postato il 15 Aprile 2010 | in "Giustizia, Politica, Spunti di riflessione"

Carceri, è emergenza continua

Il sole a scacchi, di federico CoppolaPer le carceri italiane è emergenza continua. Ad agosto dello scorso anno la Corte europea ha condannato il nostro Paese per il mancato rispetto degli spazi di sopravvivenza elementari per detenuto che l’Europa richiede.

Ad oggi nulla è cambiato. Per i detenuti stare in piedi tutti contemporaneamente nella stessa cella è impossibile. Così si è costretti a fare quasi tutto restando stesi sul letto: scrivere, leggere, guardare la televisione e anche mangiare.

Le condizioni di “non vita” nei penitenziari italiani sono state denunciate martedì scorso dal portavoce della comunità di sant’Egidio Mario Marazziti, alla presentazione di un dossier sulle carceri.

Alcuni dati: nel 2008 i nuovi carcerati sono stati 93mila, a fronte di una capienza dei penitenziari pari a 43mila posti. Dal gennaio a marzo di quest’anno 2204 detenuti in più (+ 3,38%). Nel periodo gennaio-agosto 2009 si è registrato un calo medio dell’8,2% di tutti i reati commessi, ma gli arresti sono saliti del 5%, con la media di 440 nuovi ingressi nei penitenziari ogni giorno.

Nel dettaglio, ecco i dati sul sovraffollamento in alcune carceri:

Milano – San Vittore 1.460 (capienza 930) + 57%
Bologna – Dozza 1.184 (capienza 494) + 139%
Roma – Rebibbia Nuovo Complesso 1.674 (capienza 958) +78,5%
Napoli – Poggioreale 2.690 (capienza 1385) +94,2%
Palermo – Ucciardone 720 (capienza 522) +37,9%

L’aumento dei suicidi.
Tra le conseguenze dirette di questa situazione c’è l’aumento esponenziale dei suicidi dietro le sbarre. Ultimo in ordine di tempo quello di un uomo di 31 anni nel penitenziario romano di Rebibbia, Daniele Bellante, che si è impiccato annodando una striscia di tessuto alla finestra della cella. E’ il ventesimo detenuto che si è ucciso dall’inizio dell’anno.

Il piano per la costruzione di nuovi penitenziari.
A Gennaio il ministro della Giustizia Alfano ha annunciato un piano edilizio per costruire penitenziari: si prevede un investimento di 1,4 miliardi di euro per 24 nuovi istituti, da realizzare sotto l’egida della Protezione civile. I nuovi edifici dovrebbero garantire 21mila nuovi posti in sei anni. Ma osservando con occhio critico i dati ci si accorge che il problema non è solo quello delle strutture: il 44,6% dei detenuti nelle carceri italiane è infatti in attesa di giudizio. Un’inchiesta dell’Espresso titolata “Bomba carceri” evidenzia inoltre altri dati: l’aumento dei detenuti stranieri in transito, di tossicodipendenti che non andrebbero reclusi ma “avrebbero bisogno di cure”, come afferma l’ex sottosegretario Franco Corleone, garante dei diritti dei detenuti del Comune di Firenze. Un sistema carcerario basato su un concetto di sicurezza che prevede che i detenuti stiano in cella quasi sempre: in Italia solo un detenuto su quattro oggi ha la possibilità di lavorare.

L’Udc sul sovraffollamento delle carceri.

Quello del sovraffollamento delle carceri e delle condizioni di vita di detenuti è un tema che l’Udc ha avuto sempre a cuore.

Roberto Rao ha più volte sottolineato la necessità di lavorare a una revisione del sistema di custodia cautelare, ad accordi internazionali per il rimpatrio dei detenuti stranieri, a risolvere i conflitti fra i diversi ministeri, come quello riguardante gli psicologi nei penitenziari fra sanita’ e giustizia. Senza dimenticare la necessità di destinare maggiori risorse al personale di vigilanza.

Temi sottolineati da Rao anche nel corso dell’iniziativa “Ferragosto in carcere“, visitando il penitenziario di Cagliari.

A settembre dello scorso anno Angelo Compagnon, a seguito della visita alla casa circondariale di Udine ne ha denunciato il sovraffollamento, la carenza di personale, con successiva interrogazione parlamentare.

A novembre Marco Carraresi, capogruppo dell’Udc in Consiglio regionale toscano ha denunciato come nel penitenziario i detenuti fossero il doppio della capienza consentita.

A febbraio Savino Pezzotta, candidato Udc alle elezioni regionali in Lombardia, ha scelto il carcere di via Gleno per iniziare la campagna elettorale in Bergamasca, esprimendosi favorevolmente sui lavori di pubblica utilità, perché “la missione del carcere deve essere quella di rendere appetibile la vita, nel senso più pieno della parola”.

Michele Vietti ha più volte ricordato che le carceri non basta costruirle: “Sappiamo che i tempi dell’edilizia carceraria si misurano in decenni, non in mesi, ma poi le carceri non possono funzionare vuote. Dov’è il personale necessario per far funzionare queste fantasiose nuove carceri? Negli ultimi otto anni gli agenti della polizia penitenziaria sono diminuiti di oltre 5 mila unità. Nel prossimo triennio si prevede che diminuiranno di altri 2.500 uomini”. “Non è possibile – ha affermato Vietti – che nell’ultimo anno non solo le carceri non siano state costruite ma sia stata introdotta nell’ordinamento una serie innumerevole di nuove fattispecie di reato”.

Dite la vostra. Il fenomeno del sovraffollamento deve essere affrontato con una molteplicità di interventi. A quali sareste più favorevoli? Un Piano carceri concordato con gli Enti locali, un programma serio di edilizia carceraria, il potenziamento degli strumenti alternativi al carcere, la possibilità di scontare la pena nei Paesi d’origine per i detenuti stranieri? Dite la vostra.

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15 Commenti

Commenti

  1. Il mio pensiero è quello del recupero dei carcerati, Vi porto subito un esempio dove faccio volontariato alle volte ci affidano dei ragazzi che hanno commesso un crimine, certo non tutti questi giovani hanno voglia di lavorare o fare qualcosa, ma molti di essi vedendosi impegnati in attività lavorative rispondono bene, anzi molte volte gli facciamo dei complimenti, quindi vuol dire con un buon lavoro di un assistente sociale, qualcosa si ricava allontanadoli dai colleghi più burrascosi e ribelli, mentre i più burrascosi è ribelli dovrebbe essere trattati con duplice trattamento cioè questi vanno conteggiati per l’ampliamento delle strutture carcerarie, ma il problema non è soltanto questo, ma l’indomani che la persona che vuole lasciare per sempre gli ambienti carcerari ha la difficoltà di rientrego nella società perchè nessuno l’accetta perchè è stato in carcere, allora l’unico lavoro che trova è il delinquere, in qualsiasi modo e quindi è come il cane se si morde la coda.


  2. Credo molto nei lavori di pubblica utilità, la missione delle carceri è quella di riabilitare e rieducare le persone che hanno sbagliato, penso al carcere di Padova, li c’è una struttura alberghiera (cucina/mensa) interna al carcere che funziona,parte dei detenuti lavorano, come mi racconta un mio carissimo amico, chef nella struttura, i detenuti lavorano con serietà e dedizione. Vi sono anche altre carceri come Vibo Valentia , che applicano questo tipo di programma di reinserimento facendo lavorare queste persone, sfruttando il lavoro che portano i privati. Credo che ci sia la possibilità per investire in questo campo, reperendo anche finanziamenti dai privati, dalla comunità europea ecc. Ovviamente questa è un analisi che va approfondita, con dati e proposte, può essere punto di partenza per dare utilità comune alla detenzione, cercando di sgravare, se possibile, lo stato dai costi enormi, e di conseguenza i cittadini dalle imposte. Creare delle nuove strutture pensando a questo, credo sia possibile, utile e conveniente per chi investe e per lo stato, inoltre educativo per i detenuti che possono contribuire al loro mantenimento e reinserimento con il lavoro, sgravando famiglie e cittadini,che di problemi ne hanno abbastanza. Può essere un idea…


  3. Il problema carceri in Italia esiste da anni non a caso alcuni anni fu approvato l’indulto che ha risolto poco. E’ vero che molte leggi in Italia prevedono la detenzione ma ci vorrebbero più carceri, assunzioni nella Polizia Penitenziaria e accordi con gli altri stati per far scontare la pena degli immigrati nei loro paesi d’origine.


  4. I dati parlano chiaro: le carceri sono sovraffollate. Nel 2006 lo Stato ha tentato di dare una risposta al problema varando l’indulto. Non c’era scelta peggiore. Il nostro Paese già sconta una elevata incertezza della pena e di certo non può permettersi ulteriori “sanatorie” a scapito della tranquillità dei cittadini. L’unica risposta vera è la costruzione di nuovi istituti e l’ampliamento di quelli esistenti.


  5. Tema tenuto da tutti in sordina, ma se non affronteremo i problemi delle carceri quelle donne e quegli uomini non ne usciranno di certo con una spinta a vivere nella legalità.


  6. Grazie Pierferdinando sono stefano bosi fratello di
    francesco bosi è giustissimo leggiamo o vediamo che
    le forze dell’ordine catturamo delinquenti persone
    cattive dopo una enorme fatica e vengono rilasciati/e,ergastolo trasformato in anni di carcere,anni di carcere con l’uscita dalla/e prigioni,nelle carceri cè gente che ha rubato una mela,pochi centesimi e sono sempre dentro la gabbia,a loro carcerati ingiustamente reclusi dico
    non rubare è nei comandamenti non avete soldi per pagare gli avvocati,le avvocatesse,quindi fuori gli
    onesti,dentro cji è nel peccato!Onorevole pierferdinando casini buona giornata,buon fine settimana,anche da anna.Solo grazie.


  7. L’associazione di studenti di medicina dell’Università di Pavia “gruppo KOS”, invita Vincenzo Andraous a partecipare all’incontro pubblico “Uomini dentro. il carcere tra pena, rieducazione, vita e lavoro” che si terrà MERCOLEDI’ 21 APRILE 2010 dalle ore 21 alle ore 23.30 in Università degli Studi presso Aula del 400 Piazza San Leonardo da Vinci a Pavia, nell’ambito dell’iniziativa “Fuori Luogo” finanziata con i fondi 2010 della Commissione A.C.E.R.S.A.T. (Attività Culturali e Ricreative degli Studenti dell’Ateneo Ticinense).

    Vincenzo Andraous, in qualità di detenuto presso la Casa Circondariale di Pavia, di tutor presso la Comunità Casa del Giovane di Pavia, e scrittore-giornalista, è invitato a dialogare con Don Dario Crotti vice Responsabile Unità della Comunità Casa del Giovane e Direttore Caritas Pavia e Cappellano della Casa Circondariale Pavia, e il Dottor Angelo Cospito, coordinatore sanità penitenziaria Lombardia, su temi e problemi del luogo-mondo carcere con particolare attenzione agli aspetti meno mediatici e più “quotidiani”, che con grande difficoltà raggiungono le aule universitarie.

    Rimanendo in tema, invitiamo Vincenzo anche alla seconda serata dell’iniziativa, LUNEDI’ 26 APRILE 2010 dalle ore 21 alle ore 23.30, “In attesa di giustizia. riflessione sulla riforma degli istituti penitenziari”, che vedrà la partecipazione dell’On. Rita Bernardini (deputato PD e membro II commissione – Giustizia), del prof. Luciano Eusebi (Ordinario di Diritto Penale – Università Cattolica di Piacenza) e Benedetta Guerriero (giornalista di PeaceReporter).

    FUORI LUOGO – Prima serata
    Uomini dentro. il carcere tra pena, rieducazione, vita e lavoro
    con Vincenzo Andraous, Dott. Angelo Cospito, Don Dario Crotti
    mercoledì 21 aprile, ore 21 in Università degli Studi

    presso Aula del ‘400 via San Leonardo da Vinci Pavia

    FUORI LUOGO – Seconda serata
    In attesa di giustizia. riflessione sulla riforma degli istituti penitenziari
    con On. Rita Bernardini, prof. Luciano Eusebi, Benedetta Guerriero
    lunedì 26 aprile, ore 21 in Università degli Studi

    presso Aula del ‘400 via San Leonardo da Vinci Pavia

    FUORI LUOGO – Terza serata
    Binario 21. immagini canzoni di vita a Milano Centrale
    con Cesare Cicardini, Maurizio Rotaris e la Bar Boon Band
    mercoledì 28 aprile, ore 21 in Università degli Studi

    presso Aula del ‘400 via San Leonardo da Vinci Pavia


  8. GIUSTIZIA CHE TRASFORMA

    Tra gli appunti sparsi disordinatamente sulla scrivania ho ritrovato un mio vecchio articolo sulla Giustizia e sul Carcere, facce della stessa medaglia che dovrebbero trasformare al cambiamento di mentalità il colpevole e rendere migliore l’intera società.
    Le parole su questa pagina ingiallita dagli anni trascorsi, possono ancora essere utili per pensare a quanti vivono nella marginalità, emarginando gli altri, e così facendo si crea una vera “giustizia ingiusta”, che poggia le fondamenta su due basi: il mancato riconoscimento dei diritti altrui, e il fatto di confondere ottusamente l’omertà con la solidarietà.
    Due atteggiamenti di comodo, dettati da una necessità di sopravvivenza che però si maschera da “giustizia sociale”.
    Quando si sta ai margini, ogni situazione, ogni limite e distanza, sono usate per giustificare le proprie azioni, la colpa è sempre degli altri che non ascoltano, non aiutano, rimangono indifferenti, eppure anche se povertà e solitudini creano ingiustizie, non sono sufficienti ad assolvere alcuno dalle proprie responsabilità.
    Quale giustizia e quale pena possono arginare l’illegalità diffusa, la furbizia assunta a valore, la violenza cresciuta professionalmente ed economicamente, se il carcere continua a essere il luogo nel quale più di ogni altro si genera e si rigenera l’esclusione. Sebbene nel suo perimetro chiuso non ci siano eroi, ma unicamente uomini sconfitti, la pratica diventa metodo consolidato, si muore attaccati a una corda, si muore inascoltati da una giustizia che momentaneamente è nella posizione di non potere vedere le sue tante ingiustizie.
    Forse bisogna di immaginare una giustizia diversa, finalmente condivisa, che non si risolva in una condanna e in una pena meramente da scontare, un debito da pagare senza alcuna consapevolezza di quanto sia difficile tentare una possibile riparazione, partecipando attivamente affinchè il carcere recuperi davvero alla società: e ciò potrà avverarsi quando esso stesso sarà recuperato dal consorzio civile.
    Per un detenuto, per un operatore, per una società che è comunque e sempre coinvolta nella sua opera di risanamento, dovrebbe significare che il tempo non sia un tragitto che scivola addosso, con poca importanza e nessuna dignità.
    C’è necessità di partecipare a una buona Giustizia, a un carcere davvero utile, che non renda oltremodo inumana la disumanità. Su questi pilastri della convivenza civile non è sufficiente dire la propria usando toni aspri, dialettiche violente, forse occorrerà partecipare con la forza delle idee, con atteggiamenti che non banalizzano un problema che sta minando la percezione di equità e compassione.
    La Giustizia è dimensione che ha bisogno di buona volontà per migliorare le cose e le persone, anche dentro una cella, ma per non concorrere a una civiltà che muore, non dobbiamo accontentarci di avere dei numeri, degli oggetti ingombranti, ma uomini da aiutare per diventare a propria volta perni su cui fare girare tanti altri in difficoltà.
    Parlare di ciò è anche un po’ il pane del perdono, quel segno tangibile di una riconciliazione, un senso ritrovato nell’onore riconquistato, un pane e una dignità meritati sul campo, sul terreno fertile di una giustizia e di una pena a misura di uomo.


  9. ATTRAVERSO IL SUDORE DELLA SOLIDARIETA’

    Perché il carcere dovrebbe parlare il linguaggio dello sport? Perché questi due mondi apparentemente distanti dovrebbero accorciare le distanze per consentire a chi sta male di stare un po’ meglio?
    Ricordando di avere fatto parte di un gruppo teatrale carcerario, mi viene in mente il testo teatrale “Il Maratoneta”, un’autoscrittura che prendeva il via dall’opera originale di Alan Sillitoe: La solitudine del maratoneta.
    Un testo aspro, una ricognizione autentica del proprio vissuto, una maratona interpretata fino alla fine con il cuore in gola, tutta dentro una scelta dura come pietra che dura, un faccia a faccia attraverso il riesame intero del proprio passato, un mutamento interiore senza somme da detrarre, una nuova condotta sociale priva di una comoda ultima fila a nascondersi.
    La corsa, la maratona, le gambe, le braccia, i muscoli tesi al parossismo, la fatica, il dolore, il sudore, la voglia di mollare, di dare una fine alla sofferenza, e poi ancora l’espulsione delle tossine, il benessere di una scelta di libertà, il desiderio di arrivare, di farcela, di non rimanere nuovamente a terra, di soccombere alla didascalia della prigione, dove non esistono uomini vincenti, ma soltanto uomini sconfitti.
    A volte lo sport entra in carcere esclusivamente per intrattenere e divertire, come unico obiettivo il gioco, eppure il detenuto corre e suda da quel ”dentro”, che è il frutto di un “fuori”, che non può essere dissolto solo perché segregato e nascosto.
    Nella differenza che diventa la forza e la magia dello sport in carcere, e si manifesta nel carico di “energie” che viene riversato sulla scena, un condensato di sofferenza e frustrazione, forzatamente compresso e coattato.
    E’ possibile servire reciprocamente allo sport, in quanto portatori di una umanità modificata dalla restrizione, che ricerca ed esalta le differenze, esprimendo, attraverso il lavoro della fatica una potenza anche maggiore.
    Quella incredibile espulsione delle tossine offre un doppio sostegno a chi è in una cella a scontare la propria pena, permette il libero flusso di emozioni e sentimenti rimossi e repressi dalla contenzione carceraria e spinge alla cooperazione, alla solidarietà, allo scambio con gli altri.
    La memoria e il dialogo sono tra i pochi mezzi efficaci per resistere alla quotidiana e progressiva corrosione di sé.
    Il sacrificio, il sudore della solidarietà, migliora gli uomini e la dimensione in cui vivono, operando con modalità opposte dove è contenuta, collettive anziché individualizzatrici, coinvolgenti anziché segreganti, portatrici di arricchimento affettivo e artistico, anziché di coazione a ripetere.
    Fare sport in carcere non vuol dire creare false illusioni, l’uso di fantasticherie e sogni per evadere in altri spazi e in altri tempi, o in altri corpi, ma port per crescere, un gioco liberamente vissuto, con la mente e con il corpo, un nuovo linguaggio, socialmente accettato, adeguato, reso produttivo e creativo.
    Per stabilire dei legami che ti fanno sentire finalmente accettato, per entrare in contatto con gli altri, edificando relazioni importanti, per smetterla di rimanere muti, obbligando gli altri a non parlare.


  10. SUL CARCERE CHE ANCORA NON C’E’

    Del carcere si parla per levarci di torno un fastidio, per non rendere giustizia a chi è stato offeso né a chi l’offesa l’ha recata.
    Se ne parla per rendere nebulosa e poco chiara ogni analisi, un messaggio annichilente che impedisce di intervenire.
    Il detenuto non è un numero, invece la realtà che deborda da una prigione è riconducibile all’umiliazione che produce il delitto, ogni delitto nella sua inaccettabilità.
    Risocializzare, reinserire, non sono solamente termini e concetti trattamentali da seguire e svolgere, essi purtroppo stanno a sottolineare l’inadeguatezza al dettato Costituzionale, per l’impossibilità di rendere fattivo l’intervento rieducativo, non usare questi strumenti e di contro incancrenire la convivenza, equivale a dichiarare fallito l’ideale della promozione umana.
    Basterebbe osservare volti e mani di detenuti in qualche carcere, per rendersi conto del livello di abbrutimento raggiunto, di quanto questa situazione di indifferenza e solitudine imposte, di mancata applicazione di quella famosa declinazione a nome rieducazione, risulti deleteria per la persona ristretta.
    Un carcere che non ha più al suo interno spinta a rinnovarsi, un carcere popolato di uomini vestiti di paura e stanchezza, con la sola aspettativa di scontare in fretta la propria condanna, e ciò senza alcuna consapevolezza del presente, senza vista prospettica, senza figura del futuro.
    In una sola parola senza speranza.
    Chi conosce poco del carcere, di questa condizione inumana, dove è vietato persino sentirsi utili, responsabili, con delle prospettive, ebbene a costui sfugge il senso di questo arbitrio. Forse qualcuno pensa che inchiodare il detenuto in uno stato di inazione e alienazione, comporti la fatica minore.
    Nuovamente è un inganno, perché quel detenuto non è in una situazione di attesa dove il tempo serve a ricostruire e rigenerare, è l’esatto contrario: quel detenuto non attende domani, egli è fermo a ieri, a un passato riprodotto e mascherato, a tal punto, che tutto rincula a ieri, come se fosse possibile bloccare il tempo, come se delirare fosse identico a ben sperare.
    Se riconosco il diritto alle regole da rispettare, quel diritto a sua volta disciplina i rapporti con l’altro, e implica il riconoscimento di tutte le persone, fin’anche del detenuto.
    Ho l’impressione che il carcere italiano sia un involucro premeditatamente chiuso alle idee, ai cambiamenti, a tutt’oggi non lo si riesce a piegare a nessuna utilità sociale, anzi rimane il maggior riproduttore di sub-cultura: entrano uomini ed escono bambini, pacchi bomba senza fissa dimora.
    Se non sarà inteso come ripristino di un senso di giustizia e di possibilità a riconquistare la propria dignità, esso sfibrerà gli uomini ristretti rendendoli insensibili alla necessità di ricucire quello strappo dolente causato con il proprio comportamento.


  11. FASTIDIOSI LAMENTI O SEGNALI DI ALLARME

    Il carcere reclama sacrifici umani, lo fa con inusitata violenza, senza andare troppo per il sottile, in fin dei conti parliamo di materiali difettati, di prodotti cancerogeni, di merce da smaltire in fretta senza fare rumore.
    Sul carcere non è consentito affermare un bel niente davanti al collasso della giustizia che dovrebbe sostenere il diritto all’equità e alla dignità di una pena da scontare non solamente come castigo fine a se stesso, bensì per ritornare a essere uomini che possono rientrare in seno alla collettività.
    Dall’inizio dell’anno uno, cinque, dieci, venti corpi avvelenati dall’incuria, con gli occhi spalancati e resi ciechi dal dolore della solitudine.
    In alcuni istituti monta una follia ingannevolmente liberatoria, si prendono e si danno botte, si sequestrano gli uomini e si disperdono le dignità, all’irresponsabile fragilità del disagio che genera violenza, e che chiaramente non consente giustificazione, si risponde con l’esemplarità dell’ulteriore punizione, eppure manca quella sicurezza e quella pietà che rendono umane le sconfitte più tragiche.
    Ancora una volta è consigliabile pensare alla galera non come a un contenitore per incapacitare ed espellere definitivamente dal contesto sociale, perché in carcere si va, ma prima o poi si esce, e allora bisognerebbe evitare la pratica dell’induzione a diventare peggiori di quando si entra, per tentare di vincere, da una parte, quell’infantilizzazione galoppante che partorisce tanti uomini bambini, e dall’altra, quella subcultura criminale che trasforma il poveraccio in un uomo bomba.
    Quei ragazzi appesi a una corda e quegli uomini in procinto di rifare nuovamente del male a se stessi e agli altri, sono il risultato del carcere che non cambia, che, se non può cambiare, neppure intendiamo migliorarlo.
    Nonostante i segnali d’allarme di quei fastidiosi lamenti, ci limitiamo a osservare il carcere, come se fosse sufficiente a stabilirne le utilità e gli scopi (mai raggiunti), mentre per riappropriarsi delle proprie funzioni di castigo e recupero, esso avrebbe bisogno dello sviluppo di teorie e pratiche interne alla pena, e alternative ad essa.
    Avrebbe bisogno di una decongestione sistemica del sovraffollamento, della carenza di personale e di fondi, ma sarebbe ingenuo non affiancare a questi problemi endemici, un ripensamento culturale, che sottolinei il valore umano della pena, perché in carcere si va perché puniti, e non per essere puniti.
    Finchè il carcere sarà inteso come un momento fermato per sempre, esso rappresenterà una fotografia, un’immagine che non svela la vera essenza-assenza di ciò che vi è ritratto. Ecco perché nelle tante parole-valigia che si sprecano sul mondo penitenziario, più che altro per farci stare “dentro” tutto e più di tutto, esse non ci permettono di vedere il tutto nella sua complessità.
    Non si prende in considerazione l’opportunità di pensare che occorre rivedere qualcosa, che manca qualcosa. L’antidoto non può essere sintetizzato nella sola richiesta di più operatori, piuttosto nella consapevolezza che è in atto un plagio fisiologico operato da chi vuole mantenere il carcere nella sua inutilità e antitesi a ogni riabilitazione, nell’indifferenza che cancella ogni forma di prevenzione e dunque di interesse collettivo.
    Forse occorrerebbe un po’ di sbalordimento, affinché non ci sentiamo rassicurati e lontani dagli accidenti, relegando all’interno di una prigione tutte le nostre contraddizioni, come se tutto acquistasse un equilibrio normale, dove il calcolo, la corrispondenza e il tornaconto giocano decisamente a discapito di chiunque, innocenti e colpevoli.


  12. UN NUOVO INCORAGGIAMENTO PEDAGOGICO

    Il carcere continua a rimanere un luogo non autorizzato a fare nascere speranza, non rammentando che l’uomo privato della speranza è un uomo già morto.
    Questo “niente” inciderà forzatamente sulle menti, giorno dopo giorno, anno dopo anno, in compagnia del solo passato che ricompone la sua trama, e passato, presente e futuro sono lì, in un presente dove non esiste futuro.
    Il carcere non é una realtà trasparente, ma un mondo sommerso che l’immaginario collettivo popola di dannati, in cui la coscienza collettiva rimuove e chiude dentro tutto il male, la parte negativa della società, e dove ha paura di riconoscersi: per questo cerca di allontanarlo da sé, escludendolo, facendo diventare la prigione una struttura fuori dal mondo, utilizzata per risolvere i conflitti, come se esistesse un punto terminale; il criminale va in gattabuia e poi basta, non si agita più.
    L’idea del carcere come unica difesa sociale è una bufala, è sufficiente osservare le statistiche sulla recidiva, il carcere è quello che ben sappiamo, ma chi vive in quest’agglomerato umano ha il diritto-dovere di ritrovare fiducia in se stesso e negli altri. Perché questo accada occorre rendere più umano l’inumano, il consorzio sociale dovrà attivarsi consapevolmente con il suo interessamento produttivo e non pietistico, aiutando chi è nell’errore a ritenersi capace di un costante e continuo miglioramento.
    L’impressione che si ricava dal dibattito attuale sul carcere, è una somma di parole che non favorisce speranza, come se il carcere, per un imperativo categorico non scritto ma imponente, dovesse rimanere uno spazio isolato, disgregato e disgregante, annichilente a tal punto che nessuno deve interessarsene, con impegno e investimento appropriato.
    Obbligatoriamente chi entra nel perimetro di una prigione, deve uscirne svuotato di se stesso, e senza prospettiva alcuna, come se trasformare il presente carcerario, ricercando un dialogo possibile, fosse utopia lacerante.
    Se vogliamo che l’insicurezza e la criminalità diminuiscano, dobbiamo riflettere, perché l’esperienza ci dice e conferma che sulla personalità di ogni detenuto, di ogni uomo ristretto, di ogni minore o adulto in prigione, gli effetti sfavorevoli delle sanzioni privative della libertà personale, superano di gran lunga qualsiasi portata positiva per la sua risocializzazione.
    Per superare lo scompenso, la diastasi tra punizione e recupero, occorre ripristinare un clima di collaborazione e di partecipazione attiva, dare senso e impegno a superare il passato, in una assunzione di responsabilità soggettiva che impone al detenuto, ma anche alla collettività un nuovo modo di “vivere il carcere”.
    C’è davvero bisogno di un incoraggiamento pedagogico, verso condotte socialmente condivisibili, ma forse c’è soprattutto urgenza che vengano attenuati alcuni meccanismi dissocianti di una peculiare condizione carceraria, i quali ostacolano la prospettiva di un valido avvenire e di una nuova esistenza sociale.
    Come uomo e come detenuto da quarant’anni, ho riconoscenza per chi mi ha aiutato a rinascere, e proprio per questo senza alcuna polemica, mi viene da pensare che “una società dimentica il diritto stesso, quando lascia il detenuto solo a riconoscere le proprie colpe, e tradisce quel diritto quando lo lascia solo nel suo impegno a superarle e rinnovarsi”.


  13. io sarrei x un nuovo induloto x la persone che sono incensurate e chi nn a ottenuto l’indulto nel 2006


  14. solo cosi credo che si potrebero recuperare tante persone che nn farebero di nuovo reati


  15. Perchè non proviamo ad adottare, come negli Stati Uniti, misure alternative alla detenzione per piccoli reati? ( ricordate Naomi Campbell condannata a pulire come spazzina le strade) Le ritengo molto più deterrenti di qualsiasi altra pena che comporterebbe unicamente un ulteriore intasamento delle nostre sovraaffolate carceri senza alcun beneficio per la collettività.




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