Quella DC nata al nord e l’esigenza di un federalismo autenticamente solidale

Il Sole 24 Ore” di ieri, con un interessante articolo a firma di Dino Pesole, cerca di rinfrescare le nozioni del Ministro Bossi sulla storia della Democrazia Cristiana, probabilmente da rivedere (assieme a tante altre questioni).

La DC, contrariamente all’analisi del “senatur”, nasce nel pieno del secondo conflitto mondiale (1942) come un partito decisamente legato al territorio del Nord, in particolare a quel Nord profondo, contadino, cattolico e lavoratore che faceva della triade “casa – chiesa – bottega” il proprio punto di riferimento (i racconti di Guareschi con la parabola del Bene Comune portato avanti, nonostante le divergenze, dal pretone della Bassa Don Camillo e dal sindaco comunista Peppone sono eloquenti al riguardo).

Molta parte di quel Nord oggi in camicia verde (si pensi all’epopea del “mitico” Nordest tra gli anni ’80 e ’90) nasce indubbiamente da questo sostrato sociale. Territori vocati ad una tragica emigrazione che, partita alla fine dell’Ottocento, si protrarrà anche durante il regime fascista, nonostante i proclami mussoliniani. Quei territori trovarono un importante punto di riferimento nel rassicurante pensiero democristiano, nella sua azione moderata, nel valore della sua classe dirigente che aveva fatto la Resistenza, pagando anche a caro prezzo l’adesione alla democrazia (si pensi a Porzus e alle vicende del “Triangolo della Morte”, con l’uccisione di molti sacerdoti e politici moderati solo colpevoli di aver invocato una pace sociale) e nell’adesione all’Alleanza Atlantica e al Piano Marshall.

Riforma agraria, Piano Casa, riforma fiscale, provvedimenti messi in campo negli anni del centrismo segnato dall’impronta della figura di De Gasperi, strizzavano certamente l’occhio a questi stati sociali, gettando le basi di quel “boom” che poi caratterizzerà l’Italia degli anni ’60. Certo, la progressiva meridionalizzazione di apparati dirigenti e di governo, esasperata alla fine degli anni ’80, ma già iniziata nei tragici “anni di piombo”, porterà ad un certo distacco e alla nascita dei primi fermenti anti – centralisti.

Non posso qui non citare, a tal proposito, l’intelligente intuizione di un grande politico della terra veneta quale Antonio “Toni” Bisaglia (1929 – 1984), morto prematuramente all’apice della sua carriera : creare un partito federato, sul modello della CSU bavarese, per stare realmente accanto agli interessi e alle priorità del territorio, di fronte ad un progressivo distacco di una partitocrazia crescente da quella borghesia che aveva appoggiato la nascita della DC. Una lezione importante, che esaltava un federalismo solidale, nel solco della tradizione dei Comuni italiani (di là viene non a caso il motto “Libertas”) come indicato nel lontano 1919 da Don Sturzo in prima persona, per prevenire quei fermenti che già agitavano le acque del Nord d’Italia, nel generale riflusso ideologico degli anni ’80. Un modello che forse, nel progetto di un nuovo soggetto politico legato alla coesione e responsabilità nazionale, avrebbe senso riprendere, per dare, come sottolineato recentemente anche dalla CEI, un senso solidale e non egoistico alla riforma dello Stato in atto, da non ridurre a mero slogan propagandistico di qualche soggetto politico, o, peggio, a paravento per parole d’ordine dure e contro l’interesse della nostra “povera Patria” (Battiato docet).

“Riceviamo e pubblichiamo” di Marco Chianaglia.

2 Commenti

Commenti

  1. Molto interessante, complimenti…Attenzione, però, che dopo aver letto ciò potrebbe chiedere un’alleanza…;-)


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