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Il mio sogno è rivedere un Papa in Parlamento

postato il 13 Novembre 2022

La visita di Wojtyla 20 anni fa e la spinta decisiva di Ciampi

La mia intervista al Corriere a cura di Paolo Conti

«Non voglio solo ricordare la straordinaria visita di Giovanni Paolo II a Montecitorio di vent’anni fa, il 14 novembre 2002. Perché ho un sogno per oggi: rivedere un Pontefice come Francesco in Parlamento. Abbiamo capito da tempo che la Chiesa non è solo una grande risorsa per la Nazione: le opere di volontariato, il sostegno alla crescita dei giovani, il richiamo permanente alla centralità dell’uomo. C’è anche la presenza della Santa Sede sul nostro territorio: l’importanza diplomatica dell’Italia in varie aree del mondo è possibile grazie a questa particolarità, così come una diplomazia “parallela” come quella di sant’Egidio…». Pier Ferdinando Casini accolse, da presidente della Camera, Giovanni Paolo II nel 2002. Ora ricorda quelle ore, da decano del Parlamento, guardando anche al nostro tempo.

Che ricordo ha di quel giorno e di quel clima?
«Fu un atto che sancì la fine di una pagina di storia. La frattura tra Stato e Chiesa era già alle spalle ma il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi la visse così. Ricordo anche che, quando mi misi al lavoro per la visita in collaborazione con il presidente del Senato Marcello Pera e in linea con il solco tracciato dai nostri predecessori Luciano Violante e Nicola Mancino, come deve avvenire in una corretta logica di continuità istituzionale, registrammo un po’ di freddezza dalla macchina del Quirinale».

E per quale motivo? Ciampi non era d’accordo?
«Mi riferisco alla struttura burocratica del Quirinale che aspettava da tempo una visita di Stato del Papa sul Colle e ne rivendicava la precedenza. Capii che quell’ostacolo avrebbe potuto intralciarmi. Ne parlai direttamente con Ciampi che aveva un fantastico rapporto con Wojtyla e, con una sua immediata sfuriata, raddrizzò la rotta. Volle essere presente al centro dell’Aula: a un azionista come lui, anche se cattolico praticante, non sfuggiva la valenza storica dell’evento».

Una frase che le rimane in particolare nella memoria?
«Tantissime. Ma in particolare quel suo “Dio benedica l’Italia”. Un atto d’amore verso il nostro Paese da parte di un Papa polacco, il primo pontefice straniero dopo secoli, sempre vissuto lontano da Roma che però si era intimamente identificato nella nostra Nazione. Tanti della mia generazione lo hanno visto come il nostro Papa».

Ci furono difficoltà politiche?
«Temevo freddezze dall’anima non laica ma laicista di alcune parti. Temevo anche, vista la base che ci aveva eletti, che potesse apparire un’operazione marcata politicamente: per questo ci richiamammo molto ai nostri predecessori. Ma il problema non si pose per fortuna: i più entusiasti furono alla fine proprio quelli che potevano destare maggiori preoccupazioni, inclusa l’estrema sinistra. Ricordo lo spessore molto importante del discorso di Pera che non a caso sarebbe diventato di lì a poco l’interlocutore privilegiato di Benedetto XVI. E ricordo alcuni siparietti di politici presentati al Papa. Bossi gli disse: “Santità, qui ci sono solo due stranieri, lei che è polacco e io che sono padano”».

Altri ricordi dal punto di vista umano?
«Vidi il Papa in tv e mi accorsi delle sue difficili condizioni fisiche. Telefonai al suo segretario, oggi cardinale, Stanislao Dziwisz. Chiesi come avrebbe potuto fisicamente raggiungere l’Aula dall’ingresso della Camera. Lui rispose: “Ci penserà la Provvidenza”. E così andò. Non ci fu bisogno della sedia a rotelle che avevamo preparato».

In quanto ai temi trattati da Giovanni Paolo II?
«Penso a un tema che gli era molto a cuore, da polacco: l’identità cristiana dell’Europa. Ma anche al dialogo interreligioso, all’impossibilità di qualsiasi guerra nel nome di Dio, ai carcerati. Ricordo che nelle carceri ci furono manifestazioni di entusiasmo e il Parlamento rispose all’appello del Papa, anche se troppo timidamente. Tutti temi che appartengono alla sensibilità di papa Francesco che pure viene da un mondo diverso: nella storia della Chiesa c’è più continuità di quello che a volte sembra».

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Nuova spinta per il ruolo dei cattolici, Zuppi con la politica non farà da spettatore

postato il 25 Maggio 2022

L’intervista pubblicata su Il Messaggero a cura di Alberto Gentili


Pier Ferdinando Casini risponde al telefono dal treno che lo sta portando a Bologna. «Voglio essere presente, domani pomeriggio, alla processione in piazza con la Madonna di San Luca e il nuovo presidente dei vescovi italiani. Un’occasione assolutamente da non mancare».
Sembra entusiasta della scelta di Papa Bergoglio di puntare su Zuppi.
«Lo sono. Con la nomina di Zuppi si è saldata la volontà del Pontefice e dei vescovi italiani. Nella figura di Zuppi si realizza una sintesi: non c’è un’imposizione da parte del Papa, ma la condivisione di una personalità che per il suo equilibrio può veramente dare una spinta alla Conferenza episcopale italiana».
La Cei aveva bisogno di questa spinta?
«Direi proprio di sì. Non c’è dubbio che dall’epoca della presidenza Ruini si è registrato un certo calo di attenzione, una certa afonia della Cei. Oggi invece c’è bisogno di rilanciare il ruolo dei cattolici italiani. E Zuppi è la persona giusta».
Perché?
«Conosco Zuppi dai tempi di Sant’Egidio, ma era una frequentazione superficiale. Poi, da quando è diventato arcivescovo di Bologna, l’ho conosciuto meglio e l’ho studiato di più. La cosa che mi ha colpito è che ha idee radicate: è molto impegnato sui temi dell’accoglienza e del dialogo inter religioso e allo stesso tempo è un uomo che abbraccia tutti, rispetta profondamente le idee di tutti e non prevarica nessuno. Ma c’è una cosa in assoluto che mi colpisce di più».
Quale?
«La capacità di Zuppi di ascoltare tutti. Non c’è dubbio che Papa Bergoglio abbia un grande carisma, un grande prestigio, però in alcuni momenti appare anche un po’ divisivo. Tant’è, che ci sono alcune componenti del mondo cattolico che, pur rispettando profondamente il Pontefice, non ne sono entusiaste. Ebbene Zuppi, che chiaramente è molto aderente al messaggio di Bergoglio, sa rivolgersi e coinvolgere tutti. E’ decisamente molto inclusivo. Un merito grandissimo che gli permetterà di parlare ai cattolici italiani a 360° e di rilanciare la Chiesa italiana accettando i contributi di tutti. Ciò è molto importante perché un pastore deve portarsi dietro tutto il suo gregge, non solo una parte. Inoltre in un momento di necessario rilancio, Zuppi ha la caratteristica di un ecumenismo non proclamato, ma vissuto».
Come cambierà la Cei?
«Zuppi è un presenzialista, uno che c’è e si fa sentire. E’ una personalità dinamica. Inevitabilmente tutto ciò porterà maggiore impulso alla Conferenza episcopale che tornerà a farsi sentire e avrà un nuovo protagonismo, anche grazie a un’interlocuzione più serrata con la politica. Naturalmente sempre nell’ambito delle proprie competenze e responsabilità, Zuppi non si sottrarrà neppure a un’interlocuzione sui singoli provvedimenti legislativi. Non si tornerà di certo ai temi eticamente sensibili che sono stati la priorità in altre stagioni della vita della Chiesa italiana, ma Zuppi non sarà uno spettatore nel rapporto con la politica. Credetemi. Si siederà al centro del villaggio, non certo sugli spalti».
Il nuovo presidente della Cei è descritto come un prete di strada, un sacerdote vicino agli emarginati e ai poveri. Condivide questo identikit?
«Fino a un certo punto. A mio giudizio questa descrizione è limitativa: il prete di strada di solito si considera sensibile a certe tematiche, ma estraneo ad altre. Non è il profilo di Zuppi che è un prete di strada nel senso che è una persona semplice, non è formale e sa bene che la priorità della Chiesa sono i poveri e gli emarginati. Ma, allo stesso tempo, Zuppi sa benissimo che la Chiesa non è una grande Ong ma una costruzione basata su una precisa scelta di fede: non basta per essere cattolici aiutare i più deboli e compiere opere di solidarietà, ci sono valori ben definiti. Inoltre Zuppi è un uomo raffinato, intelligente e dotato di furbizia politica. Il che non guasta per la guida della Cei».
C’è chi dice che Zuppi sappia conquistare i cuori alla fede. E’ così?
«Sì. L’ho visto accanto ai fedeli e ho assistito a come ha accompagnato con grande amore alcune persone fino alla fine. Zuppi è molto buono, il che non vuole dire che sia un sempliciotto. Anzi. E sono certo che alla guida della Cei non avrà un messaggio monocorde di semplice attenzione agli ultimi. Sarebbe banale. Ma saprà affrontare temi alti ed eticamente sensibili mostrando capacità anche di negoziatore, come fece in Mozambico».
Per Delrio, emiliano come lei, Zuppi rappresenta una Chiesa rispettosa delle diversità. Condivide?
«Totalmente. Rispettoso delle diversità significa che Zuppi non ci proporrà una minestra precotta, ma che la cucinerà assieme ai cattolici italiani. E una delle peculiarità sarà l’attenzione al dialogo inter religioso: cosa non da poco in una fase di guerra».

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IPU 141: IL MULTILATERALISMO LA GRANDE CONQUISTA DEL XX SECOLO, UNICA OPPORTUNITÀ DI PACE

postato il 15 Ottobre 2019

Il mio intervento nell’ambito dei lavori della 141esima Assemblea dell’Unione Interparlamentare organizzata a Belgrado

La nostra Organizzazione nasce sul concetto di multilateralismo e proprio per questo chi, come me, ha avuto l’onore di presiederla, non può che essere molto preoccupato per ciò che sta accadendo nel mondo.
Oggi davanti a noi non abbiamo una crisi passeggera dei meccanismi di cooperazione internazionale. Siamo in presenza della più grande evoluzione politica dagli anni del dopoguerra.
I maggiori Stati, a partire dagli Stati Uniti d’America, che hanno promosso, sostenuto e difeso il multilateralismo, oggi sembrano rifuggirne. La convenienza diventa più forte delle regole. La sopraffazione è tollerata, le Organizzazioni multilaterali svuotate di potere: il mondo senza più regole e punti di riferimento.

L’ UIP ha svolto un ruolo essenziale come sede di diplomazia parlamentare informale negli anni, che non possiamo rimpiangere, della guerra fredda. Qui lo Stato palestinese ha visto attivi i suoi Rappresentanti e Paesi divisi dalla cortina della guerra fredda si sono parlati attraverso i propri Rappresentanti parlamentari. Il ruolo storico dell’UIP è certificato da tanti passaggi fondamentali. I Parlamenti sono stati al centro della politica mondiale ed hanno rotto l’incomunicabilità che a volte c’era anche tra i Governi. Paesi con sistemi politici diversi hanno trovato, tramite i Parlamenti, la forza di parlare anche con avversari tradizionali.

Il valore del multilateralismo è proprio questo trovare sedi neutrali per comporre i conflitti. Oggi tutto questo è alle nostre spalle.
I conflitti tornano ad essere regolati dalla forza e sembra addirittura che molti vedano con fastidio la funzione regolatoria di sedi e consessi internazionali. Io insegno ai miei studenti che cosa è stato per le Relazioni Internazionali la pace di Vestfalia. Oggi forse dovremmo studiarlo anche noi, non solo gli studenti.
Colleghi, se questa è la cornice dei tempi che viviamo, anche il modello di lavoro dell’Interparlamentare è insidiato molto da vicino. Magari adducendo che i costi del multilateralismo diventino difficili da sostenere per i Parlamenti nazionali.

Dobbiamo reagire a questa rappresentazione della realtà e difendere non tanto l’esistenza della nostra Organizzazione ma l’esistenza di un multilateralismo che è la grande conquista del XX secolo e che, con tutti i suoi problemi, è l’unica opportunità per assicurare pace e libertà nel camino dell’uomo.

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Ant: In memoria di Franco Pannuti

postato il 9 Ottobre 2018

Onorevoli colleghi,

lo scorso 5 ottobre abbiamo appreso con commozione e immenso dolore che il Prof. Franco Pannuti ci ha lasciati.

Oncologo, primario della Divisione di Oncologia dell’Ospedale Malpighi di Bologna dal 1972 al 1997, nel 1978 ha dato il via all’esperienza di ANT una realtà non profit che in quarant’anni di attività ha portato assistenza medica gratuita a oltre 125.000 persone malate di tumore.
Solo parlandovi dell’ANT, potrò trasmettervi il senso profondo della missione di quest’uomo straordinario, quello di garantire al malato oncologico la qualità e la dignità della vita nel difficile momento della malattia.

Grazie a Franco Pannuti, precursore di una sanità capace di mettere al primo posto la dignità umana, ogni anno oltre 10.000 malati vengono assistiti con profonda cura e amore e possono scegliere di vivere questo tragico momento della loro esistenza a casa propria, circondati dagli affetti familiari, senza per questo dover rinunciare ad una qualificata assistenza medica e specialistica.
Negli anni, la realtà di ANT -e il suo progetto di assistenza gratuita a domicilio – ha saputo replicarsi arrivando a contare oggi su 20 équipe medico-sanitarie specialistiche (composte da medici, infermieri, psicologi, nutrizionisti, fisioterapisti e operatori socio-sanitari) presenti in ben 11 regioni italiane.
A queste unità operative si affiancano oltre 2000 volontari che ogni giorno garantiscono un sostegno umano, sociale e psicologico ai pazienti colpiti da tumore e ai loro cari e si fanno portatori di quel valore, l’Eubiosìa (termine che deriva dal greco antico e che significa buona vita), a cui il professor Pannuti ha voluto dare un nome e offrire con benevolenza tutte le sue energie.

In 86 anni, Franco Pannuti ci ha dato tanto. Non solo come amministratore pubblico nella giunta Guazzaloca, ma anche e soprattutto nel suo impegno sociale con le molteplici opere di volontariato a cui ha dato vita. Con la sua straordinaria umanità e la sua indomita volontà nel combattere la sofferenza, ha onorato la scienza, ha onorato il nostro Paese e ha onorato la fragilità umana.
«Bologna mi ha amato e io ho amato lei, con la città ho un grande debito come cittadino, studente, professionista, amministratore e ho avuto il privilegio di servirla. Bologna è stata per noi di ANT il punto di partenza e di arrivo, una grande mamma, un grande incoraggiamento per tutta l’Italia», dichiarò in un’intervista qualche anno fa.

Ed è per questo che, da bolognese, oggi voglio ringraziarlo e ricordare in quest’Aula questa figura esemplare di medico, di credente e di cittadino sperando che la sua intera esistenza terrena continui a rappresentare un punto di riferimento permanente per tutti i bolognesi e per tutti gli italiani.

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In ricordo di Antonio Ramenghi

postato il 1 Giugno 2018

La mia lettera inviata alla cronaca di Bologna di Repubblica

La notizia della scomparsa di Antonio Ramenghi mi ha colpito nel profondo del cuore, suscitandomi un rimpianto immenso per quest’uomo buono e giusto, profondamente coerente nella vita personale e professionale. Chiudendo gli occhi in un momento di commozione, ho ripensato al nostro primo incontro, tanti anni fa, quando fu nominato capo della redazione di Repubblica nella nostra città.
Eravamo ancora tutti sconvolti per la repentina scomparsa di un altro grande, Luca Savonuzzi, che dal Resto del Carlino alla nascente redazione di Repubblica, aveva avuto modo di maturare con tanti di noi una profonda amicizia.

Ricordo come fosse ora che abitavo in Via Indipendenza e invitai Antonio Ramenghi a cena. Quella sera ci studiammo a lungo, sentii che aveva nei miei confronti una certa diffidenza, forse derivata dagli stereotipi e dagli ambienti diversi che avevamo frequentato nella nostra giovinezza.
Ma poi ci siamo profondamente capiti. Da quel giorno non ci siamo lasciati più ed io ho potuto contare sempre su un interlocutore intransigente ma sincero, capace di critiche spietate ma anche di profondi gesti di amicizia.
Antonio era così con me e con gli altri. Un cristiano esigente, un giornalista rigoroso ma, alla fine, soprattutto un uomo profondamente buono, timido e a volte addirittura introverso nell’esprimere i suoi sentimenti.

Entrambi siamo poi diventati “bolognesi a Roma”. Ci siamo rivisti episodicamente, ci siamo sentiti di tanto in tanto, anche mentre dirigeva quotidiani locali. L’ultima volta che l’ho visto è stato all’inizio della scorsa campagna elettorale, per me molto impegnativa e densa di significati: “Sei tornato a casa?”, mi chiese.
Conserverò solo nei miei ricordi i pensieri che mi ha voluto lasciare in quell’occasione: amici tornati dopo un lungo cammino.

 

 

 

 

 

 

 

 

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L’Italia ricorda Simone Veil

postato il 27 Luglio 2017

Il mio intervento al convegno organizzato nell’Aula della Commissione Difesa del Senato, insieme al Presidente del Senato, Pietro Grasso, l’ex Ministro degli Affari esteri Emma Bonino ed il Ministro degli Affari europei della Repubblica francese, Nathalie Loiseau.

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Lo scorso giugno l’Europa ha perduto due alte figure politiche e morali, due personalità differenti ma legate dalle loro convinzioni europeiste, due simboli del Novecento che hanno attraversato diverse stagioni incarnando, ciascuno a proprio modo, la speranza europea: Helmuth Kohl e Simone Veil.
Dopo aver celebrato l’ex cancelliere tedesco oggi siamo qui a ricordare Simone Veil, una donna straordinaria, un esempio di cultura, intelligenza e determinazione protagonista di primissimo piano della politica francese ed europea.
Dall’elezione di De Gaulle a quella di Sarkozy, dal maggio del ’68 al crollo del Muro di Berlino, dai processi di Norimberga alla creazione dello Stato di Israele, Simone Veil è stata senza dubbio uno dei protagonisti di maggior rilievo della storia europea.
Sopravvissuta ad Auschwitz, testimone dell’orrore della Shoah, femminista e protagonista di battaglie per le libertà delle donne, magistrato e più volte ministro, ma soprattutto convinta costruttrice di quel grande e ambizioso progetto che è l’Europa.
Tutta la sua vicenda personale simboleggia la profondità delle radici antifasciste e delle motivazioni democratiche del movimento europeista pur in un contesto politico – come quello del centrodestra francese degli anni Settanta – dove era ancora forte una certa opposizione verso ogni iniziativa volta a rafforzare il carattere sovranazionale dell’integrazione europea. Simone Veil era profondamente convinta che il bene comune europeo dovesse sorpassare gli interessi nazionali e che l’Europa andasse costruita sulla base della riconciliazione, della mutua fiducia, dell’amicizia, in una sorta di destino comune.

Celebrando oggi Simone Veil noi intendiamo anche celebrare la nostra amicizia con la Francia che è nel codice genetico del nostro Paese.
Abbiamo sempre ritenuto – e lo confermiamo oggi – che Francia e Germania siano fondamentali motori dell’unità europea e che il ruolo dell’Italia non possa che essere quello di muoversi in stretta sintonia con loro.
Quando, nel 1979, furono indette le prime elezioni a suffragio universale del Parlamento europeo, c’era bisogno di una guida autorevole e riconoscibile e di una figura che fosse rappresentativa di quello che l’integrazione europea intendeva essere: una grande impresa di pace, democrazia e progresso.
Con la sua storia decennale di resistenza e impegno per la promozione dei diritti umani e contro l’odio razziale e le discriminazioni di genere, Simone Veil era perfetta per quel ruolo. E sarà proprio lei a diventare il Primo Presidente eletto di quell’Assemblea da radicare e riempire di contenuti. Da quello scranno Veil parlerà senza reticenze, delle difficoltà della costruzione europea, ma anche della ineluttabilità di un simile percorso. Come un orizzonte verso cui tendere ed a cui dedicare impegno, energie e speranze.
Nel discorso pronunciato per la sua investitura, la Veil formulerà in modo chiaro i tre presupposti necessari per il successo del processo d’integrazione, “la competizione che stimola, la cooperazione che rafforza e la solidarietà che unisce“.
L’Unione dell’Europa mi ha riconciliato con il XX secolo“, scriverà in seguito nella sua biografia ricordando quanto la costruzione dell’Europa fosse la migliore risposta alle violenze e alle umiliazioni dei nazionalismi, i cui segni – quel numero 78651 tatuato sul braccio a memoria e monito – ha voluto rimanessero impressi sulla sua pelle fino alla fine.
Spentasi alla vigilia del suo novantesimo compleanno, Simone Veil ci appare oggi come una personalità complessa, difficilmente inquadrabile nelle categorie abituali della politica, custode della tradizione ma portatrice di modernità, vicina ai deboli e ai perseguitati, ma allergica ad ogni vittimismo.
Una donna forte, insomma, coraggiosa, battagliera e profondamente consapevole del fondamentale ruolo delle donne nella vita pubblica.
A questo proposito, vale la pena di rileggere un ritratto scritto da Altiero Spinelli il 24 ottobre 1979 sul suo diario: “Durante il pranzo osservo la presidente: è una donna tesa, incapace di un gesto di buon umore o di ironia. Non sa quasi sorridere. Questo atteggiamento assertivo ma in fondo consapevole di aver impegnato tutto se stesso senza più riserve nell’asserzione, e perciò impegnato a non distrarsi in alcun modo l’ho incontrato in alcuni uomini ma più spesso in donne politiche. Anche Ursula (Ursula Hirschmann – moglie di Altiero Spinelli) era un po’ così quando faceva politica. Credo che ciò sia dovuto al senso che una donna così impegnata ha di essere su un terreno ancora di fatto ostile. Sente ghignare intorno a sé i maschi, pronti a beffarsi di lei se non è in qualche momento all’altezza della situazione. Mi piace questa volontà concentrata di coraggio“.
Nel giorno della sua scomparsa, il Parlamento europeo l’ha celebrata definendola “la coscienza dell’Europa”.
Di questa coscienza sentiremo la mancanza come uomini e come europei.

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In memoria di Helmut Kohl

postato il 4 Luglio 2017

Il mio intervento al convegno organizzato alla Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani insieme al Presidente del Senato, Pietro Grasso, al Presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, al Senatore a vita, Mario Monti e al Ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Angelino Alfano.

 

Oggi il Senato della Repubblica onora un grande europeo tedesco, un gigante del nostro tempo, un democratico cristiano che ci ha insegnato qual è il cuore e l’essenza della politica.
Sono grato al Presidente Grasso per aver condiviso l’idea di fermarci oggi insieme a riflettere su questa straordinaria testimonianza.
Saluto, oltre ai prestigiosi relatori, gli illustri ospiti e gli ambasciatori accreditati; in particolare l’ambasciatrice della Repubblica Federale di Germania, Susanne Wasum-Rainer.
Il nome di Helmut Kohl può a pieno titolo essere associato ai grandi statisti della ricostruzione europea, da Alcide De Gasperi a Konrad Adenauer. Ma a me viene in mente di avvicinarlo ad un’altra grande personalità, che io ho avuto l’onore di accogliere nel Parlamento italiano: Giovanni Paolo II.
Sì, Helmut Kohl e Giovanni Paolo II hanno dato un’impronta indelebile alla storia del ‘900.
Grazie alla loro straordinaria tensione morale e alta intelligenza politica hanno concorso più di ogni altro all’abbattimento dei muri che la storia aveva impropriamente collocato nel centro dell’Europa.
Il Grande polacco e lo statista tedesco sono stati gli artefici principali della riunificazione: grazie a loro si sono disintegrati i muri, segno su cui tutti noi oggi dovremmo riflettere.
Le grandi pagine di storia coincidono con la capacità di prendersi per mano e non certamente di innalzare steccati divisivi.
Essi ci hanno riconsegnato un’Europa nella sua dimensione storica e geografica, consentendo a tutti noi di riabbracciare fratelli con i quali abbiamo vissuto l’amarezza di laceranti separazioni.
Basterebbe questo per consegnare alla storia Helmut Kohl, l’uomo della riunificazione tedesca e della unificazione europea; colui che ci richiamava, come anni prima aveva fatto De Gasperi, alla necessità di dare un’anima all’Europa, convinto che senza una politica estera e di difesa comune difficilmente l’economia e la moneta unica avrebbero potuto reggere a lungo l’affanno e il decorrere dei tempi.
Ma oggi è giusto ricordare con un esempio concreto in che cosa si sia manifestata la sua diversità rispetto all’ordinarietà di altri leader politici. Alla vigilia della riunificazione tedesca, egli decise la parità tra il marco dell’est e quello dell’ovest, pur in presenza di opinioni ferocemente contrarie da parte della constituency finanziaria ed economica tedesca, della Bundesbank e delle associazioni degli industriali, oltre che di gran parte dei suoi elettori.
Quella scelta probabilmente determinò la sconfitta di Kohl alle elezioni successive, ma grazie ad essa oggi vediamo una Germania unita e forte, che in pochi anni ha colmato gli squilibri tra la parte più progredita del Paese e quella arretrata, per gli errori del sistema comunista.
Strasburgo, sede del Parlamento europeo, ha onorato sabato il Cancelliere tedesco e tanti statisti mondiali ne hanno ricordato le caratteristiche peculiari.
Lo faremo anche noi oggi con testimonianze inedite ma io vorrei concludere con due annotazioni.
Oggi rendiamo un tributo di affetto ad un grande amico dell’Italia, ad un uomo che in frangenti difficili per la nostra storia nazionale non ha mai mancato di tenderci la mano. Ricordo a tal proposito le confidenze di Carlo Azeglio Ciampi che con il cancelliere ebbe un rapporto particolare. Nel momento in cui nei salotti della finanza europea molti ipotizzavano un euro senza l’Italia, Helmut Kohl, sfidando perplessità anche legittime, spiegò a tutti che un’Europa senza l’Italia sarebbe stata semplicemente un non senso.
Accanto a Germania e Francia, l’Italia svolse in quegli anni, e a mio parere dovrà continuare a svolgere per il futuro, un ruolo di avanguardia europea nella convinzione che la relazione franco-tedesca quando è all’altezza delle sfide della storia non può mai essere esclusiva.
L’ultima annotazione è un ricordo personale: ho conosciuto Helmut Kohl tanti anni fa e ho condiviso con lui momenti per me indimenticabili. Dall’informalità di serate nella sua birreria preferita di Berlino ad occasioni analoghe in Roma negli anni seguenti al suo abbandono della Cancelleria, non è facile descrivere che cosa si provava di fianco ad un monumento della storia.
Io ne ho visto un uomo di grande umanità, di profonde convinzioni ideali e di grande orgoglio nel superare le amarezze anche personali che la vita pubblica e quella privata gli avevano inflitto.
Penso che, come spesso capita, in questi giorni sia stato restituito al Cancelliere Kohl ciò che i percorsi tormentati della politica e della vita a volte gli avevano tolto.

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Ipu 132: Sviluppo sostenibile, passare dalle parole ai fatti

postato il 30 Marzo 2015

FullSizeRenderL’intervento in plenaria alla 132ª Assemblea dell’Unione Interparlamentare (UIP)

Hanoi (Vietnam), 30 marzo 2015 – “La Terra del terzo millennio – con i suoi nuovi meccanismi socio-economici, con le sue diverse dinamiche del lavoro e della definizione di modelli di sviluppo –ha bisogno di un profondo ripensamento, di un nuovo sforzo culturale che tenga conto di esigenze di sostenibilità ignoratefino a pochi anni fa.
Nel 1950 gli abitanti della terra erano 2 miliardi e mezzo, oggi sono triplicati, sono oltre 7 miliardi ed una quantità sempre maggiore di popolazione mondiale pretende migliore qualità di vita, che comporta accresciuti consumi energetici e alimentari. La Terra è la stessa di 65 anni fa, e sarà la stessa anche fra 35 anni quando saremo 10 miliardi.

Oggi il superamento del concetto di inesauribilità e’ ormai un convincimento diffuso. Bisogna limitare il consumo di risorse naturali, produrre diversamente, recuperare e riciclare quanto più possibile i materiali, viaggiare con mezzi alimentati da energia autoprodotta e rinnovabile. Questi obiettividevono essere alla base delle scelte del legislatorein tutto il mondo;le assemblee nazionali rappresentano gli attori principali del cambiamento sostenibile.
L’esauribilita’ delle risorse energetiche e quella del territorio hanno bisogno di una risposta globale; il terzo millennio impone questo cambio di prospettiva.
Ripensare le attività umane in chiave di “costruire e vivere sostenibile” significa dunqueimprimere un forte cambio di passo.
La sfida che stiamo affrontando in questa antica e vasta assemblea e’ proprio questa: passare dalle parole ai fatti; rendere la sostenibilità ambientale e sociale come pre-condizione delle attività economiche e delle scelte politiche.

La sostenibilità ruota attorno adue elementi fondamentali, energia e cibo, che sono anche i temi dell’EXPO 2015 che si aprirà in Italia a Milano il primo maggio e a cui speriamo che vogliate partecipare in gran numero.
Ma entrambi gli elementi sono condizionati da un terzo elemento la cui gestione è importantissima e strategica per costruire un modello di sviluppo sostenibile: l’acqua, anch’essa oggetto qui della nostre riflessioni e delle nostre proposte d’azione.
L’accesso all’acqua potabile e’ entrato a far parte dei diritti umani che noi siamo chiamati a tutelare. Trascurarne la salvaguardia avrebbe inimmaginabili ricadute sulla possibilità di nutrimento di ampie fasce di popolazione, innescando tensioni socio-economiche, guerre, cosi’ come e’ stato tante volte nel corso della storia – anche recentissima – e finendo persino per diventare mezzonon convenzionale di offesa bellica, come ad esempio in Irak dove gli attacchi dell’ISIS puntano al controllo delle dighe perché dal controllo dell’acqua discende il potere su quella regione.
Bisogna dunque difendere le risorse idriche esistenti, razionalizzarne l’uso, creare moderne infrastrutture per la loro distribuzione a fini irrigui e potabili e dall’altro proteggere le isole, le città costiere e lungo i fiumi dall’innalzamento dei livello dei mari ma anche dagli eventi meteorologici estremi che causano alluvioni e inondazioni: occorre difendere l’acqua, ma anche proteggersene.
Acqua ed energia: è su questi campi che si gioca la partita principale della sostenibilita’ ambientale perché il modello di sviluppo del pianeta dipende dal modo in cui nei prossimi anni gestiremo queste risorse.

Sono convinto che il negoziato internazionale sui cambiamenti climatici, che speriamo ci porti a Parigi nel dicembre prossimo alla firma di un accordo sottoscritto da tutti, sara’ il luogo in cui si decide una buona parte di quello che sarà il futuro socio-economico del pianeta.
Ma se i governi hanno le proprie responsabilita’, altrettanto i Parlamenti hanno il dovere di esercitare la propria funzione legislativa svolgendo una azione di stimolo e di indirizzo politico a garanzia e presidio dell’esercizio dei diritti dei cittadini di cui noi siamo prima espressione, valorizzando e traducendo in norme le best practises ambientali e industriali; richiamando gli stake holders ad armonizzare la produzione mondiale alla luce del concetto di sostenibilita’.
A una così rapida intensificazione delle relazioni economiche internazionali; a una globalizzazione consolidata e strutturata, deve corrispondere una linea di indirizzo che solo i parlamenti, in coordinamento tra loro, possono assicurare. Si tratta di un esercizio di responsabilità a cui evidentemente non possiamo sottrarci perche’ chiama direttamente in causa la nostra responsabilita’ verso le giovani generazioni”.

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Il futuro della Governance globale: il ruolo del MIKTA

postato il 24 Luglio 2014

Alla tavola rotonda organizzata dall’Istituto Affari Internazionali
fotoRoma, 24 luglio 2014 – Nel ringraziare i promotori dell’incontro odierno ed i Signori Ambasciatori qui convenuti, intendo innanzitutto manifestare apprezzamento per il ruolo di stimolo e di riflessione che il Gruppo MIKTA esercita, il quale, sin dalla sua composizione, rende evidente la possibilità per i Paesi con posizioni comuni nei principali fora multilaterali di consolidare in modo coordinato la loro collaborazione. I meccanismi informali di concertazione rappresenteranno sempre di più gli strumenti attraverso cui la diplomazia internazionale ed i Governi potranno tentare di risolvere e possibilmente di anticipare le eventuali controversie internazionali, nonché per guidare le scelte collettive.
Si tratta peraltro di un Gruppo non avente carattere regionale e che dunque, anche in ragione di questo, rappresenta una novità di rilievo, degna di attenzione e di rispetto. L’iniziativa non è certo una riedizione dei Paesi non allineati nel periodo della guerra fredda, non risponde alla logica – pur legittima – di ritagliare per ciascun Paese occasioni ed opportunità attraverso un riposizionamento fra i blocchi dominanti, giacché i Paesi di cui parliamo, pur nella diversità delle posizioni, delle economie e delle scelte geopolitiche, sono già profondamente inseriti nei rispettivi contesti regionali, sono tutti membri del G20 e dialogano costantemente, sul piano economico che politico, con molti altri attori della scena internazionale, a partire dall’Unione europea.
In un mondo sempre più interdipendente e strettamente connesso, le partnership, le collaborazioni, potranno sempre più essere strumento di equilibrio, di stabilità e di prosperità, esercitando un ruolo fecondo anche su altri Paesi del mondo, potendo persino, attraverso il dialogo ed il confronto, anticipare idee e soluzioni per le sfide globali e regionali che attendono l’umanità.
L’Italia ha da sempre confidato nella capacità dei popoli di contribuire alla pace ed al progresso delle Nazioni attraverso il dialogo e le proposte, e si è adoperata affinché gli ordinamenti internazionali – ed in primo luogo l’Organizzazione delle Nazioni Unite – potessero essere messi in condizione di assicurare la pace e la giustizia nei rapporti internazionali. La capacità dei Paesi del MIKTA di costruire “ponti”, di cooperare fattivamente a tale scopo, non potrà che essere uno strumento prezioso in questa direzione, contribuendo ancor più ad innovare anche gli equilibri consolidati a livello mondiale.
Sotto questo aspetto la nuova buona pratica delle collaborazioni informali ma concertate fra Paesi in cui si colloca il MIKTA è un utile esempio da imitare.
E l’Italia, a sua volta, potrà trarre spunto dalla nuova esperienza informale di coordinamento per rinnovare la sua grande tradizione di Paese facilitatore del dialogo e del confronto fra universi culturali diversi, tornando ad essere un promotore di iniziative, sempre più consapevole ed attento al mutamento di scenario in atto nel mondo, supplendo in questo al ruolo che l’Europa dovrebbe esercitare in modo progressivamente più autorevole.
Peraltro spero che il Gruppo MIKTA potrà offrire un fattivo contributo anche alla pacifica soluzione di questioni che condizionano pesantemente la comunità internazionale, dal difficile scenario mediorientale alle latenti conflittualità economiche fra i Paesi asiatici, non rinunciando ad una partnership strategica con l’Europa, né ad un dialogo costante con l’Africa, realtà quest’ultima cui occorre guardare con attenzione crescente anche dal punto di vista economico ed ambientale.
Ovviamente non posso non ricordare come con ciascuno dei Paesi del Gruppo MIKTA l’Italia coltivi rapporti di rilievo sotto il profilo economico e politico.
Con il Messico, stante il crescente peso degli scambi economici bilaterali, è in corso un percorso virtuoso di collaborazione politico-amministrativo di cui è stata testimone la stessa Commissione Affari esteri del Senato attraverso i recenti iter di ratifica dei Protocolli e dei Trattati in materia fiscale, doganale, di assistenza giudiziaria penale e di estradizione.
Anche con l’Indonesia, mercato emergente e dalle enormi potenzialità, l’Italia sta cercando di intensificare i rapporti bilaterali: lo testimonia il valore dell’interscambio commerciale che ha ormai raggiunto i 4,5 miliardi di euro, con prospettive di crescita davvero interessanti. Ma un simile interesse l’Italia deve manifestarlo nei confronti di un’intera area su cui insiste l’Indonesia, quella che fa da cerniera fra le economie cinese, indocinese ed indiana da un lato e quelle oceaniche dall’altro, un’area vasta, sempre più decisiva per gli equilibri economici mondiali ed in cui è ancora troppo debole la presenza italiana.
Eccellenti i rapporti bilaterali anche con la quarta potenza economica dell’Asia, la Repubblica di Corea, Paese che continua a registrare importanti livelli di crescita anche grazie alla sua strategia di accordi di libero scambio posta in essere dal 2005 e che ha portato Seoul alla sottoscrizione di accordi con l’Unione europea (dal 1° luglio 2011), con gli USA (dal 15 marzo 2012), con l’EFTA (l’Associazione europea di libero scambio), con l’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico), oltre che con il Cile, il Peru’, Singapore, la Turchia, la Colombia, l’India. Un dinamismo che si evidenzia anche in relazione all’interscambio con l’Italia che nel 2012 ha raggiunto gli 8 miliardi di dollari (con un saldo positivo per l’Italia). Anche con riferimento al Paese asiatico, la Commissione Affari esteri del Senato ha provveduto ad approvare tre strumenti di ratifica relativi ad un accordo in materia di vacanze-lavoro (che punta a rafforzare il movimento dei giovani dei due Paesi che intendano approfondire la reciproca conoscenza socio-culturale), al Protocollo aggiuntivo alla Convenzione per evitare le doppie imposizioni e per prevenire le evasioni fiscali in materia di imposte sul reddito, all’Accordo di libero scambio tra l’Unione europea e i suoi Stati membri.
Inutile, invece, sottolineare i profondi rapporti economici, politici e culturali che legano l’Italia e la Turchia. 7,9 miliardi di euro è il valore dell’interscambio commerciale che fa dell’Italia il quinto partner economico del Paese crocevia fra Europa e vicino Oriente. Roma continua a sostenere il rilancio del percorso di avvicinamento di Ankara all’Unione europea, sottolineandone il fondamentale valore strategico. Ho rinnovato proprio di recente al Ministro per gli Affari europei turco, Mevlut Cavusoglu, che ho avuto l’onore di ricevere – solo martedì scorso – in Senato, l’impegno italiano e mio personale affinché le prospettive di tale avvicinamento della Turchia vengano ulteriormente consolidate. Peraltro anche sul piano normativo questa collaborazione ha trovato conferma nei provvedimenti che la Commissione Affari esteri ha approvato di recente, relativi agli accordi in materia di previdenza sociale e cooperazione penale.
Anche nei confronti dell’Australia, l’Italia vanta rapporti solidi sia sul piano economico che politico, cementati dalla presenza di una qualificata comunità di italiani residente nelle grandi aree urbane australiane. Nel 2013 l’interscambio commerciale fra i due Paesi è ammontato a 4,3 miliardi di Euro, con un valore delle esportazioni italiane pari a 3,7 miliardi di Euro, mentre ancora modesto – e tutto da rafforzare – appare il flusso degli investimenti reciproci.

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Verso il G7 Energia – Focus sulla sicurezza internazionale

postato il 6 Maggio 2014

g7 Il G7 dell’energia a Roma
Importante la scelta del Governo di ospitare a Roma la riunione del G7 energia, anche per il collegamento che si potrà realizzare con il semestre di Presidenza, in cui i temi energetici avranno spazio, sia per quanto riguarda le prospettive energetiche europee 2020/2030, sia sul tema delle energie rinnovabili e progetti di nuove infrastrutture

Energia tra politica e mercato
Il mercato dell’energia non è un mercato come gli altri. Decidere da chi comprare energia non è la stessa cosa che decidere da chi comprare bulloni o macchinari (lo stesso ovviamente vale per chi vende). Il tema degli approvvigionamenti e della sicurezza energetica è sempre un tema che ha una forte connotazione politica e propriamente geopolitica (la questione territoriale ha ovviamente una enorme importanza). La scelta di convocare una riunione del G7 sui temi energetici è stata presa nello stesso vertice dell’Aja, lo scorso 24 marzo, in cui si affrontava il tema dell’Ucraina e si sospendeva il formato G8. Per questo rilievo politico si giustifica la presenza a questo dibattito del Presidente della commissione esteri del Senato. Se è vero che è un mercato molto particolare, per la rilevanza politica delle scelte che si compiono, quello dell’energia è comunque pur sempre un mercato, anche questo aspetto occorre tenerlo bene in mente, non fosse altro perché si muove nell’ambito di un tessuto di regole ben precise (ad esempio a livello UE) e poi perché a decidere gli acquisti e le vendite non sono soltanto gli Stati, ma soggetti economici, che possono avere e spesso hanno una presenza importante degli Stati, ma che devono rispondere anche a esigenze commerciali (per esempio: quando si discute di sostituire il gas russo col gas americano non sempre si considera che, oltre alla questione delle infrastrutture che ancora mancano, bisognerà convincere le aziende americane a vendere gas a prezzi più bassi di quelli che si possono avere in Asia)

Sulla crisi Ucraina
La situazione sta precipitando, la crisi è sempre più vasta. Si inizia a parlare apertamente di guerra.
In maniera un po’ brutale: l’annessione della Crimea è contraria a tutte le regole del diritto internazionale e non può trovare giustificazione. Però, per capire il comportamento di Putin, bisogna anche mettersi un po’ nei suoi panni, nella sua prospettiva e cogliere anche gli errori dell’Europa:
– sbagliato delegare il Partenariato orientale ai Paesi baltici e alla Polonia, perché il loro rapporto con la Russia è condizionato dal passato (ora Tusk chiede maggiore unità in tema di energia);
– sbagliato prospettare adesione all’ UE che in realtà non è mai stata un’ipotesi realistica (soprattutto non avendo le risorse per aiutare l’economia ucraina a uscire dalla sua crisi);
– sbagliato seguire un po’ troppo acriticamente gli Stati Uniti (che nei Paesi baltici e dell’est hanno un’ascendenza particolare, anche qui per ragioni comprensibili). Le relazioni, sia politiche che commerciali, tra Usa e Russia non sono come quelle tra Ue e Russia (l’interscambio della Russia con l’UE è 12 volte quello con gli Usa). In primo piano c’è l’energia. Occorre pertanto rilanciare il dialogo, in tutte le occasioni possibili.
Occorre anche provare strade nuove. Il 1° maggio sul Corriere della Sera si avanzava una proposta per certi versi spiazzante: uscire dalla crisi rilanciando, cioè riprendendo la trattativa con l’Ucraina sull’Accordo di associazione e, nello stesso tempo, avviare le trattative per un trattato di libero scambio con la Russia, partendo dal presupposto che si tratta di mercati complementari. Ora, dopo l’accelerazione della crisi, è fantascienza. Ma di proposte del genere dobbiamo cogliere il significato. Sicuramente bisogna ragionarci bene, valutare la fattibilità, non solo economica, vedere come regolare lo status della Crimea e altro ancora, ma forse si può lavorare anche su strade del genere.

Sulla sicurezza energetica
L’Europa condivide l’interesse ad approvvigionamenti sicuri a costi ragionevoli, a ridurre l’impatto ambientale, a rendere le reti efficienti. Finora però si è proceduto in ordine sparso, privilegiando gli interessi nazionali. Le difficoltà non sono poche: gli interessi dei singoli Paesi sono diversi, il loro mix energetico è diverso, in alcuni Paesi ci sono società importanti che hanno strategie globali e in concorrenza tra loro. L’importante è non negare l’esistenza di queste differenze di interessi e partire da qui per cercare una sintesi.
L’Europa è dipendente dalla Russia come la Russia è dipendente dall’ Europa: l’Europa prende un terzo del suo metano dalla Russia (per metà attraverso l’Ucraina) e l’esportazione di gas e petrolio verso l’Europa rappresentano il 70 % delle esportazioni russe. La differenza è nei tempi: nel breve periodo siamo più dipendenti noi da loro che viceversa, a medio termine possiamo trasformare questo rapporto. Ma per farlo dobbiamo rafforzare la cooperazione tra i diversi Paesi in termini di infrastrutture, di diversificazione, di investimenti. La difficoltà è che l’Europa è dipendente dalla Russia in maniera diversificata: alcuni Paesi poco o niente (ad esempio il Regno Unito, che però non vuole condividere le sue risorse con altri Paesi), alcuni molto (come l’Italia o la Germania) e altri quasi totalmente (Paesi baltici e Paesi dell’est)
Anche la Russia rischia molto: non ha interesse a perdere la sua fama di fornitore affidabile, perché si rimetterebbero in discussione progetti già in piedi e si accelererebbero soluzioni e rotte alternative.
In questo quadro si colloca l’Italia. Il rapporto sull’energia pubblicato qualche giorno fa dal Ministero dello Sviluppo economico in questo senso parla chiaro: ci sono luci ma anche molte ombre.
– “L’Italia rimane tra i grandi Paesi europei il più vulnerabile”
– Numerosi operatori internazionali presenti per investire in Italia e “in attesa da anni di ottenere permessi e autorizzazioni, potranno lasciare il Paese, attratti dalle prospettiva crescenti di altee aree internazionali”
La campana dunque non solo suona anche per noi, ma suona soprattutto per noi.

Cosa bisogna fare:
1. progetto di “Unione dell’energia” avanzato dal premier polacco Tusk, su cui la cancelliera Merkel si è già detta d’accordo. Alcuni punti non sono molto facili da realizzare, come la società unica per l’acquisto del gas russo. Ci sono anche difficoltà di competenze, perché il tema dell’energia è ancora essenzialmente nazionale. Su questo si potrebbe stimolare una revisione dei Trattati, magari in occasione del semestre italiano. Ma lo spirito della proposta è senz’altro condivisibile: rafforzare l’interconnessione tra le reti, accrescere le capacità di riserva dei diversi Stati, ecc. E anche qualche meccanismo di solidarietà verso i Paesi che subiscono riduzioni di forniture.
2. agire su diversi piani per rafforzare la nostra sicurezza energetica:
a) diversificare le fonti energetiche + b) diversificare i fornitori + c) diversificare le rotte di approvvigionamento
-giusto puntare su fonti rinnovabili, con investimenti per la ricerca, la green economy, anche se occorre realismo sulle capacità e i tempi di queste fonti
– progetto South stream. Diversificazione delle rotte (gas russo che arriva in Europa senza passare dall’Ucraina). Ci sono molti che sollevano dubbi sulla attualità del progetto, dopo lo scoppio della crisi ucraina, perché importare gas russo senza passare dall’Ucraina sembrerebbe sconveniente dal punto di vista politico e potrebbe significare una preferenza politica. Ma si tratta di un progetto indipendente e precedente. Ieri Renzi nell’intervista al Corriere ha detto che si va avanti col progetto. Ci sono ancora questioni aperte: per esempio la Commissione europea deve valutare se concedere una deroga rispetto al terzo pacchetto energia, sull’accesso alla rete da parte di terzi.

-progetto TAP, che consente una diversificazione dei fornitori (gas azero)
Anche qui l’Unione europea ha fatto degli errori: il Commissario per l’energia, il tedesco Ottinger, non si è certo comportato in maniera neutrale, come avrebbe dovuto, nella competizione tra Nabucco e TAP, e non ha mai nascosto il proprio appoggio al progetto Nabucco addirittura impegnandosi, una maniera ufficiale e ufficiosa, in Azarbaijan perché quel progetto avesse la meglio. Ora Tap ha vinto la gara, per ragioni essenzialmente commerciali (a conferma che il mercato dell’energia è un mercato particolare ma poi è pur sempre un mercato)
Adesso bisogna evitare che l’Italia perda quest’occasione (pericolo di cui parla anche il rapporto del Ministero), sia per i tempi troppo lunghi per l’autorizzazione, sia per il prevalere della logica “non nel mio giardino” da parte delle popolazioni locali. Tap ha fatto errori di comunicazione e di coinvolgimento delle popolazioni locali (come ha ammesso) ma adesso ha imboccato una strada diversa, che bisogna proseguire.
Ci vuole responsabilità anche da parte delle forze politiche. In Senato l’iter di approvazione del Trattato Tap si è svolto in maniera tutto sommato fisiologica. Il passaggio in Commissione esteri è stato rapido, poi in aula c’è stata una richiesta anche legittima da parte delle opposizioni di chiarimenti sugli aspetti ambientali e sulla compagine proprietaria del consorzio. La Viceministro Dassù ha fornito i chiarimenti in aula e poi il trattato è stato approvato. Alla Camera il percorso è stato più complesso, non sono mancati momenti di tensione, sia in commissione che in aula, anche per la strumentalizzazione di alcune forze politiche (come il M5S). Spesso gli stessi che lamentano la nostra debolezza nei confronti delle crisi che ci sono in giro per il mondo sono gli stessi che quando si presenta l’occasione per ridurre la nostra dipendenza si mettono di traverso.
Qui vale lo stesso discorso che vale in altri settori: solo se faremo la nostra parte, in termini di cultura energetica e industriale, saremo credibili per chiedere riforme agli altri, in primo luogo all’Europa.

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