La lotta alla mafia non si fa con le armi spuntate

Ci sono tanti modi per fare antimafia. Uno dei più ammirevoli è l’antimafia sociale, fatta dai cittadini, spesso senza protezione, poi c’è quella della magistratura e delle forze dell’ordine, e infine quella più “di palazzo”, l’antimafia legislativa, che spesso è la più efficace, perché è in grado di dare gli strumenti giuridici per questa lotta impari. È un’antimafia che si esprime con le leggi e che in ultima battuta è stabilita dalla politica, dalle maggioranze o dalle intese bipartisan, cosa ancora più suggestiva e auspicabile, in un Paese che dovrebbe unirsi superando le divisioni politiche per sconfiggere una piaga fino ad oggi  incurabile. Capita dunque che il Parlamento si esprima favorevolmente e con un certo grado di coesione per conferire al governo la delega per la stesura del nuovo codice antimafia, testo che riunisce la normativa vigente armonizzando i vari strumenti giuridici un po’ sparsi e scoordinati fra loro.

La proposta del governo, contenuta in un decreto legislativo, ha fatto molto discutere tanto che Libera, la rete che raggruppa le associazioni antimafia e principale attore sociale di lotta alla mafia, ha diffuso un appello per prorogare l’approvazione del codice. Un appello inascoltato: il governo ha fatto orecchie da mercante, recente l’epilogo della vicenda:codice antimafia approvato dal consiglio dei ministri con le congratulazioni reciproche tra passati e presenti guardasigilli, entrata in vigore fissata per il 7 settembre.

Punto di forza dell’antimafia è sempre stato il sequestro, la confisca e la restituzione alla legalità dei beni appartenenti a soggetti condannati per reati di mafia, procedimento reso possibile dalla lungimirante opera di Pio La Torre, che non a caso venne ucciso dalla mafia proprio per aver lanciato l’idea della confisca dei beni mafiosi, scaturita poi in una legge del 1996, obiettivo raggiunto grazie a una raccolta firme di Libera. Oggi questo strumento così utile, così efficace appare indebolito, spuntato, compresso nella sua portata dal codice di emanazione governativa. Nel testo si stabilisce infatti che tutto l’iter che porta all’assegnazione al pubblico dei beni confiscati deve terminare entro un anno e sei mesi dall’inizio della procedura. Scaduto questo termine, la ghigliottina: vanificato tutto il lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine, fatto di riscontri, perizie, indagini approfondite tra Italia e estero, una mole di operazioni che difficilmente si possono concludere in quei tempi ristretti. La paura delle tante associazioni antimafia e di tanti magistrati è che questa previsione si traduca in una sorta di prescrizione generalizzata di tutte le misure di prevenzione patrimoniale nei confronti delle mafie. Ma come? Se c’è un modo per colpire il sistema mafioso in maniera in qualche caso irreversibile è proprio la confisca dei beni e il loro riutilizzo a fini sociali, e lo si va a minare così? Le preoccupazioni sono fondate: l’universo mafioso è tutt’altro che sofferente, oggi i volumi di affari sono sempre più ingenti e il Nord si sta mostrando sempre più impermeabile a questo business parallelo. Un business che dà lavoro a tante persone, ecco perché così vitale e reattivo. Gli strumenti su cui possono contare le forze che reprimono il fenomeno devono espandersi, non comprimersi, specialmente in un momento così delicato quale è quello della crisi economica e di grossi investimenti nel Centro-Nord (infrastrutture e Expo2015 in primis).

L’appello che chi sensibilizza l’opinione pubblica alla lotta alla criminalità organizzata rivolge al governo è che ripensi il codice che ha prodotto. Impegno della politica deve essere quello di affermare l’idea che un Paese dove prosperano le mafie non è un Paese libero. Non si possono ammettere poteri opposti o paralleli che applicano le loro leggi, di Stato ce n’è soltanto uno e siamo noi, la moltitudine di cittadini onesti che chiede un Paese libero e non schiavo. I segnali positivi sono tanti ma non possono essere scoraggiati da una legislazione indifferente: molti commercianti del Sud si stanno ribellando al racket del pizzo, i molti beni confiscati ai mafiosi vengono recuperati e offerti alla collettività, l’ammirevole azione delle forze dell’ordine sta dando i suoi frutti. Liberarci dal tiranno è possibile ma solo con gli strumenti adatti, con le armi spuntate non si arriva a nulla.

Riceviamo e pubblichiamo Stefano Barbero

 

1 Commento

Commenti

  1. La cosa triste è che questi “ostruzionismi” alla giustizia e alla legalità possono destare il sospetto di voler indirettamente “disturbare il meno possibile” cosa nostra… Sarebbe orribile…




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