postato il 26 Giugno 2009 | in "Esteri"

Anche noi siamo iraniani

More from Iran, dall'album di FaramarzInvito tutti i militanti dell’Udc a mobilitarsi con iniziative spontanee di solidarietà per questo popolo.

Oggi anche noi siamo iraniani. Con l’animo, la mente e il cuore. Tutti noi siamo vicini a questo Paese straordinario che e’ l’Iran pieno di intellettuali, di uomini e donne ricchi di risorse. E’ ancora possibile nel 2009 indignarsi in una società che ormai si è rassegnata a tutto.

Pier Ferdinando

10 Commenti

Commenti

  1. I mass media tradizionali, specialmente quelli italiani, hanno grosse difficolta’ a seguire cio’ che accade in Iran, sia perche’ le autorita’ di Teheran hanno proibito ai giornalisti stranieri di circolare, sia perche’ non sempre sanno utilizzare i nuovi strumenti di informazione online (i cosiddetti new media o citizen media, come Twitter, Facebook, Youtube, etc.).
    Cosi’ accade che nessuno dei maggiori quotidiani italiani offra una diretta di cio’ che alcuni coraggiosi iraniani riescono a far trapelare sfidando, a loro rischio e pericolo, la censura e il ferreo controllo di Internet da parte delle autorita’ iraniane. Anche le agenzie di stampa (con l’eccezione di Reuters e Associated Press) lanciano solo notizie ufficiali (tizio ha detto questo, caio quest’altro).
    Vi sono pero’ alcuni siti dove e’ possibile seguire passo passo l’evolversi della crisi iraniana. In particolare si tratta di tre blog, ospitati anche da quotidiani tradizionali, curati da giornalisti estremamente capaci e abili con i nuovi media. Li’ potrete trovare informazioni aggiornatissime, immagini e filmati che i media italiani ignorano oppure riprendono solo nei giorni successivi.
    Questi siti sono in lingua inglese. Per chi non legge l’inglese, e’ possibile utilizzare una traduzione istantanea di Google Translation (si puo’ inserire il link del blog, e l’intera pagina web appare tradotta in italiano).
    I piu’ intraprendenti potranno visitare Twitter.com (hash tags: #Iranelection #iran #neda). Qui postano diversi studenti e oppositori iraniani, tra cui lo stesso Mir Hossein Mousavi (nick mousavi1388). E’ da qui che spesso giungono informazioni che sfuggono alla censura iraniana. Ma attenzione a seguire solo fonti attendibili. Infatti e’ uno strumento utilizzato massicciamente anche dalle autorita’ iraniane per fare propaganda e disinformazione. Con un po’ di pratica, non e’ difficile individuare i twitters piu’ attendibili.
    Ecco i blog piu’ aggiornati ed esaustivi:
    The Guardian: http://www.guardian.co.uk/news/blog/
    New York Times (The Lede): http://thelede.blogs.nytimes.com/
    Huffington Post: http://www.huffingtonpost.com/2009/06/13/iran-demonstrations-viole_
    Altri siti utili:
    Teheran Bureau: http://tehranbureau.com/
    National Iranian American Coucil blog: http://niacblog.wordpress.com/
    IReport (Cnn): http://www.ireport.com/ir-topic-stories.jspa?topicId=270440


  2. Casini, La dico solo questo, grazie.


  3. Tutto questo sembra irreale, una situazione che ci fa stare male veramente. I vari video “rubati” con i cellulari ci mostrano una realtà fatta solo di violenze perpetrate a cittadini innocenti, di omicidi macabri e senza pietà. Tutto questo è inaccettabile da parte nostra e da parte della comunità internazionale che. al momento, sembra inerme di fronte a tutto questo. Noi non ci dobbiamo rassegnare e giustamente ognuno di noi può fare la sua parte, anche via web!


  4. Ogni giorno, vedendo le immagini che trapelano furtivamente dall’Iran, provo una stretta al cuore. Questo perchè soffriamo anche noi per i nostri fratelli Iraniani, siamo vicino a loro con la mente e il cuore, come dice Lei. Per ora il nostro lavoro sarà quello di diffondere il più possibile ciò che circola in internet, come video delle manifestazioni, per cercare di far aprire gli occhi al mondo, affinchè si muova in aiuto di quel popolo oggi martoriato dalla sofferenza.
    La sua voce, Presidente, ci aiuta a non mollare, a lottare per la nostra libertà, perchè se soffre un nostro fratello, soffriamo anche noi; se lotta per la libertà un nostro fratello, dobbiamo farlo anche noi!
    Marta


  5. Non può esserci censura, non deve esserci disattenzione, nè tantomeno indifferenza. Le vicende iraniane ci sconvolgono di ora in ora sempre di più; non si riesce a cancellare dalla memoria episodi come quello di Neda, la “voce dell’Iran”, ormai inequivocabile simbolo di una battaglia che ci deve vedere tutti mobilitati e sensibilizzati. A quanto pare il video della ragazza, che ha fatto il giro del mondo in poche ore, era accompagnato dal messaggio di un medico, che vorrei riportare affinchè il maggior numero di persone possano condividerne il fine: “Ore 19:05 del 20 giugno località Kargar Avenue, all’incrocio con Khosravi Street e Salehi Street. Una giovane donna che era presente col padre [sic, l’uomo è stato poi identificato nell’insegnate di musica di Neda] ad osservare le proteste è stata sparata da un membro dei Basij nascosto sul tetto di una abitazione privata. Ha chiaramente mirato alla ragazza e non poteva mancarla. Comunque, ha mirato dritto al cuore. Sono un medico, così sono corso a soccorrerla.Ma l’impatto del proiettile è stato così forte che è esploso dentro il petto della vittima, che è morta in meno di 2 minuti. I manifestanti erano a circa un chilometro avanti nella strada principale e alcuni manifestanti stavano correndo, per scappare dai gas lacrimogeni usati contro di loro, verso Salehi Street. Il video è stato ripreso da un mio amico, ce era lì accanto a me. Per favore, fate in modo che il mondo sappia”. Non fermiamoci Presidente!


  6. Sono assolutamente d’accordo. Non si può rimanere indifferenti di fronte a vicende internazionali di incredibile gravità come quella dell’Iran. Come sostiene Marta è importante far circolare il più possibile le informazioni su internet affinchè il numero maggiore di persone possa venire a conoscenza di quanto sta accadendo in queste ore in Iran. Rimane da augurarsi però che non solo i cittadini, ma soprattutto le istituzioni internazionali non rimangano indifferenti e facciano qualcosa di concreto affinchè i massacri possano terminare al più presto.


  7. Quello che sta succedendo in Iran ha il gusto di qualcosa già assaggiato e già andato di traverso. Sembra il dejavù di qualcosa già accaduto in Europa e non solo, neanche troppo tempo fa. La censura bidirezionale dell’informazione è qualcosa che fa rabbrividire, che, come dice l’Onorevole Casini, deve farci indignare. E’ impensabile che nel “mondo globalizzato” d’oggi, dove grazie ad internet si può avere notizia di praticamente tutto ciò che accade in quello stesso momento agli antipodi di dove ci si trova, sia ancora impedito ad un popolo di accedere alla libera informazione. E non è poi nemmeno così facile per coloro che vivono fuori dall’Iran sapere cosa accade al suo interno. Mi pare che vi siano, quantomeno, i sintomi di quello che si suol dire regime antidemocratico.
    Purtroppo l’unica cosa che possiamo fare è accogliere l’appello del nostro leader, essere vicini con la mente e con il cuore ai cittadini iraniani. Con la speranza che UE e USA si muovano compatti per risolvere la sempre più complessa “Questione Medio-Orientale”.


  8. Noi cittadini di tutto il mondo chiediamo che:
    1. Le migliaia di militanti nonviolenti della democrazia, del diritto e della libertà che continuano in queste ore a scendere in piazza a Teheran sfidando la repressione del regime iraniano, con il coraggio di rivoluzionari nonviolenti, gridando “we want freedom”, rappresentano la speranza concreta, l’utopia possibile di un Iran libero, democratico e laico.
    2. La reazione inconsistente del presidente Khatami ha reso ancora più evidente, anche per gli stessi iraniani, che a sette anni dall’elezione di un cosidetto governo riformista nulla è cambiato in meglio, e che la democrazia, i diritti umani e la pace sono fondamentalmente incompatibili con un regime teocratico come quello iraniano, basato su una Costituzione che attribuisce poteri illimitati a clerici e non a persone elette dal popolo.
    3. Le principali organizzazioni per i diritti umani (es. Amnesty International e Human Rights Watch) continuano a denunciare una sistematica repressione della libertà di pensiero e di associazione, guidata dalla magistratura, che ha portato in questi anni in carcere centinaia di studenti, giornalisti e intellettuali senza processo o a seguito di un processo iniquo, in un Paese dove vigono ancora la tortura, le esecuzioni capitali (anche per reati minori e mediante lapidazione). Tutto questo non sembra preoccupare seriamente né l’Unione Europea né i governi degli stati membri, che continuano a sostenere finanziariamente il regime degli Ayatollah, anche attraverso recentissimi progetti industriali.
    4. Il movimento di massa che lotta per i principi inclusi nella Dichiarazione universale e del Patto Internazionale per i Diritti Civili e Politici, sta dando finalmente scacco a quanti vorrebbero attribuire a tali documenti un’impostazione e dei tratti esclusivamente “occidentali”.
    5. In una lotta nonviolenta, che si appella all’opinione pubblica internazionale e, tramite essa, ai governi democratici, il silenzio, la mancanza d’informazione, come gli studenti stessi affermano, li rendono isolati e ancora di più disarmati, inermi.
    In particolare quanti hanno ripetuto in questi mesi incessantemente “la guerra democrazia non si afferma con le armi”, sono ora chiamati al sostegno di chi, senza ricorrere alla lotta armata sta rischiando la vita e la libertà per un Iran libero, terra di individui con uguale diritti indipendentemente dalla propria razza, sesso, religione.
    Esortiamo le Nazioni Unite, il Consiglio europeo e i loro stati membri:
    1. a richiedere alle autorità iraniane il rispetto dei diritti umani e civili di tutti i cittadini iraniani tenendo fede a quanto dichiarato dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 e dalla Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici entrambe sottoscritte anche dalla Repubblica Islamica dell’Iran e di mettere fine ai tentativi di promuovere governi teocratici in Irak ed altrove in Medio Oriente.
    2. a richiedere alle autorità iraniane di consentire lo svolgimento di un referendum libero, sotto la supervisione di osservatori internazionali indipendenti, per la revisione della costituzione e l’istituzione di uno stato di diritto democratico e laico.


  9. Iran, un appello di 130 docenti universitari a sostegno dei manifestanti
    di Slavoj Zizek, da carta.org

    Quando un regime autoritario approda alla crisi finale, di solito la sua dissoluzione segue due fasi. Prima del collasso si verifica una misteriosa rottura: d’improvviso le persone sanno che il gioco è finito, e semplicemente smettono di avere paura. Non è solo il regime a perdere di legittimità, ma lo stesso esercizio del suo potere è percepito come un’impotente reazione di panico. Tutti conosciamo le classiche scene dei cartoni animati: il gatto raggiunge il precipizio ma continua a camminare, ignorando il fatto che non ha terra sotto i piedi; comincia a cadere solo quando guarda in basso e si accorge dell’abisso. Quando perde la sua autorità, il regime è come un gatto sul precipizio: sta per cadere, occorre soltanto che gli si ricordi di guardare in basso.
    In «Shah in Shah», un classico racconto della rivoluzione di Khomeini, Ryszard Kapuscinski individua il preciso momento di questa rottura: a un incrocio stradale di Tehran, un manifestante si rifiuta di spostarsi quando un poliziotto gli ordina di muoversi, e il poliziotto, smarrito, si limita a voltarsi di spalle; in un paio d’ore, tutta Tehran seppe dell’accaduto, e sebbene ci fossero scontri in strada che continuavano da settimane, ognuno realizzò che la partita era finita. Sta accadendo adesso qualcosa di simile?
    Ci sono molte versioni sui fatti di Tehran. Alcuni vedono nelle proteste il culmine del «movimento riformista» a favore dell’Occidente, sulla scia delle «rivoluzioni arancioni» di Ucraina, Georgia, eccetera – una reazione secolare alla rivoluzione di Khomeini. Costoro sostengono le proteste come il primo passo verso un nuovo Iran liberaldemocratico, liberato dal fondamentalismo musulmano. Sono contraddetti dagli scettici che pensano che Ahmadinejad abbia vinto davvero: lui è la voce della maggioranza, mentre il sostegno a Mousavi arriva dal ceto medio e dalla sua gioventù dorata. In breve: scacciamo le illusioni e affrontiamo il fatto che, con Ahmadinejad, l’Iran ha il presidente che si merita. Ci sono poi quelli che liquidano Mousavi come un membro dell’establishment religioso, con differenze solo apparenti con Ahmadinejad: Mousavi vuole proseguire col programma energetico nucleare, è contrario al riconoscimento di Israele, in più ha ricevuto il pieno appoggio di Khomeini come primo ministro ai tempi della guerra contro l’Iraq.
    Infine, i più tristi di tutti sono quelli che difendono Ahmadinejad da sinistra: la vera posta in palio sarebbe per loro l’indipendenza dell’Iran. Ahmadinejad ha vinto perché ha combattuto per l’indipendenza del paese, smascherato la corruzione delle élites, e utilizzato le ricchezze petrolifere per incrementare il reddito della maggioranza dei poveri – questo è il vero Ahmadinejad, ci dicono, oltre l’immagine dei media occidentali di un fanatico negazionista dell’Olocausto. Seguendo questo punto di vista, ciò che sta davvero accadendo in Iran è una replica dell’abbattimento di Mossadegh del 1953: un golpe finanziato dall’Occidente contro un presidente legittimo. Questa lettura non solo ignora i fatti: l’alta affluenza alle urne – dal 55 per cento all’85 per cento – si spiega solo come un voto di protesta. Ma mostra anche la cecità nei confronti di una genuina dimostrazione della volontà popolare, assumendo con condiscendenza che per gli arretrati iraniani, Ahmadinejad va benissimo, non sono sufficientemente maturi per essere governati da una sinistra laica.
    Per quanto opposte, tutte queste interpretazioni leggono le proteste iraniane come scontro tra integralisti islamici e riformisti liberali pro-Occidente, che è il motivo per cui hanno difficoltà a collocare Mousavi: si tratta di un riformista spalleggiato dall’Occidente che chiede libertà personali ed economia di mercato o un membro delle gerarchie religiose la cui eventuale vittoria non influenzerebbe seriamente la natura del regime? Queste oscillazioni così estreme mostrano che nessuna delle letture di cui sopra ha capito la vera natura della protesta.
    Il colore verde adottato dai sostenitori di Mousavi, le grida «Allah akbar!» che rimbombano dai tetti di Tehran al calare della sera, indicano nitidamente che si considerano in continuità con la rivoluzione di Khomeini del 1979, come ritorno alle sue origini, cancellazione della corruzione che ne è seguita. Questo ritorno alle radici non è solo nelle rivendicazioni; riguarda piuttosto il modo in cui la folla agisce: l’enfatica unione della gente, la loro solidarietà onnicomprensiva, l’auto-organizzazione creativa, l’improvvisazione nei modi di articolare la protesta, l’accoppiata unica di spontaneità e disciplina, come la minacciosa marcia di migliaia di persone in completo silenzio. Stiamo avendo a che fare con una sollevazione popolare genuina da parte dei delusi dalla rivoluzione di Khomeini.
    Dobbiamo trarre un paio di conseguenze cruciali da questo quadro. Innanzitutto, Ahmadinejad non è l’eroe dei poveri islamici, ma un corrotto islamico-fascista populista, una specie di Berlusconi iraniano la cui mescolanza di pose da clown e spietata gestione del potere sta causando disagio persino presso la maggioranza degli ayatollah. La distribuzione demagogica di briciole ai poveri non ci deve ingannare: dietro di lui non ci sono solo gli organi di polizia e un apparato di public relations molto occidentale, ci sono anche i nuovi ricchi, il risultato della corruzione di regime [la Guardia rivoluzionaria iraniana non è una milizia operaia, ma una mega-coroporation, il più forte centro di potere del paese].
    Inoltre, bisogna tracciare una differenza tra i due candidati principali opposti ad Ahmadinejad, Mehdi Karroubi e Mousavi. Karroubi è effettivamente un riformista, fondamentalmente propone la versione iraniana della politica identitaria e promette favori a tutti i singoli gruppi. Mousavi è completamente diverso: si batte in nome della resurrezione del sogno popolare che ha sostenuto la rivoluzione di Khomeini. Anche se questo sogno era un’utopia, bisognerebbe riconoscere in esso l’utopia stessa della rivoluzione. Significa che la rivoluzione del 1979 non può essere ridotta a un’insurrezione integralista, si trattava di molto di più. E’ il momento di ricordare l’incredibile effervescenza dei primi anni dopo la rivoluzione, con l’esplosione mozzafiato di creatività sociale e politica. Il solo fatto che questa esplosione è stata soffocata dimostra che la rivoluzione era un autentico evento politico, una momentanea apertura che ha scatenato una forza di trasformazione sociale inaudita, un momento in cui «ogni cosa sembrava possibile». Quello che seguì è stata una chiusura graduale tramite la presa del potere dell’establishment islamico. Per metterla in termini freudiani, le proteste di questi giorni sono il «ritorno del rimosso» della rivoluzione khomeinista.
    E, last but not least, ciò significa che c’è un potenziale di liberazione nell’Islam. Per trovare un «Islam buono» non c’è bisogno di tornare all’anno Mille, ce l’abbiamo giusto qui, davanti a noi.
    Il futuro è incerto, con ogni probabilità chi sta al potere conterrà l’esplosione popolare, e il gatto non cadrà nel precipizio ma riguadagnerà la terra ferma. Comunque, non sarà più lo stesso regime, ma un governo autoritario e corrotto tra gli altri. Qualunque sia l’esito, è di vitale importanza che teniamo a mente di aver assistito a un grande evento di libertà che non rientra nello schema della lotta tra liberali pro-Occidente e fondamentalisti anti-Occidente. Se il nostro cinico pragmatismo ci fa perdere la capacità di riconoscere questa dimensione liberatoria, significa che in Occidente stiamo davvero entrando in un’era post-democratica, preparandoci al nostro Ahmadinejad. Gli italiani già conoscono il suo nome: Berlusconi. Gli altri stanno aspettando in fila.


  10. La cosa indubbiamente più importante e grave che sta accadendo, succede in queste ore a Teheran.
    Un governo che nega, poi dice qualcosa, ma non tutto, poi dice “tre milioni di voti in più” -in più rispetto al numero degli elettori…apperò…-, e aggiunge “ma sono irrilevanti”.
    Ma non è il governo dell’antisemita e fascista Ahmadinejad il protagonista di questa orrenda storia globale.
    Il protagonista è il popolo, un popolo che protesta, e che muore per farlo.
    Un popolo che non è con la Cia, non è con Moussavi. Un popolo che scende in piazza perchè da questo dipende il suo futuro, e che vuole rispetto e dignità.
    Un popolo che dobbiamo sostenere.




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