Archivio per agosto 2011

Rassegna stampa, 29 agosto ’11

postato il 29 Agosto 2011
Casini ribadisce il messaggio di ieri: la Finanziaria che il governo sta per licenziare è invotabile: manca qualsiasi riforma strutturale e i tagli ai costi della politica naufragano nella demagogia; la maggioranza preferisce continuare a fare calcoli elettorali mentre l’Italia affonda. L’esempio principe resta sempre il discorso delle Province, che andavano abolite tutte senza esitazione e che invece si salveranno tutte, dopo un ridicolo gioco di scaricabarile: noi con questo tipo di politica non abbiamo nulla da spartire. Per questo oggi pomeriggio presenteremo la nostra contromanovra, sui punti chiave che vi descrivevamo ieri e che – leggete l’intervista di Baldassari al Messaggero – eviti all’Italia un aumento delle imposte fuori da ogni limite nei prossimi anni. Silvio Buzzanca su Repubblica ci racconta le mosse del governo, che ora – dopo le liti interne e l’opposizione della Cgil – si trova a fronteggiare un’altra grana coi fiocchi: la sollevazione generale degli enti locali, con i sindaci che scenderanno in piazza, con il supporto del governatore dell’Emilia, Vasco Errani, e della Lombardia, Roberto Formigoni. Spazio poi a due “focus”: uno sulla situazione interna al Pd, dopo il caso Penati, con la lettera che il sindaco di Sesto San Giovanni, Giorgio Oldrini, ha scritto al Corriere (e che ci sembra un testo di buon senso, che ben fotografa il difficile compito di fare gli amministratori) e un articolo di Repubblica sul “sistema lombardo”; l’altro, invece, è sui costi della politica, con uno scambio epistolare tra la Bonino e Sergio Romano, un’analisi di Cherchi sul Sole e un commento di Pigi Battista (privatizziamo la Rai, ci guadagneremmo tutti).

Casini: “Non voteremo la Finanziaria. È un testo senza riforme” (l’Unità)

Casini (QN)

Baldassari, Fli: “Le imposte aumenteranno di cento miliardi di euro in due anni” (Il Messaggero)

Alfano alla Chiesa: le agevolazioni restano (M. Antonietta Calabrò, Corriere)

Nessun reato, tentò di governare la città (Giorgio Oldrini, Corriere)

“Nell’affare anche le Coop bisognava compiacere il livello politico nazionale” (Sandro De Riccardis e Walter Galbiati, La Repubblica)

Il governo a caccia di cinque miliardi, sul decreto pioggia di emendamenti (Silvio Buzzanca, La Repubblica)

Il Parlamento dimezzato e il finanziamento ai partiti (Emma Bonino e Sergio Romano, Corriere)

Tante diete per il Parlamento (Antonello Cherchi, Sole24Ore)

Privitazzare la Rai. Guadagno per tutti (Pierluigi Battisti, Corriere)

Le mille vie dell’evasione (Cristiano Dell’Oste e Antonino Iorio, Sole24Ore)

Le bugie di Battisti, terrorista non pentito (Miguel Gotor, La Repubblica)

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Il coraggio di essere liberi. In memoria di Libero Grassi.

postato il 29 Agosto 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Adriano Frinchi

Vent’anni fa,  alle 7.45 del 29 agosto 1991, cinque pallottole mettevano fine alla vita di Libero Grassi, l’imprenditore palermitano che non si era piegato al racket . Il piombo mafioso non poté però arrestare il percorso di liberazione che Libero Grassi aveva avviato con la sua coraggiosa denuncia della violenza mafiosa: dopo Grassi tanti altri imprenditori e commercianti hanno trovato il coraggio di ribellarsi al giogo delle estorsioni ,la magistratura ha iniziato ad indagare gli imprenditori che non denunciano i propri aguzzini, e qualche associazione produttiva ha preso l’iniziativa di espellere gli iscritti accusati di connivenza. E’ cambiato tanto in Sicilia da quel terribile mattino di fine agosto, ma c’è ancora tanto da fare perché in troppi non riescono ad uscire dall’incubo del pizzo. Ricordare Libero Grassi significa dare luce a quanti ancora sono avvolti nelle tenebre della violenza e della paura, significa ricordare a tutti e a ciascuno che libertà, coraggio e onestà possono cambiare Palermo, la Sicilia, l’Italia e il mondo intero. Ecco perché vale la pena rileggere e tenere sempre presenti le parole nude e forti, rivestite dell’ironia dei miti, che l’imprenditore palermitano rivolse ai suoi aguzzini dalle pagine del Giornale di Sicilia il 10 gennaio 1991:

Caro estortore

Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al ‘Geometra Anzalone’ e diremo no a tutti quelli come lui.

 

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Rassegna stampa, 28 agosto ’11

postato il 28 Agosto 2011
Doppio intervento del Presidente Casini sui giornali di oggi: lo trovate, infatti, su Repubblica, intervistato da Carmelo Lopapa, e sul Messaggero. Il messaggio è identico: il clima di coesione nazionale che sembrava essersi stabilito in questo difficile momento è scomparso, demolito dall’atteggiamento irresponsabile e vago della maggioranza e dalle ultime scelte sbagliate del Pd  (in primis, sullo sciopero generale indetto dalla CGIL); alla coalizione di governo sono bastati appena “15 giorni per disperdere quel clima di positività e determinazione che, raccogliendo l’appello del Presidente della Repubblica e sotto la spinta della Bce, aveva portato il governo a intervenire”, mentre i democratici hanno deluso notevolmente con il loro atteggiamento assai inconcludente (come, del resto, aveva notato ieri Tito Boeri su Repubblica). Noi e il Terzo Polo, però, non ci arrendiamo e domani presenteremo la nostra contromanovra, con proposte concrete che vertano su 4 punti chiave: costi della politica, debito pubblico, giustizia e previdenza sociale – in linea con quanto concertato con le parti sociali (in primis la Cisl) e Confindustria (che oggi, con Emma Marcegaglia, demolisce dalle fondamenta il decreto del governo), all’insegna della serietà e della fattibilità (che abbiamo sempre dimostrato, leggete Celletti su Avvenire). Anche gli editoriali di Angelo Panebianco sul Corriere e Claudio Sardo sull’Unità si inscrivono perfettamente nel nostro raggio d’azione: due settimane fa sembravamo sull’orlo dell’abisso e ora l’urgenza di fare le riforme è scomparsa dall’agenda governativa, sostituita da una volontà “divisiva” e di “rottura” (pura follia!); mentre tutto il mondo è cambiato, dalla Crisi alla Libia, solo da noi le cose sembrano ritornare alla solita stagnazione (leggete Prodi sul Messaggero). Nel frattempo, poi, continua la guerra tra bande nel Pdl: i frondisti sembrano essere riusciti ad imporre la propria linea al premier, che ha deciso di cambiare il decreto (così come vi anticipavamo ieri: aumento dell’Iva e innalzamento a 200 mila euro della supertassa), contro il parere del Ministro Tremonti (che si dice “sconfortato” – ma di lui si può fare a meno, giura la Santanché).

Casini: “Sparito il clima di coesione nazionale non voto una manovra senza riforme” (Carmelo Lopapa, La Repubblica)

“Manovra al ribasso ma deluso dal Pd” (Il Messaggero)

Lega e Pdl: manovra, c’è l’intesa. Le critiche di Confindustria (Alessandro Trocino, Corriere)

Marcegaglia: “Una gara a chi inventa la tassa più esotica” (Tonia Mastrobuoni, La Stampa)

Ecco come cambierà il decreto: sale l’Iva, supertassa a 200 mila euro (Alberto D’Argenio, La Repubblica)

Doppia dote dall’aumento Iva (Marco Rogari, Sole24Ore)

Da Waterloo a Westfalia la lezione di storia del superministro noioso e non ottimista (Aldo Cazzullo, Corriere)

Santanché: “Basta col superministro, Giulio ha troppi poteri: è l’ora di spacchettarli” (La Repubblica)

Chi dimentica l’emergenza (Angelo Panebianco, Corriere)

Cacciari: “La protesta della Cgil? È una fesseria colossale” (Jacopo Granzotto, Il Giornale)

Chi vuole la rottura (Claudio Sardo, l’Unità)

Veltroni e il riformismo (Emanuele Macaluso, Il Riformista)

La fatica di cambiare le cose (Matteo Bordone, FreddyNietzsche)

Sicilia, ai deputati stipendi ridotti (Sole24Ore)

La Gelmini bocciata da Cl: “Inqualificabile” (Marco Marozzi, La Repubblica)

Fate un patto serio. Per ricominciare a fidarci (Arturo Celletti, Avvenire)

Dai mercati alla Libia, le svolte dell’estate (Romano Prodi, Il Messaggero)

Cosa si aspetta da Pisapa (Michele Brambilla, La Stampa)

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Sparito clima di coesione nazionale, non voto una manovra senza riforme

postato il 28 Agosto 2011

Pubblichiamo da ‘La Repubblica’ l’intervista al leader Udc Pier Ferdinando Casini

di Carmelo Lopapa

ROMA – II dialogo, mai davvero aperto, rischia di essere già chiuso. La manovra lacrime e sangue è tutto un affare interno alla maggioranza. «È molto triste, ma sono bastati 15 giorni per disperdere quel clima di positività e determinazione che, raccogliendo l’appello del Presidente della Repubblica e sotto la spinta della Bce, aveva portato il governo aintervenire. All’interno del Pdl una rissa continua, il presidente del Consiglio che non si capisce in che misura sia spettatore o artefice di tutta questa canea, Tremonti in uno sdegnoso isolamento, la Lega confusa ma sempre decisiva. Tutti ad attendere l’incontro Berlusconi-Bossi per mettere la parola fine, vanificando qualsiasi ipotesi di collaborazione».

Pier Ferdinande Casini assiste deluso al fischio conclusivo di una partita che la maggioranza hagiocato per intero dentro la propria metà campo. «Rischia di essere bocciata dai mercati», prevede il leader centrista che, con tutto il terzo polo, si prepara a questo punto a dar battaglia in aula. «Ma è davvero avvilente constatare comequesto Paese continui a farsi del male».

Meno tagli agli enti locali, crescedi un punto l’Iva. La manovra cambia i connotati. Presidente Casini, la voterete?

«Non esiste. Manca qualsiasi riforma strutturale. E i tagli ai costi della politica naufragano nella demagogia. Le Province andavano abolite senza esitazione: invece ha vinto la vecchia politica del rinvio. Ma cosa dovremmo votare?»

Chiuso anche il capitolo pensioni, sacrificato sull’altare dell’alleanza Lega-Pdl.

«Anche su quel terreno ha vinto Bossi e il suo conservatorismo. Ma vincono pure le resistenze di una fetta del centrosinistra che non riesce a comprendere come l’alternativa a Berlusconi la si costruisce solo sulla via del riformismo. Finché questa sinistra considererà un tabù il tema delle pensioni, omettendo di vedere il conflitto generazionale, non farà molta strada». [Continua a leggere]

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Uno sciopero figlio delle paure di Cgil e Pd

postato il 27 Agosto 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Adriano Frinchi

Ci risiamo, la sindrome del sorpasso a sinistra colpisce ancora e questa volta colpisce Cgil e Pd in un sol colpo.  Il sindacato guidato da Susanna Camusso ha scelto lo sciopero generale per il 6 settembre con l’intenzione di portare il Paese in un nuovo “autunno caldo” per contrastare la manovra varata dal governo Berlusconi. La scelta di uno sciopero generale,  che da più parti è stato definito improvvido,  sembra decisamente determinata dalla necessità di ridare forza e identità ad un sindacato che nell’ultimo periodo, a partire dalla vicenda Fiat, è stato ripetutamente messo alle strette dalla Fiom: non è un mistero infatti che sia stata la Fiom di Maurizio Landini, che aveva già tuonato contro l’intesa raggiunta il 28 giugno tra sindacati e Confindustria, a far pendere la bilancia verso lo sciopero e un autunno di lotta contro i provvedimenti del governo. Il Partito Democratico, anche se con lodevoli eccezioni di rilievo, si è allineato alla Cgil probabilmente nel goffo tentativo di evitare di essere sorpassato nuovamente a sinistra, come accadde alle amministrative e al referendum, dai vendoliani che per adesso sembrano un poco in affanno. Cgil e Pd sperano dunque con lo sciopero generale di rafforzare la propria identità e le proprie posizioni a scapito delle rispettive ali sinistre; i democratici in particolare sperano poi di raccogliere i frutti elettorali del prossimo autunno nelle amministrative di primavera e nelle eventuali elezioni anticipate. La paura del “sorpasso a sinistra” è politicamente legittima per Pd e Cgil tuttavia in una così delicata congiuntura economica, politica e sociale utilizzare uno sciopero generale per i propri interessi di bottega appare un enorme errore politico, come sottolineato da Pier Ferdinando Casini,  che rischia di ricompattare la maggioranza e di rendere difficoltoso, se non impossibile, ogni tentativo di modificare la manovra in Parlamento. Inoltre vanno considerate anche le conseguenze nel mondo sindacale: lo sciopero annunciato dalla Cgil spacca ancora una volta il mondo sindacale, isolando nuovamente Cisl e Uil, col rischio di ingenerare nuovi rigurgiti di odio e di violenza contro quanti non condividono questa strategia. Cgil e Pd con questa posizione oltranzista forse riusciranno a sbarrare il passo alla loro sinistra e forse recupereranno qualche voto da quelle parti, di certo però riduco ad espediente politico il grande strumento dello sciopero, con gran danno dei lavoratori, e contribuiscono ad alimentare un inutile irrigidimento delle parti che non solo farà serrare le fila della maggioranza ma vanificherà ogni tentativo di bloccare la manovra nell’unico luogo dove è possibile farlo: il Parlamento. Non è tempo di sciopero questo (e lo dice anche un operaio come Boccuzzi), ma è il tempo di fare il bene del Paese che viene fatto sicuramente con dei “no” chiari e forti, ma anche con la forza delle idee e delle proposte. Alla Cgil e al Pd deve essere chiaro che  L’Italia non ha nessuna paura di essere superata a sinistra, ma ha solo paura di rimanere a piedi, che è cosa ben più grave delle beghe a sinistra.

 

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Rassegna stampa, 27 agosto ’11

postato il 27 Agosto 2011
La nostra rassegna stampa ruota oggi tutta intorno alla manovra del governo e al rapporto tra Politica ed Economia che da qualche giorno a questa parte abbiamo molto a cuore di analizzare. Galluzzo sul Corriere ci mostra i retroscena dalle parti della maggioranza, con Silvio Berlusconi che dà sfoggio di un ottimismo che sembrava ormai seppellito, giurando che la Lega e il suo leader Bossi si siano ormai convinti ad accettare le proposte del Pdl, a partire dall’aumento dell’Iva, e che – in questo modo – si riesca a mettere ai margini il super ministro dell’Economia, Giulio Tremonti: ma, in realtà, pare si vada verso una retromarcia su tutti i fronti: no ai tagli sui piccoli comuni, no ai tagli sulle province (assurdo, leggete l’intervista a Burlando su l’Unità), no alla riforma dell’età pensionabile e della previdenza sociale e (forse unica cosa sensata) no alla tassa solidarietà (che dovrebbe valere solamente per i redditi sopra i 200 mila euro con un’aliquota al 5%, quando si dice però “esagerare e fare male”). Eppure c’è chi, ancora, nel Pdl recalcitra: ai cosiddetti frontisti, infatti, si sono aggiunti oggi il sottosegretario Giovanardi (che accusa l’assenza di sostegni alle famiglie), l’ex premier Dini (che chiede più tagli e meno tasse) e due big come Gianni Alemanno e Roberto Formigoni (Marco Palombi su Liberal ci racconta quali sono le loro strategie future); quella del “frondismo”, però, sembra essere diventata una passione trasversale: a destra si fanno chiamare “lealisti” o “liberisti”, a sinistra “quarantenni” e “riformisti” (leggete Maria Teresa Meli sul Corriere). Diamo poi spazio alle opinioni: Alesina e Giavazzi, sul Corriere, analizzano gli effetti della “frenata” della crescita di Berlino e sconfessano la proposta targata Prodi-Quadrio Curzio sugli eurobonds (ci sono tutte le condizioni per favorire un nostro sviluppo); Tito Boeri, su Repubblica, invece, se la prende addirittura con il Pd e con la contromanovra democratica, definita molto “contro” e poco “manovra”, visto che abbondano le critiche ma mancano le proposte (concordiamo); Paolo Pombeni sul Messaggero, poi, prova a fare una summa del dibattito di queste settimane, spiegandoci cosa resterà (e cosa no) di questa manovra; Giorgio Ruffolo e Alessandro Penati, infine, sempre su Repubblica, si confrontano a distanza sull’impeccabilità (o il fallimento) dei mercati (ma Krugman, dal Sole, ci invita a non avere paura di scelte coraggiose, se no andiamo tutti in recessione).

L’ottimismo del premier: Bossi si è convinto (Marco Galluzzo, Corriere)

Bersaniani ma frondisti. Il segretario tradito dai “suoi” quarantenni (Maria Teresa Meli, Corriere)

Giovanardi: “Testo da rifare, mancano gli aiuti alle famiglie” (Giacomo Susca, Il Giornale)

Gianni e Roberto, la strana coppia (Marco Palombi, Liberal)

Burlando: “Abolire le province. Troppi addetti e costi insopportabili” (Oreste Pivetta, l’Unità)

Dini: “Meglio tagli che tasse” (Antonio Satta, MF)

Berlino frena? Un’occasione (Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, Corriere)

Imposta municipale con effetti collaterali (Luigi Lovecchio, Sole24Ore)

Il Pd, la Cgil e la contro-manovra quant’è difficile fare opposizione (Tito Boeri, La Repubblica)

Il mercato impeccabile (Giorgio Ruffolo, La Repubblica)

Gli psicologi in economia e il Cav libico (Nicola Porro, Il Giornale)

Diffidare delle borse per quattro motivi (Alessandro Penati, La Repubblica)

Chi ha paura dell’inflazione va in recessione (Paul Krugman, Sole24Ore)

Che cosa resterà di questa manovra (Paolo Pombeni, Il Messaggero)

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Rassegna stampa, 26 agosto ’11

postato il 26 Agosto 2011
Si infiamma l’aria intorno al governo, logorato dagli scontri interni e dalle sfide che gli vengono lanciate dall’esterno. Se da una parte infatti il duello tra Berlusconi e Tremonti (e non solo: tenete sott’occhio Formigoni) ha ormai raggiunto l’apice – leggete Magri dalla Stampa e Da Milano sull’Espresso – dall’altra, la CGIL, dopo aver proclamato lo sciopero generale, si prepara alla lotta senza sconti, trovando un Pd però non più a proprio granitico sostegno (trovate la nostra posizione nell’intervista a Pezzotta sul Messaggero). Si rischia, a nostro avviso, di finire in un vicolo cieco, in una continua contrapposizione tra irresponsabili che non dialogano e irresponsabili che non ascoltano: con il risultato, così come spiega bene Menichini sul Post, di fare il gioco di chi ci governa, che si avvale delle divisioni degli avversari per coprire quelle della sua coalizione. Questo dovrebbe essere invece il tempo delle proposte e delle decisioni, come chiede Cisnetto sul Foglio, perché c’è bisogno di tornare a crescere in tempi rapidi (l’economista terzista presenta una ricetta liberista assai interessante, non condivisa però dal direttore dell’Unità, Sardo, che si dice contrario ad ogni genere di privatizzazioni): su questo campo si deve misurare la credibilità della politica – così come sostenevamo noi l’altro ieri: sulla capacità, cioè, di incidere sull’economia, anziché farsi dettare l’agenda dalle banche (interessante Carandini su Repubblica); ma, come duramente annota Prosperi sempre sul quotidiano romano, questo nostro Paese continua a restare senza guida, privo di una classe dirigente all’altezza di questo nome che sappia sul serio tornare ad accendere le speranze nel futuro.

Ecco quelli che il Cav. dovrebbe farsi da parte alla fine della legislatura (Il Foglio)

Pezzotta: “Camusso sbaglia così rafforza solo il governo” (Diodato Pirone, Il Messaggero)

Pd, nasce il fronte antisciopero (Andrea Garibaldi, Corriere)

Lo sciopero della CGIL è un errore (Stefano Menichini, Il Post)

Berlusconi sbotta: “Tremonti, adesso basta non puoi dire solo no” (Ugo Magri, La Stampa)

Dopo di me il diluvio (Marco Damilano, Espresso)

Formigoni, sfogo antipremier nella notte poi la frenata: mai chiesto passi indietro (Ettore Colombo, Il Messaggero)

Crescere, crescere! (Enrico Cisnetto, Il Foglio)

Il Bene comune (Claudio Sardo, l’Unità)

Un Paese senza guida (Adriano Prosperi, La Repubblica)

Luca in campo? Si, ma… il tempo stringe (e il consenso tra gli italiani aumenta) (Enrico Cisnetto, Il Mondo)

L’esilio della politica (Guido Caradini, La Repubblica)

Il Pd spera nella sponda della Lega (Carlo Bertini, La Stampa)

Finocchiaro: commisione per il riassetto dello Stato (Sole24Ore)

Duello all’ultimo affare (Paolo Baroni, La Stampa)

Caldoro: “Tagliamo anche le Regioni, 20 sono troppe” (Jacopo Granzotto, Il Giornale)

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Da Madrid a Rimini: “Non abbiate paura del mondo e del futuro”

postato il 26 Agosto 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Jakob Panzeri

Sembrano essere loro due gli unici fari di un mondo che ha perso la bussola: il pontefice della Chiesa Cattolica, vicario di Cristo, e il presidente della Repubblica Italiana, simbolo dell’Unità nazionale. Due uomini con alle spalle un lungo cammino di vita confermatosi un cammino ricco di esperienze, di ragione e libertà. Ambedue circondati dai giovani, ricercati dai giovani, giovani essi stessi nella forza delle loro parole ricche di speranza.

Il presidente Napolitano cita Roosevelt e desidererebbe aprire il Meeting con la celebre frase del presidente americano al lancio del New Deal :” L’unica cosa di cui aver paura ora è la paura stessa”, ma sa che non bastano queste parole di fronte all’”angoscioso presente in cui la crisi ha gettato l’Italia”. E allora si rivolge ai giovani e lo fa senza tanta filosofia e giri di parole ma in modo chiaro, diretto e concreto, puntando il dito contro un governo che “forse ha esitato troppo a riconoscere la criticità della nostra situazione e la sua gravità effettiva dominato dalla preoccupazione di sostenere la validità del suo operato” e verso gran parte dell’opposizione che arroccata nei suoi pregiudizi e nelle sue omissioni non ha saputo portare il cuore oltre l’ostacolo e creare lo spirito di un’unità nazionale per costruire qualcosa insieme per il bene dell’Italia. E’ necessario avere maggiore oggettività, più misura nei giudizi, maggiori aperture e iniziare un cammino serio di riforme autentiche per rilanciare lo sviluppo, in primis con la lotta alla grande evasione fiscale, l’innovazione, la sussidiarietà. Creare un nuovo “Io” per lo sviluppo . E anche se il futuro ci appare come un gigante in una nebbia di interrogativi e dubbi, come un delicato vaso di cristallo o alabastro ripieno di tutti i nostri desideri, sogni, ambizioni a cui il volo è bloccato da un ruvido tappo, non dobbiamo perdere la speranza perché il futuro si costruisce! Ed il futuro ci serve a costruire il presente con veri progetti di vita e appartiene a coloro che credono alla bellezza dei propri sogni.

Questo è stato il messaggio del presidente lanciato ai giovani del Meeting di Rimini, un luogo di amicizia per costruire la pace, la convivenza, l’amicizia tra i popoli. Tutto ha inizio alla fine degli anni ’70, Tra alcuni amici che condividono l’esperienza cristiana, nasce il desiderio di incontrare, conoscere e portare a Rimini tutto quello che di bello e buono c’è nella cultura del tempo. Da allora ogni anno arrivano i grandi personaggi della politica, rappresentanti di religioni e culture, intellettuali e artisti, sportivi e protagonisti dello scenario mondiale. La cultura al meeting si esprime come esperienza, originata dal desiderio di scoprire la bellezza della realtà. Tutto questo nei sette giorni dell’appuntamento che è diventato negli anni il festival culturale più frequentato al mondo: si sfiora il milione di presenze, 20 nazionalità, 4.000 giovani volontari, 130 incontri, 250 relatori, 8 mostre, 35 spettacoli, 10 eventi sportivi, 170.000 mq allestii ogni anno. Tutto nato dal carisma e dalla fede di uomo che si chiamava Luigi Giussani e dalla speranza di scoprirsi amante della Bellezza, della Verità, della Giustizia aprendosi alla dinamica dell’infinito nella consapevolezza che la vita cristiana non è un’idea, un ideologia, un moralismo o un sentimento ma un fatto, una storia, la storia del mistero di Cristo che rende unica la nostra realtà e che ci coinvolge integralmente in ogni aspetto della nostra vita . La storia di un Dio che ha assunto volto umano e non ci ha fatto brancolare nel buio, di un Infinito che si è reso finito giungendo al nostro stesso atteggiamento di uomo, ricco d’amore e abbracciandoci sulla croce.

 

Per approfondire:

-L’intervento integrale del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al Meeting di Rimini, 21/08/2011

http://www.meetingrimini.org/news/?id=676&id_n=11231

-Il sito ufficiale del Meeting di Rimini

http://www.meetingrimini.org/

-Il recente sito dedicato alla raccolta di tutti gli scritti di Don Giussani, per chi desiderare meglio capire l’esperienza e amicizia Cristiana di Comunione e Liberazione

http://scritti.luigigiussani.org/controls/avvertenza.aspx


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Pensioni di reversibilità e anzianità: intervenire o no?

postato il 26 Agosto 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati.

Il problema delle pensioni in Italia è molto complesso perché riguarda un mondo multiforme e vario: si deve fare una prima distinzione tra chi già percepisce una pensione e chi la percepirà in futuro; altra distinzione è tra i vari tipi di pensione (anzianità, di invalidità, di reversibilità), e sui modi di calcolo (contributiva o retributiva).

Intanto distinguiamo tra chi è già in pensione e chi deve ancora andare in pensione: è chiaro che nel primo caso si parla di diritti acquisiti, quindi difficilmente possono essere toccati, ma è anche vero che per le pensioni particolarmente elevate o nel caso di cumuli di più di pensioni, si può parlare di una riduzione dell’importo erogato. Voglio specificare bene, per evitare fraintendimenti: non parlo assolutamente di andare a diminuire il percepito di chi vive con la pensione minima, ma logicamente se si percepisce una pensione di 3000 euro netti e sommo anche una pensione di reversibilità di altri 3000 euro netti, parliamo di un reddito complessivo di 6000 euro netti al mese e in questo caso si può legittimamente pensare di diminuire la pensione di reversibilità erogata.

Contrariamente a chi afferma che 19 milioni di pensionati sono troppi (mi chiedo quale soluzione prospetta per eliminare i pensionati, forse le camere a gas?), dico che i pensionati sono, in questo momento, un sostegno per le famiglie. Svolgono il duplice ruolo di sostegno finanziario e familiare: il primo grazie alla loro pensione che permette di arrotondare il bilancio familiare (anche mantenendo i nipoti o i figli che cercano ancora lavoro), il secondo quando vi sono nipoti a cui badare ed entrambi i genitori lavorano (con asili nido assolutamente carenti).

Si è parlato di ridurre le pensioni di reversibilità, ma siamo sicuri di volerlo? Sempre più spesso ormai si arriva tranquillamente a 80 anni, ma a quell’età una persona ha bisogno, spesso, di essere accudita, e, visto che lo Stato non ha le risorse per farlo, è lo stesso anziano che deve provvedere pagando un aiuto o una badante o un istituto. Pensiamo, ad esempio, a tutti i malati di alzheimer e parkinson che vivono senza la possibilità di accedere ad un centro qualificato; in questo caso sono i familiari a farsi carico delle spese, spesso onerose, e in questo caso la pensione dell’anziano è un prezioso sostegno finanziario.

Quindi, a mio avviso le pensioni non dovrebbero essere toccate, a meno che non si parli di importi veramente alti (dai 4000 euro in su), in quel caso si può prevedere un piccolo aumento del prelievo.

Parliamo invece di chi deve ancora andare in pensione.

E’ davvero strano andare in pensione a 65 anni? La risposta è no, il resto del mondo va in pensione a quell’età, equiparando uomini e donne (alla fine dell’articolo troverete una tabella con i dati delle principali nazioni).

Ormai la vita media si è allungata e si arriva a condizioni sempre migliori all’età di 60-65 anni, quindi è legittimo pensare che si possa andare in pensione dopo rispetto ad oggi. D’altronde, il sistema pensionistico italiano è figlio di un periodo storico molto particolare, contrassegnato da un basso debito pubblico e una grande crescita economica dando vita al fenomeno anche delle baby pensioni, che sono maggiormente concentrate nel Nord Italia. Per intenderci, i “baby pensionati” sono coloro che potevano andare in pensione a 14 anni, sei mesi e un giorno se erano donne e addirittura 19 anni, sei mesi e un giorno se erano maschi, e sono localizzati per il 65% nel Nord Italia.

Detto quindi che non dovrebbe essere un tabù l’allungamento della vita lavorativa, equiparandoci al resto del mondo (ricordo che alla fine dell’articolo troverete una tabella con tutti i dati), resta il problema di quanto le nuove generazioni percepiranno quando saranno in pensione.

Questo è il tasto dolente, perché ormai si è passati al sistema contributivo, ovvero la pensione è parametrata a quanto è stato versato nelle casse dell’INPS e sarà pari al prodotto tra la somma dei contributi versati durante la vostra vita lavorativa (e rivalutati in base alla crescita dell’economia italiana, più l’inflazione) e un coefficiente (attualmente tra il 4 e il 6%) che dipende dall’età in cui andrete in pensione (tra 57 e 65 anni).

Il problema quindi diventano i contributi e il punto dolente è per chi lavora con contratti a progetto, in quanto con questa forma contrattuale, il datore di lavoro versa meno contributi all’INPS girando questa somma al lavoratore. Per fare un esempio concreto: un lavoratore dipendente che introita 1200 euro netti, prenderebbe 1300 euro netti (per ipotesi) come lavoratore a progetto, ma questi 100 euro in più che percepirebbe, sono tolti ai contributi che il datore di lavoro versa all’INPS. Lo scopo di questa “manovra” è quello di fare decidere al lavoratore se destinare o meno una quota del suo stipendio alla pensione tramite i fondi pensione.

Stando ai calcoli di vari siti e trasmissioni (per citarne una: report) chi per 30 o più anni lavora con un contratto a progetto per uno stipendio netto mensile inferiore a 1000 euro avrà diritto alla pensione sociale, e questo è il vero problema. Come risolverlo? A mio avviso si dovrebbe rivedere il sistema contributivo per il contratto a progetto equiparando i contributi a quelli del lavoratore dipendente, sarà poi il datore di lavoro valutare se gli conviene proporre un contratto a progetto o un contratto a tempo indeterminato.

Tabella per l’età media pensionistica, da cui si evince che la pensione è stata equiparata per uomini e donne e se se ha diritto a 65 anni:

Austria
L’età minima pensionabile è per tutti a 65 anni; il periodo contributivo da 40 a 45 anni.

Belgio
Donne e uomini vanno in pensione a 65 anni.

Danimarca
Si va in pensione a 65 anni, non si può anticipare, ma eventualmente posporre di tre anni.

Finlandia
Si va in pensione a 65 anni, da 60 è possibile il prepensionamento. Non c’è limite di età per chi decide di continuare a lavorare dopo i 65 anni.

Francia
Il periodo contributivo minimo è di 40 anni, che passerà a 41 entro il 2012 e a 42 entro il 2020. E’ stato introdotto un sistema di incentivi: ogni anno in più di lavoro darà diritto al 3% in più di pensione. Per contro 5% in meno per ogni anno mancante.

Germania
Nel 2004 per le donne l’età pensionabile è passata da 60 a 65. Si prevede un ulteriore innalzamento dell’età pensionabile globale da 65 a 67 entro il 2025. Sono previsti disincentivi per chi va in pensione con meno di 45 anni di versamenti contributivi e incentivi (6% annuo) a chi resta in attività pur avendo diritto alla pensione.

Irlanda
L’età pensionabile è fissata a 65 anni, non sono previste forme di prepensionamento.

Lussemburgo
L’età pensionabile è fissata a 65 anni, è possibile il prepensionamento a 57 o a 60 con almeno 40 anni di contributi.

Olanda
L’età pensionabile è a 65 anni. Non sono previsti prepensionamenti né incentivi a chi resta.

Portogallo
Dal 1999 l’età pensionabile per le donne è stata portata a 65 anni. La pensione anticipata scatta a 55 anni, con 30 anni di contributi. Sono previsti incentivi per chi decide di continuare a lavorare fino a 70 anni.

Regno Unito
Il limite d’età è a 65 per gli uomini e a 60 per le donne, non esiste il prepensionamento.

Spagna
L’età pensionabile è 65 anni, per tutti. Una forma di prepensionamento è consentita a partire dai 60 anni per chi ha contributi risalenti a prima del 1967 e dai 61 per chi ha almeno 30 anni di contributi.

Svezia
L’età pensionabile è di 65 anni, il prepensionamento è possibile a partire da 61 anni; è possibile, volendo, continuare a lavorare.

44 Commenti

Quali Eurobond? E per quale politica?

postato il 25 Agosto 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Mantovani.

Pare che stia cadendo il veto franco-tedesco sugli Eurobond, ed è un bene. Oltre che per ragioni contingenti di difesa dei debiti sovrani, rappresentano la naturale evoluzione dell’Euro ed un passo importante verso l’integrazione dell’Europa monetaria. Per di più, in questa fase di crisi di fiducia nei confronti del debito USA, sarebbero una novità probabilmente gradita dai mercati.
Ma quando parliamo di Eurobond, cosa intendiamo esattamente? E come intendiamo utilizzarli?
La lettera di Prodi e Quadrio Curzio al Sole 24 Ore pubblicata lo scorso 23 agosto ha il pregio di fare il punto sulle proposte in campo e di aggiungerne una quarta, sicuramente degna di considerazione. Inoltre, mentre altre proposte hanno per lo più un intento difensivo, questa tenta di coniugare propositi di stabilizzazione e di sviluppo. Tale proposta rimette quindi al centro la politica, troppo assente da questo dibattito, apparentemente destinato alle stanze dei tecnici.
La proposta dei nostri economisti si colloca a tutti gli effetti nell’alveo degli interventi di stampo keynesiano, che dovrebbero garantire lo sviluppo attraverso investimenti pubblici (in infrastrutture nel caso specifico). Cedendo le riserve auree delle banche centrali nazionali a fronte dell’impegno ad acquistare debito, gli Stati completerebbero un percorso di cessione della sovranità monetaria all’Europa, in cambio di un aiuto più efficace in caso di difficoltà a collocare il proprio debito. Ma è l’altro tipo di garanzia che mostra la vera natura della proposta: le quote delle grandi società di rilevanza nazionale (operanti per lo più nell’energia e nelle infrastrutture) diverrebbero così difficilmente cedibili, con la scusa di difenderle dalla speculazione. Pare quasi il preludio di una grande IRI europea, che potrebbe non dispiacere a molti governanti.
L’utilizzo dell’effetto leva sul Fondo così costituito (da riserve auree più partecipazioni) aumenterebbe inoltre il debito complessivo dell’Eurozona, pur riducendo quello dei singoli Stati. L’effetto è quindi un aumento dell’intermediazione pubblica nell’economia europea, a prezzo di un indebitamento ulteriormente crescente, che toglierebbe ogni speranza di una politica fiscale meno penalizzante di quelle attuali.
Il pregio della proposta è di essere politica, ma è questa la politica più adatta per rafforzare l’Eurozona?
E davvero basterebbe a stabilizzare il debito degli Stati? Per questo secondo obiettivo non sarebbe più efficace emettere Eurobond ed impiegarli per acquistare corrispondenti emissioni di debito degli Stati, riservate all’agenzia europea emittente, a tasso identico a quello degli Eurobond, fino a concorrenza del 60% del PIL di ciascun Paese, indipendentemente da situazioni di difficoltà o meno? Gli Eurobond sarebbero garantiti solidalmente da tutti i Paesi dell’Eurozona, potendo anche contare su risorse specifiche del bilancio UE e da una sorta di privilegio sulle entrate fiscali degli Stati.
In questo modo i Paesi virtuosi avrebbero zero o poco debito proprio da emettere, se escludiamo le emissioni “tecniche” riservate all’emittente europea. Gli altri avrebbero quote più o meno alte di debito da sopportare e tendenzialmente da azzerare, dovendo sopportare oneri finanziari che impediscono la riduzione delle imposte, ma in quantità molto più limitate rispetto al PIL e senza indebolire le garanzie. Potrebbero anche cedere quote di società partecipate, a questo scopo.
Quanto agli investimenti in infrastrutture, i vincoli non sono tanto di natura finanziaria quanto politica: project financing e/o project bond servirebbero molto meglio allo scopo. Il problema è riuscire a superare il localismo e gli interessi particolari (vedi i corridoi ferroviari e stradali, ma anche gli oleodotti).
Ciò che davvero preoccupa (e preoccupa molto i mercati finanziari) è il nanismo politico dei governanti europei, spaventati di perdere consenso e condizionati da troppi interessi particolari. Dicano con chiarezza come vorrebbero che fossero la UE e l’Eurozona, i tecnici per realizzare il disegno non mancheranno.

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