postato il 18 Settembre 2022 | in "Politica, Rassegna stampa"

Rappresento il Pd senza alcun imbarazzo. Sgarbi? Non casco nelle sue provocazioni

Città speciale, non solo di sinistra. Del partito ho apprezzato il senso dello Stato e le scelte coraggiose che ha fatto, come sostenere lealmente il governo Draghi

L’intervista di Adriana Logroscino pubblicata sul Corriere della Sera

Contrariato dalla sconfitta del Bologna — «ma tifare una squadra che non vince sempre tempra il carattere, come ho detto a mio figlio quando era piccolo» — Pier Ferdinando Casini lascia lo stadio per un’altra serata tra i cittadini del suo collegio. Con un solo dubbio: «Non ho voluto indossare i pantaloni rossi portafortuna, perché in campagna elettorale è un po’ troppo». Sulla scelta, dopo una vita al centro, di rappresentare il centrosinistra nella rossa Bologna, invece, non ha dubbi.

Presidente Casini, come va la campagna elettorale in città?
«Bologna è speciale. Chi ne parla etichettandola come semplicemente “di sinistra” spesso non la conosce davvero: quando c’è la processione della Madonna di San Luca tutta la città è lì, senza distinzioni politiche o di fede».

È stato accolto bene anche alle iniziative della festa dell’Unità?
«Ero ospite con Cuperlo che è molto apprezzato da quella platea. Ma ho strappato applausi anch’io. Io sono stato candidato in questo collegio anche cinque anni fa. E rappresento senza alcun imbarazzo la posizione del Pd di cui ho apprezzato il senso dello Stato e le scelte coraggiose che ha fatto, come sostenere lealmente il governo Draghi. Il muro di Berlino è caduto da quasi 35 anni. Tenerlo in vita artificialmente è ridicolo».

Il suo avversario, Vittorio Sgarbi, ha reclutato personaggi dello spettacolo. La preoccupa?
«Lo conosco da tanti anni. E poiché non sono uno sprovveduto, la sua strategia non mi sfugge. Ma non mi faccio provocare. Ha diffuso un fumetto in cui mi taglia la testa e io continuo a dirgli che per me, a Bologna, sarà sempre il benvenuto».

Le scelte di Letta, in questa campagna elettorale, sono state spesso criticate. Che ne pensa?
«Sono critiche ingenerose. A Letta si dice oggi che avrebbe dovuto conservare l’alleanza con i cinquestelle: ma se avesse intrapreso quella strada quando è caduto Draghi l’avrebbero lapidato. L’unico altro possibile alleato, Calenda, si è tirato indietro. Continua a sorprendermi come in politica si giudichi col senno di poi. Troppo facile. Il Pd è il partito che ha fatto e fa le scelte necessarie per l’Italia».

Anche da alleato della sinistra di Fratoianni?
«Con il rispetto dovuto a tutti, la politica del Pd si è vista in parlamento e io rispondo di quella. Non di posizioni testimoniali».

E dei cavalli di battaglia e dei distinguo tra i suoi ex alleati del centrodestra, che pensa?
«Questo centrodestra non ha niente a che vedere con il Polo dei primi anni Duemila. Diversi sono i protagonisti, diversi gli equilibri, con Meloni mattatore e Salvini e Berlusconi destinati a fare da junior partners, diverso il contesto: allora tutti pensavamo che Putin potesse sedere al tavolo delle democrazie».

L’ampio consenso di cui è accreditata Meloni è un problema?
«Lo è. Non perché si rischi un ritorno al fascismo. Questo è un argomento che ritengo ingiusto e non utile. Si rischia, però, un governo che metterebbe in ginocchio l’Italia, come nel 2011. Quando Meloni dice all’Europa “è finita la pacchia” usa toni da bar di paese, fuori dalla realtà: l’Europa ci ha garantito centinaia di miliardi con il Pnrr e ha steso la sua mano sul nostro debito pubblico».

La sua candidatura è stata definita da Letta funzionale a resistere contro ogni «torsione presidenzialista della Costituzione».
«Il presidenzialismo è un sistema che funziona in altri Paesi. Ma non è quello che serve all’Italia. Secondo me, peraltro, neanche chi propone questa riforma ci crede davvero: la useranno come alibi se dovessero governare senza riuscirci»

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