postato il 18 Settembre 2016 | in "Memoria, Rassegna stampa"

Ciampi: ha ridato al Paese l’orgoglio di essere italiani

ciampi_casiniL’intervista di Marco Ventura pubblicata su Il Messaggero

Fu con Ciampi al Quirinale che entrò nel gergo della politica l’espressione «bipartisan»? Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri al Senato e all’epoca presidente della Camera, invita a «capire il contesto in cui Ciampi fu eletto nel 1999: si veniva da una presidenza Scalfaro in alcuni passaggi molto divisiva, il clima politico era incandescente. C’era l’esigenza di un voto ampio per evitare la solita bagarre dei franchi tiratori e delle votazioni interminabili».

Non c’era la candidatura del popolare Franco Marini?
«Veltroni virò immediatamente sul nome di Ciampi e attorno a quella scelta costruì un consenso ampio. Il centrodestra non vedeva l’ora di votare un candidato non solo super partes, ma che apparisse anche tale. Il partito della sinistra non portò popolari al voto, e dietro la spinta di Veltroni propose senza esitazione Ciampi».
Cinque dei suoi 7 anni furono poi segnati dalla coabitazione con Berlusconi.
«Non furono anni facili e al netto della cortesia, Ciampi non ha mai amato Berlusconi. Però lo ha sempre rispettato, rispettando con lui il risultato delle urne. Chi ha lavorato molto, e molto bene, per smussare gli angoli, è stato Gianni Letta, nel quale Ciampi aveva una fiducia totale. È stato un gioco di pesi e contrappesi, di moral suasion esercitata con intelligenza dal Presidente».
Momenti di maggior disaccordo e, invece, condivisione?
«Il cammino della legge Gasparri fu costellato da una sorveglianza stretta del capo dello Stato che non ne condivideva l’impianto. Fu un continuo lavoro di correzione, esercitato in modo morbido. In realtà quella legge respinta per alcuni articoli alle Camere era stata già molto emendata dall’operato sottotraccia di Ciampi. I presidenti della Repubblica non hanno il compito di farsi applaudire ma di incidere. Ciampi lo ha fatto con determinazione. Se non ci fosse stato questo lavoro, non ci sarebbero stati neanche i momenti di unità fondamentali che ci consentirono di affrontare quei tempi».
Per esempio?
«Ricordo il suo straordinario spessore umano la notte in cui rientrarono i caduti di Nassiriya. Dalle famiglie era visto come un nonno che non li lasciava soli. Ciampi si schierò subito per l’unità nazionale e non diede spazio ad alcuna possibile polemica. Per questo subì contestazioni dalla sinistra, che lo accusava di non essere sufficientemente assertivo contro Berlusconi. Il che dice quanto il suo atteggiamento sia stato equilibrato e ispirato al senso dello Stato».

Ciampi andò fino a El Alamein. Bipartisan non solo politicamente ma culturalmente?
«Qui sta il suo lascito più importante. Le presidenze della Repubblica sono chiamate a tenere vivo e rinvigorire il senso della Patria. In Italia eravamo al punto che parlare di Patria significava dire qualcosa di destra. Ciampi spiegò a tutti che la Patria, il suo simbolo, il suo valore, erano elementi di cui andare orgogliosi, di cui non vergognarsi. Un senso di patriottismo costituzionale e nazionale che non ha a che vedere col nazionalismo come lo intendiamo oggi, perché andava declinato insieme al suo europeismo e alla convinzione che l’integrazione europea fosse un processo da cui non si poteva tornare indietro. Di qui gli amari, ultimi sfoghi sulla impotenza e incapacità dei dirigenti europei».
La Lega non lo votò
«Ma anche con loro si sforzò sempre di non rompere un filo di rapporti. Al di là di qualche episodio, trovò nella Lega di Bossi una disponibilità a reggere un filo comune pure nel pieno della discordia. Ben lontano dagli insulti di Salvini che dimostrano l’imbarbarimento nella politica italiana. Ciampi aveva con Maroni, ministro dell’Interno, un rapporto di profonda correttezza istituzionale».
Ciampi fu bipartisan anche tra laici e cattolici?
«Era un attivista laico a tutto tondo, mai però laicista. Lo ricordo in chiesa tante volte anche prima che avesse incarichi di responsabilità. Era molto attento a non compiere atti esteriori sbilanciati. Ma era profondamente credente e aveva un rapporto straordinario con Giovanni Paolo II e con Ruini, che presiedeva i vescovi italiani».
Ciampi era grande amico della Germania?
«Grande amico dei tedeschi, e amico personale di Helmut Kohl. È sempre stato convinto che la Germania avesse una particolare responsabilità in Europa e che l’Italia dovesse sviluppare un dialogo italo-tedesco. L’ho visto soffrire di più proprio nelle fasi di disaccordo con Berlino. È stato accusato di avere accettato i vincoli di Maastricht, ma si dimentica che firmò un patto di stabilità e di crescita. Se la crescita è rimasta sacrificata negli anni successivi, non lo si deve a lui».
Alla fine diceva che questa non è l’Italia che aveva sognato
«Probabilmente questa Italia e questa Europa non sono quelle che aveva sognato. Però non ha mai perso una vena di ottimismo, convinto com’era che il destino è nelle nostre mani. Quando andai a trovarlo l’ultima volta, alla fine mi incoraggiò e davanti a me che gli esternavo qualche elemento di delusione mi spronò a non mollare e a tenere duro».

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