postato il 1 Dicembre 2015 | in "Esteri"

«Giusta la linea del premier rimettiamo in gioco Mosca»

11370467404_f60a564cea_oL’intervista di Gerardo Pelosi a Pier Ferdinando Casini pubblicata sul Sole 24 Ore

Sostiene con convinzione la linea prudente di Matteo Renzi e del suo Governo nella coalizione anti Isis, insiste sulla necessità di avere chiari gli obiettivi per il dopo raid e guarda con attenzione a una futura posizione di leadership dell’Italia nella stabilizzazione della Libia. Ma è soprattutto sulla necessità di rimettere in gioco Mosca (riducendo le sanzioni) e di stringere un patto vero tra Ue e Usa che manifesta grande sintonia con il presidente del Consiglio, Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del Senato e docente di geopolitica del Mediterraneo all’Università Lumsa dopo una lunga carriera politica che lo ha visto alla presidenza della Camera e leader dell’Udc.

Qualcuno dice che Eni e Casa Bianca sono ormai diventati i riferimenti del “renzismo mediterraneo”. E’ proprio così?
Non so se si può semplificare in questo modo. Ma una cosa è certa: i fatti stanno dando ragione alla linea del Governo italiano ed è questa la politica di un Paese che ha senso di responsabilità. In politica estera è bene mettere i puntini sulle “i” ed io non comprendo davvero in cosa sbaglierebbe Renzi. Abbiamo espresso la nostra indisponibilità ai bombardamenti perché siamo impegnati in altri scacchieri e in Irak stiamo addestrando i peshmerga curdi. Abbiamo detto – e secondo me abbiamo fatto bene – che senza un chiarimento sulle strategie si può bombardare quanto si vuole ma non si risolve il problema perché occorre capire cosa accadrà dopo.

Ma non c’è il rischio che la voce dell’Italia nella coalizione rischi di contare sempre meno se ci defiliamo dagli impegni in prima linea?
Questa coalizione si sta rivelando tanto larga (oltre 60 Paesi) quanto eterogenea. La Turchia ha i suoi problemi con le richieste di autonomia da parte dei curdi. L’Arabia saudita e l’Iran giocano ormai da anni la partita per l’egemonia nella regione, la Russia difende Assad e combatte i suoi oppositori mentre gli Stati Uniti vorrebbero la deposizione di Assad.

Come se ne esce?
La formula la scelgano gli esperti, gli sherpa diplomatici. Il punto vero è che l’abbattimento dell’aereo russo ha messo in evidenza che proprio questo è il problema della coalizione e che molte forze alleate mentre a parole dicono di volere debellare Daesh in realtà conducono una lotta sorda e parallela tra di loro.

Sul futuro della Siria è così complicato trovare un’intesa?
Assad, questo ormai è chiaro a tutti,anche a Russia e Iran, non è più una parte della soluzione del problema. Ma oggi è difficile, direi impossibile, combattere nello stesso momento l’Isis e Assad.

Renzi sembra avere una sola, vera preoccupazione: la Libia dove si stanno concentrando, soprattutto a Sirte, molte forze dell’islam politico radicale…
L’Italia si riserva una posizione di leadership per la Libia. Il Califfato ha una dimensione globale, utilizza una piattaforma geopolitica flessibile per cui cerca appoggi nel Sinai per contrastare Al Sisi o in Somalia e ora anche in una Libia destabilizzata. Per questo è importante lo sforzo italiano che sta lavorando a una conferenza a Roma prima di natale per un accordo sul nuovo Governo provvisorio.
In quel Paese siamo impegnati direttamente, l’Eni ha interessi diretti e svolge un ruolo importante.

La Russia è al momento l’unico Paese della coalizione che sembra avere una strategia precisa…
La Russia deve tornare a giocare un ruolo sulla scena internazionale ma per fare questo deve impegnarsi ad applicare per intero gli accordi di Minsk sull’Ucraina. Da quel passaggio dipende l’uscita dalle sanzioni che stanno colpendo l’economia di quel Paese e anche dei partner europei. E sempre sulle ricadute economiche
manca una vera strategia tra Ue e Usa per cui occorre chiudere al più presto il negoziato commerciale transatlantico.

E poi c’è da chiarire il ruolo della Turchia, Paese Nato ma che guarda all’Islam moderato…
Stiamo pagando gli errori del passato. Non era Berlusconi che non voleva la Turchia in Europa ma Chirac e la Germania di Schroeder. Oggi si guarda con timore alle mire egemoniche neo-ottomane di Erdogan ma per evitare gli errori del passato la U e deve stringere con Ankara un accordo globale non limitato solo agli
aiuti economici per l’accoglienza dei profughi.

Ma un Renzi prudente sembra anche l’unica opzione per un Governo che, se decidesse di aumentare le regole di ingaggio, andrebbe incontro a seri problemi in Parlamento…
Non credo, la maggioranza ci sarebbe ma la cosa vera è che sulle scelte di fondo della nostra politica estera, i rapporti conia Russia, la Turchia, la Siria, la Libia i Governi di sinistra e di destra hanno condiviso le stesse posizioni, questo rientra nel dna della nostra politica.

Eppure in -una prima fase, con i Tornado da armare, Renzi sembrava accarezzare l’idea di un’Italia in prima linea come i bombardamenti di D’Alema su Milosevic…
Non mi farò tirare dentro questa polemica. Quella scelta era stata dolorosa ma necessaria e c’era soprattutto dietro, a differenza di oggi, una strategia precisa, quella che ha portato poi alcuni di quei Paesi dentro l’Unione europea come Slovenia e Croazia e altri alle sue porte come Serbia e Montenegro. No, quella fu davvero un’altra storia.

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