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C’era una volta la DC…

postato il 10 Maggio 2024

«Ci siamo sparsi come lievito. Il centro oggi è vivo»

In Parlamento ininterrottamente dal 1983, l’ex democristiano Casini (ora indipendente del pd) è fiero del dna del grande partito cattolico: «C’è un virus democratico. gli effetti speciali hanno stancato, portiamo normalità»

L’intervista pubblicata su Sette, il settimanale del Corriere della Sera

Eletto otto volte deputato, una presidente della Camera, due volte eurodeputato e tre senatore, le ultime due da indipendente nelle liste del centrosinistra.  Pier Ferdinando Casini è in Parlamento, ininterrottamente, dal 12 luglio 1983: 41 anni, nessuno come lui. Casini conosce ogni cavillo istituzionale, ogni meandro delle stanze del potere, sempre mezzo passo indietro, però. Ago della bilancia di molti esecutivi, mai un incarico di governo. Casini, di fatto, è il centro. Non solo il grande erede della Dc. Chiacchierando con lui mentre attraversa Bologna («Cammino molto sa! Sto un po’ invecchiando…», sorride), ogni poco ci s’interrompe perché c’è qualcuno che ferma «Pier» per salutarlo.

Casini, qui si fa un gran parlare di quanto sia tornato decisivo il «centro». Alle Europee capiremo se è vero. Può spiegare a un 15enne cos’è, il «centro»?

«Una categoria dello spirito, un modo di essere. La convinzione che ognuno deve avere dentro di sé. Una convinzione che rifiuta l’integralismo e la certezza di possedere la verità assoluta. La consapevolezza che possiedi un frammento di verità, ma forse qualcosa di simile è anche nelle tesi del tuo avversario. È l’idea che la democrazia si nutre anche delle opinioni più lontane dalle tue, che vanno rispettate».

Cos’è stato, oltre alla Dc, il centro nella storia della Repubblica italiana?

«Finché c’è stato un mondo diviso dal Muro di Berlino, la Dc ha rappresentato una grande forza inclusiva che ha difeso la democrazia e l’ha sviluppata. Ma il suo vero successo è stato di avere progressivamente condiviso un minimo comun denominatore anche con i propri nemici. La Dc è riuscita a contagiare con il suo virus democratico anche chi ne era distante».

E quando inizia questa missione?

«C’è un momento preciso. De Gasperi nel 1948 vince e ha la maggioranza assoluta. Non ha bisogno di alleati, invece coinvolge i partiti laici e avvia la ricostruzione del Paese. Moro e Fanfani, negli Anni 60, nonostante le resistenze del Vaticano allargano il centriso al Psi, staccando i socialisti dai comunisti e ampliando la coalizione. E poi Moro e Andreotti, con i governi di solidarietà nazionale, coinvolgono il Pci e favoriscono il distacco definitivo di Berlinguer da Mosca: è l’eurocomunismo. Poi non dimentichiamo la costituzione delle Regioni, che consente alla sinistra di governare territori importanti dove il Pci era più forte. O il coinvolgimento istituzionale con la presidenza della Camera all’opposizione. Nel 1983, parte di noi fibrilla perché non vuole votare Nilde lotti, mentre i capi dc ci spiegano che la tenuta istituzionale passa da una compartecipazione del più forte partito di opposizione. E da lotti ricevemmo una lezione di terzietà quando difese le prerogative della Camera rispetto alle volontà dei partiti, incluso il suo».

Poi questo monolite centrista implode?

«La Dc non muore per Tangentopoli, ma per la Caduta del Muro. Il vaso era già pieno, Mani pulite è solo la goccia che lo fa traboccare».

E nascono una lunga serie di centri e «centrini»: Rinnovamento Italiano, i casiniani Ccd e Udc, il Ppi, l’Udeur, La Margherita, il Centro democratico.

«Muore la Dc, non i democristiani, che si spargono come lievito nei poli per portare il Dna della loro esperienza politica».

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“Soldi pubblici e preferenze, basta cedere all’antipolitica”

postato il 9 Maggio 2024

 

La democrazia ha dei costi, un errore abolire le risorse. Vanno ripristinate: tanti in privato lo dicono, speriamo ci sia il coraggio

L’intervista di Francesca Schianchi pubblicata su la Stampa

Sulla vicenda ligure, Pier Ferdinando Casini evita commenti: «Mi rifiuto di farlo su anticipazioni di stampa, i processi si fanno in Tribunale». Sul finanziamento della politica, invece, il senatore in Parlamento da oltre quarant’anni ha delle proposte da fare, «indipendentemente da un caso giudiziario o un altro: il tema in democrazia si pone a prescindere». E, secondo lui, va affrontato occupandosi di una legge sui partiti, ripristinando il finanziamento pubblico e lavorando a una legge elettorale con le preferenze. Perché, ragiona, «siamo in una tempesta perfetta».

Cosa intende?

«Caduta la Prima Repubblica, i partiti come li conoscevamo sono stati sostituiti da partiti personali, la formazione politica non esiste più, così come il radicamento territoriale. La classe dirigente ha subito una metamorfosi: in Parlamento non va più chi ha i voti, ma chi è amico del leader. E in questa situazione di maggiore permeabilità, abbiamo tolto il finanziamento pubblico!».

Lei ha sempre criticato l’abolizione del finanziamento pubblico voluta dal governo Letta nel 2014.

«E’ stato un errore, che mi vanto di non aver fatto: sono stato uno dei pochi che hanno votato contro. Sarebbe stato un errore anche in presenza di bontà e onestà generalizzate».

Perché?

«E’ sempre un errore pagare un prezzo legislativo all’anti­politica, sperando così di placarla. Il risultato è che non hai battuto l’antipolitica e hai fatto una cosa sbagliata. E non è stato l’unico episodio».

A cosa si riferisce?

«La riduzione del numero dei parlamentari, che ha reso meno efficiente il lavoro del Parlamento e privato interi territori di una rappresentanza: anche in quel caso votai contro».

All’abolizione de finanziamento però si arrivò dopo un referendum che la chiedeva col 90% dei sì e dopo che la politica aveva dato troppe volte pessima prova di sé…

«Senta, io sono stato eletto la prima volta nel 1983. Già allora bisognava dichiarare tutti i finanziamenti superiori ai cinque milioni di lire: ebbene, su 630 deputati, a fare questa dichiarazione eravamo pochissimi. Le leggi c’erano, e chi voleva seguirle le ha seguite. Ma c’era, diciamo così, una “disattenzione” all’applicazione della legge. Cosa che è stata pagata cara quando, dopo la caduta del Muro e l’indebolimento della politica, arrivò Mani Pulite».

Chiamiamola disattenzione… Con Mani Pulite venne scoperchiato il sistema.

«Io c’ero in Aula quando Bettino Craxi fece il famoso discorso sulla chiamata in correità. Ci fu la reticenza della politica, nessuno affrontò il problema alla luce del sole perché, diciamo la verità, tutti pensavano che l’onda si sarebbe arrestata al vicino di casa»

Il fatto però è che anche in periodi più recenti ci sono stati scandali.

«Ma è ovvio che la cattiva politica è la più grande alleata dell’antipolitica! Ma, ripeto, per quanto l’abolizione del finanziamento pubblico possa essere stata fatta con le migliori intenzioni, è stata un errore. Perché la democrazia ha dei costi».

Il Movimento cinque stelle risponde a questa obiezione dicendo che si può sopravvivere di microdonazioni.

«Ma sì, si possono mettere dei tetti di massimale alle donazioni, ma io più che sull’entità, mi concentrerei sulla trasparenza. Anche perché le microdonazioni si possono aggirare».

Anche le Fondazioni sono spesso guardate con sospetto.

«Ce ne sono usate per i migliori scopi, come la Fondazione Sturzo o la Fondazione De Gasperi, ma non metterei la mano sul fuoco per tutte. Ma pensi che io, proprio legato a una Fondazione, ho fatto un importante rifiuto a una straordinaria signora».

Cioè?

«Dopo la morte di Andreotti, la figlia di De Gasperi mi chiese di presiedere la Fondazione. Ma io ho una tale idiosincrasia proprio al tema dei finanziamenti, all’idea di doverli trovare, che mi sono spaventato e ho rifiutato. Dissi che non me la sentivo».

Come andrebbe affrontato secondo lei questo tema dei finanziamenti nella politica?

«Servono tre provvedimenti. Il primo: una riforma che restituisca all’elettore la possibilità di scelta. Le preferenze hanno delle controindicazioni, ma non si è inventato un meccanismo migliore».

Gli altri due provvedimenti?

 «Bisogna applicare l’articolo 49 della Costituzione: ci vuole un controllo democratico sulla vita dei partiti. E poi bisogna ripristinare il finanziamento pubblico: in questo modo non dico che avremo sconfitto il malaffare, ma almeno toglieremo l’alibi di dire che è colpa della politica o delle elezioni».

Predisponendo però un occhiuto controllo, direi.

«Ma certo, ci vorrebbe un’autorità indipendente che controlli la trasparenza dei partiti politici».

Pensa che ci sia una maggioranza in questo Parlamento per poter discutere di ritorno del finanziamento pubblico?

«Il buon senso è sempre in minoranza, ma in realtà queste mie riflessioni in privato sono molto diffuse. Spero che ci sia chi ha il coraggio di farle anche in pubblico».

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Navalny: L’Italia ora è unita. Il sì a Kiev sia convinto

postato il 20 Febbraio 2024

«Il sostegno all’Ucraina non è uguale per tutti ma il no alla Russia dei gulag è netto» Le identificazioni a Milano? Sarà stato un funzionario poco intelligente»

Presidente Pier Ferdinando Casini, anche lei era alla fiaccolata in Campidoglio?

«Sì, in certe circostanze la presenza non è un’opzione, è un obbligo morale: il posto della politica era in quella piazza», spiega il senatore eletto nelle liste del Pd ed ex presidente della Camera. 

Perché era così importante una manifestazione unitaria?

«Perché è la dimostrazione simbolica che l’Italia è unita nel ritenere la morte di Navalny una gigantesca ricaduta nella Russia dei gulag. La politica estera di un grande Paese del G7, qual è il nostro deve essere, per quanto è possibile, unitaria. I governi passano ma i Paesi rimangono».

Alla fine una delegazione leghista, guidata dal capo dei senatori Romeo, è venuta alla fiaccolata ma è stata oggetto di contestazioni e insulti.

«Io non li ho sentiti, ma se ci sono stati contraddicono certamente il sentimento collettivo di una piazza che voleva manifestare per la libertà in modo unitario». 

Pensa che l’adesione di M5s e della Lega fosse sincera? 

«È una domanda che va rivolta a loro. Io mi auguro che la solidarietà ai dissidenti russi non sia a intermittenza, secondo le convenienze o le circostanze, ma sia un’adesione di fondo». 

Il consigliere leghista dell’Emilia Romagna, Bargi, ha definito ipocrita la fiaccolata.

«Mi pare che stia facendo autocritica. C’è una famosa frase che dice che la democrazia si deve difendere soprattutto per chi non la pensa come noi. Io difendo la democrazia anche per i filo-putiniani italiani. Non voglio che finiscano in un gulag. Troppi non capiscono le implicazioni che questa vicenda ha con alcune aree di guerra come quella ucraina».

Vale a dire?

«Se non siamo sordi e ciechi dobbiamo aprire i nostri occhi e le nostre orecchie: non abbiamo bisogno di altre dimostrazioni. Se ci eravamo dimenticati chi è Putin, questa vicenda ce lo ricorda. E se noi accettiamo un mondo costruito sull’arroganza e la prevaricazione, è difficile dire dove finiremo».

Dunque? Occorre sostenere Zelensky?

«La resistenza ucraina va sostenuta perché in questo modo difendiamo noi stessi. Tutti noi ci interroghiamo su chi vince tra Trump e Biden. Ma nessuno si chiede chi vince tra Putin e il signor nessuno, perché le prime sono elezioni democratiche, le seconde una finzione. Io voglio vivere in una società in cui non si sa chi vince. Se qualcuno preferisce una società in cui il gioco è truccato, è affar suo».

Si riferisce a qualcuno?

«In linea di massima i partiti italiani, come si è visto nei voti per l’Ucraina, sostengono e hanno sostenuto una posizione prima di Draghi e poi della Meloni».

La sostengono tutti allo stesso modo?

«Certo che no. C’è chi la sostiene per finzione e chi per convinzione. Io mi auguro che emergano i secondi».

A Milano chi manifestava per Navalny è stato identificato. Le sembra normale?

«Secondo me sarà stata l’iniziativa di un funzionario molto zelante, quanto poco intelligente».

Lei ha proposto al sindaco di Bologna, Lepore, di concedere la cittadinanza onoraria per Navalny: lui ha replicato che si può dare solo ai vivi, ma dice che la città lo ricorderà.

«Non mi interessava la cittadinanza onoraria in sé, ma attribuire un riconoscimento alla memoria per sottolineare che, in linea con la sua grande tradizione, Bologna è solidale. Possiamo attribuire un archiginnasio d’oro o un’altra onorificenza per riaffermare quel principio».

C’è altro che può fare l’Italia? Il renziano Nobili propone di intitolare a Navalny la via dell’ambasciata russa a Roma. 

«Al di là dei temi più o meno estemporanei, è importante che l’Italia faccia la sua parte difendendo gli aiuti all’Ucraina e andando avanti su questa strada. E soprattutto, è importante che il nostro Paese capisca quanto sia necessaria una politica di difesa europea, altrimenti ci dobbiamo rassegnare a diventare irrilevanti». 

Qual è il senso politico della morte di Navalny?

«Certamente è un messaggio di Putin agli oppositori interni e all’opinione pubblica che restaura la società della paura: per lui è un’assicurazione sulla vita. È una prova di forza e di debolezza assieme».

Perché Navalny, che era in carcere, rappresentava ancora un pericolo per Putin?

«Mandela, che era in carcere, era un pericolo? No e sì allo stesso tempo. I testimoni disarmati, che hanno quel quid di profetico che li porta a non avere paura, sono i più pericolosi per un regime perché rompono le categorie del terrore che i leader vogliono instillare. Dieci anni fa abbiamo assistito alle manifestazioni di Navalny che non erano represse, oggi si reprime chi deposita un fiore. L’ escalation del terrore serve a Putin per perpetrare il potere».

La morte di Navalny può essere un boomerang per Putin nella guerra in Ucraina?

«Sarà un boomerang per la guerra in Ucraina. Come sarà un boomerang la testimonianza disarmata della moglie di Navalny. In queste ore, ha dato la dimostrazione di come può essere straordinario il coraggio di una famiglia. Lui si era curato in Germania, ed è rientrato in Russia convinto che non gli avrebbero fatto niente». 

Vittima dell’ottimismo della volontà?

«I patrioti veri, quelli che hanno costruito l’Italia, quelli che hanno fatto la resistenza, erano muniti di questo coraggio, quasi ai limiti dell’incoscienza».

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“Se negli Usa vince Trump, sarà un futuro di terrore”

postato il 14 Febbraio 2024

«Netanyahu ha gravi responsabilità. La questione palestinese è un buco nero nelle nostre coscienze»

Io amo Israele ma dissento dalle politiche del governo Netanyahu che ha gravissime responsabilità». Pier Ferdinando Casini, ex presidente della commissione Esteri del Senato, osserva il dibattito sulla guerra in Palestina e dice: «Basta avallare la politica di Netanyahu».

Senatore, torna da una setti­mana negli Stati Uniti dove con l’Unione interparlamentare ha partecipato alle audizioni   con   il   presidente dell’assemblea     generale dell’Onu a New York.  Che aria si respira dall’altra parte dell’oceano?

«Cresce il tema della crisi del multilateralismo   costruito nel dopoguerra per interpretare un mondo che oggi non c’è più e che paralizza le istituzioni internazionali. I sovranisti dicono “il multilateralismo non funziona, buttiamolo via”, io dico riformiamolo e facciamolo funzionare».

E la campagna elettorale americana?

«È forse la più singolare degli ultimi anni. Abbiamo un presidente che io ritengo abbia fatto bene, ma che viene percepito in gran parte inadatto a governare perché troppo vecchio.  Dall’altra parte c’è un signore, quasi coetaneo, che trasmette maggiore vitalità ma che mette sul tavolo questioni che fanno presagire un futuro del terrore. Basti pensare alle parole sulla Nato».

Chi vincerà?

«La mia aspettativa è che vinca Biden, il mio timore e il mio pensiero è che possa vincere Trump. Noi italiani, però, dobbiamo distinguere tra le linee di fondo della politica americana e le estremizzazioni che i candidati ne fanno. Il tema delle spese militari è ineludibile: se l’Europa vuole uscire dall’infantilismo politico ed essere autonoma, non possiamo pensare di affidarci sempre agli americani».

Cosa manca?

«La consapevolezza del momento che stiamo vivendo. Ci sono responsabilità a cui stiamo venendo meno per vigliaccheria.  Oggi la pace in Ucraina non può essere a condizione della scomparsa di Kiev perché significherebbe portare il terrore in Europa. Gli ucraini combattono anche per noi».

Parliamo di Medio Oriente. Ieri alla Camera prove di dialogo tra Pd e maggioranza. Come le giudica?

«Un fatto positivo. La politica estera, per quanto possibile, deve stare al riparo delle turbolenze della politica nazio­nale, proprio perché si tratta di dare un’immagine seria e risoluta del nostro Paese all’estero.  Vorrei dire una cosa scomoda sulla Palestina…».

La dica.

«Amare Israele come io e noi lo amiamo non può interdirci dal dire che la questione palestinese è un buco nero nelle nostre coscienze.  Abbiamo parlato di due popoli e due Stati e non abbiamo detto nulla degli insediamenti israeliani che hanno spezzato la continuità territoriale in Cisgiordania.  Insediamenti illegali che il governo Netanyahu ha aumentato e   incentivato. Mai confondere Hamas con la Palestina, ma abbiamo avallato la politica di Netanyahu che è stata quella di indebolire l’Anp».

Critica il governo israeliano?

«Amare Israele non può significare dover amare il governo Netanyahu. Io dissento dalle sue politiche che hanno gravissime responsabilità.  Due popoli e due Stati è una formula vuota o reale? Perché se è reale non possiamo consentire gli insediamenti nei territori occupati».

Cosa propone?

«Rilanciare davvero la politica due popoli due stati e un cambiamento dell’Anp: penso per esempio a Marwan Barghuthi come personalità nuova.  Altrimenti regaliamo la questione palestinese ad Hamas che agisce per conto dell’Iran e probabilmente della Russia».

È pronto alle critiche?

«Non accetto lezioni. Mi rifaccio alla Dc, a Craxi, alla parte migliore della prima Repubblica. Queste cose le ho imparate quando la politica mediterranea era una cosa seria. L’identificazione tra Israele e Netanyahu serve a Netanyahu, ma non serve a lsraele».

Come giudica l’azione del governo?

«Ritengo che sul piano internazionale si stia muovendo meglio che in altri ambiti. Per il rapporto che Giorgia Melo­ni ha costruito in Europa con Von der Leyen e per come si muove Tajani: non hanno sovvertito i pilastri della politica estera italiana.  Tutto sommato merita un 6, e di questi tempi non è poco»

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La Russa ha ragione, il premierato così non piace  a nessuno

postato il 17 Dicembre 2023

Meloni non arriverà al referendum

Presidente Casini, pochi giorni fa a Montecitorio, nel corso del convegno “Costituzione, Parlamento, Democrazia”, a proposito del ddl del governo sul premierato, lei platealmente ha detto: “Non prendiamoci in giro”. Perché?

C’è un dovere di trasparenza a cui bisognerebbe attenersi sempre ma, in particolare, quando si parla di Costituzione. Non è corretto dire che Parlamento e Presidente della Repubblica non sono toccati: lo sono e ampiamente. I presidenzialisti hanno tanti argomenti a loro favore senza aver bisogno di cambiare le carte in tavola: il presidenzialismo di per sé non è affatto antidemocratico, ma chiamiamo le cose col loro nome.

Davvero crede che al futuro presidente della Repubblica resterà da tagliare solo qualche nastro?

Non lo credo io. Lo crede anche uno studente al primo anno di Giurisprudenza. Il ruolo del Presidente della Repubblica e la sua autorevolezza si basano su una moral suasion e su una flessibilità che rendono incisivi i suoi poteri. Questo può non piacere, ed è perfettamente legittimo, ma allora la questione va affrontata direttamente e senza mistificazioni. In realtà tra le poche cose che in Italia funzionano bene c’è proprio il ruolo del Presidente della Repubblica. Non a caso gli ultimi due sono stati votati per la seconda volta da un ampio spettro di forze dell’attuale maggioranza e opposizione.

Ci son state scintille, in quel convegno alla Camera, tra lei e gli altri due suoi colleghi ex presidenti, Gianfranco Fini e Fausto Bertinotti…

Nessuna scintilla. Ci conosciamo troppo bene…al massimo qualche puntura di spillo tra colleghi e amici.

Dopo l’altolà di Gianni Letta, anche il presidente della Senato, Ignazio La Russa, ha criticato il ddl: venerdì alla festa di Atreju ha detto che a forza di mediare con l’opposizione il testo è peggiorato. Lei da senatore del Pd che ne pensa?

Vuole sapere un paradosso? Nella sua brutalità, e facendo un discorso chiaramente di parte, La Russa ha ragione: questo è un pasticcio che ovviamente non va bene all’opposizione ma che, alla fine, non andrà bene neanche alla maggioranza. Basta pensare alla retorica del “diamo agli italiani l’opportunità di scegliere il Presidente del Consiglio” palesemente contraddetta dalla possibilità, qualora venisse sfiduciato, di essere sostituto da un successore non indicato dai cittadini e che avrà ben più poteri del primo.

Alla fine crede che si andrà al referendum? Snodo cruciale per il governo di Giorgia Meloni.

Ho sempre votato contro questo governo, ma ciò non impedisce di riconoscere che Giorgia Meloni è una donna intelligente: per me azionerà il freno a mano prima di cadere nel burrone perché questo sarebbe l’effetto di un referendum, comunque lacerante, su un argomento come la Costituzione che dovrebbe unire tutti gli italiani.

Un altro tema è l’autonomia, tanto cara al ministro Calderoli.

Calderoli da anni persegue con coerenza i suoi obiettivi: in realtà essi contrastano non solo con le posizioni delle opposizioni, ma anche con gran parte di quelle della maggioranza. Gli squilibri territoriali ne risulterebbero accentuati e l’unità nazionale largamente compromessa.

Nell’anno che sta arrivando ci saranno le elezioni europee e si voterà anche negli Stati Uniti: se tornasse Donald Trump, muterebbe lo scenario. In Ucraina innanzitutto…

Sono molto sorpreso dall’ingenuità con cui certi pacifisti non capiscono di portare acqua al mulino di Orbán e Trump. Per fortuna su questo Draghi e la Meloni hanno tenuto la barra dritta.

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I miei primi quarant’anni in politica. Smettere? Solo se lo decide chi vota

postato il 11 Luglio 2023

La Dc sostenne Iotti alla Camera, ora c’è la dittatura delle maggioranze

L’intervista di Roberto Gressi pubblicata sul Corriere della Sera

Pier Ferdinando Casini. Deputato a 27 anni, il 12 luglio del 1983 entra per la prima volta in Parlamento. 

C’era ancora l’Urss e l’Italia di Bearzot aveva da poco vinto i mondiali. Da allora quarant’anni di politica ininterrotti, undici legislature, che ne fanno l’uomo del Parlamento più longevo della Repubblica nella contabilità dei mandati elettivi. 

All’anagrafe gli anni sono sessantasette. Due volte sposato, quattro figli, tifosissimo del Bologna, difficilmente rinuncia alla corsetta mattutina. Mille incarichi, tra i quali la presidenza della Camera. A gennaio dell’anno scorso è stato tra i tre candidati più accreditati nell’elezione che ha portato alla conferma di Sergio Mattarella come capo dello Stato. 

In politica da ragazzo, perché? E ha mai pensato di smettere?

La politica è una passione, prima che una carriera: se contrai questo virus non ci sono vaccini. Mai pensato di smettere, qualche volta ho temuto che gli elettori mi obbligassero a smettere… 

Che direbbe a Caterina, la più giovane delle sue figlie, e a un giovane in generale, se volesse fare politica?

Da un lato ne sarei contento, dall’altro la inviterei a crearsi prima una professione solida. La società della rete difficilmente consentirà carriere politiche così lunghe come è capitato a me e alla mia generazione. 

Lei è entrato con Mattarella in Parlamento: è vero che oggi conta di meno?

La situazione è imparagonabile. E non è solo un problema di qualità dei protagonisti, che esiste.  Negli anni si è progressivamente assistito a una lateralizzazione del Parlamento che oggi, non riuscendo più ad avere iniziativa legislativa propria, corre di qua e di là per “inventarsi nuovi lavori”. Emblematica è la proliferazione delle Commissioni d’inchiesta per fini politici

E i partiti? C’erano una volta quelli di massa.

C’era un altro mondo, c’era il muro di Berlino e lo scontro ideologico. C’erano valori e correnti ideali. Dal ’94 in poi sono diventati solo partiti personali.  

Iotti, Saragat, Forlani, Fanfani, Natta, Craxi, Berlusconi… Li ha conosciuti tutti e conosce tutti. Che differenze tra ieri e oggi?

Mi consenta di lasciare questa risposta all’intelligenza della gente. Stiamo parlando non di politici ma di statisti, che tra loro, tra l’altro, si contrapponevano ma sapevano rispettarsi. Negli anni della contrapposizione tra DC e PCI, quando ancora c’era l’URSS, il mio partito mi chiese di dare il primo voto della legislatura a Nilde Iotti: il PCI doveva esser coinvolto ai vertici dello Stato perché la sua forza politica rendeva inevitabile questo. Negli ultimi anni anche le presidenze delle Camere sono diventate appannaggio della dittatura delle maggioranze di turno.

E tra i leader di altri Paesi? Da chi ha imparato di più?

Ho stimato più di tutti Helmut Kohl, l’uomo che impose ai poteri forti tedeschi la parità tra il marco dell’ovest e quello dell’est all’indomani dell’unificazione. Quella scelta gli costò molto in termini elettorali, ma Helmut dimostrò che aveva ragione De Gasperi: gli statisti guardano al futuro del paese e non alle elezioni successive.

Lei portò Giovanni Paolo II in Parlamento…

La sua invocazione finale “Dio benedica l’Italia” la sento ancora viva in me. Ma il destino mi ha consentito di conoscere abbastanza bene Papa Benedetto e, da ultimo, Papa Francesco: lo Spirito santo esiste e sa scegliere gli interpreti più adatti a guidare la Chiesa nei diversi tornanti della storia.  

La fine della Prima repubblica è stata un buon affare?

Non è stata determinata da Tangentopoli come molti pensano, ma dalla caduta del muro di Berlino. Il mondo che cambiava richiedeva interpreti nuovi. Inutile vivere di nostalgia: tutto nella vita ha un inizio e una fine.

E il presidenzialismo?

In un Paese litigioso come il nostro una figura super partes, una sorta di pater familias, è indispensabile per comporre i conflitti e garantire un rispetto istituzionale. Non trovo alcuna utilità nel trasformare questa figura nell’epicentro dello scontro tra i partiti.

E’ vero che i politici sono dei gran bugiardi?

Un mio maestro mi insegnò che un politico intelligente non dice bugie, perché perderebbe ogni affidabilità. Al massimo, in certe circostanze, è meglio ricorrere alle omissioni…

Politica in perenne affanno, ma anche l’antipolitica pare azzoppata.

L’antipolitica è stata un’illusione ottica che ha fatto il suo tempo prima del previsto. E sa perché? Perché la democrazia e il Parlamento hanno un grande contenuto pedagogico: quando questi ragazzi sono entrati dentro i Palazzi del potere ne hanno capito la complessità e hanno dovuto superare i loro pregiudizi. Comunque non dimentichiamo mai che il miglior alleato dell’antipolitica è la cattiva politica, la corruzione in primo luogo.  La questione morale, che racchiude l’eterno conflitto tra il bene e il male, non è invenzione di qualche giornalista. 

Lei è stato fondatore del centrodestra e oggi è stato rieletto nel centrosinistra. Come si giudica? E come giudica Meloni e Schlein?

Io non mi posso giudicare, so solo che si è mosso tutto… Ero atlantista, europeista e degasperiano sui banchi di scuola. Mi sembra di essere lo stesso, 40 anni dopo, sui banchi del Senato. 

La Meloni certamente ha doti di leadership e ha fatto una sua lunga marcia. I suoi peggiori nemici stanno nelle fila della maggioranza: c’è un’evidente inadeguatezza. 

La Schlein è meno estremista di come viene rappresentata e di come lei stessa vuole farsi rappresentare. Ha davanti una sfida difficile e andrà giudicata con quella calma che mi sembra il PD non sia mai disposto a riservare ai suoi leader.

Quarant’anni di politica. Qual è stato il giorno più brutto e quello più bello?

Il giorno più bello è stato quello della seconda elezione di Mattarella, quando ricevetti un bell’applauso da tutti i miei colleghi. 

Il più brutto? Me ne sono dimenticato perché sono un positivo.

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PNRR: Per non sprecare i fondi serve un armistizio tra destra e sinistra

postato il 3 Aprile 2023

Appello per salvare i miliardi Ue: governo e opposizione depongano le armi

L’intervista di Paola Di Caro pubblicata sul Corriere della Sera

Ha fatto incontrare in pubblico per la prima volta il ministro Fitto (FdI) e il commissario europeo Gentiloni (Pd) per la presentazione del suo libro «C’era una volta la politica». E siccome Pier Ferdinando Casini nella politica crede ancora, il suo è un vero appello a maggioranza e opposizione: depongano le armi almeno su un tema così cruciale come il Pnrr e collaborino perché quei «miliardi di fondi pubblici» non vengano persi o sprecati: «Sarebbe mettere un fardello pesantissimo sulle spalle delle prossime generazioni. È necessario un patto per evitarlo».

Lei sa bene quanto oggi i rapporti siano tesi tra maggioranza e opposizione…

«È comprensibile. C’è una maggioranza che rischia il delirio di onnipotenza, avendo vinto in modo nettissimo e potendo ragionevolmente governare per 5 anni; e c’è un’opposizione divisa ma con nuove leadership, soprattutto quella di Elly Schlein».

E come si fa una tregua?

«Si fa se si pensa che non si è mai vista dopo il piano Marshall una tale quantità di fondi pubblici messi a disposizione di un Paese che nelle ultime decadi è cresciuto molto meno degli altri e ha l’assoluta necessità di farlo».

In cosa dovrebbe consistere questa sorta di armistizio?

«Intanto non vanno esportate a Bruxelles le risse politiche nazionali. E non serve rimpallarsi reciprocamente le responsabilità dei problemi».

Ma davvero non si possono stabilire meriti e demeriti su questo terreno?

«Io credo che sia Conte che Draghi abbiano ottenuto risultati molto importanti, ma con onestà va detto che oggi se al posto del governo Meloni ce ne fosse un altro avrebbe gli stessi problemi, che dipendono dall’ apparato della Pubblica amministrazione e dalla desertificazione delle competenze. Non è un caso che l’unica opera pubblica fatta in tempi velocissimi sia stata il Ponte Morandi a Genova, perché in deroga».

Ma una tregua non sarebbe utile solo al governo?

«Sarebbe utile al governo, ma lo sarebbe soprattutto all’Italia. E le forze di opposizione che si propongono di creare un’alleanza di governo non possono pensare solo di andare in piazza sfruttando le gaffes della maggioranza ed evitando di affrontare nodi così importanti».

A cosa pensa concretamente?

«Il governo dovrebbe lasciare da parte la presunzione di poter fare tutto da solo e l’opposizione la demagogia, e per questo serve un patto di natura politica. Poi ne serve uno istituzionale tra Regioni ed enti locali da una parte e Stato centrale dall’altra, perché le materie interfacciano tanti soggetti».

E quale sarebbe la sede del confronto?

«Il Parlamento, che oggi vedo purtroppo marginalizzato: si ratificano decreti legge — pochi —, si votano mozioni — troppe — e si moltiplicano commissioni di inchiesta che dovrebbero essere strumento straordinario e invece sembrano servire più a tenere occupati i parlamentari che a raggiungere verità».

Ma mentre lei lancia l’appello, è scontro su tutto: ultimo caso quello La Russa sulle Fosse Ardeatine, contro il quale Schlein ha già annunciato mobilitazione.

«Su La Russa, essendo stato presidente di un ramo del Parlamento, so quali siano le difficoltà e non gliene aggiungo altre: d’altra parte, che si sia scusato la dice lunga sull’errore che ha fatto… Su Schlein, capisco che un segretario così di rottura voglia cavalcare il movimentismo, ci sta. Ma bisogna scegliere i terreni sui quali l’una e l’altra parte possono battersi. E il Pnrr non deve essere tra questi, se si vuole fare il bene del Paese».

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A Schlein dico: rileggiti Mao. Parola di un Dc

postato il 21 Marzo 2023

Festeggia 40 anni in Parlamento. E si definisce l’ultimo democristiano. Pier Ferdinando Casini commenta la scena politica. A partire dalla segretaria dem: una nuova Zaccagnini.
L’effetto Schlein-Meloni rende vecchio tutto il panorama. Ma il vero problema della premier è la sua squadra. Sono “sbaricentrali”, in sintonia solo sui posti da occupare


La mia intervista a L’Espresso a cura di Susanna Turco


Ha quarant’anni tondi di permanenza in Parlamento; sembra averci preso gusto solo ora che non deve «più dimostrare niente a nessuno» e che può osservare in pace l’effetto Schlein-Meloni, il quale «invecchia di colpo» tutto il panorama. Alla stessa sua anzianità politica, nel 1983, Giulio Andreotti festeggiò con una serata all’Adriano, allora teatro, affollato di potenti.

Quarant’anni dopo, Pier Ferdinando Casini ha festeggiato, da senatore eletto nel Pd, con un tour di accalcate presentazioni del suo libro (“C’era una volta la politica”, Piemme) nel quale si è battezzato «ultimo democristiano». Ha sfiorato il Quirinale nel 2022, sostiene (figuriamoci) di non pensarci più: «Il potere è un’illusione ottica». Studia «le sensibilità altrui»: nello zaino ha “Storia transgender” di Susan Stryker («L’anno scorso mia figlia diciottenne mi ha apostrofato: “Non mi devo mica vergognare che non voti la legge Zan, vero? Conoscendoti un dubbio ce l’ho”»). È in treno, diretto alla presentazione di Pistoia, reduce da quella di Ferrara, dove Dario Franceschini ha ricordato di quando, nel 1975, al congresso dei giovani Dc di Bergamo, fu convinto da lui a cedergli le sue cinque deleghe. «A son parti’ moroteo, a son turna’ dorotoeo», fu il sospiro di chi guidava, nel viaggio di ritorno verso Ferrara, in cinque a bordo di una Prinz.

Stavolta Franceschini torna schleiniano.
«Non voglio entrare nelle dinamiche del Pd, per rispetto verso il partito che mi ha eletto, però da osservatore capisco il ragionamento: ritiene che il Pd abbia bisogno di discontinuità, che serva un elettroshock. E ancora una volta ha dimostrato di essere il miglior kingmaker della politica italiana». Kingmaker o burattinaio?
«È finita l’epoca dei burattinai. Sono convinto che i presunti burattinai siano così intelligenti da non proporsi come tali. E che i presunti burattini non siano così sciocchi da farsi gestire da qualcun altro. Peraltro Elly Schlein di voti ne ha già presi, sul territorio, e molti. Non è poco, in quest’epoca. E direi che la sua inclinazione non è quella di fare ciò che gli altri immaginano farà. Lo si è già visto per l’Ucraina. Anche gli stereotipi hanno fatto il loro tempo».
Se dovesse darle un consiglio?
«Legga Mao Tse-Tung, si attrezzi a una lunga marcia. Le finestre temporali dei leader sono sempre più brevi, lo spiego nel libro, il difficile è resistere. La prima fase, un anno, servirà a rinvigorire il partito. Poi ci sarà il problema di rinvigorire le alleanze: come diceva Churchill, l’alternativa ad avere alleati scomodi è non avere alleati».
C’è chi le consiglia di spolpare il M5S.
«La strategia di spolpare non è mai intelligente. Si può spolpare de facto, che è diverso. Ma spolpare Conte non è uno scherzo».
Ce Io dica lei: Conte è un democristiano?
«Diciamo che ha un’abilità di navigazione interessante. Non so se gli farà piacere, ma ha qualcosa di andreottiano».
Schlein quale Dc potrebbe incarnare?
«Potremmo immaginarla una Zaccagnini, senza la sua bonomia. Anche lui prese la Dc in un momento in cui viveva un declino inesorabile e tutto sommato la rilanciò».
Matteo Renzi?
«Può essere Fanfani: fumantino, resistente, perspicace, capace di vittorie e sconfitte. Carlo Calenda lo assimilo a Filippo Maria Pandolfì, ministro dell’Economia serio, più con propensioni governative che partitiche».
Così ha già risposto circa il futuro di Calenda nel Terzo polo. E Giorgia Meloni?
«La debbo ancora vedere in azione, è una ragazza in gamba che ha fatto una lunga marcia e che poi ha avuto la fortuna di incrociare il declino di Fini e di Berlusconi. Di fatto è l’erede del Cavaliere».
Come ci è riuscita?
«In politica l’eredità non si riceve mai: si ruba, si prende. Esistono i delfini, ma il principe non diventa per forza re. Lei non ha avuto bisogno di partecipare alla gara, si è presa lo scettro. Anche la fortuna, dicevo, gioca un ruolo essenziale: a ottobre ha detto “non sono ricattabile”; io ricordo di aver detto “c’è qualcuno in questo Paese che non si fa comprare”. Però l’ho fatto vent’anni fa, Berlusconi era un po’ diverso da oggi, era al massimo del potere».
Lo disse anche Fini, che però oggi è fuori dalla politica.
«Fini ha pagato un prezzo certamente superiore alle sue responsabilità. È diventato il grande nemico della destra. Ma la vera svolta della destra l’ha fatta lui, da solo, e se Meloni non deve rendere conto a nessuno di tante cose è proprio grazie a questo. Adesso ha responsabilmente anteposto il processo alle sue ambizioni, ma non mi meraviglierei se si presentasse alle Europee nel 2024: prenderebbe un sacco di voti».
Meloni è ancora in luna di miele, dopo Cutro?
«Fin qui ha avuto tutte le condizioni positive. Ora è in un momento topico: o dimostra di essere la solver dei problemi italiani o la sua occasione sparisce. Diciamo che se il buongiorno si vede dal mattino, c’è più di un problema. Però è presto».
Fdl si può trasformare in una nuova Dc?
«Paragone ardito. Nel libro parlo della pedagogia del potere: il potere ti cambia. Finché sei all’opposizione dici quello che ti pare, al governo ti devi confrontare con la realtà. Oggi il cambio di passo di Meloni c’è nella politica estera, mentre all’interno vedo che i suoi peggiori nemici sono i suoi alleati e la sua squadra. Il suo problema è che non può recitare un one woman show».
Non trova un comprimario, però, tra Piantedosi, Nordio, Lollobrigida… Consigli?
«I problemi maggiori vengono dalla sua squadra. Deve spiegare bene ai singoli che fare. Perché sono anche persone di qualità, ma sono “sbaricentrati”».
Un giudizio generoso.
«Dopo una certa età si è generosi».
Meloni e Schlein sono diventate parlamentari a 29 anni. Lei a 27. È il segno che la parabola dell’antipolitica è finita?
«È finita l’illusione dell’antipolitica e, per ora, anche la supplenza dei tecnici. L’effetto Schlein-Meloni rende vecchio tutto il panorama, crea problemi a chiunque».
Renzi invece si è fregato le mani: dice che per il Terzo polo si aprono praterie.
«Mai credere ai politici: quando dicono una cosa è sempre una bugia. Intendiamoci, Renzi è il più bravo di tutti. Ma ha un nemico che rischia sempre di abbatterlo: Renzi. Se riuscisse a rottamare una parte di sé, allora sì che si aprirebbero praterie».
A proposito di fortuna: nel 2001 lei doveva fare il ministro degli Esteri, poi finì presidente della Camera.
«Mi fregarono i poteri forti, quando c’erano. Facemmo un vertice io, Fini e Berlusconi: io avrei fatto il ministro degli Esteri, lui la Difesa. Dopo tre giorni mi chiama Fini e mi dice: “Tu pensi davvero di avere la Farnesina? Guarda che ha telefonato Gianni Agnelli, ha detto che ci andrà Renato Ruggiero”. Era nel cda della Fiat, l’avvocato spingeva per lui. Come ministro degli Esteri è durato poco, ha fatto un errore mortale: la prima volta che a Bruxelles ha detto a Berlusconi “ti spiego io cosa dire”. Fine».
È andata meglio a lei, con la guida di Montecitorio. Ma nessuna legge, misura, provvedimento porta il suo nome.
«Ho avuto la fortuna di esser protetto da tante insidie. Ho fatto tantissime cose, come presidente della Camera e non solo. Non ho il problema di avere un provvedimento a mio nome. E poi non credo alla politica che vive di effetti speciali».
Le fa impressione il Senato dimezzato?
«Quello che mi fa impressione è che il Parlamento sia ormai un passacarte. Non legifera più. La riforma Calderoli prevede addirittura un parere consultivo delle Camere: rischiamo di diventare il Cnel. Lo dico ai tanti di questa maggioranza che vedono con favore il presidenzialismo: guardino come funziona in America, dove i presidenti devono contattare fino all’ultimo parlamentare per far passare un provvedimento. E noi vogliamo fare un presidenzialismo senza Parlamento? È una cosa folle».
Lei pensa che si farà davvero?
«Constato che l’unico istituto che in Italia funziona bene è quello del capo dello Stato. Domando se abbia senso toglierlo dal ruolo super partes che ha per trasformarlo nell’epicentro delle divisioni politiche. A me pare un errore madornale».
Formica dice che, con Schlein, il capo dello Stato perde il «patronàge» sul Pd. Pensa che di qui derivi un elemento del disagio dei popolari?
«Se il Pd perdesse la sua vocazione istituzionale perderebbe, agli occhi di tanti, gran parte del suo valore. I sacrifici fatti per rimediare a errori altrui, che lo hanno portato anche al governo, non vanno sottovalutati. Lo rendono un vero partito della nazione».
Viva il Pd governista?
«Una parte di italiani vota i dem anche per quello. Una parte di giovani, anche quelli che hanno votato per Schlein, pensa che questo sia il problema. Ecco perché è difficile essere leader: non farsi carico degli uni o degli altri significa perdere una fetta importante. Bisogna fare la sintesi, ma è complicata. Soprattutto con un Parlamento in cui il Pd non è decisivo, in cui c’è una maggioranza schiacciante e, diciamolo, coerente su un punto: prende tutto il possibile».
Che intende dire?
«Mi sembra che l’unica cosa su cui c’è vera sintonia in questa maggioranza siano le nomine, i posti da occupare. Non si fanno sconti, non ci sono gentlemen’s agreement con l’opposizione: hanno una forza nei numeri che fanno valere sempre. Forse la fame atavica di chi è stato all’opposizione giustifica questo comportamento, però non è una scelta lungimirante. Anzi è un grande errore, se ne accorgeranno».

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Serve rispetto tra i poli, solo così si aiuta il Paese

postato il 2 Ottobre 2022

Pd, il totonomi non basta

L’intervista di Mario Ajello pubblicata sul Messaggero

Presidente Casini, lei è il decano dei parlamentari. Che Parlamento sarà questo che sta per inaugurarsi?
«Ci sono sfide inedite, anche di carattere istituzionale. La riduzione del numero dei parlamentari, 200 senatori e 400 deputati, speriamo che non incida in negativo nella operatività delle Camere. Perché è essenziale il buon funzionamento. Per quanto riguarda poi l’aspetto politico, mi sembra che sia emersa una maggioranza chiara e con numeri ampi. Bisognerà capire se, in termini di coesione interna e di chiarezza programmatica, riuscirà a dimostrare la propria autosufficienza. I numeri ci sono, sarà la politica a darci il verdetto».

Questa campagna elettorale, per lei che ne ha fatte tante fin dal 1983, è stata diversa dalle altre?
«Lo è stata per due ragioni. La prima: quando cominciai esistevano i partiti, la mobilità elettorale era molto più ridotta e c’era ancora la conventio ad excludendum per la sinistra. Il muro di Berlino nell’83 non era ancora caduto. E forze politiche radicate nel Paese e motivate ideologicamente fidelizzavano maggiormente gli elettori. Era diverso anche il ruolo delle leadership. È vero che avevamo grandi personalità, penso ai leader democristiani, a Berlinguer, a Craxi, a Spadolini, ma quelli non erano partiti costruiti sulla persona.
Oggi, invece, abbiamo il partito della Meloni, il partito di Berlusconi, i 5 stelle che sono diventati il partito di Conte e via così. Forse, solo il Pd è rimasto con una leadership plurale. Il che è positivo. Però vedo che anche da queste parti l’evocazione dell’uomo forte rischia di essere una suggestione sempre più potente». [Continua a leggere]

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Rappresento il Pd senza alcun imbarazzo. Sgarbi? Non casco nelle sue provocazioni

postato il 18 Settembre 2022

Città speciale, non solo di sinistra. Del partito ho apprezzato il senso dello Stato e le scelte coraggiose che ha fatto, come sostenere lealmente il governo Draghi

L’intervista di Adriana Logroscino pubblicata sul Corriere della Sera

Contrariato dalla sconfitta del Bologna — «ma tifare una squadra che non vince sempre tempra il carattere, come ho detto a mio figlio quando era piccolo» — Pier Ferdinando Casini lascia lo stadio per un’altra serata tra i cittadini del suo collegio. Con un solo dubbio: «Non ho voluto indossare i pantaloni rossi portafortuna, perché in campagna elettorale è un po’ troppo». Sulla scelta, dopo una vita al centro, di rappresentare il centrosinistra nella rossa Bologna, invece, non ha dubbi.

Presidente Casini, come va la campagna elettorale in città?
«Bologna è speciale. Chi ne parla etichettandola come semplicemente “di sinistra” spesso non la conosce davvero: quando c’è la processione della Madonna di San Luca tutta la città è lì, senza distinzioni politiche o di fede».

È stato accolto bene anche alle iniziative della festa dell’Unità?
«Ero ospite con Cuperlo che è molto apprezzato da quella platea. Ma ho strappato applausi anch’io. Io sono stato candidato in questo collegio anche cinque anni fa. E rappresento senza alcun imbarazzo la posizione del Pd di cui ho apprezzato il senso dello Stato e le scelte coraggiose che ha fatto, come sostenere lealmente il governo Draghi. Il muro di Berlino è caduto da quasi 35 anni. Tenerlo in vita artificialmente è ridicolo». [Continua a leggere]

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