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Quoziente familiare, la vicenda di Parma

postato il 4 gennaio 2013

“Riceviamo e pubblichiamo” di Glauco Santi

Se possiamo usare una immagine di questa amministrazione comunale essa è l’inverno. Su Parma, la nostra cara città, è calato l’inverno, ma non è solo un dato stagionale e meteorologico. Giorni fa un mio amico siciliano osservava: “Ma che tristezza quest’anno il centro di Parma, per Natale non avete fatto proprio niente!”. Niente, in verità, non è del tutto vero. Sì, mi riferisco proprio a quello “zuccotto” inqualificabile, a lato dei Portici del Grano. Qualcuno assicura trattarsi di un “albero di Natale”. Io mi tengo i miei dubbi. Siamo passati da una città un pò esagerata, qualcuno l’ha definita addirittura affetta da “megalomania” e che festeggiava al ritmo di una instancabile “Movida” a una città in cui anche le feste del periodo natalizio rischiano di essere percepite come delle giornate uguali a tutte le altre. No. Credo che la nostra comunità meriti qualcosa di meglio.

E per comprendere che l’inverno non è solo una metafora basti pensare a quello che era il nostro gioiello, oggetto di emulazione da parte di innumerevoli amministrazioni in tutta Italia: le politiche familiari. Parma è stato il principale laboratorio nazionale di Sussidiarietà familiare di cui il Quoziente Parma rappresentava la punta di diamante, questo anche grazie alla consulenza e al supporto del Forum nazionale delle Associazioni Familiari, artefice del Family Day.

Abbiamo assistito, negli ultimi mesi, allo smontaggio sistematico e progressivo di tutto quello che si era costruito. In ciò vi è una sorta di “furore ideologico” che anima questa amministrazione. Vasta è la “pars destruens” e debolissima la “pars construens”. Manca una qualsiasi visione sussidiaria della città, come se la Società Civile, con tutte le sue potenzialità e risorse, non esistesse più. L’attuale amministrazione comunale si sta progressivamente isolando da tutto e da tutti. Ed è un grave errore politico. Non si trovano 500mila euro per le politiche familiari quando una semplice rotonda di un nostro incrocio ne costa quasi 300mila? È credibile?

Un ente pubblico, che sia saggio e non miope, comprendendo il valore della sussidiarietà familiare, farà di tutto per sostenerla. Il vero problema, caro Signor Sindaco, non sono i soldi, ma l’ideologia. L’ideologia di cui il Movimento 5 Stelle è intriso fino al midollo. Vedi a Bologna il referendum sul finanziamento comunale alle scuole paritarie dell’infanzia. Vedi in una Circoscrizione a Milano il non voto a favore della Giornata per la Memoria perché la consultazione web aveva dato esito negativo, e siccome il “senza limiti di mandato” è stato sostituito dal concetto che l’eletto è un semplice “dipendente” si è arrivati a tutto ciò. Vedi anche l’istituzione, a Parma, di un registro delle unioni civili che non serve proprio a nessuno e da ultimo la sospensione del Quoziente Parma attraverso lo strumento di una delibera di Giunta senza scegliere la via di un più opportuno dibattito in Consiglio Comunale su un tema così delicato. Sì, ne sono sempre più convinto: la Famiglia e la Sussidiarietà sarà la “Caporetto” del Movimento 5 Stelle.

Per comprendere bene le Politiche Familiari è necessario che una Amministrazione pubblica, Stato Regione o Comune che sia, non faccia confusione fra quelle che sono le politiche sociali e di lotta alla povertà, necessariamente di tipo assistenziale, e le politiche familiari propriamente dette di sostegno alla natalità. Certo, le politiche familiari non sono solo sostegno alla natalità, ma indubbiamente quest’ultima ne rappresenta l’asse portante. La natalità in Italia allo stato attuale ha un tasso di fertilità di 1.4 figli per donna mentre dobbiamo innalzarla al cosiddetto livello di ricambio generazionale che è di 2.1 figli per donna grazie al quale due figli sono destinati a sostituire i due genitori. Ormai è assodato da parte di autorevoli analisti che è la natalità a sostenere il welfare. Il nostro “Stato Sociale” infatti, senza i contributi versati dai lavoratori, e quindi dalle giovani generazioni, non può reggere ed è destinato a collassare. Sono in realtà le politiche familiari che sostengono le politiche sociali. Senza politiche a favore della natalità poter conservare uno “Stato Sociale” dignitoso diventa utopistico e velleitario. È infatti la natalità, nell’attuale inverno demografico, che non riesce a sostenere le Politiche Sociali con sempre maggiori aspettative in termini di qualità e quantità di vita, vedi l’aumento della popolazione anziana e le spese crescenti in termini di salute e di previdenza. Se prima infatti vi erano tre nipoti che pagavano, con i loro contributi, la pensione e la sanità a un solo nonno, ora è un solo nipote che deve pagare la pensione e la sanità a ben tre nonni. Dando degli incentivi economici sotto forma di sconti alle famiglie con figli, come avviene nel virtuoso Quoziente Familiare Parma, l’ente pubblico non regala assolutamente nulla, ma restituisce alla famiglia, compiendo un atto di giustizia, quello che la famiglia con figli dà già ampiamente alla collettività. Il fine delle politiche familiari è perciò l’interesse di uno Stato, Regione o Comune, che voglia essere lungimirante e pensare al suo futuro. Il futuro di una nazione sono infatti i suoi figli.

Riducendo le politiche familiari a politiche di lotta alla povertà si agisce solo su una piccola quota della popolazione e non si raggiunge lo scopo. Le politiche familiari di rilancio della natalità per raggiungere il loro obiettivo si devono invece rivolgere alla intera popolazione o almeno alla sua quasi totalità. È perciò importante, al fine di raggiungere ciò, non confondere i due campi, politiche assistenziali e politiche familiari, che devono fare capo a due assessorati diversi. Parma è stata negli ultimi anni un importante laboratorio di welfare familiare, di tipo sussidiario, e ciò ha portato decine e decine di amministrazioni pubbliche in tutta Italia ad emularne il metodo adottando tutta una serie di provvedimenti che vedono nel Quoziente Familiare la loro punta di diamante. Un diamante di nome “Quoziente Parma”.

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Addio al Quoziente Parma

postato il 14 dicembre 2012

“Riceviamo e pubblichiamo” di Jakob Panzeri

Nella Parma guidata dal Movimento 5 Stelle non c’è più spazio per la famiglia. Il 26 novembre la giunta ha votato il Piano tariffario per l’esercizio 2013 in cui è contenuta la delibera 413/34 che sospende, a partite dall’anno prossimo, il “Fattore Famiglia”, un sistema ideato dalla precedente giunta di centrodestra e chiamato “Quoziente Parma” che consentiva alle famiglie agevolazioni  fiscali in base al numero dei figli.

Questo si legge sulle pagine dei quotidiani locali e nazionale, eppure non ci credo, i giornalisti , sapete, inventano sempre un sacco di storie.

Non aveva forse il sindaco Pizzaroti in campagna elettorale elogiato il Quoziente Parma come l’unico frutto buono dell’amministrazione corrotta che lo precedeva? E Pizzaroti è un uomo di parola.

 

Non aveva forse scritto nelle linee programmatiche 2012-2017 che i grillini si sarebbero impegnati a valorizzare il fattore famiglia? E Pizzaroti è  uomo di parola. Eppure su Avvenire Francesco Caltabianco, consigliere nazionale dell’associazione Famiglie numerose, accusa il Comune di Parma  di “aver smantellato l’Agenzia per la Famiglia, eliminato le agevolazioni per le famiglie numerose, abbandonato la Family Card ed eliminato tutta una serie di provvedimenti in favore delle famiglie. Contestualmente, invece, sono stati aumentati i fondi per alcune cooperative. Forse non si crede nella sussidiarietà della famiglia, ma nell’appalto di servizi a terzi».

Ma io sto ancora dalla parte di Pizzaroti. Forse il quoziente famiglia è vittima di una  carenza di fondi ed è stato abolito a malincuore in attesa di essere ripristinato con un maggior gettito comunale. Ma non è così perché è un sistema a costo zeroIl quoziente infatti si basa sulla modifica delle tradizionali fasce ISEE, acronimo che sta per Indicatore della Situazione Economica Equivalente, in base alle quali le famiglie pagano i diversi servizi pubblici quali asili nido, mensa e trasporto scolastico. I parametri infatti, a Parma  come ad altrove, non paiono più adeguati alle reali esigenze dei cittadini e spesso si verificano situazioni paradossali a tutto svantaggio della maggior parte delle persone che si appellano all’amministrazione comunale. Attraverso un  sistema di calcolo, che mirava a correggere le varie tariffe a seconda della effettiva composizione dei nuclei familiari, il quoziente cercava di  riportare un po’ di equità nella redistribuzione delle risorse a favore delle famiglie: il nuovo parametro, infatti, comportava per i nuclei con due o più figli l’aumento di contributi e la diminuzione dei costi dei vari servizi, con benefici in termini concreti anche di un centinaio di euro all’anno per ogni figlio.

No, non sto parlando per discutere l’operato di Pizzaroti o mostrare le contraddizioni dei grillini, son qui per dire quel poco che conosco del Quoziente Famiglia. E il Quoziente Parma meritava di esistere.

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Falsi miti: avere figli non è un problema

postato il 9 dicembre 2012

“Riceviamo e pubblichiamo” di Michele Surace

Sono un giovane papà di ventotto anni con due figli che è rimasto sbalordito dal modo in cui vengono gestite e disincentivate le nascite nel nostro Paese. E’ sufficiente guardarsi intorno per capire come la nostra società veda i bambini come un “pericolo”, un peso. Non è la carriera o l’economia che stanno disincentivando (almeno in prima persona) le coppie a fare i figli, ma sapete cosa? La Pubblicità e le “tasse sui figli”.  Prendiamo in considerazione la prima: una pubblicità “regresso” che ci riempie dalla mattina alla sera con immagini  di uomini sorridenti che vanno a prendere a scuola la bella insegnante con le facce tristi di tutti i papà che invece di prendere l’insegnante prendo i loro figli. Falso: da padre vi posso assicurare che non è mai passato giorno in cui andando a prendere a scuola mio figlio ci sia andato triste o a pensare alle belle ragazze. Quando andrete a prendere vostro figlio, ogni giorno, rinnoverete la gioia di riabbracciarlo. Altro cosa: vi ricordate la pubblicità dei due fidanzatini dove lei si ferma davanti ad una vetrina chemostra vestiti da bambino e il suo fidanzato sbianca immaginandosi chissà che cosa? Tranquilli! La ragazza poi si scoprirà che stava guardando solo le scarpe della commessa con il sospiro di sollievo del fidanzato. E infine, la cosa ancora più inquietante: la pubblicità dello strumento che legge la fertilità per le donne. Una coppia che si allarma quando lo strumento diventa “rosso” che secondo la pubblicità è un “pericolo” perché potresti avere bambini. Bambini uguale pericolo?, ma in che mondo viviamo?

Questo è il clima in cui una coppia, come quella costituita da me e mia moglie, ha deciso a 23 anni di fare il primo figlio, sposarsi e a distanza di qualche anno fare il secondo figlio. Per i malpensanti voglio subito dire una cosa: non siamo figli di papà: io sono un precario, mia moglie studia all’università e quando abbiamo preso questa decisione siamo partiti da zero. Zero lavoro (facevo l’università), zero casa, zero esperienza. Quindi non credete a tutte quelle storielle inventate dai media che dicono che senza lavoro non potete avere figli, che questi vi rovineranno la vita, che non potrete finire gli studi se vi sposate ecc. Nulla di più falso.

Questo per quanto riguarda il “clima” prima di sposarsi. Alle giovani coppie andrebbe fatto un monumento solo per aver sfidato questo conformismo terroristico da parte di chi, evidentemente, non vede nei bambini un gran business per i propri affari: le famiglie se possono spendere, spendono meno in frivolezze e più per il concreto. E questo evidentemente è un male per questi signori.

Veniamo ora al post-parto: le tasse sui figli. Delle vere e proprie tasse indirette che al pari dell’IVA colpiscono le famiglie “perché hanno un figlio”: pensate solo ai costi esorbitanti che abbiamo in Italia di asili nido (anche comunali),   pannolini – in paesi come la Spagna si trovano le stesse marche a metà prezzo –  e latte artificiale, giusto per fare degli esempi. E forse non è un caso che il Ministro della Salute  ha denunciato all’Antitrust il prezzo eccessivo di pannolini e latte in polvere in Italia.

Una volta il latte artificiale veniva passato dallo Stato alle famiglie. Oggi mediamente 900 grammi di latte in polvere costano 20 euro, e viene consumato questo quantitativo in circa 5/6 giorni, senza considerare la scorta di emergenza che ogni famiglia dovrebbe tenere. In un mese questo costo può rappresentare per una famiglia una spesa pari a  120 euro, al quale vanno aggiunte poi tutte le spese che ho citato precedentemente. Più volte le società produttrici di latte in polvere sono state multate dallo Stato (ad esempio nel 2004 furono multate in quanto accusate di un vero e proprio “cartello”), e il solo pensare che c’è gente che specula sulla nutrizione dei bambini dovrebbe far pensare molto sul tipo di società che vogliamo, proprio per i nostri figli. Non solo: sono venuto a scoprire informandomi sui giornali che le società produttrici di latte in polvere spesso fanno donazioni agli Ospedali ed organizzano corsi di formazione molto importanti, gratuiti per i responsabili dei reparti di neonatologia: tutto nobile, se non fosse che questa prassi è stata spesso criticata in quanto porta alla “fidelizzazione” da parte di queste ditte dei singoli ospedali sulla marca da dare ai bambini che hanno bisogno di questo tipo di latte. Il tutto alla faccia della concorrenza, a prescindere dal prezzo o dalla disponibilità nelle farmacie locali.

Detto questo, perdonate lo sfogo da ingenuo papà, volevo solo farvi riflettere sulla situazione dei giovani in Italia, proprio a causa della “moda” del non fare figli:  nel 2030 secondo l’Istat, e confermato dagli scenari inquietanti non però fuori dalla realtà dell’interessantissimo libro di Piero Angela “Perché dobbiamo fare più figli” , i giovani tra i 18 e i 21 anni (appena acquisito il diritto di voto) rappresenteranno solo il 3% della popolazione: questo vuol dire che i giovani conteranno sempre di meno nella società, nelle scelte politiche ed economiche di questo Paese. Ma il bello delle previsioni sulle tendenze statistiche è che si è ancora in tempo per migliorarle. Per questo occorre invertire la tendenza: credo che una seria politica di tutela della Famiglia e di incentivazione delle nascite debba essere, dopo il Lavoro, al primo posto dell’agenda di un Governo responsabile della Terza Repubblica che voglia puntare sul futuro del nostro Paese.

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Governo abbassi tasse su famiglie numerose

postato il 6 ottobre 2012

Spero Monti dia segnali da questa legislatura
Le famiglie italiane sono in grande difficolta’. Il governo Monti dia segnali concreti, a partire da questa legislatura, per l’allentamento della pressione fiscale sulle famiglie, a cominciare da quelle piu’ numerose.

Pier Ferdinando

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Ecco il “Percorso famiglia” del governo

postato il 3 agosto 2012

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

Il governo Monti prosegue la sua attività e ha lanciato il progetto “Percorso Famiglia” con lo scopo di lanciare una serie di misure urgenti per sostenere i nuclei in difficoltà, e associa misure strutturali e misure di emergenza.

Questo progetto, presentato lo scorso 31 luglio dal Ministro della Cooperazione Internazionale e dell’Integrazione, con delega alla Famiglia, Andrea Riccardi, dal Presidente dell’ABI, Giuseppe Mussari e da alcune associazioni dei consumatori firmatarie dell’accordo (Acu, Adiconsum, Adoc, Asso-Consum, Assoutenti, Casa del consumatore, Cittadinanzattiva, Confconsumatori, Federconsumatori, Lega Consumatori, Movimento Consumatori, Movimento Difesa del Cittadino, Unione Nazionale Consumatori), è stato quasi totalmente ignorato dai grandi media, pur presentando delle misure molto importanti per le famiglie. Questo progetto è la risposta a quanti accusano questo governo di inerzia verso i problemi delle famiglie.

Sostanzialmente cosa prevede questo “Percorso Famiglia”?

Prima di tutto un sostegno per l’acquisto dell’abitazione, tramite la modifica del Fondo Per la Casa, un fondo consente alle giovani coppie di ottenere un mutuo agevolato per l’acquisto della prima casa anche se sono precari. Le modifiche renderanno l’accesso più semplice e renderà i tassi maggiormente in linea con il mercato attuale, abbassando il tasso di interesse. Concretamente, le associazioni prevedono di sbloccare 1 miliardo di euro di mutui per le giovani coppie italiane (in cui uno dei due componenti ha un contratto precario).

Il punto successivo è la proroga triennale (proroga che è stabilità dall’articolo 12 della legge di stabilità 2012) del Fondo di credito per i nuovi nati. Il fondo risale al 2009 e nacque con lo scopo di permettere, ai genitori di figli nati tra il 2009 e il 2014, di richiedere prestiti a tasso agevolato fino ad un massimo di 5mila euro. Per inciso, la domanda deve essere presentata entro il 30 giugno dell’anno successivo a quello di nascita o di adozione del figlio per cui si richiede il prestito (quindi fino a giugno 2015), indipendentemente dal reddito e dalle motivazioni alla base della richiesta.
Dal 1 gennaio 2010 al 30 giugno 2012, le banche hanno confermato 25.986 garanzie e sono stati erogati finanziamenti per 127.266.226,70 euro, concessi da 141 banche in tutte e 20 le regioni.
Oltre che sul sito del fondo (di cui abbiamo riportato il link) maggiori informazioni si possono avere al numero verde 803-164.

Il progetto prevede altri due punti denominati “crescita della famiglia” e “maturità della famiglia”.

Il primo prevede un sostegno per lo studio dei figli facilitando l’erogazione dei finanziamenti del Fondo Studenti (sbloccando finanziamenti per 400 milioni di euro).

Il secondo, invece, prevede la proroga della sospensione dei mutui per le famiglie con difficoltà a pagare le rate. La sospensione ha validità per un anno e si può attivare in caso di perdita del posto di lavoro, cessazione del contratto a termine, morte, grave infortunio, entrata in cassa integrazione. Su invito del governo, inoltre, le associazioni di categoria e l’ABI si sono formalmente impegnate a trovare misure aggiuntive a sostegno delle famiglie che, scaduto l’anno di moratoria, abbiano ancora problemi con le rate e tale impegno ha prodotto dei risultati concreti fin da subito, infatti, hanno determinato che:

– le domande possono essere presentate entro il 31 gennaio 2013
– la scadenza entro cui si devono verificare gli eventi che determinano l’avvio della sospensione, è prorogata al 31 dicembre 2012
– sulla base delle disposizioni di vigilanza per le banche, per l’accesso alla misura di sospensione, l’arco temporale per la definizione di ritardo nel pagamento delle rate è rimodulata a 90 giorni;
– alla sospensione delle rate dei mutui potranno essere ammesse soltanto le operazioni che non ne abbiano già fruito.

Secondo i dati forniti, al 31 marzo 2012 i mutui sospesi dalle banche sono circa 68.000 (8 miliardi di debito residuo). Questo ha garantito alle famiglie interessate una liquidità aggiuntiva di circa 7mila euro a nucleo, 513 milioni di euro in totale.

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Passa dalle famiglie il futuro dell’Italia

postato il 11 ottobre 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Roberto Dal Pan

“La condizione di povertà economica delle famiglie con figli si è aggravata” ed ancora “Secondo stime effettuate dalla Banca d’Italia, tra il 2007 ed il 2010 il reddito equivalente sarebbe diminuito in media dell’1,5 per cento. Il calo sarebbe stato più forte, oltre il 3 per cento, tra i nuclei con capofamiglia di età compresa tra i 40 ed i 64 anni”. Non lasciano spazio a dubbi interpretativi le frasi pronunciate dal Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi durante un convegno tenuto lo scorso fine settimana all’Abbazia di Spineto a Sarteano (SI) ed organizzato dall’intergruppo parlamentare per la sussidiarietà. Nel corso del suo intervento, il prossimo presidente della Banca Centrale Europea ha richiamato ancora una volta l’attenzione sul gravissimo problema dell’assenza di misure strutturali che favoriscano l’uscita del Paese dalla situazione di stagnazione economica, sottolineando nuovamente come la speranza di crescita economica sia direttamente collegata alla risoluzione dei problemi dei giovani e delle famiglie con figli.

Quasi nelle stesse ore in cui si svolgeva il convegno all’Abbazia di Spineto, il Consiglio Direttivo del Forum delle Associazioni Familiari, con parole molto simili, lanciava l’allarme sulla condizione delle famiglie italiane stigmatizzando l’assoluta insufficienza degli strumenti finora messi in campo dal Governo attraverso la manovra finanziaria e sollecitava lo stesso Governo a porvi rimedio attraverso una riforma del fisco e del sistema tariffario da inserire nelle misure a sostegno della crescita che dovrebbero venire presentate nei prossimi giorni. Il Forum ribadiva la necessità di introdurre nel sistema impositivo i correttivi specificamente previsti nel progetto “Fattore Famiglia” al fine ricondurre lo stesso a maggiori criteri di equità e giustizia sociale, completando la proposta con la riforma dell’ISEE per puntare ad una migliore rimodulazione anche della tassazione locale.

Il “Fattore Famiglia” è la proposta introdotta verso la fine del 2010 dal Forum delle Associazioni Familiari ed è volta al miglioramento di alcune criticità del quoziente famigliare, specialmente nella parte in cui, analizzando quanto accade in Francia, parrebbe avvantaggiare i redditi più alti. Si tratta in effetti di un sistema abbastanza semplice ed intuitivo che parte dalla determinazione di una zona “no tax” entro la quale non vi è alcuna imposizione fiscale; il livello sotto al quale non vi è tassazione viene calcolato avendo riguardo alla soglia di povertà relativa calcolata annualmente dall’ISTAT ed utilizzando come base di partenza il costo di mantenimento della persona singola da moltiplicare per il “Fattore Famiglia” estratto da una scala di equivalenza ottenuta applicando sostanzialmente il cosiddetto “quoziente Parma”. Il “Fattore Famiglia” può essere ulteriormente precisato mediante aliquote opportunamente aumentate in presenza di specifici fattori di bisogno quali, ad esempio, la presenza di persone con disabilità oppure non autosufficienti, etc.

Dal dossier dedicato alla proposta e pubblicato sul numero 50/2010 di “Famiglia Cristiana” apprendiamo che – secondo i dati ISTAT – l’11,3 per cento delle famiglie italiane, pari a 21.832.811 nuclei, si trova al di sotto della soglia di povertà relativa e quasi la metà sono famiglie con figli; con l’aumentare del numero di figli la situazione si aggrava tanto che se il 9 per cento delle famiglie con un figlio si trova sotto la soglia di povertà relativa, tale dato sale al 16 per cento con la presenza di due figli, al 25 per cento con tre ed al 30 per cento con quatto o più. Ipotizzando una “no tax area” di base a 7.000 euro (quasi pari cioè alla soglia di povertà relativa secondo gli ultimi dati ISTAT per una famiglia monocomponente e cioè 599,80 € mensili) ed una scala di Fattore Famiglia con coefficienti pari a 1.60 per due componenti, 2.20 per tre, 2.80 per quattro, 3.60 per cinque, 4,40 per sei, 5.20 per sette e 6.00 per otto, si ottengono i diversi importi della soglia sotto la quale non vi è tassazione diretta.

Un interessante convegno sul tema, tenutosi nell’aprile del 2011 a Roma ed organizzato in collaborazione tra il Forum Famiglie e l’Associazione Nazionale Tributaristi LAPET con la collaborazione dell’Università Unitelma Sapienza, ci consente di fare qualche calcolo sull’ammontare economico della manovra così intesa: basandoci sempre sui dati ISTAT disponibili l’applicazione del Fattore Famiglia così ipotizzato costerebbe allo Stato in totale poco meno di 17 miliardi di euro per mancati introiti; in base al tasso di propensione al risparmio per le fasce di reddito analizzate ed ai relativi capitoli di spesa, di tale importo circa 1,6 miliardi andrebbero a confluire nel risparmio privato mentre circa 15,3 miliardi di euro verrebbero utilizzati per l’aumento dei consumi delle famiglie interessate, generando quindi nuovi introiti per lo Stato dalla tassazione indiretta.

Un aspetto correlato alla rimodulazione dell’imposizione fiscale a carico della famiglie con figli e non meno importante dell’aumento della disponibilità finanziaria all’interno del nucleo famigliare è quello evidenziato proprio dal Governatore di Bankitalia nel suo intervento citato più sopra: “il legame tra i redditi dei genitori e quello dei figli in Italia è molto stretto, quasi a livello di quelli dei paesi anglosassoni” e molto diverso da quello rilevato nei paesi del centro e nord Europa; ciò significa che, aggiunge Mario Draghi, il successo professionale di un giovane sembra dipendere più dalle condizioni della famiglia d’origine che dalle capacità personali ed in ragione di ciò possono essere utili strumenti che, sono ancora parole di Draghi, “assicurino condizioni di partenza meno diseguali ai giovani che si affacciano alla vita adulta”.

Dalle considerazioni che precedono, dovrebbe essere evidente la convenienza anche economica per lo Stato nel favorire, con appropriati strumenti legislativi, le famiglie con più figli o quanto meno mitigare le situazioni economiche che ora penalizzano i giovani che tentano di crearsi una propria famiglia. A queste considerazioni economiche se ne aggiungono altre che, per chi come noi ritiene di guardare alla vita pubblica tenendo presenti anche gli insegnamenti cristiani, hanno un valore almeno equiparabile se non – a volte – superiore.

Mercoledì 5 ottobre u.s., in occasione della presentazione del rapporto “Il Cambiamento demografico. Rapporto-proposta sul futuro dell’Italia.”, il Cardinale Angelo Bagnasco nel corso del suo intervento ha affermato che “la nostra cultura fa talvolta vedere i figli come un peso, un costo, una rinuncia, ma i figli sono prima di tutto una risorsa” per poi continuare dicendo che “la ragione del calo delle nascite non può essere soltanto di tipo economico. Si tratta piuttosto di una povertà culturale e morale, che ha di molto preceduto lo stato di innegabile crisi che caratterizza la congiuntura presente” e concludendo con l’ammonizione “se non si riusciranno a far scaturire, nel breve periodo, le condizioni psicologiche e culturali per siglare un patto intergenerazionale l’Italia non potrà invertire il proprio declino: potrà forse aumentare la ricchezza di alcuni, comunque di pochi, ma si prosciugherà il destino di un popolo”.

“Un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni” recita un noto aforisma; mai come in questo caso si può dire che l’attenzione ai problemi delle famiglie e, per estensione, del nostro Paese è lo strumento che ci consentirà di stabilire quanti tra i politici attuali potranno fregiarsi dell’appellativo di “statista”.

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Una manovra senza orizzonte

postato il 31 agosto 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

La manovra in questi giorni è stata ulteriormente modificata e quello che è uscito ha quasi il sapore di una beffa, perché Bossi e Berlusconi si sono appropriati di una nostra proposta, facendola passare per una loro idea.

Intendiamoci, noi non ci lamentiamo di questo, ma ci lamentiamo perché non hanno preso le nostre proposte più importanti, ovvero le politiche per la famiglia.

A giugno solamente noi avevamo votato a favore dell’eliminazione delle province , mentre Lega e PDL si erano strenuamente opposti a questa nostra proposta.

Oggi, invece, affermano, gloriandosene, di avere deciso un importante taglio dei costi della politica , e io mi chiedo: cosa è cambiato da Giugno a ora?

Nulla. Ma il punto non è a chi attribuire il merito del taglio delle province, chi legge i giornali e ha buona memoria lo sa benissimo, ma semmai che il taglio delle province doveva essere propedeutico ad un altro punto fondamentale: una politica seria di aiuti alle famiglie numerose.

E’ chiaro che attuare una simile politica ha un costo, che non può essere pagato dai cittadini, ma che può essere affrontato con il taglio alla politica.

Il dimezzamento dei parlamentari e l’abolizione delle province, noi lo abbiamo sempre visto come uno strumento per reperire fondi da destinare alle famiglie numerose, per rinnovare il loro potere di acquisto consumato dalle ultime scriteriate politiche di questo governo, in modo da stimolare il mercato interno e contrastare gli effetti depressivi di una manovra che si caratterizza per le sue tasse.

Siamo felici che siano state accolte le nostre rimostranze verso la tassa di solidarietà: era ingiusta verso quello che per noi è ceto medio, mentre è giusto che a pagarla siano i politici, proprio per dare il buon esempio.

Infine, speriamo che vi sia il tempo per il governo per tornare indietro sull’assegnazione delle 6 frequenze del digitale terrestre ancora in ballottaggio. E’ un regalo inaccettabile, lo abbiamo detto e lo ripetiamo, soprattutto alla luce della recente asta per le frequenze della banda larga mobile che proprio oggi ha visto raggiungere offerte per un controvalore di 2,3 miliardi di euro e vedrà nei prossimi giorni iniziare la fase dei rilanci.

Alla luce di ciò, è legittimo pensare che se vendessimo, con lo stesso meccanismo, le frequenze del digitale ancora libere potremmo raggiungere la cifra di 3 miliardi di euro, e forse superarla, in modo da avere fondi da destinare alla famiglia e allo sviluppo della banda larga per internet e colmare il gap tecnologico che ci separa dal resto del mondo.

Per questo motivo guardiamo con interessi ai prossimi giorni: la nostra idea di tagliare tutte le province era ottima, e alla fine lo hanno riconosciuto anche gli altri attori politici che si sono adeguati, e siamo sicuri che le nostre idee in tema di sostegno alla famiglia e di vendita delle frequenze digitali siano pure ottime e possano rilanciare l’Italia.

 

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L’assurdo valzer del bonus bebè

postato il 30 luglio 2011

Nel 2006 700mila bambini italiani ricevevano, al momento della loro nascita, una lettera dal Presidente del Consiglio,  che così recitava: «Caro…, felicitazioni per il tuo arrivo! E’ il Presidente del Consiglio a scriverti per porti la prima domanda della tua vita: lo sai che la nuova legge finanziaria ti assegna un bonus di mille euro? I tuoi genitori potranno riscuoterlo presso questo ufficio postale. Un grosso bacio».  Insieme alla lettera vi era un modulo di autocertificazione, dove i genitori avrebbero dovuto dichiarare che il loro reddito complessivo non superava i 50.000 euro, e che opportunamente compilato e presentato ad un ufficio postale dava diritto a ritirare l’assegno da 1.000 euro.

Cinque anni dopo,  alcuni di quei bambini che avevano beneficiato del cosiddetto “bonus bebè” ricevono un’altra lettera,  questa volta del  Ministero delle Economia che perentorio avverte: «dagli accertamenti effettuati è emerso che Lei ha falsamente dichiarato di avere un reddito familiare complessivo non superiore a 50.000 euro… Si contesta, pertanto, di avere riscosso illecitamente il bonus bebè utilizzando un’autocertificazione mendace… Si intima la restituzione entro 30 giorni del bonus e il pagamento della sanzione amministrativa pari a 3.000 euro che dovrà essere effettuato solo dopo che il giudice penale si sarà pronunciato in merito alla punibilità della falsa autocertificazione». I bimbi a cinque anni non avranno capito un gran che, ma ai genitori sarà venuto un colpo: il ministero dell’Economia, senza troppe felicitazioni, rivuole indietro i soldi.

Al ministero non sono impazziti ma tentano di porre rimedio, piuttosto maldestramente, ad un grossolano errore del governo che nella missiva originaria non ha precisato  che il reddito da dichiarare era quello lordo e non il netto, e che le rendite patrimoniali erano incluse. E’ facile immaginare la reazione furibonda delle famiglie e delle organizzazioni a difesa dei consumatori che, giustamente, fanno presente che l’errore è dovuto alla poca chiarezza della modulistica inviata e si chiedono perché dovrebbero pagare i cittadini per una leggerezza del governo.  Ai dubbi di famiglie ed associazioni risponde, con una terza incredibile lettera, il  sottosegretario Giovanardi:  “Cara mamma e caro papà, sei anni fa vi arrivò una lettera firmata dal Presidente Silvio Berlusconi che vi avvertiva della possibilità di incassare un assegno di mille euro per la nascita di vostro figlio, nel caso in cui il vostro reddito complessivo fosse stato inferiore ai 50 mila euro. Su oltre 700.000 assegni inviati e incassati dagli aventi diritto purtroppo circa 8.000, ad una verifica fatta dagli uffici sull’autocertificazione, sono risultati non in regola con quanto stabilito dal Parlamento. Come delegato per  la Presidenza del Consiglio dei Ministri alle politiche per la famiglia, innanzitutto mi scuso per i toni sgarbati e minacciosi della lettera che gli uffici del Ministero dell’economia vi hanno inviato per richiedere la restituzione di tale somma. Come ho già dichiarato alla Camera dei Deputati giovedì 21 luglio 2011 rispondendo ad interpellanze dei Parlamentari, chi ha ricevuto la lettera può prendere contatto con gli uffici che vi hanno scritto per dimostrare la correttezza dell’autocertificazione e non procedere alla restituzione. Se questo non fosse possibile, perché per esempio c’è stato un equivoco fra reddito lordo e reddito netto, tutto potrà venire sanato con la restituzione dei mille euro, senza interessi e se necessario anche a rate. In sostanza  è come se una banca vi avesse prestato sei anni fa mille euro e oggi ne richiedesse semplicemente la restituzione senza nessun interesse. Posso concordare con voi che la cosa sia spiacevole ma bisogna anche tener conto delle centinaia e migliaia di coppie a cui è nato un figlio e che i mille euro non li hanno incassati perché hanno interpretato correttamente la norma di legge. Nell’augurare ogni bene a voi e alla vostra famiglia, colgo l’occasione per salutarvi con viva cordialità”.

La vicenda è davvero surreale se non ridicola, fortunatamente la sanzione è stata cancellata ma restano il grossolano errore del governo e il disagio per le famiglie che in tempi di ristrettezza economica e di assenza di politiche familiari si vedono comunque costrette a restituire un bonus che si è presto rivelato un malus.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Maria Pina Cuccaru


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Gioco d’azzardo legalizzato, “pecunia non olet”

postato il 29 luglio 2011

“Una vera piaga, soprattutto per i giovani. Rischia di essere la malattia emergente del nostro millennio” . Queste le chiare parole usate dal prof. Rosario Sorrentino, neurologo, fondatore e direttore dell’IRCAP (Istituto di Ricerca e Cura sugli Attacchi di Panico), qualche tempo addietro in occasione della presentazione di una campagna di sensibilizzazione sul gioco responsabile sostenuta dalla stessa Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato e presentata da SNAI.

“Si profila sempre più il rischio di una addiction generation, una generazione dipendente dalle emozioni ottenute grazie ad una scarica di dopamina extra. Di fatto – continuava il prof. Sorrentino – una porta d’ingresso verso comportamenti caratterizzati da aggressività, impulsività, rabbia e con una chiara matrice sociopatica”.

Le dimensioni del fenomeno sono allarmanti se è vero che, secondo un’indagine promossa da EURISPES, il gioco pubblico rappresenta la terza industria italiana, dopo l’ENI e la FIAT.  Dai dati disponibili tramite i Monopoli si rileva come nel 2006 gli introiti del gioco ammontassero a circa 15,4 miliardi di euro mentre solo tre anni più tardi fossero già arrivati a 54,4 miliardi per raggiungere i 61 miliardi l’anno scorso e puntare, secondo le stime più attendibili, alla soglia degli 80 miliardi di euro per l’anno 2011.

E’ stato stimato che circa l’80% della popolazione adulta abbia giocato almeno una volta e, secondo una ricerca effettuata a cura di NOMISMA, il 68% dei 950.000 studenti intervistati ha dichiarato di avere giocato d’azzardo. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità circa il 3% della popolazione italiana, circa un milione e mezzo di persone, sono a rischio ludopatia e circa 700.000 di essi sono già affetti dalla sindrome del gioco patologico.

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, il gioco d’azzardo patologico è in effetti una “dipendenza senza sostanze” che si caratterizza per la comparsa di fenomeni di tolleranza con un aumento crescente ed incontrollato del desiderio di gioco e di vere e proprie crisi di astinenza. Il soggetto affetto da ludopatia perde così il controllo di sé e la percezione della realtà che lo circonda, arrivando a contrarre debiti che eccedono le proprie capacità reddituali e cadendo facilmente nelle mani degli usurai.

La fascia di popolazione che più frequentemente viene interessata da casi di gioco patologico è quella delle persone di età compresa tra i 40 ed i 55 anni, di estrazione medio-bassa e basso o nullo livello di occupazione; molto spesso in questi casi il giocatore patologico trascina nella propria rovina anche il nucleo famigliare cui appartiene e di cui è sovente unica fonte di reddito. La patologia è tuttavia particolarmente insidiosa anche per le generazioni più giovani in quanto la crescita del fenomeno è, in questo caso, aiutata da forme di propaganda pubblicitaria che presentato il giocatore come un modello di successo ed indicano nel gioco la via per risolvere i propri problemi economici.

“Una potenziale responsabilità è da attribuire ai messaggi che provengono dal mondo dei mass media e della comunicazione – aggiungeva infatti il prof. Sorrentino nel suo intervento al Tempio Adriano a Roma – che promuovono costantemente la cultura del piacere e del gioco, arrivando ad enfatizzare lo stereotipo del vincente, colui che con una puntata coraggiosa può cambiare in un batter d’occhio la sua vita”.

Attesa la pericolosità ed insidiosità del problema, le strategie di prevenzione non possono che passare attraverso una più rigida regolamentazione della disciplina dell’offerta di gioco; è infatti sotto gli occhi di tutti la facilità con cui oggi si possa accedere ai giochi d’azzardo praticamente ad ogni angolo di strada. Vi è da considerare che sono giochi d’azzardo tutti quelli in cui la vincita sia interamente o quasi interamente determinata dal caso (aleatoria) e cioè per esempio il lotto, le lotterie, il bingo, i giochi a base sportiva e gli apparecchi da intrattenimento comunemente conosciuti come slot machinese videopoker.

La diffusione capillare degli apparecchi di gioco, unita alla vasta offerta che giunge via internet,  genera enormi margini di profitto che non potevano non destare l’interesse della criminalità organizzata che del gioco d’azzardo ha fatto il suo ingresso in forze, come testimoniato recentemente dall’attività della Commissione Parlamentare Antimafia.

A questa criminalità “evoluta” va poi aggiunta quella “spicciola” generata dal fatto che molto spesso i locali pubblici che ospitano le slot, al cui interno si trovano di norma alcune migliaia di euro, sono oggetto di raid ladreschi proprio in considerazione della facilità di mettere insieme un discreto bottino con solo qualche minuto di “lavoro”.

L’allarme sociale generato dalle situazioni così delineate avrebbe meritato un attenzione maggiore da parte dell’attuale Governo che, mentre a parole si dice preoccupato del problema ludopatia, nei fatti non cessa di introdurre nuove tipologie di giochi che in realtà altro non sono che fantasiosi strumenti di tassazione indiretta che vanno a colpire, come dimostrato, i ceti più deboli della popolazione.

Ben venga quindi la recentissima proposta di legge presentata al Consiglio Regionale del Veneto per iniziativa del Gruppo consiliare dell’Unione di Centro ed avente come primo firmatario il cons. Stefano Valdegamberi; si propone infatti di vietare l’installazione dei sistemi di gioco d’azzardo elettronico in luoghi pubblici o aperti al pubblico e nei circoli ed associazioni attraverso la modifica dell’art. 110 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, in analogia ad altro provvedimento già approvato dal Consiglio Regionale del Piemonte.

Sarà pur vero, a dar retta a Vespasiano, che “pecunia non olet” ma ogni tanto, se non soccorre il buon senso, almeno valga la vergogna!

“Riceviamo e pubblichiamo” di Roberto Dal Pan

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Manovra, famiglie sul Titanic

postato il 21 luglio 2011

Anche i meno avvezzi all’economia e alla finanza avranno ormai capito che la manovra finanziaria del governo Berlusconi riguardante l’obiettivo di pareggiare il bilancio negli anni 2013-2014, sebbene presentata inizialmente come un semplice aggiustamento dei conti, è destinata invece a prendere i tratti meno piacevoli dell’aumento della pressione fiscale. L’Italia ha una pressione fiscale molto alta, tra le più alte in Europa. La manovra la farà crescere addirittura dell’1,2%, mettendo ancor più in difficoltà migliaia di italiani. L’incremento delle tasse colpirà un po’ tutti, ma quelli che se la vedranno peggio saranno le giovani coppie, le famiglie monoreddito e le famiglie con molti figli. Per i benestanti, comunque colpiti, le cose andranno un po’ meglio. Tremonti ha stabilito che il taglio lineare delle 480 agevolazioni fiscali e assistenziali sarà del 5% nel 2013 e del 20% nel 2014, anno che si preannuncerà parecchio duro.

Non è facilissimo capire come i tagli si abbatteranno sulle famiglie italiane, ma delle stime elaborate, ad esempio quelle dell’Ansa in collaborazione con i Caf della Cisl, c’è veramente da preoccuparsi. Su una famiglia monoreddito benestante senza figli il taglio voluto dal governo peserebbe rispettivamente per 136 euro nel 2013 e per 543 euro nel 2014. Simile, purtroppo solo nel pagamento delle tasse,  è la situazione per una famiglia monoreddito il cui capofamiglia è una “tuta blu“: pagherà 140 euro in più nel 2013 e 556 euro nel 2014. Per quanto riguarda una giovane coppia con doppio reddito e un figlio a carico, oltre magari ad un mutuo da pagare, nel 2013 ci saranno 203 euro in più di tasse l’anno successivo 904 euro in più. Una famiglia di ceto medio e monoreddito, con un impiego da dipendente e due figli a carico, si vedrà aumentare le tasse di 169 euro nel 2013 e di 676 euro nel 2014. Un pensionato, vedovo, con con un reddito superiore alla pensione sociale (15.000 euro), si troverà a pagare 102 euro in più nel 2013 e 400 euro in più l’anno dopo. Situazione ancora più dura per una famiglia monoreddito con due figli maggiori di 3 anni a carico: con un reddito di 25.000 euro l’anno (è il caso delle famiglie in cui chi lavora fa il poliziotto) i tagli provocheranno un aumento di 226,5 euro nel 2013 e di 906 euro nel 2014 a livello di tasse da pagare. Aggiungendo l’arrivo del super-ticket sanitario, i dipendenti pubblici senza aumento degli stipendi per un altro anno e l’aumento dell’età pensionabile è evidente che il peso del risanamento dei conti pubblici riguarderà soprattutto le famiglie e i ceti medio-bassi.

La gravità della situazione per le famiglie italiane è testimoniata anche dalla posizione  del sottosegretario alla Famiglia Carlo Giovanardi che ha giudicato negativamente la manovra e ha minacciato le dimissioni. L’imbarazzo di Giovanardi e di tutti quelli che nel governo e nella maggioranza hanno sempre parlato di  politiche a favore della famiglia è evidente. Queste politiche tanto annunciate non sono mai arrivate, anzi le famiglie sono oggetto di un “massacro fiscale” senza precedenti che pone serie preoccupazioni. Tremonti presentando la manovra ha parlato del Paese usando la metafora del Titanic, il superbo transatlantico colato a picco nelle fredde acque dell’Atlantico del nord, e probabilmente mai immagine fu più azzeccata considerata la terribile fine che fecero le tante famiglie confinate nella terza classe della nave. Ieri sul Titanic l’orchestra suonava incurante, oggi il governo continua a far finta di niente. Troppe inquietanti similitudini.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Adriano Frinchi

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