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È il momento di passare da Agenda Digitale a Strategia Digitale

postato il 3 febbraio 2013

di Giuseppe Portonera

In una campagna elettorale importante come quella che sta trascorrendo, si è sottovalutato un tema importante: meglio, fondamentale. Si tratta dell’innovazione tecnologica necessaria al nostro Paese per tirarlo fuori dalle secche in cui la crisi economica e sociale lo ha precipitato. L’Udc, durante tutta questa legislatura, si è impegnato a fondo a difesa della libertà della Rete e a sostegno di “Agenda Digitale”, vero volano per il rilancio della nostra economia: basti ricordare, su tutto, il lavoro del nostro deputato Roberto Rao, che ha firmato un progetto di legge insieme a Gentiloni (PD) e Palmieri (PDL) proprio su questi temi. Il DDL prodotto è stato poi recepito – non in tutto e non in meglio purtroppo – dal DL Sviluppo presentato dal Governo e dal Ministro Passera (e convertito in legge in extremis, a causa della fine anticipata della legislatura). Ciò nonostante, dopo il lavoro svolto dal governo Monti, abbiamo la fortuna di non partire da zero: ora è il momento di dimostrare come una politica nuova per il Paese non possa prescindere da una grande idea di innovazione, non solo tecnologica ma anche e soprattutto sociale e civile.

Come ha sottolineato proprio Rao, oggi, commentando il documento presentato da Confindustria Digitale, è sempre più evidente la necessità di passare da “Agenda Digitale” a “Strategia Digitale”, fissando le tappe di una road map da spuntare da qui al 2020, per garantire al nostro Paese più inclusione sociale, competitività e produttività. Perché l’Italia sia finalmente 2.0, il che vuol dire: spread digitale al minimo, con banda larga e ultralarga per tutti, e punti hotspot wifi diffusi su tutto il territorio; servizi rapidi e efficienti per il cittadino-utente e per burocrazia informatizzata per le aziende; open data per la PA e la politica, perché la trasparenza è il miglior antidoto alla corruzione; nuovi posti di lavoro, moderni e flessibili. In questo una vera Strategia Digitale risulta fondamentale: la filosofia #open, fatta di contenuti chiari e trasparenti, deve pervadere e conquistare le nostre istituzioni.

Basta leggi oscure, incomprensibili, di bassissima qualità tecnica: dobbiamo produrre atti normativi facilmente “condivisibili”, nel senso stretto del termine (che quindi siano comprensibili a tutti, non solo agli esperti del settore) e pure nel senso social (perché possano girare su FB o Twitter, devono necessariamente essere chiare).

Nel nostro programma abbiamo già previsto: di rendere obbligatorio l’uso del non digitale nella PA solo nei casi in cui è provato che sia più conveniente dell’utilizzare il digitale; di impegnare ogni anno tutti i ministeri a produrre un piano di innovazione tecnologica; di spingere sull’introduzione del FOIA, che obbliga la pubblica amministrazione a rendere pubblici i propri atti e rende possibile a tutti i cittadini di chiedere conto delle scelte e dei risultati del lavoro amministrativo. Inoltre, l’obbligo di trasparenza riduce di molto la possibilità di evadere e corrompere: negli Stati Uniti il costo totale annuale per l’applicazione della legge è di circa $416 milioni annui, cioè di meno di $1,4 per ogni cittadino. A noi italiani la corruzione pubblico-privata costa 1.000 euro a testa all’anno (più di 60 miliardi nel complesso). Anche una piccola diminuzione della corruzione ripagherebbe ampiamente i costi di applicazione della legge!

Un’Italia 2.0 è un’Italia con un’economia di mercato più moderna, rapida e efficiente, che abbatta le distanze fisiche e sociali. E un’economia di mercato che funziona meglio porta ad costruire comunità intelligenti e più produttive, che mettano in rete (e in Rete) le loro potenzialità. E vere smart comunities danno l’opportunità di avere maggiore inclusione sociale e più possibilità di crescita e di affermare i veri talenti nostrani.

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Se la Rai dà il buon esempio…

postato il 18 dicembre 2012

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

Nell’ambito pubblico, anche alla luce dei recenti scandali che hanno coinvolto intere giunte regionali, forse qualcosa si sta muovendo in direzione di una maggiore trasparenza e rigore.

In questi giorni i dipendenti RAI hanno ricevuto una lettere dal direttore generale della RAI, Luigi Gubitosi, il quale ha dato precise disposizioni e soprattutto una linea di grande chiarezza e trasparenza, oltre che di onestà.

Cosa è scritto in questa lettera? Gubitosi partendo dalla considerazione del particolare periodo economico sia per l’Italia che per la RAI, ha invitato i dipendenti a una maggiore morigeratezza nelle strenne natalizie, infatti scrive “il contesto generale non consente di sostenere spese per omaggi, regali o benefici, quand’anche contemplati dalle usanze o compatibili con i codici etici di tutti i soggetti interessati. Eventuali situazioni eccezionali dovranno quindi essere puntualmente segnalate ed argomentate alla direzione generale della capogruppo che, qualora ne ravvisi l’opportunità, potrà rilasciare una specifica autorizzazione”.

Questo per fare le strenne natalizie. E per riceverle? Anche qui l’invito è alla morigeratezza e soprattutto alla trasparenza e al rigore. Infatti la lettera dice chiaramente che, considerando l’art.79 del codice etico aziendale, è assolutamente vietato accettare per se o per altri doni, regali, inviti in misura tale da generare aspettative di trattamenti preferenziali o compromettere l’immagine aziendale. In ultima analisi i dipendenti possono ricevere regali per un controvalore di 150 euro, se si eccede tale soglia bisogna darne comunicazione all’azienda, e poi devolvere in beneficenza (secondo un percorso ben definito) la parte eccedente i 150 euro.

Sembra una sciocchezza, ma è un segnale importante di come, nell’ambito pubblico, ci si stia ponendo verso un comportamento che, anche se non illegale, è però sanzionabile da un punto di vista etico e morale.

Sicuramente è solo un primo passo, a cui ci auguriamo che ne seguano altri anche in altri settori della vita pubblica italiana.

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La più bella del mondo

postato il 18 dicembre 2012

“Riceviamo e pubblichiamo” di Marta Romano

Per chi l’avesse perso, offro un riepilogo e un’analisi sul programma mandato in onda stasera dalla Rai. Uno spettacolo, in tutti i sensi. Una performance di Benigni davvero strepitosa, da pelle d’oca: In più occasioni mi sono emozionata. Da brividi. Uno spettacolo di quasi due ore e mezza,senza alcuna pubblicità: una lezione di storia, di diritto e di vita.

Questo è il Servizio Pubblico che vogliamo!

Lo spettacolo di Benigni si apre con ironia: c’è un finto parallelismo col Medioevo (“periodo in cui c’erano corrotti, persone indagate, che facevano leggi terribili e votavano con una legge dal nome latino, il ‘Porcellum’! ”). Naturalmente, bersaglio dell’ironia è il mondo politico, con i suoi scandali, e in particolar modo Berlusconi; ma è tutto molto sobrio. Poche battute iniziali, perché presto il comico toscano entra nel merito del tema.

Benigni si sofferma a riflettere sull’importanza del voto e della partecipazione. Partecipare alla vita della Repubblica è fondamentale, così come votare. Non ci si può lavare le mani, non ci si può astenere dalla politica: altrimenti ci si comporta come Ponzio Pilato, si lascia la Repubblica nelle mani della folla. “E, si sa, la folla sceglie sempre Barabba.”

Dopo questi primi minuti, che già preannunciano una gran bella serata di Televisione (con la T maiuscola), Benigni invita a riflettere sulle istituzioni e sul loro ruolo. Invita a non generalizzare sui politici (“Se diciamo ‘Sono tutti uguali’ facciamo il gioco dei disonesti, dei corrotti. Perché così riescono a nascondersi, a farla franca!”), né a disprezzare le Istituzioni per colpa di chi le rappresenta (“Se un padre picchia ogni sera il proprio figlio, non diciamo che la paternità è una cosa crudele, brutta o sbagliata. Diciamo che quel padre non è un buon padre”).

Quindi, Benigni parla della Costituzione come legge fondamentale. Tuttavia, pensando al termine “legge” si tende a credere che sia accompagnata da divieti, da tanti “no”, un po’ come i 10 Comandamenti. Invece la Costituzione italiana “è la legge del desiderio, sprona a fare, a sognare. Il grande merito dei Padri Costituenti è stato quello di “rendere un sogno legge. E’ come se ti obbligassero a sognare, a desiderare”.

Dunque, la disamina del termine stesso “Principi Fondamentali”: sono principi che non si possono toccare, sono le fondamenta della nostra Nazione. Sono quei principi che si scrivono quando si è sobri, che servono a prevenire eventuali futuri stravolgimenti. Infatti, spiega la “Clausola diUlisse”: La Costituzione si auto vincola con questi principi. E’ come la metafora di Ulisse, che chiede di essere legato per non morire, per non cadere negli inganni delle sirene. Lo stesso hanno fatto i Padri Costituenti, hanno posto questi vincoli per far sì che l’Italia non cedesse alle sirene, per auto vincolarsi anche per il futuro.

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Se la spending review si può fare grazie ad Internet

postato il 8 dicembre 2012

di Giuseppe Portonera

La spending review dovrebbe essere un metodo permanente dell’azione di governo e il taglio dei costi, collegato all’aumento dell’efficienza e della velocità dei servizi offerti, andrebbe programmato annualmente. Grazie al Governo Monti questa strada sembra essere stata intrapresa: i ministri Giarda e Patroni Griffi, che hanno combattuto una battaglia dura contro gli immensi sprechi che si nascondono nei meandri della Pubblica Amministrazione, si sono dovuti scontrare con un moloch pesante e da più parti inattaccabile, finendo con l’incidere tagli col bisturi, anziché con l’accetta, come sarebbe servito. Questo per una molteplicità di motivi: ma quello che più mi sembra primario, è il non aver usato i giusti strumenti operativi. Il Governo Monti è il Governo dell’Agenda Digitale, che più di altro può rappresentare uno stimolo alla crescita: perché, allora, in sede di programmazione della spending review non si è pensato a tagliare i costi delle PA puntando sulla trasformazione digitale? Cosa può avere più successo della smaterializzazione delle procedure, dei documenti, dei tempi d’attesa, in materia di riduzione dei costi burocratici e maggiore efficienza del servizio?

Del resto, le idee in campo non mancano. Specie da parte nostra. Sulla scia di quanto proposto da Stefano Quintarelli, per esempio, noi pensiamo sia necessario imporre, per legge: alle PA, che qualsiasi atto o procedura non digitale sia vietato a patto che non si dimostri essere più conveniente del digitale; ai ministeri, di produrre annualmente un piano di innovazione tecnologica. È un diritto per il cittadino-utente ricevere notifiche e certificati via mail; mentre per lo Stato investire su sanità elettronica e giustizia digitale significherebbe un risparmio notevole (pensate ai faldoni di carta che occupano spazio e che per essere trasportati da un ufficio a un altro succhiano via moltissime risorse). Già in questi campi si possono attivare iniziative a costo zero: con lo switch-off nelle PA, il lavoro di trenta camminatori siciliani, per dire, sarebbe svolto da una, massimo due persone (con un risparmio di soldi pubblici e una notevole riduzione dei tempi di attesa). Una trasformazione digitale, poi, non gioverebbe solo sul fronte economico, ma anche e soprattutto su quello della trasparenza delle PA: bisogna puntare, infatti, sull’OpenData e sul FOIA. Ogni atto delle pubbliche amministrazioni (dal governo ai comuni, alle istituzioni tutte) appartiene alla comunità e deve essere conosciuto dalla comunità. Il cittadino deve poter conoscere, in ogni momento, l’attività dei suoi rappresentanti politici o amministrativi (quindi leggi, bandi, bilanci per chi gode di finanziamenti pubblici). In questo modo l’efficienza delle PA sarebbe evidente e conoscibile a tutti, e questo obbligherebbe la burocrazia a conformarsi a standard molto più elevati, rispetto a quelli di oggi. Più trasparenza, infatti, vuol dire prima di tutto meno corruzione (e quindi meno costi). Secondo la Corte dei Conti, la corruzione costa all’Italia circa 60 miliardi all’anno: negli Stati Uniti, dove la legge sul diritto all’informazione è utilizzatissima dai cittadini, il costo totale annuale per l’applicazione della legge è di circa $ 416 milioni annui, cioè di meno di $1,4 per ogni cittadino. Mentre a noi italiani la corruzione pubblico-privata costa 1.000 euro a testa all’anno. Anche una piccola diminuzione della corruzione ripagherebbe ampiamente i costi di applicazione della legge: e questa sì che sarebbe spending review!

Al prossimo governo spetta quindi questa eredità: capire che la riduzione (necessaria, profonda) dei costi della PA deve passare soprattutto attraverso l’innovazione digitale. Ecco perché sul progetto di un’Italia più trasparente, efficiente e always connected incentreremo la nostra campagna elettorale.

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Agenda Digitale trasformerà il Paese

postato il 11 ottobre 2012

di Giuseppe Portonera

Su questo blog abbiamo ripetuto più e più volte che Agenda Digitale è la tra le più importanti pietre miliari da posare, per costruire un Paese più efficiente, rapido e moderno (abbiamo anche cercato di spiegare perché un kilometro di banda larga è preferibile a un kilometro di autostrada). Una rivoluzione digitale, infatti, sarebbe portatrice di nuovi shock positivi per l’economia, favorirebbe una maggiore inclusione sociale, garantirebbe un livello più alto di trasparenza e controllo. I nostri rappresentanti in Parlamento hanno sempre operato in questa direzione, cercando di rilanciare un’opera di mediazione e collaborazione tra le varie forze politiche, nel tentativo di varare il prima possibile un provvedimento per Agenda Digitale. Il Governo attuale, dopo qualche tentennamento di troppo, ha finalmente deciso di compiere un primo, importante passo in avanti, varando la sua Agenda Digitale. Da ciò che è filtrato (siamo ancora in attesa di leggere il testo del decreto), si tratterebbe di un documento molto interessante, ricco di proposte e progetti accattivanti, che potrà sicuramente essere migliorato al momento della sua conversione in legge, ma che rappresenta – prima di tutto – una vittoria “culturale”, perché denota un cambio di mentalità: finalmente, in mezzo a tante manovre emergenziali per affrontare la crisi (principalmente tasse e tagli) si sceglie di varare un provvedimento del genere, che molto può fare sul versante della crescita.

Il Premier Mario Monti, presentando venerdì scorso il pacchetto, aveva giustamente sottolineato che «Agenda Digitale è un modo per trasformare il Paese», attraverso la circolazione del sapere, la condivisione delle informazioni, la connettività, i servizi digitali al cittadino, che sono «le basi per recuperare il gap tecnologico paese». Le norme, quindi, «puntano in modo ambizioso a fare del nostro Paese un luogo nel quale l’innovazione sia un fattore di crescita sostenibile e produttività delle imprese». Non è un caso se qualcuno ha ribattezzato questo provvedimento come “TrasformaItalia”, e anche gli esperti del settore (come l’ex direttore di Wired, Riccardo Luna) si sono espressi favorevolmente. L’Agenda Digitale del Governo recepisce molti dei suggerimenti e delle intuizioni che noi avevamo avuto nei mesi precedenti: il capitolo sulle Start Up sembra ben fatto, dalla definizione dei caratteri di “impresa innovativa” (sostenere spese in ricerca e sviluppo in misura pari o superiore al 30 per cento del maggiore tra il costo e il valore della produzione; impiegare personale altamente qualificato per almeno un terzo della propria forza lavoro; essere titolare o licenziataria di una privativa industriale connessa alla propria attività) alle misure da attuare in caso di loro fallimento (dato l’alto rischio imprenditoriale, si congelerebbe solo la parte di patrimonio necessaria a ripagare i creditori, senza gravare ulteriormente sulle disponibilità personali dell’imprenditore). Ben congegnate sono anche le novità elaborate su Sanità Elettronica e Giustizia Digitale: vengono introdotti l’Unico Documento Elettronico – che unificherà carta d’identità e codice fiscale – e il fascicolo sanitario elettronico, e accelerate le procedure per prescrivere farmaci via telematica (con risparmi consistenti sui tempi burocratici); mentre tutte le comunicazioni di cancelleria, in tribunale, dovranno avvenire per via telematica all’indirizzo di posta certificata. Viene poi normato, per la prima volta, il crowdfunding, un sistema di raccolta di denaro “dal basso” che sarà regolato e monitorato, e che amplificherà quindi tutele e diritti di chi oggi semplicemente si affidava alla propria buona fede e alla voglia di “donare” risorse.

Certo, lo dicevamo su, il testo del Governo potrà e dovrà essere integrato, migliorato. Alcuni suggerimenti: innanzitutto, deve essere prevista una tassazione agevolata per il commercio dei cosiddetti beni digitali (l’Udc aveva proposto di fissare l’IVA al 4%). Poi – visto che il Ministro dell’Innovazione digitale è lo stesso che ha le deleghe all’Istruzione e alla Ricerca – bisogna programmare una riforma dell’insegnamento dell’informatica nelle nostre scuole (abbiamo bisogno di creare tecnici e professionisti digitali). Infine, come fatto rilevare anche dalla FNSI, si fa sentire la mancanza di una norma che introduca nell’ordinamento italiano i principi di trasparenza del Freedom Of Information Act (FOIA), che permette a ogni cittadino (non soltanto a chi abbia un interesse diretto e personale nella materia) di avere accesso ai dati sull’attività pubblica di ogni tipo e livello. Confidiamo dunque nel Parlamento, che ha già dimostrato grande sensibilità sul tema: Agenda Digitale può davvero trasformare il Paese. Non buttiamo via un’occasione come questa.

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T’insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi

postato il 11 settembre 2012

di Giuseppe Portonera

Luca Sofri, giornalista e autore del blog Wittgenstein, ha scritto domenica scorsa un post molto duro, a tratti gratuitamente cattivo, sicuramente disinformato, sul nostro partito. Lo ha scritto partendo da uno dei luoghi comuni più abusati della politica italiana: quello che vuole che l’Udc non abbia una linea politica, non parli di contenuti, si limiti a interessarsi solo di accordi e alleanze. Come ogni luogo comune, è sempre facile da usare: quando hai un buco da riempire, un post che non sai a chi dedicare, ecco che ti ricordi che c’è quel partito che tutti si ostinano a definire ininfluente, piccolo, ma che poi è sempre commentatissimo, qualsiasi cosa decida di fare. Ma, come ogni luogo comune, è anche facilmente smontabile. Andiamo con ordine.

Sofri esordisce andando sul sicuro (e stuzzicando le intelligenze migliori del suo pubblico):

“L’UdC è un non partito, che deve una sua considerevole forza elettorale alla raccolta degli avanzi degli altri partiti”

ma non contento, si procede:

“vota UdC chi non si riconosce in nessuna delle identità diverse incarnate dagli altri partiti, ed è infine rassicurato da un partito che non ha identità”.

e poi spara la bordata finale, accuratamente studiata:

“Conoscete una posizione dell’UdC sulla Giustizia? Sulla Scuola? Sull’articolo 18? Sul precariato? Sulle riforme costituzionali? Sulla ricostruzione della Rai? Sulle liberalizzazioni? Eccetera, grandi e piccole. Due sole posizioni sono chiare, dell’UdC: quelle retrograde e filoclericali sui temi etici e quelle sulla riforma elettorale”

Ora, appena letto questo post, ho immediatamente deciso di rispondere. L’ho fatto alle 22:01 del 9 settembre 2012: solo che il commento, stranamente, è rimasto in attesa di essere moderato fino all’indomani mattina. Dopo aver aspettato invano, ho deciso di farlo notare direttamente a Sofri, tramite un tweet: cinque minuti dopo era stato sbloccato, con relativa risposta dell’autore. Il mio commento è questo:

“Questo post è una delle cose più ridicole che abbia mai letto. E le spiego subito perché (ah, sono in conflitto di interessi, “milito” per l’Udc): si lamenta di non conoscere nessuna posizione chiara dell’Udc; ma mi risulta che lei faccia il giornalista, ha provato a informarsi, a documentarsi?

Andiamo per rapidi punti, non voglio certo svilire il dibattito di qualità che si è sviluppato tra i commenti.

  1. Sulla Giustizia: abbiamo ripetuto più e più volte che il nostro sistema giustizia ha grosse criticità e vanno risolte con quattro provvedimenti che riteniamo irrinunciabili e non rinviabili: anticorruzione, intercettazioni, responsabilità civile dei magistrati, situazioni delle carceri. Abbiamo ripetuto più e più volte che la Riforma della Giustizia è la prima riforma economica che serve a questo Paese (lo ha ripetuto anche Casini dal palco di Chianciano, oggi), perché la mala giustizia (intesa come somma dei tempi biblici delle cause, dei livelli di corruzione, dell’assenza della certezza del diritto e della legge) ci fa perdere moltissimo in competitività e sviluppo economico. Qui, per esempio, ne ho scritto (ma wow, dirà lei: questi sanno pure scrivere, non si limitano a dire rosari). 
  2. Sull’Art 18: sempre pensato fosse un “non problema”: la riforma del mercato del lavoro deve tutelare i più deboli. Quelli che l’Art 18 non ce l’hanno e non lo avranno mai.
  3. Sulle riforme costituzionali: su questo le posizioni all’interno del partito sono variegate (mannò, dirà lei: questi qui c’hanno pure le posizioni variegate! mica pensava esistesse solo Giovanardi, nevvero?). Su una cosa concordiamo però: se si vogliono fare davvero queste benedette (e a mio avviso, necessarie) riforme costituzionali, non si possono usare gli ultimi mesi di questa legislatura. Ne serve, di legislatura, una nuova e che sia costituente, fin dal principio.
  4. Sulla ricostruzione della Rai: abbiamo apprezzato le mosse del Governo e dei nuovi vertici Rai. Il nostro capogruppo in Vigilanza, Roberto Rao, ha sempre ripetuto che l’urgenza è rimettere in sesto i conti dell’azienda e dopo si potrà pensare anche ad aprire al Mercato l’azienda (perché vale il principio del “un servizio pubblico non è necessariamente statale”).
  5. Sulle liberalizzazioni: mi scusi, ma qui ho riso. Cioè, se lo ricorda chi ha mandato in vacca le liberalizzazioni del Governo Monti? E davvero non si ricorda di cosa dicemmo noi all’epoca? Era per caso in vacanza, aveva il pc spento? Le do una notizia: noi vogliamo un piano serio, organico e vasto di liberalizzazioni e privatizzazioni. (ummaronna!!! un altro post, le giuro che non la importuno più, poi).

Ora, avrà notato che le ho linkato diversi pezzi che ho scritto (il conflitto d’interessi l’ho dichiarato su). Non so se lei, oberato com’è di lavoro e impegnato a scrivere certi post deliziosi, aveva mai buttato prima l’occhio sul sito di Pier Ferdinando Casini (immagino di sì: il lavoro del giornalista è quello di informarsi e informare, no?). Se non l’avesse mai fatto, ci provi: scoprirà che non abbiamo “intellettuali” vicini all’Udc, è vero (?), ma le idee ce le abbiamo lo stesso. Certo, per dire: queste idee le sintetizziamo e le argomentiamo in post che scriviamo noi, semplici ragazzi, che non abbiamo mai pubblicato un libro, insegnato in un’Università prestigiosa, scritto sui grandi giornali nazionali (io però ho diretto il giornale scolastico del mio liceo, ci tengo che si sappia). Semplici ragazzi, ok, ma che non permettono certo di farsi trattare così, con sufficienza e altezzosità (e non dica che è così, mi ha appena detto che sono come il traffico dopato che si compra su Google, gesùmio).

Ultima cosa: il partito cresce per gli scarti che ruba agli altri? Lo vada a dire ai volontari e ai militanti che sono stati a Chianciano, quest’anno. Lo vada a dire ai protagonisti di questo articolo (scritto da un giornalista che aveva prima messo in dubbio l’esistenza dei militanti Udc, poi è venuto qui a Chianciano e ha cambiato idea: chissàcomemai) http://www.repubblica.it/politica/2012/09/08/news/udc-42190931/. Buone cose”.

La controrisposta di Sofri, invece, è questa:

Rispondo a “Portos” (nomi e cognomi da adulti, neanche nell’UdC):
1. Non vedo una sola posizione sulla giustizia in quello che scrive: “riforma della giustizia” la vogliono tutti.
2. E quindi nessuna posizione neanche su questo.
3. posizioni “variegate” e quindi nessuna posizione del partito.
4. “rimettere in sesto i conti”: come, non si sa. Privatizzare? Vendere due reti? Una? Una rete senza pubblicità? Una fondazione? Boh.
Mantengo la mia opinione (informata), mi spiace se ne sia offeso: sui “militanti” e sull’efficienza della macchina non ho mai avuto dubbi, come ho scritto.

In sostanza, a ogni rilievo mossogli il nostro Sofri ha risposto che “io continuo a non vedere nulla”. Perfetto. Facciamo allora che mentre molti giornalisti passano il loro tempo a criticare l’attività politica di un partito, senza neanche conoscerla, noi continuiamo a lavorare, a mettere su idee, a trovare il modo di renderle concrete. E facciamo pure che da ora in poi ce ne freghiamo di chi ci offende e ci tratta con così tanta sufficienza e altezzosità.

(il titolo è preso in prestito dalla canzone degli Articolo 31, I consigli di un pirla)

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Il buio della disinformazione

postato il 10 agosto 2012

“Riceviamo e pubblichiamo” di Francesco Scavone (lettera inoltrata alla redazione del Tg1)

Egregi giornalisti e redattori del Tg1,

più volte nel nostro Paese si torna a discutere (e a dividersi) sulla libertà e l’obiettività dell’informazione. Un tema senza dubbio cruciale, che non dovrebbe di norma presentarsi nella vita di un paese civile. Soprattutto se le riflessioni nascono in riferimento al telegiornale di punta del servizio pubblico.

Parlo di me e della mia esperienza personale. Credevo finita l’era Minzolini, l’era di telegiornali sfacciatamente di parte, con servizi monocolore ed editoriali da far accapponare la pelle (perdonate la sincerità). Ma, forse e purtroppo, mi sbagliavo. E ne ho avuto la triste prova negli ultimi giorni, quando il dibattito politico – seguendo la scia delle temperature agostane – si è fatto più rovente ed infuocato. Dibattito che ha visto il Popolo della Libertà accanirsi su Casini, reo di aver dichiarato di essere disponibile nel 2013 ad una convergenza con i riformisti, per dare continuità al lavoro iniziato da Monti. Non sono intenzionato ad entrare nel merito del dibattito, pur riservandomi di notare con stupore l’esagerata rabbia che ha contornato tutte le dichiarazioni degli esponenti del Pdl (cito emblematicamente Lupi “Chiederemo sua espulsione dal PPE” ). Rabbia a cui sono state contrapposte risposte nel merito, ultima fra tutte la lettera di Casini al Corriere della Sera .

Peccato che spesso i media siano ciechi, non si sa per quale ragione, di fronte a questi scambi di battute, preferendo riportare notizie monche e distorte. E’ il caso dell’edizione del TG1 di ieri sera, nella quale è apparso un servizio sull’argomento. Guardandolo, ho notato un evidentissimo sbilanciamento dalla parte delle dichiarazioni degli esponenti Pdl, riservando a Cesa una misera e non conclusiva replica. Proporre al telespettatore un servizio incompleto nell’edizione principale, quella delle ore 20, è già discutibile. Ma è ancor più deprecabile che ciò si ripeta nelle edizioni successive, dimostrando che quell’incompletezza d’informazione era voluta e non derivante da fretta o ritardo nell’aggiornamento.

Allora ho ritenuto tanto doveroso quanto spontaneo scrivere ai vertici del partito, non tanto per portarli a conoscenza dell’accaduto, bensì per sentire il loro parere a riguardo. La risposta del capo della segreteria politica, Antonio de Poli, è stata chiara e precisa. “È chiaro che in un momento delicato per la politica e per l’informazione ci sarebbe bisogno di credibilità e professionalità.

Rivolgo a voi questa breve riflessione, unitamente alla mia disapprovazione. Monti pochi giorni fa ha parlato di una luce che si incomincia a vedere in fondo al tunnel della crisi. Il Paese  ha bisogno di quella luce, non offuschiamola o danneggiamola con il buio della disinformazione.

Cordialmente,

Francesco Scavone

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Che noia perdere l’aereo (in Italia)!

postato il 25 luglio 2012

“Riceviamo e pubblichiamo” di Marco Da Rin

A quanti viaggiano, per lavoro o per diletto, prima o poi immancabilmente succede: ritrovarsi con il naso all’insù contemplando il soffitto dell’aeroporto o peggio passeggiando davanti a vetrine di improbabili souvenir per colmare le ore di attesa dell’aereo in ritardo.

Fortunatamente anche in questo la tecnologia ci viene in aiuto: da alcuni anni tutti i pc portatili, gli smartphone, ma anche ebook reader o addirittura macchine fotografiche escono dalle fabbriche predisposti per accedere alle reti senza fili wi-fi.

E così arriva il lieto fine, in cui il viaggiatore può alleviare le sue pene lavorando direttamente dall’hub o rilassandosi navigando i suoi siti preferiti. Se non si trova in Italia!

Eh si perché nel nostro paese lo “spread digitale” non manca di affliggere anche la rete aeroportuale, dove è impossibile accedere gratuitamente a internet o ricaricare la batteria dei nostri dispositivi. E il paragone non è con i soliti Stati Uniti, dove compagnie come Google garantiscono la connettività anche negli scali minori, ma con quasi tutto il mondo conosciuto: in Asia, Sud America, Australia il wi-fi free è la regola, non l’eccezione.

Fanalino di coda il vecchio continente, dove internet spesso è considerata un lusso da far pagare a caro prezzo, che può raggiungere i 10€ all’ora. Un panorama sconfortante che non trova giustificazioni se non in una sottovalutazione culturale dell’importanza della rete nel presente e nel futuro.

Ah, se perdete l’aereo in Italia fatelo a Fiumicino, sembra ci sia un barlume di wi-fi gratuito. Ovviamente al gate della British Airways.

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Una nuova Scuola per i nativi digitali

postato il 4 luglio 2012

“Riceviamo e pubblichiamo” di Francesco Scavone

Le nuove tecnologie ed internet, sempre più spesso, sembrano essere sinonimi di futuro. Un futuro che, proprio partendo dalle ottime opportunità che pc, ipad, cellulari offrono, possa sfruttarle al massimo per creare nuove prospettive di crescita e sviluppo.

Sono gli stessi cardini sui quali è stata incentrata la ricerca del Censis in Calabria sui Nativi Digitali, i giovani studenti nati dopo il 1980 che fin dall’infanzia hanno interagito, si sono formati e comunicano attraverso le nuove tecnologie. L’indagine, che si e’ svolta nei mesi scorsi ed ha riguardato 2300 studenti e 1800 genitori, si è soffermata sull’uso del tempo di studio e del tempo mediato da questi strumenti, sugli effetti delle tecnologie digitali nella relazione con gli altri, sulle modalita’ di apprendimento, nel rapporto con la scuola.

I presupposti sono semplici. Le giovani generazioni sono sempre più parte di una “società digitale”; si informano, comunicano, interagiscono con i nuovi mezzi sul web: queste trasformazioni investono inevitabilmente i processi di apprendimento e di istruzione. Da qui nascono diverse questioni: possiamo considerare come risorse per l’apprendimento le tecnologie digitali? Possono essere uno stimolo sincero per la curiosità e lo spirito di iniziativa dello studente? E ancora, possono migliorare le capacità di concentrazione e riflessione, generando risvolti didattici positivi?

Molti rispondono in modo affermativo a questi interrogativi, con la consapevolezza che le nuove tecnologie sono imprescindibili per cercare un dialogo con i ragazzi e per svolgere al meglio la funzione didattica. Così la riflessione si sposta altrove, interessando un altro aspetto preoccupante: il divario esistente tra la scuola dei nostri giorni e le nuove generazioni. E Il campione geografico che è stato oggetto della rilevazione non ha certamente aiutato a disegnare un quadro migliore.

Il ministro Profumo, stamane, ha cercato di interpretare questo gap, prospettando margini di soluzione e innovazione. “Guardate i ragazzi in classe, guardateli negli occhi, vedrete quanto si annoiano con noi” – ha detto, osservando anche mestamente “sono sorpreso che in questa sala non ci siano ragazzi, noi siamo un altro mondo.” Insomma, il ministro ha confermato tutto il suo impegno per raggiungere nuovi obiettivi. Il problema non sono i nativi digitali ma il divario di cultura digitale. Ancora, gli insegnanti devono essere il nodo dell’inserimento delle tecnologie digitali nella scuola e saperle padroneggiare. Come per dire: inutile riempire le classi di pc e tablet se poi gli insegnanti non sanno che farci nella didattica. Un discorso condivisibile, che ovviamente non passa per la totale rottamazione della scuola tradizionale: la scuola pensata e disegnata dai nostri padri – lo dico da studente – è una risorsa, ma va ripensata e ridisegnata al passo con i tempi. I giovani d’oggi possiedono le competenze per interagire con diversi strumenti, attingono informazioni in maniera diversa da come avveniva prima che la rivoluzione digitale prendesse piede. E la scuola deve tenere presente i cambiamenti che stanno avvenendo.

Il ministro ha poi continuato: “Dobbiamo rinnovare profondamente la scuola. Pensiamo alle aule e ai corridoi: fanno parte di un altro mondo, le nuove scuole dovranno essere progettate in modo diverso.” Affermazioni importanti, se unite anche a quelle di un mese fa: ”Questo Governo e il mio ministero hanno un obiettivo: migliorare il livello medio del paese. Solidarieta’ e merito devono stare insieme. Dare un riconoscimento a chi eccelle vuol dire mettere i meritevoli al traino dell’intera classe e innalzare il livello medio.

Una dichiarazioni di intenti da non trascurare. C’è tanto da fare, e dovrà essere fatto bene. Chissà se, dopo anni di disattenzione per il settore dell’istruzione, si possa davvero iniziare a sperare. Dopotutto il solo titolo della conferenza, che conteneva l’espressione “emergenza educativa”, riassumeva in sintesi la situazione italiana.

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Perché dall’estero non investono in Italia?

postato il 24 maggio 2012

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

Nei giorni scorsi ho potuto parlare con alcuni amici che si sono trasferiti in Germania per lavoro e mi hanno detto che, facendo due conti, le tasse che pagano (come IRPEF) più o meno quanto pagherebbero in Italia.

Partendo da questo punto viene da chiedersi perché dall’estero si investa poco in Italia e quali sono i problemi degli imprenditori italiani ad investire in Italia, rispetto ad altre nazioni come la Germania.

La risposta la forniscono alcuni studi internazionali secondo i quali quello che penalizza l’Italia davvero sono quattro punti: la complessità burocratica, la minore produttività, la lentezza nei trasporti e il digital divide.
In particolare il “Global Competitiveness report 2011-2012” del World Economic Forum afferma che, in Italia, l’indice di complessità del quadro legislativo relativo all’applicazione delle regole misura 125 punti, contro i 17 della Francia, i 60 della Francia, i 12 della Germania, i 13 della Spagna. Secondo la società di Consulenza McKinsey ogni posto di lavoro nelle imprese estere crea maggiore valore aggiunto e ricerca che nelle imprese nazionali, citando a supporto di questa affermazione i dati dell’Istat, la quale afferma che nel 2009 il valore aggiunto medio per addetto delle imprese (ovvero la produttività per addetto) è pari a 33.700 euro contro i circa 65.000 euro delle imprese estere. Inoltre, a fronte di una spesa di 600 euro per addetto in ricerca e sviluppo da parte delle imprese nazionali, le imprese a controllo estero ne spendono in media 2.100. Guido Meardi della McKinsey ha anche ricordato che rispetto ai principali partner europei l’Italia nel periodo 2005-2011 è stata la peggiore nella capacità di raccogliere i flussi netti di investimenti diretti esteri in entrata, pari all’1,0% del Pil contro il 4,8% del Regno Unito, il 2,4% della Francia, il 2,6% della Spagna e l’1,3% della Germania. E sugli altri due punti (ovvero trasporti e digital divide) cosa possiamo dire? Secondo Nando Volpicelli, amministratore delegato di Schneider Electric Industrie Italia le nostre infrastrutture sono ridotte ai minimi termini, e addirittura il costo di trasporto per unità di prodotto (al netto della benzina) dallo stabilimento di Rieti della multinazionale transalpina è «di due euro più caro rispetto al Sud della Francia». In questo campo il recente provvedimento del governo Monti per sbloccare 100 miliardi di euro da investire nelle infrastrutture potrebbe essere un toccasana decisivo, infatti nel 1970 eravamo al terzo posto in Europa per dotazione autostradale in rapporto agli abitanti, ora siamo al quattordicesimo.
Ma a livello generale la situazione delle infrastrutture in Italia è alquanto carente: l’Italia è stato il primo Paese europeo a sperimentare l’Alta velocità ferroviaria nel 1970, ma oggi siamo indietro a tutti, infatti la Spagna ha 3230 chilometri di linee veloci, contro gli 876 dell’Italia. E a che prezzo, sta avvenendo quel recupero: 48,9 milioni di euro al chilometro, a fronte dei 10,2 milioni della Francia e dei 9,8 della Spagna. Per quanto riguarda i porti (ricordiamo che il 70% del traffico merci, viaggia su mare), tutti i principali porti italiani, per i loro problemi strutturali, hanno visto transitare nel 2009 meno container (9 milioni 321 mila teu, l’unità di misura del settore) che nel solo scalo olandese di Rotterdam (9 milioni 743 mila teu). Se guardiamo alla rete informatica, le cose non migliorano, consideriamo che la classifica 2010 di netindex.com sulla velocità media delle connessioni internet collocava l’Italia al settantesimo posto nel mondo, dietro Georgia, Mongolia, Kazakistan, Thailandia, Turchia e Giamaica.

Indubbiamente i punti sopra individuati sono delle catene che limitano le capacità dell’economia italiana e proprio per questo il governo Monti sta coniugando il rigore a delle riforme che abbattano queste catene: 100 miliardi di investimenti nelle infrastrutture, la semplificazione nel mondo del lavoro, e l’agenda per colmare il digital divide sono tutte iniziative che permetteranno di rilanciare l’economia italiana nel mondo.

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