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Ilva, Parlamento chiamato a un attento esame. Lettera al direttore Roberto Napoletano, pubblicata sul Sole24Ore.

postato il 6 giugno 2013

Caro Direttore,

sarebbe fatale se le imprese estere che sono presenti in Italia o che potrebbero investire nel nostro Paese avessero da temere da una forma non chiara di intervento dello Stato che limiti la libertà economica. Il provvedimento del governo su Ilva rappresenta un “brutto precedente” come denunciato ieri da queste colonne? Una ipotesi simile non può neppure essere presa in considerazione. L’interesse nazionale è una categoria politica che stenta ad affermarsi nel dibattito ma non può sfuggire a nessuno che abbia ruoli nelle istituzioni repubblicane. Il compito del governo non è quello di intromettersi in un procedimento giudiziario (ancora nella fase delle indagini preliminari). Piuttosto, l’esecutivo deve garantire che i soggetti economici operanti in Italia corrispondano ai loro doveri senza che vengano calpestati i loro diritti. In questo senso, i contenuti del decreto legge varato dal governo dovranno essere esaminati con particolare attenzione dal Parlamento. Va sventato il rischio dell’esproprio di fatto e anche quello della manleva per decreto. Soprattutto è doveroso per il legislatore evitare che per inseguire un presunto beneficio sul presente si determini un danno sicuro per il futuro. Chi potrebbe garantire che un domani, con motivazioni ambientali non supportate neppure da una sentenza, si determini un vulnus così grave del principio della libertà di impresa? La tutela dell’ambiente e della salute è un valore sul quale non si discute, ma non si può accettare che questi valori siano utilizzati come un grimaldello per minare la capacità produttiva del Paese.
Le imprese estere, così come quelle italiane, è giusto che sappiano che il governo – nel rispetto delle leggi – non è disponibile a vedere compromesso il suo Pil ed il suo tesoro che deriva dall’essere fra le prime potenze manifatturiere in Europa. È stata la linea del governo Monti (sostenuta a larghissima maggioranza dal Parlamento) e deve essere la linea del governo Letta, senza ingenerare equivoci di sorta. Chi investe da noi può avere consapevolezza che non resterà in mezzo al guado e che la difesa e la promozione dell’interesse nazionale passa anche dal riconoscimento dei settori economici strategici, come è appunto lo stabilimento Ilva di Taranto.
Il decreto deve essere oggetto di una riflessione critica e non escludo che il Parlamento possa intervenire con una indagine conoscitiva ad hoc su quanto accaduto a Taranto.
Intanto, è fondamentale che il nostro Paese ponga, anche e soprattutto in sede europea, il tema di una più efficace ed armonica regolamentazione degli aspetti ambientali e sanitari nell’ambito delle attività produttive. Il principio che deve essere chiaro è doppio: senza imprese non può esserci nè sviluppo nè occupazione e, allo stesso modo, Italia e Ue non possono competere sui mercati globali se non scommettendo sulla sostenibilità. Ilva deve essere, in questo senso, l’occasione di un bel precedente. Oggi può sembrare una illusione ma dobbiamo crederci e riuscirci.

Pier Ferdinando Casini, presidente Commissione Affari esteri – Senato

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Il nostro impegno per una nuova politica agricola

postato il 13 febbraio 2013

di Mario Pezzati

Ieri, Pier Ferdinando Casini e il Ministro delle politiche agricole, ora nostro candidato alle prossime elezioni per la Camera dei Deputati, Mario Catania hanno incontrato la Coldiretti, nell’ambito di un ciclo di incontri e dibattito sul documento che proprio la grande associazione dei Coltivatori diretti ha preparato, dal titolo “L’Italia che Vogliamo”.

Proprio Mario Catania, che nel suo anno di Governo ha combattuto un’ottima battaglia in difesa del comparto agricolo italiano – difendendo in Europa gli agricoltori onesti e dismettendo la politica di acquiescenza sulle quote latte portata avanti dalla Lega, ha affermato che il negoziato condotto da Monti in sede UE è stato ottimo, perché ha ribaltato il pessimo accordo raggiunto nel 2005 da Berlusconi, che penalizzava l’Italia con un saldo negativo di 6 miliardi di euro. Grazie al Governo Monti, invece, anche se abbiamo perso qualcosa sugli aiuti diretti, è pur vero che abbiamo guadagnato tantissimo sul sostengo allo sviluppo rurale che è la vera sfida che può fare crescere ulteriormente l’agricoltura in Italia (mentre resta aperto il tema della contribuzione netta italiana, visto che non sappiamo usare bene i fondi europei che spesso tornano indietro, mentre dovrebbero essere uno stimolo fondamentale della nostra politica economica).

A tal proposito, Catania ha giustamente sottolineato che per aiutare gli agricoltori si deve distinguere a livello fiscale tra chi è agricoltore “attivo” e chi semplicemente possiede la terra, ma non è un imprenditore agricolo.

Tra le varie proposte di Catania e dell’Udc, merita menzione particolare quella per la certificazione “all’origine” dei prodotti agricoli, che permetterebbe di rilanciare il vero made in Italy e impedirebbe i furti di identità da parte di quei prodotti che di italiano non hanno nulla e sono fatti con prodotti stranieri.

Altro punto fondamentale è concentrare tutte le risorse disponibili verso gli agricoltori veri, e per quanto riguarda la regionalizzazione si deve procedere in maniera certosina per evitare strappi che danneggiano questa o quella azienda. Infine c’è da riscrivere la politica economica per il Mezzogiorno, che in questi anni è stata fallimentare, in quanto ha privilegiato una industrializzazione a forte impatto ambientale, e ha dato mano libera alla speculazione edilizia.

Pier Ferdinando Casini ha sottolineato la grande competenza, universalmente riconosciuta, di Mario Catania, che proviene da questo mondo e che meglio di tanti altri ne comprende le esigenze di sviluppo futuro.

Proprio Casini ha ricordato che “o il comparto agricolo diventa una delle priorità del paese, perché è una chance di questo paese, o perdiamo una grande occasione”. Per questo è fondamentale puntare ad un agroalimentare che parli il linguaggio del territorio, che sia alfiere della italianità e che sia da argine all’illegalità, alle frodi, alle cattive abitudini alimentari. Per riuscirci, è fondamentale rilanciare il tema della tracciabilità dei prodotti, rendendo al contempo il Ministero per le politiche agricole un ministero fondamentale e portante per la politica economica italiana.

Altro punto fondamentale, portato avanti da Casini è il taglio della spesa pubblica per alleggerire il peso fiscale: obiettivo che si raggiunge con proposte concrete e non con slogan e facili illusioni. Questo perché, mentre noi proponevamo di ripensare, snellendola, la macchina dello Stato (vedi abolizione delle province), gli altri, tutti presi dalla febbre del federalismo (Pd compreso), hanno preso ad inseguire la Lega sul sogno del federalismo fiscale. Con il risultato di aver causato una gran confusione amministrativa e di aver raddoppiato i centri di spesa raddoppiati (visto che, in dieci anni, complice la riforma del Titolo V, il falso federalismo leghista ha fatto aumentare le tasse del 50%, con le imposte pagate da cittadini e imprese aumentate del 31,6%, mentre le richieste dello Stato centrale non sono diminuite). Come costruire una casa senza fondamenta!

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La politica ambientale in Italia e nel resto del mondo: numeri a confronto

postato il 9 novembre 2012

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

È indubbio che per potere attuare delle politiche ambientali bisogna non solo imporre normative contro l’inquinamento (e l’Europa in questi anni ha dato vita ad una normativa antiinquinamento tra le più rigide nel mondo), ma bisogna anche promuovere azioni tese all’utilizzo di carburanti ecologici, all’utilizzo di materiali per il risparmio energetico, il riciclaggio e sviluppare una “cultura verde” nei cittadini. Per fare tutto ciò, ovviamente, occorrono soldi, molti soldi e solamente uno Stato può permettersi di finanziare in maniera compiuta queste attività.

E qui sorge la domanda: come si comporta l’Italia rispetto ad altre nazioni?

È una domanda importante, perché questo settore non conviene solo per tematiche ambientali, ma anche per tematiche “economiche” in quanto può rappresentare un interessante traino per l’economia e il lavoro, basti pensare al mercato, che si è aperto solo negli ultimi due-tre anni, del riciclaggio delle terre rare (attualmente esportate solo dalla Cina e fondamentali per tutti i prodotti tecnologici che usiamo).

Uno dei provvedimenti recenti varato dal governo italiano è il “Fondo Kyoto” che è stato finanziato per 600 milioni di euro, e ha lo scopo di promuovere investimenti pubblici e privati per l’efficienza energetica nel settore edilizio e in quello industriale; diffondere piccoli impianti ad alta efficienza per la produzione di elettricità, calore e freddo; impiegare fonti rinnovabili in impianti di piccola taglia; la gestione sostenibile delle foreste; la promozione di tecnologie innovative nel settore energetico. Altro punto interessante è quello delle energie rinnovabili, soprattutto alla luce degli obblighi assunti dall’Italiaper arrivare a centrare il traguardo che l’Unione europea (e l’Italia) si è data con l’obiettivo 20-20-20, cioè entro il 2020 diminuire del 20% le emissioni di CO2, aumentare del 20% l’efficienza energetica e produrre il 20% dell’energia da fonti rinnovabili. Al di là degli obblighi assunti, dobbiamo considerare che il mondo delle energie rinnovabili è una risorsa da esplorare: i benefici netti delle rinnovabili stimati al 2030 sono pari 76 miliardi di euro, divisi fra maggiore occupazione (+130.000 posti di lavoro entro il 2030), diminuzione dell’importazione di combustibili fossili, export netto dell’industria e riduzione del prezzo di picco dell’energia, come è affermato da uno studio condotto dall’Osservatorio internazionale sull’industria e la finanza delle rinnovabili presieduto da Andrea Gilardoni, dell’Università Bocconi, e realizzato con il supporto di Anev, Aper ed Enel Green Power. A proposito di Enel Green Power, segnalo che entro il 2015 entrerà in funzione la prima centrale termodinamica al mondo con tecnologia a sali fusi, che avrà rendimenti doppi rispetto alle attuali centrali fotovoltaiche e senza i problemi legati allo smaltimento dei pannelli fotovoltaici (questa centrale e tutto il lavoro di ricerca e sviluppo dietro, è stato finanziato in parte da Enel Green Power e in parte dallo stato italiano). Nonostante questo primato osserviamo che nella classifica legata alla capacità diattrarre investimenti nel settore delle rinnovabili siamo solo sesti peggiorando la nostra posizione, visto che nel 2010 eravamo quinti, e questo grazie ad una generale riduzione dei finanziamenti statali in tutta Europa e in particolare in Italia.

Migliora, anche se non di molto, la classifica italiana se ristretta al comparto fotovoltaico: quarto posto per l’Italia nel segmento dell’energia solare. Al vertice delle classifiche la Cina, mentre il secondo posto del podio spetta agli USA (grazie alle notevoli detrazioni fiscali per i progetti sulle rinnovabili, che sono in scadenza per fine 2012). Quello che penalizza l’Italia è da un lato un quadro normativo che cambia ogni anno e il prospettato taglio agli incentivi nei prossimi anni. Di contro, nel resto d’Europa, per ovviare al taglio dei finanziamenti statali si procede con una politica “dal basso”, ovvero impianti posseduti e gestiti da piccole comunità locali. Ad esempio in Germania e Danimarca, abbiamo un gran numero di impianti eolici gestiti da piccole comunità locali che si apprestano a soppiantare i grandi impianti nazionali; nel Regno Unito si assiste allo sviluppo di un analogo fenomeno, aiutato anche dalle riduzioni fiscali previste dal Governo per i progetti che vedono coinvolti due o più comunità locali.

Fuori dall’Europa è da segnalare il programma canadese ComunityFeed-In Tariff, rivolto a organizzazioni non profit, cooperative e municipalità, che sta avendo un successo senza precedenti. Se andiamo nello specifico osserviamo che la Cina è il paese dove il settore delle rinnovabili ha una maggiore capacità di attrazione di investimenti, in particolare per l’eolico offshore. Dopo la Cina, come abbiamo detto, vi sono gli Usa, grazie all’impegno preso dal Governo per installare 10 GW da rinnovabili su terreni pubblici oltre all’ipotesi di rinnovo del programma di detrazioni fiscali per i progetti sulle rinnovabili. Al terzo posto troviamo la Germania grazie all’approvazione a inizio 2012 di una nuova legislazione che garantisce di vendere l’energia rinnovabile direttamente ai consumatori e di accedere così a due vantaggi: il primo è la differenza tra la tariffa incentivante e il prezzo mensile medio a cui viene scambiata l’energia, il secondo è legato alla compensazione dei costi per la vendita dell’energia stessa. Dopo la Germania, troviamo l’India,grazie ai 400 MW di energia rinnovabile connessi nel 2011, e la Gran Bretagna che sta finanziando la creazione di un grande parco eolico offshore. Per l’Italia, il settore che attira maggiori investimenti è il fotovoltaico (seguono la geotermia e l’eolico onshore). Tra le sorprese “negative” spicca la Spagna che è uscita dalla top ten dei paesi con maggiori finanziamenti per le energie rinnovabili, a causa della sospensione degli incentivi per gli impianti di nuova costruzione. Anche l’Italia ha tagliato parecchio, ricordiamo che recentemente è stato annullato l’incentivo per la bonifica dell’amianto, una misura che ha consentito di bonificare 12 milioni di metri quadrati circa di tetti, che ospitano ora 1100 megawatt di energia elettrica pulita. Su questa situazione così diversa da stato a stato, interverrà a breve l’Unione Europea che, a giugno 2012, ha fatto sapere di essere intenzionata a sostituire i finanziamenti erogati dai singoli stati, con un corpus normativo unico a cui farà da contraltare una politica energetica europea che armonizzi le varie sovvenzioni.

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Se i consumatori sono costretti a pagare i costi di investimenti sbagliati

postato il 27 luglio 2012

“Riceviamo e pubblichiamo” di Giovanni Portonera

Qualche giorno fa la Camera ha approvato, all’interno del decreto sviluppo, un emendamento bipartisan che introdurrà il capacity payment, una remunerazione degli impianti calcolata in base alla potenza messa a disposizione e non alla semplice produzione. Si tratta di un salvagente per le centrali termoelettriche messe in difficoltà in questi mesi dall’alta penetrazione delle fonti rinnovabili, in particolare il fotovoltaico, che ormai sono arrivate a produrre kwh a costi minimi e con priorità di dispacciamento.

Le fonti rinnovabili sono però intermittenti e non programmabili, quindi è necessario tenere centrali termoelettriche a ciclo combinato in funzione, pronte a riequilibrare il sistema elettrico in caso di mancanza di approvvigionamento da energia verde. I costi saranno pagati però dai consumatori e la bolletta potrebbe subire un aumento di 500-800 milioni di euro, con un carico maggiore per le pmi e le famiglie. Questo senza contare che nel mercato elettrico italiano c’è una sovraccapacità di circa il 30%, che in questo momento non serve ai consumatori: con il capacity payment questa potenza in eccesso verrà remunerata e per il consumatore si tratterà di una doppia beffa, perché si tratterebbe di un prelievo oneroso per un bene di cui non ha bisogno.

A cosa si deve questa situazione di stallo? Principalmente alla mancanza di un serio piano energetico nazionale, più volte chiesto dagli operatori del settore, e da scelte avventate – e alla prova dei fatti, non proficue – di imprenditori che, pur consapevoli della possibile espansione del settore delle rinnovabili, hanno continuato a fare investimenti sbagliati. Infatti le centrali termoelettriche dovrebbero lavorare per circa 5000 ore  per ripagare i costi fissi: oggi, però, ne lavorano per 3000-4000 a causa del fotovoltaico e per rifarsi dei mancati guadagni alzano il prezzo dell’energia durante le ore serali in modo ingiustificato. Un comportamento economico, suicida e ingiustificato, oltre che inaccettabile per i consumatori.

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La siccità mette in ginocchio il Nordest

postato il 5 aprile 2012

“Riceviamo e pubblichiamo” di Maurizio Isma

Mentre parte del Paese era alle prese con straordinarie nevicate il Nordest ed in principal modo la provincia di Belluno si apprestava a vivere l’emergenza siccità più lunga dell’ultimo mezzo secolo.

Il perdurare delle anomale condizioni meteorologiche, 79 mm di pioggia negli ultimi quattro mesi contro i 409 dello stesso periodo dell’anni precedente (fonte Castionmeteo.it), hanno determinato una situazione di grave insufficienza nei bacini idrici dei corsi d’acqua ed hanno spinto, dopo numerose richieste, il presidente Luca Zaia con propria ordinanza a dichiarare lo stato di crisi idrica su tutto il territorio veneto.

Quella di Zaia non è però l’unica iniziativa, da tempo ormai la regione ha vietato l’accensione di fuochi liberi e molti comuni sono corsi ai ripari con ordinanze contro gli sprechi d’acqua che non sempre vengono però rispettate.

Ma questa è solo la punta dell’iceberg in quanto già da settimane in alcuni comuni montani  l’acqua arriva con le autobotti a causa  della siccità, ma anche della rete idrica che spesso presenta perdite dovute al fatto che, come affermato dal sindaco di Sovramonte Federico Dalla Torre, “col disgelo il terreno si muove, e condotte vecchie di decine d’anni si rompono”.

Se le utenze domestiche sono a rischio bisogna anche ricordare che l’acqua dei fiumi e dei laghi di montagna, ormai a secco, serve per l’irrigazione delle colture in pianura oltre che per la produzione di energia elettrica con le decine di centraline sparse per il territorio, infatti l’Enel ha comunicato che la siccità in Veneto ha comportato da inizio anno una riduzione della produzione da fonte idroelettrica di circa il 40% rispetto alla media del periodo. Inoltre i laghi sono un’attrattiva per i numerosi turisti che vogliono godere della bellezza delle Dolomiti patrimonio dell’umanità e il vederli vuoti oltre al problema non secondario della moria della fauna ittica, rivoluziona il paesaggio danneggiando ulteriormente questo settore già messo a dura prova dalla scarsità delle nevicate invernali che hanno reso difficile l’innevamento delle piste da sci.

Quella che perciò può sembrare un’emergenza circoscritta a pochi comuni è invece una situazione che coinvolge milioni di cittadini con ripercussioni oltre i confini regionali.

Al fattore meteorologico sul quale l’uomo, oltre a cercare di rispettare di più l’ambiente, non può far nulla ( nonostante il servizio wheathercontrol di Google) si aggiungono gli immancabili piromani che si divertono ad appiccare incendi, che per essere spenti necessitano di ulteriore acqua che va a ridurre le portate delle falde e di conseguenza ad acuire l’emergenza.

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Quando la natura alza la voce

postato il 8 febbraio 2012

“Riceviamo e pubblichiamo” di Roberto Dal Pan

A voler ben guardare, si individua facilmente un comune filo rosso che collega i disagi di questi ultimi giorni con mezza Italia sotto la neve ed i terribili momenti delle alluvioni in Liguria e Toscana; anzi, seguendo quel filo comune si risale ancora indietro nel tempo passando di disastro in disastro fino ad attraversare tutta la nostra penisola in lungo ed il largo.

Il denominatore comune di quasi tutte le calamità naturali degli ultimi anni è sempre lo stesso: il progressivo abbandono del territorio e l’allentamento delle tutele una volta riservate ai terreni anche nelle aree a minor inurbamento. Persino in occasioni delle recenti copiose nevicate, non è fuori luogo considerare la questione della prevenzione sul territorio; logicamente non si può pensare di prevenire le nevicate, è pero del tutto legittimo pensare di prevenire catastrofi originate da una cattiva gestione dell’ambiente cittadino o rurale, affinché il malgoverno dei territori non finisca per peggiorare una situazione già critica.

D’altronde un collegamento simile era già stato evidenziato nell’editoriale pubblicato sul numero 6/2011 della rivista “Energia, Ambiente ed Innovazione”, bimestrale dell’ENEA, dal significativo titolo “Quando la natura alza la voce”; nell’articolo infatti si parlava profeticamente di “città resilienti, cioè in grado di resistere ad alluvioni, ondate di calore, nevicate eccezionali”. Anche in quell’editoriale si rilevava infine come l’imputato numero uno fosse sempre il cambiamento climatico pur se in realtà i dati ben indicassero nell’urbanizzazione spesso selvaggia, quando non abusiva, e nell’abbandono del territorio i veri responsabili dei disastri ambientali.

A dimostrazione di un comune sentire che pervade ambito molto diversi, un recentissimo comunicato di FedAgri – Emilia Romagna, emesso in seguito alle recenti nevicate, segnala lo stato di grande preoccupazione per le aziende agricole dei territori dell’Appennino Alto-Romagnolo individuate quali “indispensabile presidio territoriale e di tutela ambientale”, usando quindi quasi le stesse parole dell’articolo citato poc’anzi.

In molte parti del nostro Paese, territori che grazie all’agricoltura avevano visto in passato lunghe fasi di ricchezza hanno poi vissuto il decadimento ed il conseguente abbandono della gestione di corsi d’acqua, dei canali e delle strade silvo-pastorali, diventando quindi terreno ideale per frane ed eventi alluvionali; senza contare che la mancata manutenzione dei boschi e dei pascoli mette il territorio nelle condizioni di non essere in grado di sopportare eventi climatici improvvisi e violenti.

In questo panorama veramente preoccupante, piace però rilevare come finalmente pare di poter esprimere un cauto ottimismo di fronte alle recenti notizie che giungono dal nuovo Ministro dell’Ambiente Corrado Clini, che ha recentemente sbloccato una parte consistente di finanziamenti finalizzati proprio alla prevenzione del dissesto idrogeologico. Speriamo veramente che questa rinnovata attenzione anche da parte ministeriale segni un nuovo inizio nel modo di gestire il territorio e le sue problematiche; speriamo davvero che la natura, per farsi sentire, non debba alzare la voce un’altra volta.

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Rischio idrogeologico, non bastano generici impegni

postato il 27 ottobre 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

E’ notizia di queste ore che i cittadini del Veneto colpiti dall’alluvione un anno fa, si sono visti rifiutare le richieste di polizze dalle compagnie assicurative perché “non è stato fatto abbastanza per mettere in sicurezza il territorio veneto da una nuova alluvione” .
In pratica, i cittadini dei comuni colpiti volevano stipulare delle assicurazioni contro i rischi atmosferici ed eventi come le alluvioni, ma nessuna compagnia assicurativa è disposta ad accettare il rischio, ignorando così la lettera che Zaia, presidente della regione Veneto, aveva scritto questa estate indirizzandola proprio alle compagnie assicurative, per spingerle a stipulare queste assicurazioni.

Pur comprendendo le esigenze dei cittadini, che sono legittime e giuste, non si può neanche dare torto alle compagnie assicurative, perché il governo italiano da anni taglia i fondi destinati alle opere per il contenimento e la riduzione dei rischi legati ad alluvioni e frane.

Questo problema non riguarda solo il Veneto, ma tutta l’Italia come giustamente ricorda il deputato dell’Udc Mauro Libè quando afferma che nel nostro paese ben 6.000 comuni sono a rischio idrogeologico di cui 1700 a rischio frana e 1285 a rischio alluvione (i restanti comuni rischiano sia frane che alluvioni) .

Intervenire per risolvere il problema è possibile, come avevamo già detto un anno fa, e volendo dare una idea delle cifre: basterebbero spendere circa 44 miliardi di euro per eliminare quasi ogni rischio come sostiene il geologo Zampetti.

Sembra una cifra enorme, ma non lo è se consideriamo che lo Stato italiano ha speso dal 1994 al 2004 ben 20 miliardi di euro per i danni prodotti da frane e alluvioni (e se aggiungiamo le cifre spese negli ultimi 7 anni, raggiungiamo e superiamo la cifra dei 40 miliardi di euro).

Ma non è solo questo, perché per la messa in sicurezza e gli interventi più urgenti, basterebbero 4,1 miliardi di euro per evitare la maggior parte dei danni e dei costi successivi, ed è perfettamente inutile che il ministro Prestigiacomo faccia bella mostra di sé, affermando che bisogna “attuare subito il piano anti-dissesto idrogeologico. Ciò che è accaduto è l’ennesima, e temiamo non ultima, conseguenza di una condizione di dissesto del territorio”.

Dico che è inutile questa affermazione perché il ministro dovrebbe sapere che questo governo ha stanziato appena 55 milioni di euro per tutta l’Italia per prevenire i disastri idrogeologi. Con quali soldi il ministro pensa di finanziare questi interventi?

 

 

 

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Referendum, i due quesiti sull’acqua

postato il 8 giugno 2011

A pochi giorni dal voto sui referendum provo ad esporre e riassumere i due quesiti sull’acqua, le posizioni e gli effetti dell’eventuale vittoria dei Sì e del raggiungimento del quorum.

PRIMO QUESITO:

Il primo quesito proposto dai promotori dei referendum incide sull’art. 23 bis del decreto Ronchi, che riguarda tutte le liberalizzazioni dei servizi pubblici locali (acqua, ma anche rifiuti e trasporti).

Provando ad entrare un po’ nel merito, e lasciando quindi da parte la retorica dell’acqua che passerebbe ai privati (Il decreto Ronchi riafferma invece che l’acqua, e ovviamente le infrastrutture, rimangono di totale proprietà pubblica), il decreto Ronchi si occupa di liberalizzare la gestione dei servizi pubblici, cercando di favorire una gestione sempre più industriale di servizi e beni comuni così importanti. Lo fa perché lo dice il buonsenso, la normativa europea e un percorso politico degli ultimi vent’anni, portato avanti anche e principalmente dal centro-sinistra (guarda un po’ anche dall’ex ministro Di Pietro).

Il decreto Ronchi spinge per le liberalizzazioni ma non dà, come invece falsificano i promotori, la gestione ai privati. Piuttosto la novità vera sta nella procedura ad evidenza pubblica, che i Comuni devono mettere in atto per scegliere il gestore. Le possibilità di affidamento del servizio, che il decreto Ronchi prevede sono le seguenti:

– assegnare la gestione del servizio pubblico locale tramite gara ad evidenza pubblica, a cui possono partecipare società private, società miste, società totalmente pubbliche (cioè le attuali municipalizzate);

– dare la gestione del servizio senza fare la gara ad evidenza pubblica ad una società pubblica o mista, sempre che questa faccia entrare il privato almeno al 40% delle quote e questo privato sia scelto tramite gara ad evidenza pubblica;

– esiste infine una terza ipotesi, in cui le società potranno mantenere l’ipotesi “in house”, ma in deroga, qualora si dimostrasse la specificità di un territorio che non preveda le condizioni per mettere in atto le liberalizzazioni.

Considerazioni: Insomma alla fine le soluzioni liberalizzatrici sono “parecchio all’italiana” che, per un liberale come me, portano a dire che il decreto Ronchi sia stato anche troppo morbido, non a caso la proposta del ministro On. Linda Lanzillotta del governo Prodi, affossata per le divisioni interne e la crisi prematura del governo, era ancora maggiormente liberalizzatrice.

Le municipalizzate totalmente pubbliche, se efficienti, insomma non si capisce cosa dovrebbero temere da gare trasparenti: credo sia molto probabile che queste siano le favorite a vincere la gara, essendo da anni gestori del servizio. Se non la vincono è evidente che sono talmente inefficienti, che è giusto che altri, privati, misti o totalmente pubblici, gestiscano il servizio al loro posto.

SECONDO QUESITO:

Il secondo quesito, quello della determinazione della tariffa, è ancora più paradossale, assurdo e demagogico: prevede infatti, tra i vari aspetti che portano alla determinazione della tariffa, l’abrogazione dell’adeguata remunerazione del capitale investito. Sarebbe quindi come chiedere che a gestire la risorsa idrica sia un’associazione di volontariato no profit. E qui non c’è un problema di pubblico e privato (non a caso qualche Sindaco furbacchione su questo quesito ha dichiarato il proprio No). La remunerazione sul capitale investito è fissata al 7%. Non so se è troppo, ho scoperto solo che questa soglia fu scelta proprio qualche anno fa dal ministro Di Pietro.

PRINCIPI CHE STANNO DIETRO A CHI E’ A FAVORE DEL REFERENDUM:

Il principio culturale che sta dietro al movimento del sì, movimento che va riconosciuto è riuscito a mettere in atto un forte coinvolgimento popolare dal basso, è che l’acqua (e gli altri servizi pubblici locali, di cui non parlano) debba essere gestita direttamente dal Comune, senza tra l’altro una logica industriale ed economica (visto il secondo quesito).

PRINCIPI CHE STANNO DIETRO A CHI E’ CONTRARIO AL REFERENDUM

I contrari ai referendum invece pensano che tornare ad una gestione diretta, oltre che sbagliata da un punto di vista culturale, sia insostenibile da un punto di vista economico. Nei servizi pubblici locali (acqua, trasporti, rifiuti) si parla di 120 miliardi di euro di investimenti da fare nei prossimi anni e questi dovrebbero essere trovati nelle casse comunali. Avremmo quindi un sistema al collasso, zero investimenti o un netto aumento della fiscalità generale.

COSA SUCCEDE SE VINCE IL SI:

se vince il si ai due referendum sull’acqua, si aprirebbe probabilmente un vuoto  normativo; a coprirlo sarà la  normativa europea, che per la concorrenza e la trasparenza impone che gli affidamenti dei servizi pubblici locali non siano dati “direttamente” al gestore pubblico o privato che sia. Sicuramente il privato non può essere, per legge, escluso dalla gestione dei servizi pubblici. Naturalmente, l’ho già detto, nessuno, privato o pubblico che sia, farà gli investimenti necessari.

RIFLESSIONI CONCLUSIVE:

Io credo che comunque, privati o pubblici, sia importante provare (e questo il decreto Ronchi in parte lo fa) ad incidere sul problema centrale che oggi esiste intorno alle finte liberalizzazioni: dividere cioè il controllore (cioè chi pianifica, sceglie i piani industriali, affida il servizio e controlla) dal controllato (cioè chi gestisce il servizio). Oggi nel sistema misto, ad esempio quello toscano, è molto difficile, in quanto le municipalizzate si sono trasformate in pseudo Spa, con la politica che ancora è pienamente dentro la gestione.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Carlo Lazzeroni

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Tariffe regionali sull’acqua minerale

postato il 31 marzo 2011

Legambiente e Altreconomia hanno stilato un dossier sul business delle acque minerali e sull’impatto che ha sull’ambiente e sulla tasca del cittadino. La situazione attuale è grave: molte regioni regolano la materia con norme emanate dal re d’Italia, come Molise e Sardegna, e altre con leggi degli anni ’70 come la Liguria. Disposizioni di legge non più capaci di regolare efficacemente un settore dinamico e ricco come quelle delle acque imbottigliate. C’è una legge nazionale del 2006 che prevede determinati criteri di tassazione per lo sfruttamento delle risorse idriche regionali, ma poche regioni si sono allineate, altre hanno peggiorato la propria legislazione e altre restano immobili.

La legge nazionale prevede tre regimi di tassazione: almeno 30 euro per ettaro o frazione di superficie concessa; da 1 a 2,5 euro per metro cubo o frazione di acqua imbottigliata; da 0,5 a 2 euro per metro cubo o frazione di acqua utilizzata. Basandoci su questi parametri, possiamo dire quale regione si è allineata a dei parametri più o meno equi. Negli ultimi 5 anni, 13 regioni hanno approvato nuove discipline in merito. Legambiente e Altreconomia bocciano, a causa del loro criterio di pagamento ad ettaro, le regioni Liguria, Molise, Emilia Romagna, Sardegna, Puglia. In più bocciano la Basilicata, il Piemonte e la Campania perché applicano canoni in funzione dei volumi d’acqua imbottigliati, che sono però inferiori ad un euro a metro cubo. L’associazione ambientalista e la rivista chiedono essenzialmente: una revisione al rialzo, almeno fino ai livelli stabiliti dalla legge nazionale del 2006, dei canoni di concessione e una doppia imposizione, sia in base alla superficie sia in base ai metri cubi prelevati.

Qualche dato potrebbe aiutarci a capire meglio: nel 2009 le sorgenti italiane hanno prodotto 12,4 miliardi di litri di acqua, pari a 2,3 miliardi di euro di giro d’affari. Per imbottigliare questa marea d’acqua occorrono 350 mila tonnellate di plastica, cioè circa 700 mila tonnellate di petrolio per un’emissione totale di 1 milione di tonnellate di CO2. Non tutta l’acqua è imbottigliata in plastica, ma all’incirca il 78%, di cui solo un terzo viene riciclato. In più, l’85% dell’acqua minerale imbottigliata viaggia su gomma, con il conseguente inquinamento, e solo il restante 15% viaggia su rotaia.

Aumentando le tariffe diminuirebbe la produzione di acqua minerale, il conseguente aumento dei prezzi al consumo e una diminuzione della domanda che porterebbe a quattro principali benefici: un minor utilizzo di bottiglie di plastica, minori camion addetti al trasporto delle casse d’acqua dal nord al sud e dal sud al nord Italia, un minor sfruttamento della falde sotterranee con un conseguente riequilibrio del sistema e un maggior introito per le casse regionali.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Antonio Di Matteo

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“Prima il Veneto”… ma Zaia si è dimenticato della montagna veneta

postato il 22 febbraio 2011

“Prima i veneti” recitavano gli i manifesti elettorali di Luca Zaia. Intanto è stato negato un assessorato ad un bellunese, la promessa di occuparsi in prima persona della provincia di Belluno e dell’intera montagna veneta non è stata mantenuta, Hanno saputo solo sbandierare il federalismo come cura di ogni male del nostro territorio, senza però dire che non toccherà i privilegi dei vicini autonomi e che l’unica certezza è l’aumento delle tasse.

Prima il Veneto… ma quando ci sono da discutere i tagli alle regioni il nostro Presidente diserta i tavoli, e capita che in due anni la nostra regione perderà circa 800 milioni di euro a beneficio di Roma Capitale o, come piace chiamarla ai leghisti “Roma Ladrona”. Eppure il nostro Presidente Zaia non manca mai quando c’è da mangiare, con i colleghi Ministri della Repubblica con immancabile fazzolettino verde, polenta e pajata.

Prima il Veneto… è questi giorni l’ennesimo schiaffo alla montagna veneta, che già soffre la concorrenza dei vicini a statuto autonomo, con la ripartizione dei fondi per i comuni montani che assegna al nostro territorio solo il 2,66% dei circa 16 milioni e mezzo di euro disponibili, insomma, solo le briciole mentre la fetta più cospicua della torta è andata a Campania e Calabria rispettivamente con 28,97% e 17,51%, territori che hanno avuto già molti contributi in passato e la cui montagna non è paragonabile a quella alpina.

Qualcuno, come il Presidente della Provincia di Belluno Bottacin si chiede come mai ci siano tutte queste proteste e ricorda che l’assegnazione avviene sulla base della cosiddetta “spesa storica”(un meccanismo arrugginito che premia gli sperperatori), oppure qualcun’altro cerca di giustificarsi dicendo che il Veneto è una delle regioni con la più alta percentuale di territorio pianeggiante, dimenticandosi, incredibilmente, di una provincia interamente montuosa.

Si tratta solamente di scuse. La Lega che governa a Belluno, Venezia e Roma dovrebbe, invece di giustificarsi, spendere le proprie energie per modificare questi meccanismi che tanto critica.

Qualcuno sicuramente leggendo queste righe penserà: “è colpa dell’UDC che non ha fatto passare il federalismo fiscale”. A questa obiezione sinceramente rispondo che l’UDC fa  il suo “mestiere” di opposizione, mentre stupisce che Pdl e Lega, che sono al governo, diano sempre la colpa agli altri per i loro errori e le loro negligenze.

Mi piacerebbe nei prossimi giorni sentire qualche leghista alzare la voce, magari a Roma o ad Arcore, in difesa del proprio territorio, invece di piangersi addosso ed addossare le colpe al sistema ereditato da chissà quale governo passato. Non ci si può scandalizzare se alcuni comuni od un’intera provincia vogliono lasciare il Veneto per andare col Trentino Alto Adige o col Friuli, se ci si ricorda di loro solo nei due mesi di campagna elettorale mentre in concomitanza con il voto di fiducia si riesce a far sbloccare 750 milioni euro e la gestione del Parco dello Stelvio.

É ora che gli amministratori locali di questi territori montani, di qualsiasi schieramento,  facciano sentire la loro voce, unendo le forze con quelli lombardi e piemontesi che certamente non se la passano meglio e chiedere un vero federalismo, per non far morire il nostro territorio.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Maurizio Isma

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