Perché dall’estero non investono in Italia?

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

Nei giorni scorsi ho potuto parlare con alcuni amici che si sono trasferiti in Germania per lavoro e mi hanno detto che, facendo due conti, le tasse che pagano (come IRPEF) più o meno quanto pagherebbero in Italia.

Partendo da questo punto viene da chiedersi perché dall’estero si investa poco in Italia e quali sono i problemi degli imprenditori italiani ad investire in Italia, rispetto ad altre nazioni come la Germania.

La risposta la forniscono alcuni studi internazionali secondo i quali quello che penalizza l’Italia davvero sono quattro punti: la complessità burocratica, la minore produttività, la lentezza nei trasporti e il digital divide.
In particolare il “Global Competitiveness report 2011-2012” del World Economic Forum afferma che, in Italia, l’indice di complessità del quadro legislativo relativo all’applicazione delle regole misura 125 punti, contro i 17 della Francia, i 60 della Francia, i 12 della Germania, i 13 della Spagna. Secondo la società di Consulenza McKinsey ogni posto di lavoro nelle imprese estere crea maggiore valore aggiunto e ricerca che nelle imprese nazionali, citando a supporto di questa affermazione i dati dell’Istat, la quale afferma che nel 2009 il valore aggiunto medio per addetto delle imprese (ovvero la produttività per addetto) è pari a 33.700 euro contro i circa 65.000 euro delle imprese estere. Inoltre, a fronte di una spesa di 600 euro per addetto in ricerca e sviluppo da parte delle imprese nazionali, le imprese a controllo estero ne spendono in media 2.100. Guido Meardi della McKinsey ha anche ricordato che rispetto ai principali partner europei l’Italia nel periodo 2005-2011 è stata la peggiore nella capacità di raccogliere i flussi netti di investimenti diretti esteri in entrata, pari all’1,0% del Pil contro il 4,8% del Regno Unito, il 2,4% della Francia, il 2,6% della Spagna e l’1,3% della Germania. E sugli altri due punti (ovvero trasporti e digital divide) cosa possiamo dire? Secondo Nando Volpicelli, amministratore delegato di Schneider Electric Industrie Italia le nostre infrastrutture sono ridotte ai minimi termini, e addirittura il costo di trasporto per unità di prodotto (al netto della benzina) dallo stabilimento di Rieti della multinazionale transalpina è «di due euro più caro rispetto al Sud della Francia». In questo campo il recente provvedimento del governo Monti per sbloccare 100 miliardi di euro da investire nelle infrastrutture potrebbe essere un toccasana decisivo, infatti nel 1970 eravamo al terzo posto in Europa per dotazione autostradale in rapporto agli abitanti, ora siamo al quattordicesimo.
Ma a livello generale la situazione delle infrastrutture in Italia è alquanto carente: l’Italia è stato il primo Paese europeo a sperimentare l’Alta velocità ferroviaria nel 1970, ma oggi siamo indietro a tutti, infatti la Spagna ha 3230 chilometri di linee veloci, contro gli 876 dell’Italia. E a che prezzo, sta avvenendo quel recupero: 48,9 milioni di euro al chilometro, a fronte dei 10,2 milioni della Francia e dei 9,8 della Spagna. Per quanto riguarda i porti (ricordiamo che il 70% del traffico merci, viaggia su mare), tutti i principali porti italiani, per i loro problemi strutturali, hanno visto transitare nel 2009 meno container (9 milioni 321 mila teu, l’unità di misura del settore) che nel solo scalo olandese di Rotterdam (9 milioni 743 mila teu). Se guardiamo alla rete informatica, le cose non migliorano, consideriamo che la classifica 2010 di netindex.com sulla velocità media delle connessioni internet collocava l’Italia al settantesimo posto nel mondo, dietro Georgia, Mongolia, Kazakistan, Thailandia, Turchia e Giamaica.

Indubbiamente i punti sopra individuati sono delle catene che limitano le capacità dell’economia italiana e proprio per questo il governo Monti sta coniugando il rigore a delle riforme che abbattano queste catene: 100 miliardi di investimenti nelle infrastrutture, la semplificazione nel mondo del lavoro, e l’agenda per colmare il digital divide sono tutte iniziative che permetteranno di rilanciare l’economia italiana nel mondo.

3 Commenti

Commenti

  1. Questo post è molto interessante e mette in rilievo alcuni problemi che gli italiani hanno ben presenti, perché devono affrontarli nella loro vita quotidiana.
    La complessità burocratica è una difficoltà ahimé ben nota. Un caso emblematico è quello un noto imprenditore fiorentino che, visti i tempi eccessivi per impiantare un nuovo sito produttivo in Toscana (dopo 18 mesi l’iter burocratico previsto dalle norme vigenti era ancora ben lontano dal terminare ) se n’è andato in Svizzera, dove dopo due mesi ha potuto dare il via all’edificazione del proprio stabilimento. E detto per inciso, non mi pare che il costo del lavoro in Svizzera sia inferiore al costo del lavoro in Italia.
    Meglio non parlare della rete autostradale, privatizzata quando poteva restare in mani pubbliche.
    E ancor meno vale la pena sprecare fiato sullo stato dell’infrastruttura di rete di Telecom.
    Sarebbe interessante analizzare più dettagliatamente le cause della bassa produttività. Ma, tema non menzionato nell’articolo, ancora più interessante sarebbe capire in questo senso il ruolo delle banche nel rilancio dell’economia.
    Lo Stato non può, da solo, sostenere la ripresa se non entrano in gioco gli istituti di credito che sostengano l’iniziativa imprenditoriale e finché non si imbocchi con decisione la strada per realizzare una effettiva perequazione sociale.

    Cordiali saluti


  2. Buongiorno, dott. Pezzati
    Io vorrei fare qua un “discursu a la fimminina”, ciò vuol dire semplice semplice e calandomi nel reale, pur per “sentito dire”.
    Se un giovane vuole aprire un’officina per la costruzione di verande, serrande, ecc. e fa richiesta di ottenere una licenza di lavoro, gli viene chiesto l’impossibile a cominciare dai wc a norma anche per i diversamente abili, alle finestre di aerazione, all’ampiezza del locale e così via. Questo ancor prima di cominciare a lavorare… con quali soldi dovrebbe realizzare per mettere in atto tutto ciò che gli viene chiesto, non si sa. Allora o apre abusivamente un’officina ed allora, nel caso la GdF cominci a interessarsi a lui farebbe prima a prepararsi la valigia per una visita non si sa quando lunga presso le patrie galere, oppure si mette in una lista d’attesa difficile da smaltire.
    Un altro caso: una giovane che lavora in Francia si mette in aspettativa presso il suo datore di lavoro francese, rientra in Italia nella speranza di poter aprire un posto dove si possano “parcheggiare” i bambini per qualche ora (il tempo per la mamma di andare dal parrucchiere, di fare la spesa, di andare a sostenere un colloquio di lavoro…), ebbene le strutture che vengono richieste sono enormi, gli arredi di cui si avrebbe bisogno sono senza numero e fine… (mi piacerebbe entrare nella casa di qualcuno che non ha mezzi per vedere se, prima di mettere al mondo un figlio, deve dimostrare di avere i giochi adatti, il fasciatoio, il gabinetto di piccole dimensioni per piccoli, ecc.
    Mi dice di contro un’amica che viaggia frequentemente che, a Londra, un buchetto in una via può essere trasformato in un locale come le nostre le friggitorie, e si apre dall’oggi al domani.
    Allora piuttosto che sottoporre i locali a visita obbligatoria da parte dell’ufficio d’igiene per la ricerca del “pelo nell’uovo”, ci si limitasse a constatare che il locale è sufficientemente pulito ed è sufficientemente aereato e tutto potrebbe essere a posto.
    Perchè per aprire un buco in Italia c’è tanta burocrazia? Non si vuole forse lasciar lavorare i giovani che ne hanno voglia?
    Una citoyenne


  3. gattestro, tu hai posto l’accento su un problema “complesso” quale è quello delle banche.
    Vi è secondo me, una complicazione inutile da parte della utorità italiane ed europee.
    Perchè dico questo?
    Semplicemente perchè ci troviamo da un lato a sentirci dire da tutte le autorità che le banche devono allargar ei cordoni della borsa e finanziare lo sviluppo, MA il giorno dopo le stesse autorità mettono vincoli di bilancio alle banche e dicono che le banche devono essere prudenti e salvaguardare la solidità patrimoniale.

    Da quanto sopra noi vediamo che abbiamo due mandati contrapposti: da un alto, vi è l’ordine “prestate il denaro”, dall’altro “non prestate il denaro e badate alal soldiità patrimoniale”…

    finchè non si chiarisce questo punto, le banche saranno come i protagonisti della commedia “aspettando godot”, ovvero immobili.




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