postato il 5 Luglio 2011 | in "Giustizia, In evidenza, Politica, Riceviamo e pubblichiamo"

Alfano, l’onestà dei fatti e quella dei proclami

“Voglio un partito degli onesti”, questa la frase simbolo che il neo-acclamato segretario politico del PDL Angelino Alfano ha consegnato alla stampa. Una dichiarazione di intenti forte e meritevole di attenzione. È auspicabile che non rimanga uno slogan ma sia il monito quotidiano dell’attività del giovane (solo se confrontato con gli altri) Alfano, una volontà chiara che lo accompagni nell’opera di rinnovamento e cambiamento del partito di maggioranza relativa. Importante sottolineare due aspetti: con questa frase a effetto si è squarciato, diciamo così, il velo di ipocrisia che avvolgeva il PDL. È una presa di coscienza quasi inaspettata: nessuno avrebbe detto tali parole se non avesse prima constatato che all’interno del movimento di Berlusconi l’onestà non alberga propriamente nell’empireo dei principi fondanti. Questo per via di un presupposto concettuale, mentale dei berlusconiani: la politica è fare, è attività, dinamismo, poche remore e freni morali, l’onestà rallenta, si può perdonare se la si contravviene.

Il secondo aspetto è il piglio decisionista del nuovo segretario: vuole mostrarsi come l’uomo che si è guadagnato il titolo, non ricopre quell’incarico solo in virtù di una investitura del Cavaliere, ha le carte in regola per sferzare e rimettere in carreggiata il partito.

Ora lo aspetta la prova dei fatti. Ma questi, come spesso avviene, sono (o sono stati) inclementi, o quantomeno presentano una tempestività sorprendente.

In platea, mentre il ministro pronunciava le fatidiche parole, sedeva tra gli altri mille e più delegati, Alfonso Papa, deputato PDL su cui pende una richiesta d’arresto della magistratura di Napoli nell’ambito dell’inchiesta P4. Alfano è stato coraggioso ed in qualche maniera ha giocato al rialzo, quel passaggio proprio mentre infuria la bufera delle intercettazioni e dei legami illeciti politica-affari che investe il partito (oltre a Papa è nei guai anche il deputato Marco Milanese, strettissimo collaboratore del superministro Tremonti) ha di che far discutere: Alfonso Papa sarà messo sotto la lente del Segretario che per un rinnovato PDL vuole innanzitutto onestà? Come giustificherebbe l’imbarazzante presenza di un uomo che la magistratura ritiene creatore e membro di una associazione segreta pericolosa per le istituzioni? Il dovere dell’onestà si realizza nell’essere indipendenti da ogni pressione esterna, indebita e nel denunciare i tentativi di questo tipo. Insomma, Alfano ha avuto coraggio in quanto ora dovrà dimostrare che nelle parole che ha pronunciato crede davvero. E l’occasione è lì da venire: la giunta per le autorizzazioni deve pronunciarsi sulla richiesta di arresto. Come si comporterà il PDL a trazione Alfano? A dar retta alle intenzioni, profferte a favor di taccuini e telecamere, dovrebbe dare segnali di giustizia, punendo il deputato che trescava con Bisignani. Ma la sicurezza non c’è. E questo non per essere giustizialisti, ma per iniziare bene.

L’altro fronte della nuova battaglia sull’onestà è, se possibile, più scottante e “mediatico” perché riporta in superficie un nodo mai sopito, terreno di scontro aspro, il conflitto di interessi. La pietra dello scandalo è costituita da una piccola norma inserita nella manovra presentata dal governo al Capo dello Stato che modifica due articoli del codice di procedura civile, ponendo in capo al giudice dell’appello, in luogo della semplice facoltà, l’obbligo di sospendere l’esecutività della condanna di risarcimenti superiori ai 10 milioni di euro in primo grado e 20 milioni di euro in Cassazione. Una semplice riscrittura utile a mettere in salvo le casse della Mediaset del presidente del Consiglio, chiamata a risarcire la Cir di De Benedetti della supercifra di 750milioni di euro. I commenti si sono sprecati, la norma ha già assunto un appellativo familiare alle italiche orecchie, “ad personam”, tramutato efficacemente in “ad aziendam”. Questa operazione è tanto più odiosa se si pensa che il decreto contiene disposizioni per tutt’altra materia: la manovra predispone misure per il pareggio di bilancio entro il 2014, misure dure con ricadute dirette e pesanti sui cittadini. E allora, ci chiediamo, per quale motivo bisogna inserire una norma che tutela le grandi imprese se non per favorire nell’immediato un’azienda ben definita, sulla quale pende una condanna ad un risarcimento così ingente?

Alfano deve dimostrare di non essere la faccia pulita di un partito che nel chiuso delle stanze dà da pensare di occuparsi di tutt’altro che all’onestà, alla giustizia e alla legalità. Alfano deve dimostrare che il viatico da lui posto come fondamentale da quel palco sia la sostanza, la reale volontà collegialmente riconosciuta di riformare e migliorare. Il banco di prova è la contrastante disposizione del decreto licenziato dal Consiglio dei Ministri: sappia far seguire i fatti alle sue parole.

Ne va anche del suo interesse, del suo futuro politico, della sua dignità di uomo di partito: la sua iniziativa, se reale e non fittizia, può dimostrare che il PDL non è fatto di plastica, che non è sotto la bacchetta del premier, che sa cambiare pelle quando è necessario, che sa accorgersi del richiamo della buona politica. E la buona politica impone che la salva-Mediaset, come è stata rapidamente ribattezzata, ritorni da dove è arrivata e venga derubricata a “norma dal sen fuggita”. Tutto ciò che è ad personam è ontologicamente contrario all’onestà. Basta questo per dire basta a Berlusconi e per dire sì ad un PDL che stia alle regole del gioco.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Stefano Barbero

2 Commenti

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  1. La cosa sconvolgente di questo governo che è tutto ed il contrario di tutto.




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