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Perché abbiamo bisogno di un nuovo degasperismo

postato il 19 agosto 2012

di Giuseppe Portonera

Il 19 agosto 1954, moriva Alcide De Gasperi, primo Presidente del Consiglio dell’Italia repubblicana e uno dei pochi statisti che la nostra storia politica e amministrativa abbia mai conosciuto. Fu una morte improvvisa: solo un anno prima, De Gasperi si era ritirato dalla scena politica, e il suo ricordo era ancora tanto vivo tra il popolo, che il trasporto della sua salma verso Roma fu rallentato più e più volte, per via delle masse che vollero tributargli un ultimo saluto.

Con oggi, sono 58 gli anni trascorsi dalla morte di De Gasperi. E in tutti questi 58 anni l’assenza di De Gasperi – o meglio, di una politica che fosse ispirata ai valori del degasperismo – è stata pesante: tanti sono stati gli uomini che hanno avuto l’ardire di professarsi eredi di De Gasperi; pochi sono stati quelli che hanno avuto la forza e il coraggio di seguire il suo esempio. Casini stesso, sul Corriere di ieri, ha scritto che “tutta la classe politica, e vorrei aggiungere anche gran parte della classe dirigente italiana, dovrebbe chiedere scusa a De Gasperi. In questi anni abbiamo pensato tutti troppo alle elezioni, agli interessi di partito, di categoria e di corporazione, e poco, o niente, alle prossime generazioni”. Il monito dello statista trentino a salvaguardare il futuro delle prossime generazioni, piuttosto che il proprio tornaconto elettorale, è stato puntualmente disatteso: faceva comodo citarlo nei comizi, ma guai a tradurlo poi in azione politica.

Nei suoi 8 anni di governo, De Gasperi riuscì a rimettere in piedi l’economia del Paese, scongiurando al contempo una sua disgregazione dopo la guerra, e una sua piena accettazione nel novero delle democrazie occidentali. De Gasperi capì, in anticipo sui tempi, che la grande polarizzazione verso cui il mondo stava andando (USA-URSS) non poteva vedere l’Italia neutrale: bisogna fare una scelta di campo, e la si doveva fare a sostegno del modello liberale e democratico incarnato dagli Stati Uniti; senza che questo, però, si traducesse in un grigio appiattimento. Fu proprio De Gasperi, infatti, insieme ad altri grandi uomini come Schuman, Adenauer e Spinelli, a capire che dall’orrore e dalle macerie della seconda guerra mondiale si usciva solo edificando la comune casa europea: lui, che era nato sotto la dominazione dell’Impero Asburgico, aveva compreso che il futuro non apparteneva agli Stati nazionali, prede di facili e pericolosi egoismi, ma a un’Unione Europea che sapesse farsi garante e interprete della nostra storia millenaria. Anche la sua azione politica appare attualissima: egli chiamò presso i dicasteri più delicati – quelli economici – gente del calibro di Einaudi, Vanoni e Pella, che seppero risollevare il Paese grazie all’apertura convinta al libero mercato, al liberismo e alla scelta di contrastare gli interessi corporativi e liquidare i residui dello Stato imprenditore fascista (operazioni queste vanificate, purtroppo, negli anni successivi alla scomparsa dello statista).

De Gasperi è stato unico e irripetibile, inutile negarlo. Ma il suo modello di leadership è quella a cui ci dovremmo ispirare: come ogni leader degno di questo nome, De Gasperi aveva ideali e convincimenti forti e un modello di società, nettamente opposto sia a quello fascista che a quello comunista, da applicare e rendere reale. Il suo impegno politico non si traduceva semplicemente nell’amministrazione d’ufficio del Paese, ma nella sua espressa volontà di riformarlo, di trasformarlo in profondità. Il suo essere cattolico impegnato non diventò quindi un limite, un tratto divisore: anzi! Proprio perché cattolico impegnato, egli si sforzò (e riuscì) ad essere quanto più inclusivo possibile, perfino quando – nel 1948 – avrebbe potuto benissimo governare l’Italia da solo e scelse invece di allearsi con altri partiti minori. E come dimenticare il suo rifiuto dell’”Operazione Sturzo”? Quando la Santa Sede voleva imporgli di allearsi perfino con i neofascisti, pur di vincere i comunisti, e lui “un povero cattolico della Valsugana” disse di no al Papa, scegliendo in autonomia la linea politica del proprio partito. Questa è la più grande lezione di laicità che un cattolico impegnato in politica dovrebbe tenere bene in mente, piuttosto che prodigarsi a ottenere il consenso di questa o di quella parte della gerarchia.

Più che di un nuovo De Gasperi, only the free can choose (come scrisse il Times), avremmo quindi bisogno di un nuovo degasperismo. Che poi, altro non è che l’espressione più autentica e vera della buona politica. Della Politica che ci serve.

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Da Bologna per Lucio…

postato il 1 marzo 2012

“Riceviamo e pubblichiamo” di Anna Giunchi

A Bologna si è aperto il cuore. Si è spezzato in tanti pezzi, e dai portici della città traspare un’aria di malinconia. Lucio Dalla, la cui data di nascita è stata probabilmente la più cantata dalle generazioni, mancherà a tutti. Già, il vuoto che ha lasciato, si sente.
Un artista straordinariamente umano, semplice e molto riservato per quanto riguarda la propria vita privata: amava rifugiarsi nella propria città e, del resto, lui stesso cantava il desiderio, dopo i suoi tour, di rifugiarsi ancora sui colli, per poter vedere, da lassù, il temporale. Quando, dall’autostrada, vedeva avvicinarsi San Luca, si sentiva protetto. Lucio era anche molto credente.
Dalle sue canzoni, vere e proprie poesie, Lucio faceva capire molto di quello che era: un viaggiatore o meglio, un marinaio che non sapeva dove andare e si interrogava sulla profondità del mare dove, del resto, era nato. Ma era anche un cittadino bolognese profondamente legato alla sua città, al punto da essere fedele tifoso della squadra locale: non era infrequente, infatti, incontrarlo allo Stadio o nei bar del centro.
Lucio amava Bologna. Avrebbe voluto morire in Piazza Grande: attraverso le sue canzoni, invece, ha reso immortale una città. Ciao, Lucio, la Terra è finita. Ora comincia il Cielo.

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La Transumanza della Pace per far tornare a vivere Srebrenica

postato il 1 febbraio 2012

di Jakob Panzeri

“Sono più di dieci anni che giro attorno a Srebrenica, umanamente e professionalmente e in questi anni ho incontrato decine, centinaia di persone che si propongono spesso come volontari “per fare qualcosa lì, a Srebrenica… dove vai sempre…”, ma tre anni fa sull’Altopiano di Asiago in provincia di Vicenza, ho conosciuto un volontario speciale, un montanaro di razza: Gianbattista Rigoni Stern, detto Gianni. Gli ho raccontato della “mia” Srebrenica e dei suoi dintorni e ho intuito che potevamo ideare e progettare qualcosa di utile e originale insieme”. (Roberta Biagiarelli)

Srebrenica è “la splendente”, un piccolo gioiello che brillava tra i Monti Balcani basata su una florida agricoltura, sull’estrazione di piombo e salgemma ma anche su uno stabilimento termale che attirava frequentatori da tutta l’ex-Jugoslavia. Oggi di tutto questo non resta più niente. La splendente è stata macchiata nell’estate del 1995 dal sangue di migliaia di musulmani bosniaci massacrati dalle truppe serbe del generale Ratko Mladic. Ed è difficile ricominciare quando senti ancora nelle narici l’odore della tua casa bruciata, riempita di copertoni e accesa da bombe a mano. Un passato terribilmente vicino che ha cancellato gli uomini ma anche le loro storie e tradizioni. Qui non ci sono padri che insegnano ai figli le tradizioni più semplici che hanno appreso dai nonni, come mungere una mucca per sostenere la fragile agricoltura montana. Ed ecco allora la “Transumanza della Pace”, una realtà che vide protagonista la Provincia di Trento che ha donato 48 manze di razza Rendena.
Ma tutto ciò non sarebbe stato possibile senza l’intervento di Roberta Biagiarelli, un’autrice e regista indipendente fortemente impegnata nel sociale e a Gianni Rigoni Stern che si è occupato di istituire corsi per far rifiorire la tradizione agricola.
Grazie per averci ricordato, in tempi della crisi, la cultura della condivisione e della solidarietà che è il vero nucleo della nostra società, del nostro umano stare insieme.

Per approfondire.

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Maria Eletta Martini: la ‘madre’ del volontariato

postato il 30 dicembre 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Jakob Panzeri

“Si dovrebbe pensare più a far bene che a stare bene: e così si finirebbe anche a star meglio”. Alessandro Manzoni

“La Repubblica italiana riconosce il valore sociale e la funzione dell’attività di volontariato come espressione di partecipazione, solidarietà e pluralismo, ne promuove lo sviluppo salvaguardandone l’autonomia e ne favorisce l’apporto originale per il conseguimento delle finalità di carattere sociale, civile e culturale “. (Legge 66/1991)

Maria Eletta era solita ricordare alle persone più care gli episodi della sua giovinezza, il suo impegno di staffetta partigiana,  l’occupazione in tempo di guerra della casa-madre del quartiere San Marco,  i suoi alunni, le lunghe discussioni davanti a una tazza di caffè con Aldo Moro. Allora era una giovane docente delle scuole medie che con il suo impegno nelle associazioni cattoliche iniziava a donare all’Italia la sua grande fede e la sua passione civile e politica che la rendono oggi uno dei pilastri del cattolicesimo democratico. L’attività politica di Maria Eletta inizia nel 1951 nel movimento giovanile della Democrazia Cristiana arrivando a ricopre la carica di consigliere comunale di Lucca, il paese natale in cui il padre era stato il primo sindaco eletto dopo la Liberazione. Nel 1963 viene eletta per la prima volta in parlamento ed è l’inizio di un grande percorso cattolico e democratico: tra i suoi impegni legislativi, s’annoverano quelli di promotore e relatore unico del nuovo Diritto di Famiglia; è stata relatrice delle leggi sull’aborto e sul divorzio impegnandosi per la presenza dei consultori familiari e dell’obiezione di coscienza; da presidente della Commissione Sanità ha portato a conclusione la legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale. Non è mancato il suo impegno a favore delle adozioni, di leggi a favore di cooperazioni con paesi in via di sviluppo e delle normative Stato-Chiesa. E’ lei l’autrice nel 1991 della legge 266 che riconosce il valore sociale, morale e gratuito del volontariato. Dopo Tangentopoli, in cui Maria Eletta si era fatta portatrice di una linea dura e moralizzatrice all’interno del partito, aveva cercato di testimoniare i valori del cristianesimo democratico prima partecipando alla fondazione del Partito Popolare Italiano poi con la Margherita; nominata Gran Cavaliere di Gran Croce dal 1996 al 2002 fu membro del comitato Nazionale di Bioetica.

La “madre del volontariato italiano” si è spenta alle 7 di mattina del 29 dicembre con la delicatezza che l’ha caratterizzata in vita. Ma a portarne avanti il  ricordo e  l’ azione sarà il suo dono più grande, il Centro Nazionale per il Volontariato, anzi, le migliaia di persone, gli organismi di volontariato, le strutture di servizio e gli enti che vi aderiscono che quest’anno hanno festeggiato i 25 anni con un unico intento: quella di valorizzare e accrescere ancora di più quella grande rete generosa e disponibile di solidarietà che è il volontariato, una delle vere principali ricchezze del nostro paese.

Oggi si stima che il 10% degli italiani si dedica al volontariato, è la fine dell’anno, è tempo di resoconti e di cambiamenti. Aggiungi la tua goccia a questo oceano di bene.

PER APPROFONDIRE

Centro Nazionale per le Ricerche e per il Volontariato

La legge quadro 266 del 1991

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Il difficile rapporto tra politica e archeologia

postato il 20 ottobre 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Davide Delfino

Fin dai suoi esordi l’archeologia ha potuto contare su forti appoggi da parte della politica e delle ideologie. Si possono citare brevemente: l’incoraggiamento, in funzione nazionalista, di Napoleone III per le antichitá celtiche; l’incentivare, tra il XIX e il XX secolo, scavi nel Vicino Oriente e nell’Egeo da parte di Inghilterra, Francia, Germania e Italia, volto a rafforzare la presenza politica e l’egemonia culturale di questi Paesi; l’interesse dei nazisti per le ricerche della Forschungsgemeinschaft Deutsches Ahnenerbe finalizzate a trovare le tracce dell’ancestrale popolo ariano; l’appoggio del governo di Mussolini alle ricerche sulle antichitá romane; il proliferare nell’ Unione Sovietica del dopoguerra delle ricerche sui sistemi di produzione antichi, nell’ottica di dar risalto al lavoro operaio nel corso della storia.

Spesso la ricerca archeologica ebbe, quindi, supporto da parte dei poteri forti perché serviva, direttamente o indirettamente, per degli scopi politici, ideologici, geostrategici. Ora, nel tempo da molti considerato come periodo post ideologico, quale puó essere l’interesse della politca per l’archeologia e lo studio della storia dell’uomo in generale? Bisogna, prima, premettere due punti: 1) in passato le Scienze Archeologiche servirono per finalitá anche di basso profilo etico, basta scorrere alcuni degli esempi citati poc’anzi; 2) si intenderá in questa sede la parola politica non come lotta o dibattito tra partiti, ma nel suo significato piú ampio e genuino, ovvero: politica come comunitá di cittadini responsabili che direttamente o indirettamente prendono parte alla gestione della Stato, o meglio, nel senso aristotelico, “politica come amministrazione dello Stato per il bene di tutti”. (Aristotele: Politica)

Da un recente dibattito su “Politica e Archeologia” occorso durante il recente XVI Congresso dell’ Unione Intrenazionale di Scienze Presistoriche e Protostoriche (U.I.S.P.P.) tenutosi a Florianopolis in Brasile e co-coordinato dallo scrivente assieme a colleghi sud americani, é emerso che la politica, sia intesa come comunitá di cittadini che come Governi, ha bisogno dell’archeologia, soprattutto come motore di aggregazione sociale e di rilancio economico. Un esempio per chiarire. In Portogallo nel 1994 ci fu una forte battaglia civica in difesa delle migliaia di incisioni rupestri nella Valle del fiume Côa: in quell’occasione, quello che poi sarebbe diventato un patrimonio protetto dall’ U.N.E.S.C.O. rischiava di finire sotto le acque di un bacino idrico artificiale in progetto; si mossero comitati civici e singoli cittadini per salvare le incisioni, che risalgono in gran parte a 30.000/15.000 anni fa, e in questo frangente gli archeologi furono un agente determinante e il patrimonio archeologico un potente fattore di aggregazione sociale.

Per le “politiche” di oggi qual’ é l’utilitá dell’ archeologia e degli archeologi? A livello globale, piú strategico, un archeologo ha una visione panoramica su molteplici problemi che i governanti d’oggi si trovano ad affrontare, in quanto egli si dedica ad una disciplina che é multidisciplinare: non fraintendiamo, l’archeologo non é specialista in tutto. Ma lavora a fianco di geologi, antropologi, chimici, fisici, biologi, e anche storici, teorici dell’economia, artisti e talvolta filosofi. Avendo un contatto professionale con questi esponenti di vari discipline, riesce ad avere una panoramica di differenti visioni, approcci e saperi. Per esempio i problemi della gestione delle risorse naturali, oggi cosí attuali nella progressiva desertificazione di molte aree o nella carenza di forme di energia rinnovabili, sono, un motivo molto forte nello studio dei periodi antichi. E non solo usando i metodi che tutti conoscono e legano alla figura di “Indiana Jones”: si lavora bensí anche con la paleobotanica, lo studio dei suoli, l’antropologia, la geografia fisica, l’archeologia della produzione (che implica lo studio dell’uso e della gestione dei materiali). Un altro esempio illuminante é lo studio del paleoclima: non é una novitá per gli archeologi che l’uomo, nel corso della sua storia fin dall’ultima glaciazione (110.000-12.000 anni fa), ha sempre dovuto adattarsi all’ambiente circostante per sopravvivere: innovare le tecnologie che non erano redditize, mantenere quelle che garantivano il massimo risultato con il minimo costo, cambiare stile di vita e, spesso, territorio a seconda delle possibilitá di sopravvivenza.

Queste esperienze di lavoro multidisciplinari e applicate a periodi storici e preistorici, danno all’archeologo la capacitá di avere una visione pluridirezionale, stereoscopica delle cose e, nel contempo, di trasmettere alla comunitá, alla politica odierna, insegnamenti per gestire la”cosa pubblica” traendo spunto dalle scelte, ma anche dagli errori, dei nostri antenati.

In periodi di “crisi” come quello che viviamo ora, é quanto mai importante la gestione territoriale: 1)avere la capacitá di interpretare le necessitá e le potenzialitá nascoste di un territorio conoscendo la sua storia, le attivitá che l’ hanno costruita, le comunitá umane che l’hanno popolato fin dai tempi piú antichi 2) riuscire in base a questa analisi a trovare la soluzione migliore per coordinare delle azioni che possano rilanciare l’economia locale, soprattutto portando persone su quel territorio. Probabilmente in tutto ció la figura di un archeologo puó avere una parte importante e, forse, anche indispensabile

Che cosa puó dare la politica all’ archeologia? Sarebbe troppo banale dire finanziamenti. Forse é piú originale, concreto e fattibile dire: 1)appoggio a livello istituzionale; 2) piú spazio nei luoghi di gestione territoriale; 3)aiutare la visibilitá mediatica non dei novelli “Indiana Jones” degli archeoclub, ma dei professionisti che tutti i giorni lavorano sui cantieri, fanno formazione nelle Universitá (non solo i professori, ma i ricercatori che tengono i corsi senza ricevere un euro), realizzano incontri nazionali ed internazionali dove si dibatte sui grandi temi del passato che interessano anche il presente e il futuro, cercano di valorizzare il patrimonio archeologico e la ricerca sul campo sul territorio ( e con questo indirettamente contribuiscono al rilancio delle piccole economie locali); 4) facilitare un’azione educativa verso le nuove generazioni affinché comprendano che la conoscenza e la curiositá per il passato puó aiutare a gestire meglio il presente e pianificare in modo piú consapevole i futuro.

Infine, per tornare alla storia della disciplina, molti tra i piú noti archeologi ed epigrafisti italiani del “periodo d’oro” delle ricerche ( tra la fine del XIX secolo e gli anni ’20 del XX) sono stati senatori, legati quindi direttamente alla gestione dello Stato: Luigi Pigorini (1842-1925), Paolo Orsi (1859-1935), Domenico Comparetti ( 1835-1927), Giacomo Boni (1859-1925), Angelo Mosso (1846-1910). Ció non significa che l’archeologia italiana debba avere dei propri rappresentanti in Parlamento; ma se chi vi si trova avesse maggiore attenzione per la carenza di visibilitá istituzionale e la potenzialitá che ha l’archeologia e hanno gli archeologi per il futuro del Paese, sicuramente si avrebbe lo stesso un fondamentale contributo.

 

 

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Turismo e archeologia per rispondere alla crisi

postato il 27 settembre 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Davide Delfino

In tempi di crisi economica, parlare di turismo in un Paese come l’Italia povero di risorse naturali, puó significare molto per il rilancio dell’economia nazionale. Ma vi sono molti tipi di turismo: tra questi quello culturale é forse il meno gettonato per quanto riguarda gli investimenti e la legislazione, ma puó essere una notevole fonte di rilancio soprattutto per gli Enti pubblici territoriali. Il turismo culturale puó includere vari aspetti:

1) la valorizzazione del Patrimonio giá esistente, o meglio, giá conosciuto;

2) la ricerca storico-archeologica per scoprire altro Patrimonio da valorizzare;

3)la presenza su un determinato territorio di studiosi o studenti a causa del Patrimonio di questo territorio e delle attivitá scientifico-didattiche che vi si svolgono.

In tutti questi tre tipi di turismo culturale, chi vince sempre é il territorio e chi vi lavora: infatti in tutti i casi si portano persone sul territorio in questione, il che significa lavoro in piú per gli esercenti alberghier e di ristorazione, i negozi, gli stessi privati che possono affittare immobili per il pernottamento.

Per avere un esempio chiarificatore, si prenda il caso di un piccolo Comune portoghese, probabilmente unico nel suo genere. Mação (distretto di Santarém), fa circa 1800 abitanti e ha un discreto patrimonio archeologico, soprattutto in Arte Rupestre: circa 6 anni fa un accordo tra il Comune (Câmara Municipal) e l’ Instituto Politécnico de Tomar portó al rilancio del museo locale, installandovi la sede di un Master Erasmus Mundus in “Archeologia preistorica e Arte Rupestre”, portandovi le attivitá di un dottorato di ricerca e creando eventi “ad hoc” come corsi sulla Gestione del Patrimonio Culturale e di Archeologia Ibero Americana, sfruttando una rete creata tra varie Universitá in Europa e nel Sud America; solo due anni fa fu infine creato un centro di ricerca interno al museo (Instituto Terra e Memória) attorno al quale ruotano progetti di ricerca, convegni annuali e corsi che coinvolgono ricercatori e studenti da diversi Paesi del mondo. Questa struttura costa  al Comune solo le spese di luce, internet e manutenzione delle strutture di proprietá comunale, in quanto per il resto si povvede con progetti dell’ Unione Europea; la ricaduta economica sul terriotorio é visibile in un’ indagine fatta un anno fa, che attesta che il 10% degli introiti dei soli esercenti é fatta grazie a questo progetto, in quanto in media ogni anno tra studenti del Master locale e del Dottorato, dei corsi organizzati, ricercatori, interessati vari e visitatori  del museo, vengono a Mação circa 5200- 5300 persone che pernottano, consumano e comprano nel Comune per periodi da un minimo di due giorni ad un massimo di un anno intero.

Al dilá dell’esempio fatto, é importante che gli stessi abitanti di un territorio siano consapevoli della potenzialitá culturale e turistica della loro terra e che siano coinvolti in prima persona nel rilancio del proprio Patrimonio culturale in funzione di portare maggior movimento economico sul territorio: in questo il ruolo dell’archeologo, come dello storico dell’arte, é fondamentale. Queste figure professionali sono il tratto d’unione tra il territorio e il suo Patrimonio culturale , oltre che gli attori principali della sensibilizzazione della comunitá locale e del conseguente rilancio di alcune attivitá economiche. Per chiarire, si fará qui un altro esempio, relativo al Brasile.

Nella legislazione relativa al Patrimonio culturale e all’ Archeologia preventiva (Campos de Sousa, M. (2010) (ed) Arqueologia preventiva; gestão e mediação de conflitos. Estudos comparativos, São Paulo: Superintendência Regional do Iphan, 306 p.) vi sono una serie di norme interessanti che qui vengono riassunte:

1)      Nessuna opera pubblica di una certa rilevanza puó essere eseguita senza un progetto di archeologia preventiva (le aziende costruttrici non possono quasi accedere ai bandi di appalto se il progetto non prevede un progetto archeologicon preventivo

2)      Un progetto archeologico preventivo non viene neanche preso in considerazione se non ha uno sviluppo che va dallo studio preventivo, allo scavo, alla valorizzazione, con particolare attenzione all’ educazione patrimoniale, connesso con il patrimonio “salvato” e se non viene firmato da un dottore di ricerca in Archeologia

3)      Se durante il corso di un’opera pubblica di non alta rilevanza (a livello di importo di appalto), vengono causati danni ad un eventuale patrimonio archeologico incontrato, l’impresa responsabile é sempre costretta per legge federale a finanziare il recupero, lo studio, la valorizzazione e l’educazione patrimoniale del sito danneggiato

Inoltre piú volte l’archeologo é anche il gestore dei potenziali conflitti che sorgono tra impresa e comunitá locale (intese come abitanti in un territorio, non solo come “tribú indigene”): questo fa sí che la figura dell’archeologo diventi quello di un manager che media tra le imprese costruttrici e la comunitá locale facendo studi di impatto sociale e culturale delle opere in progetto, facendo progetti di educazione patrimoniale per sensibilizzare le comunitá sul loro patrimonio ed insegnare loro a divulgarlo, difenderlo, farlo fruttare per lo sviluppo economico locale. Di recente gruppi di archeologi sono stati inseriti nel mercato del lavoro assieme alle imprese di consulenza per i lavori pubbici e per l’ambiente. Inoltre per fare ció, non é inusuale che le universitá in accordo con l’I.P.H.A.N.- Instituto do Patrimônio Histórico Nacional (l’ equivalente della Direzione Generale per le Antichitá del Mi.Bac.) creino dei “Centri della Memoria” nelle cittadine interessate da frequenti lavori pubblici e con patrimonio archeologico a rischio, per avere da una parte degli archeologi presenti capillarmente sul posto e dall’altra una presenza attiva (con ricerca, didattica, valorizzazione) che muova la comunitá locale (http://www.anglogoldashanti.com.br/Paginas/QuemSomos/CentroMemoria.aspx). Attorno a ció si é sviluppato da anni un dibattito in seno agli archeologi brasiliani, fatto di ragionamenti sulla situazione e di proposte: ci si interroga sulla responsabiltá di un’archeologia che sia socialmente utile, su un turismo ecosostenibile e sostentabile e le sue implicazioni con la conservazione e la protezione del patrimonio archeologico. É interessante notare come sia in Brasile che in Portogallo il nostro termine “Bene Culturale” sia detto semplicemente “Patrimono”…forse riflette il concetto “lusofono” del “bene culturale” come un piccolo tesoro da conservare per il futuro.

In riferimento alla realtá italiana, forse sono da prendere alcuni di questi esempi, anche in funzione della maggior ricchezza di Patrimonio culturale che ha il nostro Paese rispetto a Portogallo e Brasile. Il nostro “Patrimonio” puó essere veramente la grande ricchezza del paese, partendo dal beneficiare le realtá territoriali. In questo frangente vi sono due problemi: il primo riguarda la concezione sempre troppo incentrata sulla tutela e sulla prevenzione e poco sulla valorizzazione del “Patrimonio” (che é la parte che puó avere piú ropercussioni positive sul’economia del territorio), anche in virtú degli ultimi interventi legislativi in merio all’ Archeologia preventiva (DL 26/04/2005 n.º 63). Il secondo problema dell’ Italia é che gli attori principali della scoperta, protezione, valorizzazione di un mezzo che puó contribuire al rilancio delle economie locali, sono spesso considerati in modo poco corretto. Questi attori sono gli archeologi: ritenuti degli “Indiana Jones” dalle persone comuni, oppure come poco piú che manovali dalle imprese di archeologia preventiva, perché “l’archeologo é quello che scava”, questa categoria professionale si trova ad oggi in una situazione disperata: spesso sottopagata, rispetto al titolo di studio e agli di esperienza sul campo, e quasi senza tutele dal punto di vista legale e sindacale. Sarebbe l’ora che, almeno dal punto di vista legislativo, si iniziasse a considerare l’archeologo come un manager culturale (sulla scia dell’esempio brasiliano), che deve essere pagato per quello che é il suo peso professionale e il suo titolo di studio (spesso un Dottorato e/o una Specializzaione post laurea come i medici), istituendo una regolamentazione in seno al Ministero dei Beni e Attivitá Culturali che dica:

1)      Chi puó fare lavori nell’ambito dell’archeologia

2)      Quanto possono essere pagati gli archeologi ( stabilire un tetto minimo e una scala a seconda del titolo di studio e dell’esperienza professionale)

3)      Che cosa fa l’archeologo

Sarebbe inoltre opportuno prevedere delle facilitazioni per i liberi professionisti, come l’inserimento della voce “operatore arheologico-culturale” nelle categorie per aprire una partita I.V.A. e legiferare in modo da istituzionalizzare la figura professionale dell’ archeologo. Una soluzione potrebbe essere, sempre sull’esempio del Portogallo (Decreto-Lei nº 380/99, de 22 de Setembro), creare la figura dell’ archeologo municipale e permettere, operando a livello di legislazione, a qualsiasi Comune di assumere un archeologo, senza ovviamente l’ obbligo di farlo: questi lavorerebbe a fianco del funzionario di zona della Soprintendenza Archeologica competente e risolverebbe sia il grave problema del controllo del territorio (vi sono ad ora solo 350 funzionari per  tutta Italia), sia il gravissimo problema del “sotto”precariato di tanti archeologi qualificati ( ad oggi piú di 7000 e tra i quali ben il 33% non vive dei suoi studi, il 15% si ricicla come guida turistica e il 16% fa un lavoro totalmente diverso, dal call center, all’attore fino all’elettricista).

Rilanciare, infine, il nostro “Patrimonio” partendo dalle realtá locale e garantire qualitá e tranquillitá del lavoro ai professionisti del settore facendo una regolamentazione nazionale, sarebbe un notevole passo in avanti per rilanciare l’economia, dare piú qualitá di vita alle comunitá locali e preservare i nostri archeologi, molto rinomati in tutto il mondo, dal rischio di dover espatriare per poter degnamente esercitare la propria professione.

 

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Più veloci della luce e delle polemiche

postato il 25 settembre 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Jakob Panzeri

Faster than light, più veloce della luce. La comunità scientifica internazionale è sospesa tra incredulità ed entusiasmo. Ci vorranno mesi probabilmente per avere conferma del risultato da parte di altri esperimenti, e almeno un anno per studiare l’effetto su altre particelle dotate di massa, come l’elettrone. Ma una cosa è certa. Se davvero questo evento sarà confermato, ci troveremmo in una nuova stagione della fisica, paragonabile alla straordinaria avventura di inizio Novecento, che portò allo sviluppo della meccanica quantistica e alla teoria della relatività. Ma se allora protagonisti di questa rivoluzione furono individualità geniali, anticonformisti giganti della scienza come Max Planck ed Albert Einstein, ora si tratta di un vero e proprio lavoro di squadra che ha coinvolto circa 160 fisici, ingegneri, tecnici di 31 istituzioni e 11 paese diversi coordinati da Antonio Ereditato, ricercatore napoletano alla guida dell’Istituto di Fisica delle particelle dell’Università di Berna. Questo progetto, denominato “Opera” ha visto l’Italia svolgere una parte da leone, con la mobilitazione di nove centri universitari, da Padova a Bari passando per Bologna a Roma e il sostegno economico di 45 milioni di euro del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca. Ma la scossa parte in profondità, a circa 1800 metri sotto Campo Imperatore, nei Laboratori Nazionali del Gran Sasso, intuizione del noto fisico Antonino Zichichi che li volle nel 1982. Un vero terremoto, che potrebbe rivelarsi la scoperta del secolo. La velocità della luce nel vuoto è infatti il massimo valore per trasmettere segnali ed è considerato un vero e proprio limite universale. La cosiddetta “Relatività ristretta” che Einstein sviluppò partendo dalla relatività galileiana ha come base fondamentale il fatto che non deve esistere alcuna particella che possa viaggiare a velocità superiore a quella della luce, che è di circa un miliardo di chilometri l’ora. Eppure, neutrini che scorrono sotto la superficie terrestre tra i laboratori europei del CERN, a Ginevra, e i Laboratori nazionali del Gran Sasso sono un po’ più veloci della luce.

Nel percorso tra il CERN e il Gran Sasso, circa 732 km, se viaggiasse nel vuoto la luce impiegherebbe circa 2,4 millesimi di secondo. I neutrini inviati da Ginevra ci mettono un po’ meno. La differenza è di appena 60 nanosecondi (un nanosecondo è un miliardesimo di secondo) : poco in assoluto ma una differenza significativa se si pensa che oggi esistono orologi con precisione molto più accurata e che l’incertezza sulla distanza misurata con il GPS non è più di 20 centimetri. Già da tre anni circa erano noti questi risultati ma, con la cautela tipica del metodo scientifico, si è prima cercato di verificare accuratamente i risultati considerando anche eventuali errori dovuti alla strumentazione se non addirittura al terremoto dell’Aquila. Lunedì sarà un giovane ricercatore italiano dal nome ancora poco conosciuto, Pasquale Migliozzi, ad esporre agli occhi e alle orecchie del mondo questa importante scoperta avvenuto per caso, o per serendipità come dicono gli addetti ai lavori. Questa rivelazione avviene pochi giorni dopo che l’European Physical Society ha assegnato i suoi riconoscimenti, considerati inferiori solo ai Nobel, a cinque fisici italiani tra cui il presidente del Centro Nazionale di Ricerca Luciano Maiani. La fisica italiana è sul tetto del mondo. Dobbiamo essere fieri dei giovani e anche dei meno giovani, come il celebre Antonino Zichichi, che si sono resi protagonisti del progetto Opera. Giovani che rappresentano davvero l’Italia migliore. “Chi ha raggiunto lo stadio di non meravigliarsi più di nulla dimostra semplicemente di aver perduto l’arte del ragionare e del riflettere”. Queste parole di Max Planck celebrano a mio parere il vero senso della scienza: una continua lotta, una continua scoperta in un mondo immenso, misterioso, magnifico, un universo dalle mille forze, mille amori e profondità. Dedicare la propria vita alla ricerca è una scelta ardua sorretta dalla passione dove spesso si rimane soli e privi di considerazione , di fondi e di sostegni, ma se non si demorde mai si può giungere a risultati straordinari. Onore davvero alla fisica italiana e ai suoi giovani, onore anche al nostro Ministero dell’Università e della Ricerca nonostante la brutta gaffe del ponte sotterraneo apparsa in un comunicato… ma oggi non vogliamo fare polemica, oggi si deve imbandire il vitello grasso per festeggiare i fisici italiani simbolo di un’Italia migliore augurandoci che aprano una nuova stagione nella fisica e anche una nuova stagione sulla considerazione e l’economia della ricerca italiana.

PER APPROFONDIRE:

Per i meno esperti: una spiegazione semplice e divulgativa di Antonino Zichichi

Per gli appassionati e gli studiosi, il paper della scoperta

Per i curiosi, un consiglio di lettura sul mondo delle scienze

“Solo lo stupore conosce, l’avventura della ricerca scientifica” di Marco Bersanelli e Mario Gargantini

 

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Ecco perché gli italiani sono un popolo e i padani no

postato il 21 settembre 2011

di Jakob Panzeri

« Una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue, di cor » scrive Alessandro Manzoni nella lirica Marzo 1821, l’ode patriottica in cui celebra i primi moti carbonari piemontesi e immagina il varco del Ticino di Carlo Alberto di Savoia. Più prosaicamente  la Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli , siglata a Barcellona nel 1990, così definisce un  “popolo”: Ogni collettività umana avente un riferimento comune ad una propria cultura e una propria tradizione storica, sviluppate su un territorio geograficamente determinato la quale ha diritto a sentirsi popolo e a dichiararsi nazione”.

Il primo utilizzo della parola “Italia” è documentato nello storiografo greco Erodoto di Alicarnasso che fa derivare l’etimologia dal nome dal nome greco “italòs” che significa “vitello”, l’Italia viene identificata come una terra ricca di mandrie, di tori e di vitelli. Questo nome sarà in seguito ripreso da Tucidide, Aristotele, Antioco di Siracusa, Strabone tra gli storici greci, lo troveremo anche in Aulo Gellio, Varrone, Sesto Pompeo Festo e Virgilio presso i  latini. Il primo utilizzo della parola “Padania” invece risale al noto e simpatico giornalista sportivo Gianni Brera che usò poeticamente e forse ironicamente il termine Padania in alcune cronache degli anni ’60.

Le origini di un primitivo popolo italiano risalgono al Neolitico, quando diverse ondate migratorie portano alcuni popoli indoeuropei a coabitare pacificamente e a mescolarsi tra loro nella bella terra dei vitelli, popoli come i Liguri, i Paoleoveneti, gli Umbri, i Latini, i Lucani… popoli che ancora oggi rivivono nei nomi dei nostri enti regionali! Popoli che saranno conquistati dai romani e riuniti con il nome di “soci italici”.  Un popolo padano invece nella storia non è mai esistito e nessuno ha mai rivendicato l’unione di questo popolo prima della Lega Nord con la Dichiarazione di Indipendenza della Padania del 15 settembre 1996.

Un popolo inoltre deve riconoscersi in una comune lingua e tradizione. La lingua italiana è una lingua romanza, erede del latino, basata sul fiorentino letterario del trecento e ha come padre indiscutibile Dante Alighieri e la Commedia. La lingua padana non esiste, esiste solo un miscuglio di idiomi galloitalici retroromanzi. Ancora,  un popolo deve avere un’espressione geografica. L’Italia, unificata nel 1861 e infine allargata a Trento e Trieste al termine della prima guerra mondiale, ha avuto la fortuna di essere già prima unificata non dalle armi e dalla storia ma da una forte tradizione e cultura che la faceva respirare Italia anche se geograficamente divisa. Sui confini della Padania ancora oggi si discute: se la dichiarazione di indipendenza del 1996 dichiarava la Padania divisa in dieci stati federali nordisti  (Valle d’Aosta-Piemonte-Liguria-Lombardia-Trentino-Alto Adige-Friuli-Emilia-Romagna) e  tre regioni centrali ( Toscana-Umbria-Marche), Renzo Bossi, inaugurando il giro di Padania, ha di fatto smentito il padre e tagliato le gambe al centro, affermando che Padania è “dalla Alpi al Po”. I Romani, popolo pragmatico e quadrato, organizzando le suddivisioni amministrative avevano definito una Gallia cispadana e una Gallia transpadana per una ragione geografica molto semplice: la presenza del Po, il fiume più lungo d’Italia. Gallia perché in quella terra abitavano i galli, cis e trans perché gli uni stavano “al di qua” e gli altri “al di là” del Po. Ma da qui a definire la Padania ne passa di acqua sotto i ponti.

Dunque senza una lingua, senza una precisa espressione geografica, senza una tradizione e la consapevolezza espressa nella storia di essere popolo, non si è popolo. L’Italia è un popolo, la Padania non lo è.

Un ultima parola agli amici leghisti: siate fieri della vostra tradizione, siate fieri soprattutto pensando ai Longobardi. I longobardi, il cui patrimonio storico e culturale è stato recentemente dichiarato patrimonio mondiale dell’Umanità (e io in quell’occasione ho avuto l’onore di vincere il Certamen Giannoniano) hanno assolto per l’Italia una missione fondamentale: hanno saputo tenere salda la fierezza delle loro origine, ma allo stesso tempo si sono aperti al diritto romano e ai principi cristiani portando in salvo la tradizione romana dai tempi oscuri di fine impero, hanno abbracciato il sud e il nord Italia facendo risplendere città come Monza e Pavia ma anche Spoleto e Benevento,  infine si sono fusi con i franchi ponendo l’origine del Sacro Romano Impero e della nostra odierna Europa.

L’Italia, e nemmeno la Padania, in questo momento ha bisogno di secessione, servono misure strutturali, riforme fiscali, un rilancio dell’economia. Serve un nuovo spirito nazionale per costruire qualcosa per valga ancora la pena vivere e non sopravvivere. Serve unirsi , da nord e sud, e tutti insieme, abbracciarci.

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Il telescopio VST tornerà a “riveder le stelle”?

postato il 13 settembre 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Jakob Panzeri

A 2.635 m nella cordigliera della Costa nel deserto cileno di Atacama in vetta al Cerro Paranal si trova il telescopio VST (Vls Survet Telescope) . Questo telescopio è considerato il miglior sito astrologico del mondo, indaga specificamente sulla natura dell’antimateria e dà la caccia a eventuali asteroidi minacciosi per la terra. Sapete chi l’ha costruito? L’ingegno italiano. E’ stato realizzato dall’INAF (Istituto Nazionale di AstroFisica) in collaborazione con il Centro di ricerche di Capodimonte, Napoli. L’Italia ha costruito questo prodigio e si è impegnata negli ultimi cinque anni in queste importanti ricerche, ma da quest’autunno non la farà più: mancano infatti 300.000 euro, solo 300.000 euro, necessari alla copertura delle osservazioni. Infinita tristezza.

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La cultura italiana ha un futuro?

postato il 31 agosto 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Jakob Panzeri

Beati i tempi in cui gli antichi filosofi si vantavano del loro sapere “inutile” perché privo di qualsiasi risvolto o guadagno e rivolto unicamente all’elevazione della propria anima e a un amore puro e disinteressato verso il sapere. Sapere che inutile non doveva tanto essere se dopo secoli di distanza continua ancora a parlare all’uomo moderno e a brillare del suo valore. Aristofane paragonava le sue commedie alle mele che i greci mettevano d’inverno in mezzo ai vestiti per conservarli, come la nostra naftalina. Oggi l’inutilità della cultura non è più un vanto ma soltanto motivo di disprezzo. Lo sa bene l’Accademia della Crusca  soffocata nel suo grido d’allarme : “Aiutateci a costruire un futuro”.

L’Accademia della Crusca era stata bollata come ente inutile dalla recente manovra finanziaria perché risultava con meno di 70 dipendenti, unico criterio stabilito senza alcuna considerazione riguardo il prestigio, la storia, l’utilità reale degli enti. Inutile come la fondazione Benedetto Croce, il Museo storico della Fisica e l’Accademia fiorentina. Fortunatamente il pericolo di chiusura sembra evitato, ma rimane il paradosso delle istituzioni politiche che giudicano inutile questa accademia per l’esiguo numero dei dipendenti, che poi sono le stesse che non permettono alla ente pubblico Accademia della Crusca di assumere nuovi dipendenti.

“È un paradosso: noi abbiamo solo 6 dipendenti, 3 in biblioteca e 3 in segreteria, solo perché con i fondi erogati dallo stato non ci possiamo permettere di assumere più persone. Ci sono anche dai 20 ai 30 collaboratori con contratti a progetto, a seconda dei finanziamenti che riceviamo, precari in posizione chiave: chi mantiene il sito, chi digitalizza le opere della biblioteca, chi cura l’archivio, chi si occupa delle pubblicazioni. In più ci sono circa 60 accademici, illustri studiosi di tutto il mondo che come me lavorano per l’Accademia senza percepire alcun compenso” (Nicoletta Maraschio, presidente Accademia della Crusca) .

Paradosso nel paradosso: tutto ciò avviene mentre ci sono, come documentato in una recente puntata di Superquark, più di 17.000 laureati in materie umanistiche inabili a trovare una sistemazione nel mondo di un lavoro che non accetta il loro sapere, letterati, filologi, filosofi e archeologi la cui passione ha prevalso sulle logiche perverse del mercato e li ha spinti su una strada che pur appare senza futuro, giovani che sicuramente avrebbero e dovrebbero avere l’opportunità di manifestare il loro talento e il loro amore in istituzioni e fondazioni come l’Accademia della Crusca e farebbero sicuramente un lavoro migliore degli incompetenti che hanno restaurato l’anfiteatro di Pompei con il cemento armato, un vero stupro alla cultura pompeiana denunciato da Gian Antonio Stella sulle colonne de “Il Corriere della Sera” .

Paradossi, ancora paradossi: come il numero di medici e ingegneri di cui abbiamo una grave carenza quando ogni anno 1 aspirante ingegnere su 3 non riesce ad accedere ai politecnici e 1 aspirante medico su 10 deve rinunciare al sogno del camice bianco. Tutta l’organizzazione della cultura italiana è un paradosso. Come paradossale è la condizione della nostra ricerca: siamo fanalino d’Europa per i fondi erogati (circa il 0.6% del Prodotto Interno Lordo) e per il numero di ricercatori in Italia, eppure abbiamo il più alto tasso di produttività e di pubblicazione di paper scientifici in rapporto alla popolazione. I ricercatori italiani hanno un tasso di produttività maggiore dei rinomati politecnici e cliniche svizzere e nei laboratori di ricerca europea come il centro di biologia molecolare di Heidelberg sono più i nomi italiani che tedeschi e francesi con compiti di dirigenza. La ricerca italiana, che ha iniziato il suo grande boom nei primi anni ’80 anche sull’onda dell’ammirazione per i Premi Nobel assegnati a Rita Levi Montalcini per la medicina e Carlo Rubbia per la fisica, in ventanni è quadruplicata con un tasso di produttività e di ingegno che oggi si trova soltanto in Cina, India, Brasile, futuri dominatori dell’umanità. Dal 2005, la ricerca italiana, ferita da continui tagli e mancanza di sostegno, arretra nelle classifiche internazionali ma non smette di continuare a brillare e presentare i suoi frutti al mondo.

Ma non possiamo chiudere questo articolo senza aver dato uno sguardo all’estero e in particolare alla Germania, l’unico paese europeo che può essere definito davvero al di fuori della crisi e che costituisce l’autentico baluardo dell’Unione Europea: la Germania ha compiuto la precisa scelta nelle sue manovre finanziarie di escludere qualsiasi taglio a istruzione e ricerca perché come ha dichiarato il direttore del Museo della Scienza e della Tecnica di Monaco :” Lo stato tedesco sa che un ignorante domani costerà allo Stato più dell’opportunità e del dovere di istruirlo oggi e che la tecnologia e la ricerca che sosteniamo continueranno a fare grande il popolo tedesco”. In Germania l’Istituto per la lingua tedesca di Manneheim, l’analogo della nostra Accademia della Crusca, può contare su 80 dipendenti e una dotazione ordinaria di circa 8 milioni di euro. I fondi erogati alla nostra accademia dal Ministero per i Beni Culturali sono invece soltanto 200.000 euro. Stessa situazione per i musei “gemelli” della Scienze e della Tecnica di Monaco e di Milano, il secondo riceve dallo stato italiano la decima parte dei finanziamenti tedeschi.

E’ questa la domanda: la cultura italiana ha un futuro?

Il motto dell’Accademia della Crusca è il verso petrarchesco “ Che il più bel fiore colga”.

Troviamo allora il coraggio di cogliere questo fiore e di far germogliare i suoi semi.

Costruiamo un futuro!

 

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