postato il 9 Ottobre 2012 | in "Giustizia, In evidenza, Riceviamo e pubblichiamo"

Giustizia: ma quanto ci costi?

“Riceviamo e pubblichiamo” di Marta Romano

La Giustizia italiana, purtroppo, è tra le più lente del mondo: ci vogliono addirittura (in media) 1120 giorni per risolvere una controversia giuridica. Più di tre anni per affrontare i tre gradi di giudizio, che portano, secondo le stime di Mario Draghi, presidente della BCE, alla perdita di quasi un punto percentuale di PIL. Per dirla in breve, a causa della lentezza della giustizia italiana, lo Stato perde circa 18 miliardi di euro, che invece potrebbero significare investimenti proficui e benefici enormi per l’economia.

Il risultato è questo: le aziende, italiane e soprattutto straniere, preferiscono investire altrove, lì dove non è necessario affrontare 41 passaggi prima di risolvere una controversia commerciale. Anche perché, una volta risolta, e magari vinta una causa, le aziende si accorgono di dover pagare più di un quarto del valore complessivo della disputa. Ebbene, non è certo una bella pubblicità per gli investimenti stranieri.

Ecco perché è più che necessario muoversi per modificare questo stato di cose: il sistema giuridico italiano è in una pericolosa fase di stallo, sono presenti meccanismi troppo vecchi, e le modalità impiegate ad oggi sono inefficienti e improduttive.

Le semplificazioni attuate dal Governo sono già importanti passi in avanti, ma si può fare di più, e sempre meglio. Magari, un grande aiuto potrebbe giungere dall’informatizzazione dei luoghi della giustizia, così da rendere immediate le comunicazioni di notifiche, utilizzando il metodo della PEC (Posta Elettronica Certificata).

Si tratta di un provvedimento basilare, che andrebbe a snellire i tempi delle cause, oltre che i costi per i tribunali. Piccole misure per la risoluzione di un problema così importante e  grandi vantaggi economici, per un Paese che necessita di investimenti, così come l’uomo necessita dell’aria per vivere.

1 Commento

Commenti

  1. Tonino non c’azzecca proprio nello scegliere i suoi seguaci!

    Per un verso o per l’altro, di riffa o di raffa, per questioni di soldi o di divergenze politiche, fatto sta che l’Idv di Antonio Di Pietro ogni tanto… perde pezzi lungo la tortuosa e accidentata strada della legislatura nazionale e locale! Da Domenico Scilipoti a Elio Veltri, da Antonio Razzi a Sergio de Gregorio, fino all’ultimo dei marucci, tanto per citare soltanto i nomi dei pezzi più “grossi” finiti sulle prime pagine dei giornali e fuori dall’Idv, sembra proprio che Antonio Di Pietro, l’ex magistrato di mani pulite e attuale leader dell’Italia dei Valori, non ne azzecchi manco “uno” dei suoi diretti e più stretti collaboratori! Delle due l’una: o è sfiga, oppure l’Italia dei Valori si fonda – e poi irrimediabilmente affonda – su certi “valori” che non sono quelli della gente per bene di questo Paese, dissanguato dalla malapolitica e dal malaffare!!! “Anche Cristo – si difese Di Pietro – sbagliò uno dei tredici apostoli!”. E’ che qui, caro Tonino, di apostolo non se ne salva nemmeno uno!!! Senza offesa per nessuno, ci mancherebbe.




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