Tutti i post della categoria: Giustizia

Giustizia, agenda scarna ma chiara per riforme condivise

postato il 19 Dicembre 2011

Finita l’epoca della guerra di religione sul fronte della giustizia serve un’agenda scarna ma chiara per riforme condivise, in modo da rendere accettabile il funzionamento del sistema. Incontreremo altri operatori di settore e cercheremo un’intesa non per la riforma epocale, ma per porci realisticamente obiettivi minimalisti ma concreti.

Pier Ferdinando

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Carceri, diamoci subito da fare in Parlamento

postato il 15 Agosto 2011

Dobbiamo accettare la giusta provocazione radicale di occuparci di più delle carceri italiane e arrivare con dei provvedimenti veri in Parlamento.

Presso la casa circondariale di Borgo San Nicola di Lecce ho trovato una situazione difficile perché c’è il doppio di carcerati di quelli che potrebbero essere ospitati. Di positivo ho trovato un grande sforzo della polizia penitenziaria e una grande civiltà da parte dei detenuti. 

Il sovraffollamento è un elemento di cui prendere atto. Certo, bisogna lavorare, fare qualcosa di concreto, incisivo, anche con ipotesi di depenalizzazione. Le misure alternative sono una priorità assieme all’edilizia carceraria, non stabilirei delle classifiche. Forse bisognerà pure depenalizzare alcuni reati.
Soprattutto, più della metà degli ospiti del carcere di Lecce sono detenuti in attesa di giudizio definitivo. Ciò è vergognoso, intollerabile, incivile. Ci siamo occupati di processi brevi, processi lunghi occupiamoci finalmente di snellire queste procedure infinite, che sono indegne di un paese civile.

Pier Ferdinando

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Ferragosto in carcere, una battaglia di civiltà

postato il 15 Agosto 2011

Ferragosto è una festa per l’uomo. Sacro e profano si intrecciano, falò in spiaggia e pontificali in cattedrale in fondo hanno un comun denominatore: lo splendore della vita umana che nella gioia e nel riposo del giorno festivo viene oggi vissuto e che viene celebrato nella festa della Dormizione della Madre di Dio come sconfitta della morte. Ma questa giornata così bella e luminosa, questa celebrazione dell’umanità splendente viene offuscata dal dramma che si consuma nelle carceri italiane. Forse non è un caso che ogni anno nel giorno di Ferragosto i riflettori si accendano, anche se per un momento fugace, sulle carceri italiane e sulle condizioni di coloro che lì vivono e purtroppo anche muoiono. Negli istituti penitenziari italiani in molti casi non c’è vita, nel senso che tra le spesse mura delle celle, i chiavistelli e le grate la vita muore lentamente per mancanza di spazio, di attenzione, di rispetto delle più elementari regole di civiltà. Ci sono fiumi di inchiostro sull’emergenza carceri ma c’è soprattutto l’impegno dei radicali di Marco Pannella che ogni anno rompono con coraggio la spensieratezza di questa giornata per ispezionare un carcere, per confortare e denunciare, per portare avanti una battaglia di civiltà che è cominciata nel lontano 1976, quando i quattro radicali eletti per la prima volta in Parlamento e i loro supplenti, Franco De Cataldo, Roberto Cicciomessere, suor Marisa Galli e Angelo Pezzana, cominciarono ad andare su e giù per carceri. Dal 1976 non ci sono Natale, Capodanno o Ferragosto senza che i radicali non facciano visita alla “massa dannata” che sopravvive nelle discariche del nostro sistema giudiziario e il loro impegno ha fatto scuola se anche oggi 2mila persone aderiscono alla loro protesta pacifica e se c’è una nuova sensibilità tra i politici su questo problema. Ne è consapevole il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini che oggi visiterà il carcere di Lecce ma che ieri ha sentito anche la necessità di ringraziare i Radicali Italiani e Marco Pannella. Occorre però che la politica non si limiti alla compassione, che fa piacere ma di cui la varia umanità detenuta se ne fa ben poco, ma è necessario che finalmente intraprenda azioni significative e condivise per porre fine al dramma delle nostre carceri. Ha ragione Roberto Rao (Udc) quando afferma che “la politica e’ chiamata a restituire dignità a chi sconta la pena nelle carceri italiane (dove quasi la metà dei detenuti e’ in attesa di giudizio definitivo) e a chi vi opera in condizioni estreme, con grande professionalità ed umanità e spesso ben oltre quelli che sono i propri compiti”. Oggi è il giorno delle visite, della protesta non violenta, del digiuno e della riflessione personale e collettiva, ma domani dovrà essere il giorno della responsabilità; è il momento dell’impegno perché ogni giorno della vita sia una festa per l’uomo e dell’uomo, perché viva la sua vita pienamente e in dignità, anche in carcere.

Riceviamo e pubblichiamo Adriano Frinchi

 

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Domattina visiterò il carcere di Lecce

postato il 14 Agosto 2011

Domattina visiterò il carcere di Lecce. Sento il bisogno di ringraziare i Radicali Italiani e Marco Pannella dal quale mi dividono tante cose, ma a cui devo onestamente riconoscere una grande coerenza e passione civile, su questa e altre battaglie.

Pier Ferdinando

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La lotta alla mafia non si fa con le armi spuntate

postato il 5 Agosto 2011

Ci sono tanti modi per fare antimafia. Uno dei più ammirevoli è l’antimafia sociale, fatta dai cittadini, spesso senza protezione, poi c’è quella della magistratura e delle forze dell’ordine, e infine quella più “di palazzo”, l’antimafia legislativa, che spesso è la più efficace, perché è in grado di dare gli strumenti giuridici per questa lotta impari. È un’antimafia che si esprime con le leggi e che in ultima battuta è stabilita dalla politica, dalle maggioranze o dalle intese bipartisan, cosa ancora più suggestiva e auspicabile, in un Paese che dovrebbe unirsi superando le divisioni politiche per sconfiggere una piaga fino ad oggi  incurabile. Capita dunque che il Parlamento si esprima favorevolmente e con un certo grado di coesione per conferire al governo la delega per la stesura del nuovo codice antimafia, testo che riunisce la normativa vigente armonizzando i vari strumenti giuridici un po’ sparsi e scoordinati fra loro.

La proposta del governo, contenuta in un decreto legislativo, ha fatto molto discutere tanto che Libera, la rete che raggruppa le associazioni antimafia e principale attore sociale di lotta alla mafia, ha diffuso un appello per prorogare l’approvazione del codice. Un appello inascoltato: il governo ha fatto orecchie da mercante, recente l’epilogo della vicenda:codice antimafia approvato dal consiglio dei ministri con le congratulazioni reciproche tra passati e presenti guardasigilli, entrata in vigore fissata per il 7 settembre.

Punto di forza dell’antimafia è sempre stato il sequestro, la confisca e la restituzione alla legalità dei beni appartenenti a soggetti condannati per reati di mafia, procedimento reso possibile dalla lungimirante opera di Pio La Torre, che non a caso venne ucciso dalla mafia proprio per aver lanciato l’idea della confisca dei beni mafiosi, scaturita poi in una legge del 1996, obiettivo raggiunto grazie a una raccolta firme di Libera. Oggi questo strumento così utile, così efficace appare indebolito, spuntato, compresso nella sua portata dal codice di emanazione governativa. Nel testo si stabilisce infatti che tutto l’iter che porta all’assegnazione al pubblico dei beni confiscati deve terminare entro un anno e sei mesi dall’inizio della procedura. Scaduto questo termine, la ghigliottina: vanificato tutto il lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine, fatto di riscontri, perizie, indagini approfondite tra Italia e estero, una mole di operazioni che difficilmente si possono concludere in quei tempi ristretti. La paura delle tante associazioni antimafia e di tanti magistrati è che questa previsione si traduca in una sorta di prescrizione generalizzata di tutte le misure di prevenzione patrimoniale nei confronti delle mafie. Ma come? Se c’è un modo per colpire il sistema mafioso in maniera in qualche caso irreversibile è proprio la confisca dei beni e il loro riutilizzo a fini sociali, e lo si va a minare così? Le preoccupazioni sono fondate: l’universo mafioso è tutt’altro che sofferente, oggi i volumi di affari sono sempre più ingenti e il Nord si sta mostrando sempre più impermeabile a questo business parallelo. Un business che dà lavoro a tante persone, ecco perché così vitale e reattivo. Gli strumenti su cui possono contare le forze che reprimono il fenomeno devono espandersi, non comprimersi, specialmente in un momento così delicato quale è quello della crisi economica e di grossi investimenti nel Centro-Nord (infrastrutture e Expo2015 in primis).

L’appello che chi sensibilizza l’opinione pubblica alla lotta alla criminalità organizzata rivolge al governo è che ripensi il codice che ha prodotto. Impegno della politica deve essere quello di affermare l’idea che un Paese dove prosperano le mafie non è un Paese libero. Non si possono ammettere poteri opposti o paralleli che applicano le loro leggi, di Stato ce n’è soltanto uno e siamo noi, la moltitudine di cittadini onesti che chiede un Paese libero e non schiavo. I segnali positivi sono tanti ma non possono essere scoraggiati da una legislazione indifferente: molti commercianti del Sud si stanno ribellando al racket del pizzo, i molti beni confiscati ai mafiosi vengono recuperati e offerti alla collettività, l’ammirevole azione delle forze dell’ordine sta dando i suoi frutti. Liberarci dal tiranno è possibile ma solo con gli strumenti adatti, con le armi spuntate non si arriva a nulla.

Riceviamo e pubblichiamo Stefano Barbero

 

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Pdl e Responsabili rinuncino a voto segreto

postato il 20 Luglio 2011

Tutti ci definiscono casta, solo così saremo liberi e forti

In queste ore, fuori da qui, siamo definiti da tutti come una casta. Le ragioni di chi voterà sì o no all’arresto hanno eguale dignità. Vorrei solo che questa sera ciascun parlamentare andando via potesse guardare con dignità gli elettori e Papa. Per questo chiedo al capogruppo del Pdl e a Moffa di consentire che il nostro voto non sia sintomo di autotutela della casta ma espressione di libertà e saremo tutti più forti.

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Paolo Borsellino nel mio ricordo vive

postato il 19 Luglio 2011

Ero per terra. Il braccio graffiato in più parti. Solo dopo qualche giorno fui costretto ad una ingessatura: la caduta dal motorino aveva causato la frattura dell’omero. Erano da poco passate le cinque di quel 19 luglio del 1992. Sistemai zoppicando il “Ciao” nel garage. A Milazzo quel pomeriggio faceva caldo. Mi trovavo lì per una vacanza con i miei genitori. La sigla “edizione straordinaria” del Tg2 interruppe di colpo la discussione sulla mia rovinosa caduta. “Attentato”. Un nuovo attentato. A poche settimane da quello che aveva causato la morte di Giovanni Falcone. Sui volti dei miei genitori e dei mie zii l’assoluto silenzio ed una profonda tristezza. Silenzio e tristezza riempirono anche l’aria della cucina dove ci trovavamo seduti a discutere, fino a qualche minuto prima, del mio incidente. In me un sentimento misto di paura e dolore. A Milazzo, quel pomeriggio, dopo quella notizia, non sentì più il caldo sulla mia pelle. Un brivido lungo la schiena, lento. E un fitto dolore al braccio.

Giovanni Villino

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Alfano, l’onestà dei fatti e quella dei proclami

postato il 5 Luglio 2011

“Voglio un partito degli onesti”, questa la frase simbolo che il neo-acclamato segretario politico del PDL Angelino Alfano ha consegnato alla stampa. Una dichiarazione di intenti forte e meritevole di attenzione. È auspicabile che non rimanga uno slogan ma sia il monito quotidiano dell’attività del giovane (solo se confrontato con gli altri) Alfano, una volontà chiara che lo accompagni nell’opera di rinnovamento e cambiamento del partito di maggioranza relativa. Importante sottolineare due aspetti: con questa frase a effetto si è squarciato, diciamo così, il velo di ipocrisia che avvolgeva il PDL. È una presa di coscienza quasi inaspettata: nessuno avrebbe detto tali parole se non avesse prima constatato che all’interno del movimento di Berlusconi l’onestà non alberga propriamente nell’empireo dei principi fondanti. Questo per via di un presupposto concettuale, mentale dei berlusconiani: la politica è fare, è attività, dinamismo, poche remore e freni morali, l’onestà rallenta, si può perdonare se la si contravviene.

Il secondo aspetto è il piglio decisionista del nuovo segretario: vuole mostrarsi come l’uomo che si è guadagnato il titolo, non ricopre quell’incarico solo in virtù di una investitura del Cavaliere, ha le carte in regola per sferzare e rimettere in carreggiata il partito.

Ora lo aspetta la prova dei fatti. Ma questi, come spesso avviene, sono (o sono stati) inclementi, o quantomeno presentano una tempestività sorprendente.

In platea, mentre il ministro pronunciava le fatidiche parole, sedeva tra gli altri mille e più delegati, Alfonso Papa, deputato PDL su cui pende una richiesta d’arresto della magistratura di Napoli nell’ambito dell’inchiesta P4. Alfano è stato coraggioso ed in qualche maniera ha giocato al rialzo, quel passaggio proprio mentre infuria la bufera delle intercettazioni e dei legami illeciti politica-affari che investe il partito (oltre a Papa è nei guai anche il deputato Marco Milanese, strettissimo collaboratore del superministro Tremonti) ha di che far discutere: Alfonso Papa sarà messo sotto la lente del Segretario che per un rinnovato PDL vuole innanzitutto onestà? Come giustificherebbe l’imbarazzante presenza di un uomo che la magistratura ritiene creatore e membro di una associazione segreta pericolosa per le istituzioni? Il dovere dell’onestà si realizza nell’essere indipendenti da ogni pressione esterna, indebita e nel denunciare i tentativi di questo tipo. Insomma, Alfano ha avuto coraggio in quanto ora dovrà dimostrare che nelle parole che ha pronunciato crede davvero. E l’occasione è lì da venire: la giunta per le autorizzazioni deve pronunciarsi sulla richiesta di arresto. Come si comporterà il PDL a trazione Alfano? A dar retta alle intenzioni, profferte a favor di taccuini e telecamere, dovrebbe dare segnali di giustizia, punendo il deputato che trescava con Bisignani. Ma la sicurezza non c’è. E questo non per essere giustizialisti, ma per iniziare bene.

L’altro fronte della nuova battaglia sull’onestà è, se possibile, più scottante e “mediatico” perché riporta in superficie un nodo mai sopito, terreno di scontro aspro, il conflitto di interessi. La pietra dello scandalo è costituita da una piccola norma inserita nella manovra presentata dal governo al Capo dello Stato che modifica due articoli del codice di procedura civile, ponendo in capo al giudice dell’appello, in luogo della semplice facoltà, l’obbligo di sospendere l’esecutività della condanna di risarcimenti superiori ai 10 milioni di euro in primo grado e 20 milioni di euro in Cassazione. Una semplice riscrittura utile a mettere in salvo le casse della Mediaset del presidente del Consiglio, chiamata a risarcire la Cir di De Benedetti della supercifra di 750milioni di euro. I commenti si sono sprecati, la norma ha già assunto un appellativo familiare alle italiche orecchie, “ad personam”, tramutato efficacemente in “ad aziendam”. Questa operazione è tanto più odiosa se si pensa che il decreto contiene disposizioni per tutt’altra materia: la manovra predispone misure per il pareggio di bilancio entro il 2014, misure dure con ricadute dirette e pesanti sui cittadini. E allora, ci chiediamo, per quale motivo bisogna inserire una norma che tutela le grandi imprese se non per favorire nell’immediato un’azienda ben definita, sulla quale pende una condanna ad un risarcimento così ingente?

Alfano deve dimostrare di non essere la faccia pulita di un partito che nel chiuso delle stanze dà da pensare di occuparsi di tutt’altro che all’onestà, alla giustizia e alla legalità. Alfano deve dimostrare che il viatico da lui posto come fondamentale da quel palco sia la sostanza, la reale volontà collegialmente riconosciuta di riformare e migliorare. Il banco di prova è la contrastante disposizione del decreto licenziato dal Consiglio dei Ministri: sappia far seguire i fatti alle sue parole.

Ne va anche del suo interesse, del suo futuro politico, della sua dignità di uomo di partito: la sua iniziativa, se reale e non fittizia, può dimostrare che il PDL non è fatto di plastica, che non è sotto la bacchetta del premier, che sa cambiare pelle quando è necessario, che sa accorgersi del richiamo della buona politica. E la buona politica impone che la salva-Mediaset, come è stata rapidamente ribattezzata, ritorni da dove è arrivata e venga derubricata a “norma dal sen fuggita”. Tutto ciò che è ad personam è ontologicamente contrario all’onestà. Basta questo per dire basta a Berlusconi e per dire sì ad un PDL che stia alle regole del gioco.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Stefano Barbero

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Pronti a collaborare a provvedimento sulle intercettazioni se serio

postato il 25 Giugno 2011

Inaccettabile impedire alla magistratura di intercettare

L’Udc è pronta a collaborare a un provvedimento sulle intercettazioni solo se si tratta si qualcosa di serio fatto per evitare abusi e divulgazione di cose private.
Ma se si vuole impedire alla magistratura di intercettare, questo è inaccettabile e da noi non arriverà nessuna collaborazione.

Pier Ferdinando

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Intercettazioni, non è questo il momento per intervenire.

postato il 25 Giugno 2011

L’onda lunga dell’affaire-Bisignani non accenna ad arrestare la sua corsa e il primo ad essere travolto è lo strumento, l’arnese giudiziario che ha permesso di scoprire tutta la grandezza delle relazioni che il faccendiere intratteneva con la politica, le intercettazioni: mezzo di prova formidabile, hanno il pregio di essere spesso decisive nelle indagini. Quel che è emerso dall’inchiesta P4 è, a voler usare un eufemismo, inquietante. In primo luogo perché il protagonista della oscura vicenda, quel Luigi Bisignani da Milano, grandi entrature nei luoghi che contano del potere politico ed economico, teneva in pugno gran parte della classe dirigente del nostro Paese. Manager, funzionari pubblici, politici di lungo corso, tutti al telefono con il faccendiere, a farsi dare indicazioni e a chiedere intercessioni. Un grosso pezzo di italico potere tutto a pendere dalle labbra di Bisignani. Inquietante anche per il tenore del controllo che l’uomo deteneva nelle stanze dei bottoni. La Rai, per esempio: la sua influenza era fuori dall’immaginabile, l’ormai ex-direttore generale in sostanza alle sue dipendenze, anche nella gestione degli affari correnti oltre che a quelli più delicati, in cui l’intervento di Bisignani era d’obbligo, vedi il caso-Santoro, con la lettera di licenziamento scritta di suo pugno.

Bene, questo quadro di poteri e servizi pubblici nelle mani di un privato non poteva venire alla luce senza il determinante lavoro svolto dalle intercettazioni. Sul loro utilizzo si discute da sempre, da quando esistono. La loro funzione, i loro pregi, i loro difetti sono oggetto di un dibattito che in questi giorni acquista grande attualità. La tempesta perfetta si sta abbattendo su una larga parte del mondo politico della maggioranza. Personalità eminenti “pizzicate” al telefono con l’uomo del giorno, il faccendiere che tutti aiutava e che tutti annientava, all’occorrenza.

Inutile star lì, alla maggioranza le intercettazioni non stanno proprio simpatiche. A partire da colui che detta la linea: Berlusconi prova un’avversione sincera e conclamata per lo strumento principe delle indagini di questi tempi, non ha mai nascosto la sua posizione, si è sempre pronunciato per una loro razionalizzazione. Stretta, contenimento, giro di vite, il lessico è vario per descrivere l’intenzione di arginare il ricorso alle intercettazioni, o quantomeno la divulgazione di queste sulla stampa. I tentativi sono stati tanti nel corso degli anni, e a dire il vero anche bipartisan: ricordiamo tutti il ddl Mastella da cui, manco a dirlo, il premier vuole ripartire per una disciplina della materia.

Insomma, si addensano nubi di guerra che armeranno le opposte barricate: sostenitori tout court delle intercettazioni, tra i quali annoveriamo su tutti Di Pietro, leader IDV e i detrattori senza riserve, il partito di maggioranza in primis. Negli ultimi giorni, con i guai che la vicenda Bisignani sta portando, il premier e tanti nomi noti del PDL mettono le mani avanti, iniziando a prospettare la presunta necessità di una normazione chiara sulle intercettazioni. Alfano, ministro della Giustizia e uomo di partito (segretario in pectore del PDL), ricorda il costo della registrazione delle conversazioni telefoniche, un miliardo di euro per lo Stato italiano; Cicchitto grida allo scandalo e denuncia la pubblicazione a senso unico di queste fonti, a suo dire col solo intento di screditare la maggioranza; si è arrivati perfino alla presa di posizione del ministro Frattini, di solito morbido e conciliante, che invoca l’urgenza di una legge che impedisca ai giornali di pubblicare le intercettazioni.

In tutto questo vortice di dichiarazioni e di interessi in gioco è utile precisare che in effetti un qualche marchingegno per distinguere le intercettazioni penalmente rilevanti da quelle che non lo sono servirebbe. Al diritto collettivo ad essere informati si contrappone un altro diritto, meritevole di tutela tanto quanto il primo, quello individuale alla riservatezza. Perché sbattere in prima pagina persone coinvolte a latere dell’inchiesta, persone intercettate ma estranee a ipotesi di reato, la cui immagine viene compromessa quando l’opinione pubblica viene a conoscere certe conversazioni private, ancorché delicate o talvolta equivoche? Forse un abuso dello strumento in questo senso è commesso, e bisogna rimediare. Ma l’imperativo è studiare misure delicatissime per garantire l’equilibrio tra informazione e privacy: come potremmo non essere preoccupati della possibilità che, qualora entrasse in vigore una legge che vincola i giornali alla pubblicazione delle sole intercettazioni penalmente rilevanti, la stampa non osi far uscire più nulla, nel timore di conseguenze giudiziarie? Se una legge serve, e di questo siamo convinti perché non si può lasciare un tema così delicato alla “libera determinazione delle parti”, visto che gli interessi pubblici e privati in campo sono evidentissimi, nel testo bisognerà specificamente indicare cosa nella conversazione rappresenta reato e cosa no, descrivere quali comportamenti costituiscono prova penale e quali invece sono solo pensieri ad alta voce, pettegolezzi o critiche a terzi. Solo così potremo uscire da questo straordinario e dannoso cortocircuito, in cui i giornali urlano il malcostume telefonico e la politica si chiude a riccio nella difesa della propria posizione, rafforzando l’idea che la casta si autotutela e rende intoccabili i suoi membri.

No, siamo garantisti e nemici dei processi in piazza o sui giornali, ma non possiamo tollerare che una vicenda di tale portata sia sfruttata per limitare la forza di uno strumento necessario come le intercettazioni. Ricordiamo che spesso da posizioni laterali, a prima vista insignificanti, partono ceppi di inchiesta che sgominano illegalità diffuse. Regolamentare la materia è cosa buona e giusta, ma questo non è il momento adatto: i protagonisti di quest’iniziativa non sono certo garanzia perché questa riforma si faccia con le dovute cautele e il dovuto clima di condivisione, per la semplice ragione che ci sembrano troppo coinvolti nella vicenda.

Ciascuno si prenda le proprie responsabilità: i giornali smettano di brandire il pettegolezzo come mezzo per inseguire i gusti dei lettori, la magistratura continui ad agire con indipendenza e non incappi nell’errore di avere la bava alla bocca e la politica faccia la sua parte, ragioni in modo serio sulla funzione delle intercettazioni, non perda di vista lo Stato di diritto, garantisca a tutti le giuste tutele ma, sopra ogni cosa, la smetta con l’autoindulgenza.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Stefano Barbero

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