postato il 10 gennaio 2016 | in "Esteri"

Libia: Isis teme il nuovo governo

Serve l’intervento militare
casiniL’intervista di Alessandro Farruggia a Pier Ferdinando Casini pubblicata su QN

«Gli spari e l’autobomba contro il corteo del premier incaricato Sarraj, la strage di Zliten e l’attacco ai pozzi di petrolio della Cirenaica fanno parte di una stessa strategia. Bloccare l’insediamento dell’esecutivo di unità nazionale libico favorito dall’Onu, che i terroristi vedono come il fumo negli occhi. Ora più che mai, dobbiamo fare tutto quanto serve per fare insediare quel governo». Pier Ferdinando Casini (nella foto), presidente della commissione Esteri del Senato e docente di geopolitica mediterranea alla Lumsa, legge con preoccupazione gli eventi di questi giorni in Libia. Ed è convinto che il momento decisivo, se vogliamo evitare che la bandiera nera di Daesh sventoli su Tripoli, è agire adesso. Anche militarmente.
Presidente Casini, cosa significa l’attacco ai pozzi della Cirenaica?
«In questi anni tutte le parti in guerra in Libia hanno rispettato le risorse petrolifere, anche perché la società di Stato che li gestiva ha poi suddiviso i proventi con tutti gli attori principali. Con l’ingresso in scena dell’Isis, a partire dal 2015, questo non è più valido. Lo Stato Islamico è fuori dall’accordo tra fazioni, non vuole spartire, ma distruggere quelle infrastrutture. L’attacco ai pozzi, già tentato la scorsa estate, è strategico per il Califfato perché toglie risorse ai suoi avversari. Gli attacchi si ripeteranno perché i terroristi vogliono impedire che il nuovo governo possa contare sui proventi degli idrocarburi. Vogliono chiudere il rubinetto per innescare il caos».
Si attendono giornate di fuoco da qui alla data per l’insediamento del nuovo governo?
«Ogni giorno che passa il governo Sarraj è destinato a vedere un aumento degli attacchi da parte di chi gioca al ‘tanto peggio, tanto meglio’. Eppure non deve mollare. E non lo sta facendo. Membri del consiglio di presidenza e lo stesso Sarraj sono andati ieri sul suolo libico, a Misurata come a Zintan, per rendere omaggio alle vittime del camion bomba e per fare politica. Moltiplicare la propria base, stringere accordi con altri gruppi politici o tribali. E questo è un salto di qualità».
Intanto a Misurata Sarraj è stato oggetto di un duplice tentativo di attentato. Il premier è atteso al varco, e a mano armata.
«Non mi sorprende di certo. Noi viviamo accanto a una polveriera. Più si procrastinerà la nascita di un governo, più le minacce si moltiplicheranno. Si ridurranno solo quando il governo si insedierà. Da qui ad allora, siamo nella terra di mezzo. Servono nervi saldi».
I nemici del governo ‘dell’Onu’ sono potenti e disposti a fare politica anche con le autobombe.
«Per tagliargli l’erba sotto i piedi bisogna essere veloci. Se il nuovo governo libico richiederà aiuto per insediarsi, credo gli vada dato».
Anche aiuto militare, oltre che politico?
«Ma certo. Se è chiesto da loro, ha la copertura della risoluzione delle Nazioni Unite e prevedere l’utilizzo di un contingente multinazionale, non potremmo dire di no. Il governo Renzi ha giustamente fissato in politica estera una priorità per il nostro Paese: il Mediterraneo. E questo significa che dobbiamo assumerci le responsabilità conseguenti».
Andare con un contingente per garantire l’insediamento del nuovo governo ci espone però al rischio di diventare una parte in conflitto. Non solo contro Daesh, ma anche contro le fazioni che non appoggiano il governo voluto dall’Onu. Il gioco vale la candela?
«Questo governo è attivamente sostenuto da tutti gli attori internazionali e dalle potenze dell’area. Anche Qatar e Turchia, sponsor del governo di Tripoli, l’hanno accettato. Abbiamo una ragionevole copertura locale e internazionale per decidere di intervenire. Certo, non sarà facile. Ma a volte bisogna sporcarsi le mani. In questo momento l’attendismo sarebbe irresponsabile. Se i terroristi arrivassero a Tripoli o a Tobruk, allora sì che l’azione militare sarebbe impossibile e il prezzo che pagheremmo sarebbe ben più alto».
I terroristi intanto continuano a colpire anche nel vicino Egitto, prima vicino alle Piramidi, poi a Hurghada. Dopo il Bardo e gli attacco sulla spiaggia in Tunisia, il turismo è ancora nel mirino.
«Si colpisce il turismo per provocare un danno economico grave, per seminare paura. L’Egitto e la Tunisia sono al centro del tentativo di destabilizzazione d el Nordafrica. Più i paesi sono stabili e raccordati all’Occidente, più diventano bersagli. Ma più sono stabili più hanno anticorpi e possono sconfiggere il terrore. Per questo dobbiamo essere al loro fianco».

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