nell’83 non era ancora caduto. E forze politiche radicate nel Paese e motivate ideologicamente fidelizzavano maggiormente gli elettori. Era diverso anche il ruolo delle leadership. È vero che avevamo grandi personalità, penso ai leader democristiani, a Berlinguer, a Craxi, a Spadolini, ma quelli non erano partiti costruiti sulla persona.
Oggi, invece, abbiamo il partito della Meloni, il partito di Berlusconi, i 5 stelle che sono diventati il partito di Conte e via così. Forse, solo il Pd è rimasto con una leadership plurale. Il che è positivo. Però vedo che anche da queste parti l’evocazione dell’uomo forte rischia di essere una suggestione sempre più potente». [Continua a leggere]

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Rappresento il Pd senza alcun imbarazzo. Sgarbi? Non casco nelle sue provocazioni

postato il 18 Settembre 2022

Città speciale, non solo di sinistra. Del partito ho apprezzato il senso dello Stato e le scelte coraggiose che ha fatto, come sostenere lealmente il governo Draghi

L’intervista di Adriana Logroscino pubblicata sul Corriere della Sera

Contrariato dalla sconfitta del Bologna — «ma tifare una squadra che non vince sempre tempra il carattere, come ho detto a mio figlio quando era piccolo» — Pier Ferdinando Casini lascia lo stadio per un’altra serata tra i cittadini del suo collegio. Con un solo dubbio: «Non ho voluto indossare i pantaloni rossi portafortuna, perché in campagna elettorale è un po’ troppo». Sulla scelta, dopo una vita al centro, di rappresentare il centrosinistra nella rossa Bologna, invece, non ha dubbi.

Presidente Casini, come va la campagna elettorale in città?
«Bologna è speciale. Chi ne parla etichettandola come semplicemente “di sinistra” spesso non la conosce davvero: quando c’è la processione della Madonna di San Luca tutta la città è lì, senza distinzioni politiche o di fede».

È stato accolto bene anche alle iniziative della festa dell’Unità?
«Ero ospite con Cuperlo che è molto apprezzato da quella platea. Ma ho strappato applausi anch’io. Io sono stato candidato in questo collegio anche cinque anni fa. E rappresento senza alcun imbarazzo la posizione del Pd di cui ho apprezzato il senso dello Stato e le scelte coraggiose che ha fatto, come sostenere lealmente il governo Draghi. Il muro di Berlino è caduto da quasi 35 anni. Tenerlo in vita artificialmente è ridicolo». [Continua a leggere]

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Basta con i personalismi, un’area da Letta a Calenda per le riforme dell’agenda Draghi

postato il 23 Luglio 2022

«Conte? Guida una forza che in 4 anni ha perso tre quarti dei consensi»

La mia intervista al Corriere della Sera a cura di Marco Galluzzo

 

Roma «Credo che dopo questa esperienza di Draghi nulla sarà più come prima, indipendentemente dai risultati delle prossime elezioni. È stata un’esperienza sofferta, si è conclusa in un modo molto amaro, e certamente con una perdita di credibilità per l’Italia. Ma io spero che tutti abbiano tratto una lezione da questi 18 mesi, sia chi ha sostenuto Draghi sino all’ultima curva, sia coloro che inopinatamente lo hanno abbandonato».

Pier Ferdinando Casini ci ha provato sino all’ultimo, con una mozione parlamentare che si proponeva di fare un miracolo politico, ridare forza ad un governo che l’aveva persa, irrimediabilmente. Eppure crede ancora che le dinamiche delle ultime ore possano servire da bussola per le prossime tappe politiche: «Non siamo all’anno zero, se posso permettermi una riflessione indirizzata ai protagonisti della politica di oggi io vorrei ricordare che il governo è caduto, ma esiste un’area politica omogena che fino all’ultimo si è riconosciuta nella sua agenda programmatica».

Sta pensando ad un’alleanza per riportare Draghi a Palazzo Chigi?

«Qui non si tratta di strumentalizzare Draghi, né di fare partiti pro Draghi, con o senza di lui, sono tutte alchimie che hanno avuto poco successo in passato. Ma le forze che si sono riconosciute nel programma del premier ritengo che oggi siano chiamate a superare i loro personalismi e a creare un’area ampia di riformismo che vada da Letta a Renzi, da Speranza a Calenda, perché l’emergenza in cui ci troveremo nei prossimi mesi si affronta solo così, mettendo al centro gli obiettivi dell’Italia in una coalizione che non so se possa vincere, ma che certamente può dare prova di serietà».

Interpretazione di una crisi: Conte e Salvini vanno sempre più giù nei sondaggi e per questo staccano la spina?

«Non lo so, se è stato così è gigantescamente sbagliato. Per quanto riguarda Conte non mi azzardo in un pronostico, certo l’area dell’antipolitica partita da Bologna con Grillo portato in canotto in piazza Maggiore può ancora avere un appeal, ma siamo di fronte al primo esempio di una forza politica che in 4 anni ha perso i tre quarti dei suoi consensi».

E Salvini?

«Non nutro sentimenti di antipatia, anzi, ma lui e Berlusconi hanno fatto un gigantesco favore alla Meloni, che il giorno delle elezioni avrà ancora più consenso. Nessuno le può imputare nulla, non è andata al governo e non lo ha fatto cadere: ho già sentito tanta parte del popolo di centrodestra pronto a votarla».

Berlusconi?

«Lo ritengo molto sorprendente, non dico altro. La puerile scusa che Draghi fosse stanco… lasciamo perdere…».

In altri Paesi la stabilità è un valore, da noi no, perché?

«Guardando in giro rischiamo di essere in buona compagnia, Johnson con un grande consenso alle spalle sta per sloggiare, Macron è messo male in Parlamento, il nuovo Cancelliere non mi pare molto forte».

Crede ci siano state influenze di Mosca?

«Certo non credo che i protagonisti massimi della politica abbiano subito interferenze dirette, mi sento di escluderlo da uomo delle istituzioni. Ma che i russi si stiano sfregando le mani, che preferiscano che la postura internazionale di Draghi sia sostituita da una più ambigua, questo è certo. E qui lo dico ai partiti che si presenteranno: non ci possono essere ambiguità di fronte agli elettori, chi deve governare deve spiegare bene da che parte vuole andare. Eravamo considerati tradizionalmente l’anello debole dell’Occidente, sia per la preminenza di forze politiche vicine alla Russia e alla Cina, sia per una qualche tiepidezza. Ora il grande merito di Draghi è stato quello di aver scelto la parte giusta con nettezza. Sono orgoglioso del suo viaggio fatto a Kiev con Macron e Scholz, del ruolo di leadership che l’Italia ha esercitato sull’adesione di Kiev alla Ue».

Esiste la possibilità di un nuovo governo Draghi?

«Abbiamo appena seppellito un governo, per buon gusto non parliamo dei prossimi, lo decideranno gli elettori. Se c’è uno che credo abbia propensione zero per un impegno diretto in politica è proprio Draghi. Il problema è un altro, è l’agenda di un esecutivo che sino all’ultimo è stato sostenuto da un insieme di forze omogenee che oggi hanno un’occasione irrepetibile».

Cosa dovrebbero fare?

«Una grande area politica che si riconosca in un’agenda programmatica che non è cambiata. Davanti a questo sfacelo alzare le proprie bandierine farebbe solo ridere».

Potrebbe avere un ruolo la diaspora in atto in Forza Italia?

«Certo, dipende da loro, da quanto vorranno impegnarsi».

Monti cadde anche sui taxi, la storia in parte si ripete: siamo un Paese irriformabile?

«Se pensiamo di governare l’Italia accettando queste proteste di piazza allacciamoci le cinture di sicurezza».

Che errori ha fatto Draghi?

«Io credo che errori gravi non ne abbia fatti, semmai ha fatto l’impossibile su una formula, tenere insieme Lega e Cinque stelle, che era emergenziale. A sei mesi dalle elezioni le smanie e le frenesie elettorali hanno avuto il sopravvento. Era anche prevedibile, se vogliamo».

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«I propositi di Salvini sono buoni, ma non diventi un burattino nelle mani del presidente russo»

postato il 29 Maggio 2022

In certe circostanze è bene lasciare l’azione al governo. Siamo nella Nato e nell’Europa, non possiamo essere artefici in solitudine del nostro destino.
L’intervista di Fabrizio Caccia pubblicata sul Corriere della Sera

Presidente Casini, venerdì era a Nusco al funerale di Ciriaco De Mita. Ha pensato a cosa avrebbe fatto lui oggi in questi tempi di guerra?
«Sì, ci ho pensato. E credo che non solo lui, ma i nostri padri della Prima Repubblica, oggi si sarebbero fatti guidare prima di tutto dal senso del limite, una cosa che in politica è bene non perdere mai».

Sarebbe?
«Capire che siamo un Paese incardinato nella Nato e nell’Europa e che non possiamo essere artefici in solitudine del nostro destino. Perciò De Mita e gli altri oggi avrebbero lavorato per la pace, ma senza indebolire l’Alleanza atlantica e non prestandosi al rischio di essere strumentalizzati da Putin. E mi riferisco a Matteo Salvini…». [Continua a leggere]

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Nuova spinta per il ruolo dei cattolici, Zuppi con la politica non farà da spettatore

postato il 25 Maggio 2022

L’intervista pubblicata su Il Messaggero a cura di Alberto Gentili


Pier Ferdinando Casini risponde al telefono dal treno che lo sta portando a Bologna. «Voglio essere presente, domani pomeriggio, alla processione in piazza con la Madonna di San Luca e il nuovo presidente dei vescovi italiani. Un’occasione assolutamente da non mancare».
Sembra entusiasta della scelta di Papa Bergoglio di puntare su Zuppi.
«Lo sono. Con la nomina di Zuppi si è saldata la volontà del Pontefice e dei vescovi italiani. Nella figura di Zuppi si realizza una sintesi: non c’è un’imposizione da parte del Papa, ma la condivisione di una personalità che per il suo equilibrio può veramente dare una spinta alla Conferenza episcopale italiana».
La Cei aveva bisogno di questa spinta?
«Direi proprio di sì. Non c’è dubbio che dall’epoca della presidenza Ruini si è registrato un certo calo di attenzione, una certa afonia della Cei. Oggi invece c’è bisogno di rilanciare il ruolo dei cattolici italiani. E Zuppi è la persona giusta».
Perché?
«Conosco Zuppi dai tempi di Sant’Egidio, ma era una frequentazione superficiale. Poi, da quando è diventato arcivescovo di Bologna, l’ho conosciuto meglio e l’ho studiato di più. La cosa che mi ha colpito è che ha idee radicate: è molto impegnato sui temi dell’accoglienza e del dialogo inter religioso e allo stesso tempo è un uomo che abbraccia tutti, rispetta profondamente le idee di tutti e non prevarica nessuno. Ma c’è una cosa in assoluto che mi colpisce di più».
Quale?
«La capacità di Zuppi di ascoltare tutti. Non c’è dubbio che Papa Bergoglio abbia un grande carisma, un grande prestigio, però in alcuni momenti appare anche un po’ divisivo. Tant’è, che ci sono alcune componenti del mondo cattolico che, pur rispettando profondamente il Pontefice, non ne sono entusiaste. Ebbene Zuppi, che chiaramente è molto aderente al messaggio di Bergoglio, sa rivolgersi e coinvolgere tutti. E’ decisamente molto inclusivo. Un merito grandissimo che gli permetterà di parlare ai cattolici italiani a 360° e di rilanciare la Chiesa italiana accettando i contributi di tutti. Ciò è molto importante perché un pastore deve portarsi dietro tutto il suo gregge, non solo una parte. Inoltre in un momento di necessario rilancio, Zuppi ha la caratteristica di un ecumenismo non proclamato, ma vissuto».
Come cambierà la Cei?
«Zuppi è un presenzialista, uno che c’è e si fa sentire. E’ una personalità dinamica. Inevitabilmente tutto ciò porterà maggiore impulso alla Conferenza episcopale che tornerà a farsi sentire e avrà un nuovo protagonismo, anche grazie a un’interlocuzione più serrata con la politica. Naturalmente sempre nell’ambito delle proprie competenze e responsabilità, Zuppi non si sottrarrà neppure a un’interlocuzione sui singoli provvedimenti legislativi. Non si tornerà di certo ai temi eticamente sensibili che sono stati la priorità in altre stagioni della vita della Chiesa italiana, ma Zuppi non sarà uno spettatore nel rapporto con la politica. Credetemi. Si siederà al centro del villaggio, non certo sugli spalti».
Il nuovo presidente della Cei è descritto come un prete di strada, un sacerdote vicino agli emarginati e ai poveri. Condivide questo identikit?
«Fino a un certo punto. A mio giudizio questa descrizione è limitativa: il prete di strada di solito si considera sensibile a certe tematiche, ma estraneo ad altre. Non è il profilo di Zuppi che è un prete di strada nel senso che è una persona semplice, non è formale e sa bene che la priorità della Chiesa sono i poveri e gli emarginati. Ma, allo stesso tempo, Zuppi sa benissimo che la Chiesa non è una grande Ong ma una costruzione basata su una precisa scelta di fede: non basta per essere cattolici aiutare i più deboli e compiere opere di solidarietà, ci sono valori ben definiti. Inoltre Zuppi è un uomo raffinato, intelligente e dotato di furbizia politica. Il che non guasta per la guida della Cei».
C’è chi dice che Zuppi sappia conquistare i cuori alla fede. E’ così?
«Sì. L’ho visto accanto ai fedeli e ho assistito a come ha accompagnato con grande amore alcune persone fino alla fine. Zuppi è molto buono, il che non vuole dire che sia un sempliciotto. Anzi. E sono certo che alla guida della Cei non avrà un messaggio monocorde di semplice attenzione agli ultimi. Sarebbe banale. Ma saprà affrontare temi alti ed eticamente sensibili mostrando capacità anche di negoziatore, come fece in Mozambico».
Per Delrio, emiliano come lei, Zuppi rappresenta una Chiesa rispettosa delle diversità. Condivide?
«Totalmente. Rispettoso delle diversità significa che Zuppi non ci proporrà una minestra precotta, ma che la cucinerà assieme ai cattolici italiani. E una delle peculiarità sarà l’attenzione al dialogo inter religioso: cosa non da poco in una fase di guerra».

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Da Draghi posizione solida. Come la migliore Prima Repubblica

postato il 20 Maggio 2022

Il partito antiamericano, mai dormiente, dimentica che questa guerra rilancia la Nato

L’intervista di Marco Galluzzo pubblicata sul Corriere della Sera

Presidente Pier Ferdinando Casini, lei in Parlamento ha fatto un lungo elenco delle presunte mistificazioni del dibattito politico italiano sulla guerra. A chi si riferisce?
«In Italia abbiamo il girone degli ingenui e quello della malafede. E non si sa, in politica, cosa sia più pericoloso. Il primo annovera coloro che proclamano principi giusti e ritengono che questo sia sufficiente per realizzarli, insomma si appellano al mondo dei sogni, ma sono lontani dai dati di realtà. Qualcuno vuole tornare allo spirito di Pratica di Mare e alla collaborazione fra Putin e la Nato, altri dicono che il Muro di Berlino non si deve riedificare, che la Guerra Fredda non deve ripetersi. Tutti siamo d’accordo su queste affermazioni ma sono, in sostanza, ovvie, se non banali».

E il girone della malafede? Chi ci mette?
«Quelli che utilizzano questa ingenuità per un’operazione speculativa, per innestare delle domande maliziose sulla vicenda dell’Ucraina: “In fondo è Kiev che ha provocato Mosca…”, “la Nato si è allargata troppo…”, “noi non dovremmo armare gli ucraini visto che è meglio che la guerra finisca prima possibile…”. Ma in realtà non c’è una persona dotata di un minimo di senno che non capisca che il conflitto oggi è fra dittature e democrazia, con qualcuno al nostro interno, che ha cominciato a parlare di democratura». [Continua a leggere]

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Enrico non ha sbagliato, nella sua posizione ritrovo la vera politica

postato il 26 Aprile 2022

La Russia non manifesta volontà di pace, per cui non c’è ragione di cambiare linea. Ho commemorato il valore nazionale del 25 aprile a Piombino con un sindaco di Fdi e l’Anpi.

L’intervista di Carlo Bertini a Pier Ferdinando Casini pubblicata sulla Stampa

Sposa in pieno le parole del capo dello Stato Pier Ferdinando Casini, ex presidente della Camera. E difende a spada tratta Enrico Letta, che “non ha sbagliato nulla in questa vicenda Ucraina, il suo posizionamento è ineccepibile. E le dico una cosa in più”.

Prego.
“Le contestazioni in piazza a Milano sono di gruppi sporadici e nulla hanno a che vedere col sentimento collettivo. Letta si è assunto la responsabilità di una scelta difficile, in cui ritrovo il valore della politica: che non è quello di seguire le pulsioni dell’opinione pubblica, ma di cercare di guidarla, senza subalternità”.

Come giudica il silenzio imbarazzato della destra sul 25 Aprile, lei che lo ha celebrato come patrimonio di valori comuni di tutti i cittadini?
“Ho scelto di commemorarlo a Piombino, dove il sindaco è di Fratelli d’Italia e la giunta è di destra. Ho chiesto di invitare a parlare assieme a me il presidente dell’Anpi di Piombino, figura storica della sinistra. Questo è il 25 aprile che piace a me. Una destra che sa rinnovarsi e ritrova il valore nazionale del 25 Aprile e un mondo che rispetta il volere del popolo che ha scelto il sindaco di destra. Lo stare assieme su quel palco è il senso compiuto il 25 aprile. E attenzione, c’è un fattore importante”. [Continua a leggere]

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Il divo Pier

postato il 17 Aprile 2022


L’intervista pubblicata su L’Espresso a cura di Susanna Turco

L’essenza del ruolo di Pier Ferdinando Casini nella politica italiana la riassume, inconsapevolmente, il commesso di palazzo Giustiniani che, per indicare la via allo studio senatoriale del “presidente” (come è noto, nulla è più longevo in Italia dell’appellativo di presidente), spiega: «Lei sale al primo piano, c’è una porta aperta e una porta chiusa: lei ignori quella aperta. Spinga l’altra porta, che non è davvero chiusa: arriverà dal presidente».
Sembra una scorciatoia, un giochetto, un vicolo cieco, si rivela una via: la porta chiusa non è chiusa, ti conduce dove previsto. Ecco la cifra. Come quando, nel 2018, Pier Ferdinando Casini, nato con la Dc, fondatore del Ccd con Mastella, nel Polo delle libertà con Berlusconi e Bossi, leader dell’Udc con Cesa, eletto con Monti, trentacinque anni in Parlamento e mai un incarico di governo, si presentò infine con il Pd, facendo gridare allo scandalo i puristi di entrambi gli schieramenti (taluni ex comunisti di Bologna minacciarono il suicidio): eppure era l’anticipo del governo largo, alla Draghi. Oppure come quando, a fine gennaio 2022, l’ex presidente della Camera spuntò come soluzione politica all’impasse sul Quirinale, finendo così per sbloccare il gioco che avrebbe re-incoronato Sergio Mattarella. È stato sufficiente, anche stavolta, spingere una porta apparentemente chiusa. Casini in effetti è lì, nello studio damascato che fu di Giulio Andreotti: ai tempi del Divo originale era rivestito d’azzurrino, adesso col Divo Pier è color ocra e lui lo misura a passi larghi, interamente vestito di toni chiari come ad armonizzarsi con l’ambiente e i suoi lapsus, tra una foto di papa Ratzinger (manca Bergoglio) e una foto con Giorgio Napolitano (manca Mattarella).

E comincia proprio da Andreotti e dalla guerra in Ucraina, e i suoi abissi, per misurare la distanza tra ieri e oggi, nei giorni in cui in Francia Emmanuel Macron comincia la sua complicata corsa verso il secondo turno, dopo un primo che ha visto «i sovranisti populisti superare, nel complesso, il 50%». Dice Casini: «Qua siamo nella stanza di Andreotti, che è la mia stanza. E lui col male parlava: con Breznev e Gromyko l’Italia i rapporti li aveva, però nella chiarezza delle prospettive. Dobbiamo invece prendere atto che la nostra generazione è figlia di un abbaglio collettivo. Abbiamo pensato che, caduto il Muro e finita l’Urss, ci potesse essere un avvicinamento della Russia alle democrazie per come le intendiamo noi. L’idea che democrazia e libertà sarebbero stati i minimi comuni denominatori del nuovo mondo. Tutto questo si è rivelato falso. Oggi abbiamo capito che il vero nemico di Putin non è la Nato, come si finge di credere, ma la democrazia: per lui è inaccettabile la democrazia ai confini della Russia».

La politica si è unita nel voto sul decreto Ucraina, ma i sondaggi dicono che gli italiani la pensano diversamente. Secondo Ipsos solo uno su tre è d’accordo con le sanzioni.
«Non mi meraviglio. Se avessimo sondato gli italiani sull’installazione degli euromissili contro gli SS sovietici, forse avrebbero risposto nello stesso modo. Il compito della politica non è – come è stato in questi anni – quello di cavalcare le pulsioni, ma di guidare opinione pubblica, è saper dire di no alle scelte emotive».

Bella descrizione, ma è realistica?
«No, e la crisi della politica è tutta qui. La postura del governo è giusta, il Parlamento ha mostrato responsabilità. Ma veniamo da anni in cui la politica è stata completamente delegittimata. Fenomeni imbarazzanti di dilettantismo. Campagne elettorali in cui lo slogan per chiedere il voto era: non ho mai fatto politica. A me, da vecchio politico, verrebbe voglia di dire: “si vede!”». [Continua a leggere]

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Oggi, con Massimo Franco, la presentazione in Salaborsa del libro "C'era una volta la politica".
Domani sarò a Napoli!
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GRAZIE BOLOGNA! ❤️💙🙏
Oggi, con Massimo Franco, la presentazione in Salaborsa del libro "C'era una volta la politica".
Domani sarò a Napoli!
GRAZIE BOLOGNA! ❤️💙🙏
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Domani sarò a Napoli!
GRAZIE BOLOGNA! ❤️💙🙏
Oggi, con Massimo Franco, la presentazione in Salaborsa del libro "C'era una volta la politica".
Domani sarò a Napoli!
GRAZIE BOLOGNA! ❤️💙🙏
Oggi, con Massimo Franco, la presentazione in Salaborsa del libro "C'era una volta la politica".
Domani sarò a Napoli!
GRAZIE BOLOGNA! ❤️💙🙏 Oggi, con Massimo Franco, la presentazione in Salaborsa del libro "C'era una volta la politica". Domani sarò a Napoli!
1 settimana ago
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3/6
Venerdì  BOLOGNA  SALA BORSA ore 18 con MASSIMO FRANCO-  Sabato a NAPOLI TENNIS CLUB Napoli 1905 viale A. Dohrn 9 ore 18 col Sindaco GAETANO MANFREDI , MARA CARFAGNA regia RICCARDO VILLARI !
Si continua ..🙏😉🇮🇹🌈🤫
Venerdì BOLOGNA SALA BORSA ore 18 con MASSIMO FRANCO- Sabato a NAPOLI TENNIS CLUB Napoli 1905 viale A. Dohrn 9 ore 18 col Sindaco GAETANO MANFREDI , MARA CARFAGNA regia RICCARDO VILLARI ! Si continua ..🙏😉🇮🇹🌈🤫
2 settimane ago
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4/6
Vi amo 💌💟❤🏆🥇
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2 settimane ago
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5/6
Maria Carolina...potevi girarlo !!!😉😁🤣🤣🤣🥰🥰🙈🙈
Maria Carolina...potevi girarlo !!!😉😁🤣🤣🤣🥰🥰🙈🙈
2 settimane ago
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6/6