postato il 15 Giugno 2013 | in "Spunti di riflessione"

Di solo rigore si muore. Adesso è tempo di sviluppo.

casini1L’intervista a Pier Ferdinando Casini pubblicata su il “Giornale di Sicilia”, di Andrea D’Orazio.

Cresce l’attesa per il Consiglio europeo di fine giugno. L’Italia, reduce da un faticoso cammino sulla strada del rigore, proverà a indicare altre vie possibili per uscire dal tunnel della recessione, senza sacrificare lo sviluppo. Sul tavolo il fardello più pesante, quello della disoccupazione. Il premier Letta e i ministri dell’Economia di Spagna, Francia e Germania, lo hanno ribadito ieri nel summit di Roma: il nodo del lavoro sarà al centro dell’Ue, non si può aspettare che sia la crescita a favorire l’occupazione, ma, al contrario, bisogna sostenere l’occupazione per stimolare la crescita. È il segno di un mutato approccio nei confronti della crisi economica, di una rivoluzione copernicana? Secondo Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Affari Esteri del Senato, si tratta di una scelta obbligata: «perché di solo rigore si muore, e l’austerità non può diventare una filosofia di vita. Adesso è tempo di sviluppo, altrimenti il dramma dei giovani che non hanno lavoro e certezze travolgerà sia l’Europa sia la classe dirigente di tutti i Paesi».

Siamo dunque al cambio di rotta: via dal rigorismo?

Sarà inevitabile, la pressione è fortissima, lo chiedono tutti i parlamenti europei. Giovedì prossimo, a Vienna, al vertice del Partito popolare europeo, ribadirò al cancelliere tedesco Merkel la necessità di cambiare orizzonti. Anche perché è dal culto dell’estremo rigore, quello che supera la necessità sacrosanta di tenere i conti a posto, che poi nascono e proliferano certi fenomeni dell’antipolitica, o movimenti come quelli grillini, che magari durano lo spazio di un mattino, ma  producono grandi illusioni nel cuore della gente.

Sembra che l’Italia, sul fronte occupazione, abbia già ottenuto un primo risultato: nella bozza che circola a Bruxelles c’è l’impegno di anticipare l’utilizzo dei 6 miliardi messi a disposizione dall’Ue per il lavoro. Le promesse si tradurranno in fatti?

L’Italia, dopo essere uscita dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, per la prima volta dal 2009 si siederà a un Consiglio europeo senza trovarsi in una posizione scomoda. Abbiamo fatto bene i compiti a casa, adesso sta all’abilità negoziale del Governo ottenere risultati concreti, per spingere l’Ue verso la strada dello sviluppo e degli incentivi all’occupazione giovanile. Un tema delicatissimo, quest’ultimo, perché non coinvolge drammaticamente soltanto il nostro Paese, ma 25 milioni di europei.

Da quei sei miliardi all’Italia arriveranno circa 500 milioni, troppo pochi. Ci sono altri fondi europei ancora non spesi: 30 miliardi da utilizzare entro il 2015. È possibile dirottarli sulla questione lavoro?

Bisogna assolutamente farlo. Abbiamo ancora molte risorse importanti da utilizzare, occorre indirizzarle sull’imprenditoria giovanile, per stimolare la nascita di nuove aziende. Penso soprattutto al Mezzogiorno. Certo, si può anche parlare di detassazione per i neoassunti, ma il rischio, oggi, è che di neoassunti non ce ne siano più, e che pertanto si parli del nulla. Bisogna partire dalle giovani imprese, puntare su chi ha voglia di scommettere sul proprio futuro aprendo attività. Su questa strada dobbiamo impegnarci tutti. È vero che negli ultimi due anni il tasso di assorbimento dei fondi europei è passato dal 18 al 40%, ma le Regioni devono fare di più. Penso anche a una modifica del Titolo quinto della Costituzione sulle autonomie locali, da inserire nel programma di riforme costituzionali che è stato messo in moto: bisogna passare dall’euro-retorica del federalismo al concreto monitoraggio di quanto le Regioni hanno saputo fare e dei disastri che hanno compiuto.

Un Governo come il nostro, formato da avversari-alleati, quale peso politico può avere sull’Ue? Dovrà ingaggiare un braccio di ferro con i Paesi più ricchi?

La formula delle larghe intese potrà anche avere diversi svantaggi, ma sicuramente ha un vantaggio proprio sul piano europeo, dove può giocare un ruolo di primo piano. Questo perché diverse famiglie politiche, sia i socialisti che i democristiani, saranno più propensi ad ascoltarci. Quanto ai bracci di ferro, le istituzioni europee non sono certo un bar. E poi che senso avrebbe mostrare i muscoli, far vedere quanto sono forti, fare gli spacconi, per poi sparire sotto il tavolo al primo pugno che prendiamo durante i negoziati? Non credo ai propositi bellicosi, credo alla serietà di un impegno serio, paziente e continuato con l’Ue.

Durante l’Esecutivo Monti con l’Ue sono stati commessi errori? Siamo stati poco coraggiosi?

L’austerity era una medicina necessaria, soprattutto per quei Paesi che in questi anni hanno fatto la parte della cicala, accumulando debito pubblico come l’Italia. Non potevamo fare altrimenti, dovevamo collocare troppi titoli di Stato sul mercato, lo spread era schizzato e l’Italia era sotto stretta osservazione. Abbiamo portato avanti una politica impopolare, ma giusta, perlomeno nei primi sei mesi. Poi abbiamo un po’ smarrito la strada, anche perché la sindrome elettorale aveva reso il governo orfano di padre e di madre.

In molti, ancora, sono convinti che l’euro sia stato letale per il nostro Paese. Ha senso, oggi, pensare a una via di fuga dalla moneta unica?

Col senno del poi, forse, sono stati commessi degli errori nel percorso verso l’euro, ma parlare oggi di via di fuga mi sembra una boutade autolesionista. Certo, la moneta va assistita diversamente. Bisogna anche dare più poteri alla Bce, e per farlo non possiamo certo aspettare il verdetto della Corte costituzionale tedesca sulla legittimità dello scudo antispread adottato dall’Eurotower, anche perché nessuno ha trasformato quel tribunale in una Corte costituzionale europea.

Dilaga l’euroscetticismo. Come arginarlo?

L’Ue oggi è davanti a un bivio, così com’è non regge più. Per gli europeisti convinti come me sarebbe necessario un salto di qualità con gli Stati Uniti d’Europa. Solo così la gente potrà appassionarsi di nuovo al grande ideale europeo, solo così capirà il valore dell’Ue: quando la vedrà interviere nel controllo delle frontiere, quando uniformerà i sistemi scolastici, quando parlerà la stessa lingua in politica estera, quando la vedrà lottare contro l’evasione fiscale, quando ci sarà un mercato unico dell’energia, la banda larga e tanto altro ancora. La strada sembra lunga, ma l’opportunità di imboccarla c’è già. Mi auguro, per esempio, che per le prossime elezioni comunitarie i partiti europei avanzino anche candidature per la presidenza della Commissione e la sottopongano agli elettori. Sarebbe una bella novità. L’Ue non deve essere solo il governo delle burocrazie, ma dei popoli. È infatti il deficit di politica, unito all’eccesso di rigore, che scatena l’euroscetticismo. Insieme a un terzo elemento: la miopia di classi dirigenti nazionali che, incapaci di assumersi le proprie responsabilità, le hanno tutte scaricate sull’Europa.

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