Archivio per settembre 2011

Turismo e archeologia per rispondere alla crisi

postato il 27 Settembre 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Davide Delfino

In tempi di crisi economica, parlare di turismo in un Paese come l’Italia povero di risorse naturali, puó significare molto per il rilancio dell’economia nazionale. Ma vi sono molti tipi di turismo: tra questi quello culturale é forse il meno gettonato per quanto riguarda gli investimenti e la legislazione, ma puó essere una notevole fonte di rilancio soprattutto per gli Enti pubblici territoriali. Il turismo culturale puó includere vari aspetti:

1) la valorizzazione del Patrimonio giá esistente, o meglio, giá conosciuto;

2) la ricerca storico-archeologica per scoprire altro Patrimonio da valorizzare;

3)la presenza su un determinato territorio di studiosi o studenti a causa del Patrimonio di questo territorio e delle attivitá scientifico-didattiche che vi si svolgono.

In tutti questi tre tipi di turismo culturale, chi vince sempre é il territorio e chi vi lavora: infatti in tutti i casi si portano persone sul territorio in questione, il che significa lavoro in piú per gli esercenti alberghier e di ristorazione, i negozi, gli stessi privati che possono affittare immobili per il pernottamento.

Per avere un esempio chiarificatore, si prenda il caso di un piccolo Comune portoghese, probabilmente unico nel suo genere. Mação (distretto di Santarém), fa circa 1800 abitanti e ha un discreto patrimonio archeologico, soprattutto in Arte Rupestre: circa 6 anni fa un accordo tra il Comune (Câmara Municipal) e l’ Instituto Politécnico de Tomar portó al rilancio del museo locale, installandovi la sede di un Master Erasmus Mundus in “Archeologia preistorica e Arte Rupestre”, portandovi le attivitá di un dottorato di ricerca e creando eventi “ad hoc” come corsi sulla Gestione del Patrimonio Culturale e di Archeologia Ibero Americana, sfruttando una rete creata tra varie Universitá in Europa e nel Sud America; solo due anni fa fu infine creato un centro di ricerca interno al museo (Instituto Terra e Memória) attorno al quale ruotano progetti di ricerca, convegni annuali e corsi che coinvolgono ricercatori e studenti da diversi Paesi del mondo. Questa struttura costa  al Comune solo le spese di luce, internet e manutenzione delle strutture di proprietá comunale, in quanto per il resto si povvede con progetti dell’ Unione Europea; la ricaduta economica sul terriotorio é visibile in un’ indagine fatta un anno fa, che attesta che il 10% degli introiti dei soli esercenti é fatta grazie a questo progetto, in quanto in media ogni anno tra studenti del Master locale e del Dottorato, dei corsi organizzati, ricercatori, interessati vari e visitatori  del museo, vengono a Mação circa 5200- 5300 persone che pernottano, consumano e comprano nel Comune per periodi da un minimo di due giorni ad un massimo di un anno intero.

Al dilá dell’esempio fatto, é importante che gli stessi abitanti di un territorio siano consapevoli della potenzialitá culturale e turistica della loro terra e che siano coinvolti in prima persona nel rilancio del proprio Patrimonio culturale in funzione di portare maggior movimento economico sul territorio: in questo il ruolo dell’archeologo, come dello storico dell’arte, é fondamentale. Queste figure professionali sono il tratto d’unione tra il territorio e il suo Patrimonio culturale , oltre che gli attori principali della sensibilizzazione della comunitá locale e del conseguente rilancio di alcune attivitá economiche. Per chiarire, si fará qui un altro esempio, relativo al Brasile.

Nella legislazione relativa al Patrimonio culturale e all’ Archeologia preventiva (Campos de Sousa, M. (2010) (ed) Arqueologia preventiva; gestão e mediação de conflitos. Estudos comparativos, São Paulo: Superintendência Regional do Iphan, 306 p.) vi sono una serie di norme interessanti che qui vengono riassunte:

1)      Nessuna opera pubblica di una certa rilevanza puó essere eseguita senza un progetto di archeologia preventiva (le aziende costruttrici non possono quasi accedere ai bandi di appalto se il progetto non prevede un progetto archeologicon preventivo

2)      Un progetto archeologico preventivo non viene neanche preso in considerazione se non ha uno sviluppo che va dallo studio preventivo, allo scavo, alla valorizzazione, con particolare attenzione all’ educazione patrimoniale, connesso con il patrimonio “salvato” e se non viene firmato da un dottore di ricerca in Archeologia

3)      Se durante il corso di un’opera pubblica di non alta rilevanza (a livello di importo di appalto), vengono causati danni ad un eventuale patrimonio archeologico incontrato, l’impresa responsabile é sempre costretta per legge federale a finanziare il recupero, lo studio, la valorizzazione e l’educazione patrimoniale del sito danneggiato

Inoltre piú volte l’archeologo é anche il gestore dei potenziali conflitti che sorgono tra impresa e comunitá locale (intese come abitanti in un territorio, non solo come “tribú indigene”): questo fa sí che la figura dell’archeologo diventi quello di un manager che media tra le imprese costruttrici e la comunitá locale facendo studi di impatto sociale e culturale delle opere in progetto, facendo progetti di educazione patrimoniale per sensibilizzare le comunitá sul loro patrimonio ed insegnare loro a divulgarlo, difenderlo, farlo fruttare per lo sviluppo economico locale. Di recente gruppi di archeologi sono stati inseriti nel mercato del lavoro assieme alle imprese di consulenza per i lavori pubbici e per l’ambiente. Inoltre per fare ció, non é inusuale che le universitá in accordo con l’I.P.H.A.N.- Instituto do Patrimônio Histórico Nacional (l’ equivalente della Direzione Generale per le Antichitá del Mi.Bac.) creino dei “Centri della Memoria” nelle cittadine interessate da frequenti lavori pubblici e con patrimonio archeologico a rischio, per avere da una parte degli archeologi presenti capillarmente sul posto e dall’altra una presenza attiva (con ricerca, didattica, valorizzazione) che muova la comunitá locale (http://www.anglogoldashanti.com.br/Paginas/QuemSomos/CentroMemoria.aspx). Attorno a ció si é sviluppato da anni un dibattito in seno agli archeologi brasiliani, fatto di ragionamenti sulla situazione e di proposte: ci si interroga sulla responsabiltá di un’archeologia che sia socialmente utile, su un turismo ecosostenibile e sostentabile e le sue implicazioni con la conservazione e la protezione del patrimonio archeologico. É interessante notare come sia in Brasile che in Portogallo il nostro termine “Bene Culturale” sia detto semplicemente “Patrimono”…forse riflette il concetto “lusofono” del “bene culturale” come un piccolo tesoro da conservare per il futuro.

In riferimento alla realtá italiana, forse sono da prendere alcuni di questi esempi, anche in funzione della maggior ricchezza di Patrimonio culturale che ha il nostro Paese rispetto a Portogallo e Brasile. Il nostro “Patrimonio” puó essere veramente la grande ricchezza del paese, partendo dal beneficiare le realtá territoriali. In questo frangente vi sono due problemi: il primo riguarda la concezione sempre troppo incentrata sulla tutela e sulla prevenzione e poco sulla valorizzazione del “Patrimonio” (che é la parte che puó avere piú ropercussioni positive sul’economia del territorio), anche in virtú degli ultimi interventi legislativi in merio all’ Archeologia preventiva (DL 26/04/2005 n.º 63). Il secondo problema dell’ Italia é che gli attori principali della scoperta, protezione, valorizzazione di un mezzo che puó contribuire al rilancio delle economie locali, sono spesso considerati in modo poco corretto. Questi attori sono gli archeologi: ritenuti degli “Indiana Jones” dalle persone comuni, oppure come poco piú che manovali dalle imprese di archeologia preventiva, perché “l’archeologo é quello che scava”, questa categoria professionale si trova ad oggi in una situazione disperata: spesso sottopagata, rispetto al titolo di studio e agli di esperienza sul campo, e quasi senza tutele dal punto di vista legale e sindacale. Sarebbe l’ora che, almeno dal punto di vista legislativo, si iniziasse a considerare l’archeologo come un manager culturale (sulla scia dell’esempio brasiliano), che deve essere pagato per quello che é il suo peso professionale e il suo titolo di studio (spesso un Dottorato e/o una Specializzaione post laurea come i medici), istituendo una regolamentazione in seno al Ministero dei Beni e Attivitá Culturali che dica:

1)      Chi puó fare lavori nell’ambito dell’archeologia

2)      Quanto possono essere pagati gli archeologi ( stabilire un tetto minimo e una scala a seconda del titolo di studio e dell’esperienza professionale)

3)      Che cosa fa l’archeologo

Sarebbe inoltre opportuno prevedere delle facilitazioni per i liberi professionisti, come l’inserimento della voce “operatore arheologico-culturale” nelle categorie per aprire una partita I.V.A. e legiferare in modo da istituzionalizzare la figura professionale dell’ archeologo. Una soluzione potrebbe essere, sempre sull’esempio del Portogallo (Decreto-Lei nº 380/99, de 22 de Setembro), creare la figura dell’ archeologo municipale e permettere, operando a livello di legislazione, a qualsiasi Comune di assumere un archeologo, senza ovviamente l’ obbligo di farlo: questi lavorerebbe a fianco del funzionario di zona della Soprintendenza Archeologica competente e risolverebbe sia il grave problema del controllo del territorio (vi sono ad ora solo 350 funzionari per  tutta Italia), sia il gravissimo problema del “sotto”precariato di tanti archeologi qualificati ( ad oggi piú di 7000 e tra i quali ben il 33% non vive dei suoi studi, il 15% si ricicla come guida turistica e il 16% fa un lavoro totalmente diverso, dal call center, all’attore fino all’elettricista).

Rilanciare, infine, il nostro “Patrimonio” partendo dalle realtá locale e garantire qualitá e tranquillitá del lavoro ai professionisti del settore facendo una regolamentazione nazionale, sarebbe un notevole passo in avanti per rilanciare l’economia, dare piú qualitá di vita alle comunitá locali e preservare i nostri archeologi, molto rinomati in tutto il mondo, dal rischio di dover espatriare per poter degnamente esercitare la propria professione.

 

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Svimez 2011, dal Sud si continua a emigrare

postato il 27 Settembre 2011

Disoccupazione in aumento, fuga e spreco di cervelli. È un ritratto a tinte fosche quello che emerge dai dati del Rapporto Svimez 2011 sull’economia del Mezzogiorno. Al sud Italia meno di un giovane su tre lavora (meno di uno su quattro per se si parla delle donne), mentre continua il ‘drenaggio’ dalle aree deboli del Paese a quelle con maggiori possibilità di trovare un’occupazione.
Dal 2000 al 2009 sono state quasi 600mila le persone che hanno abbandonato il Mezzogiorno. A livello locale, le perdite più forti si sono registrate a Napoli (-108mila), Palermo (-29mila), Bari e Caserta (-15mila), Catania e Foggia (-10mila).
Secondo lo studio, inoltre, nei prossimi vent’anni il Mezzogiorno perderà quasi un giovane su quattro. Una tendenza che, nel 2050, porterà gli under 30 dagli attuali 7 milioni a meno di 5. Le cause? Bassa natalità, bassissima attrazione di stranieri, emigrazione.
Il rischio paventato è quello di un vero e proprio “tsunami” demografico: da un’area giovane e ricca di menti e braccia, il sud Italia si trasformerà nel prossimo quarantennio in un’area spopolata, anziana, sempre più dipendente dal resto del Paese.
E la politica come incide su questi dati?
Secondo lo Svimez la Manovra economica avrà un effetto ulteriormente depressivo sul Mezzogiorno, e il contributo delle regioni meridionali al risanamento finanziario arriverà al 35% del totale nazionale, una quota superiore di 12 punti percentuali al suo peso economico. I motivi? I tagli agli enti locali (6 miliardi di euro) e la contrazione degli investimenti pubblici nazionali e regionali, per effetto del Patto di stabilità. [Continua a leggere]

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Bavaglio ad Internet, giù le mani da idee e opinioni

postato il 27 Settembre 2011

di Giuseppe Portonera

Questo blog è sempre stato un baluardo incrollabile a difesa della piena libertà di Internet. In un periodo difficile, come quello dell’estate di due anni fa, quando il Governo aveva deciso di ingranare la quinta sulla legge antintercettazioni, abbiamo subito fatto notare che dietro al paravento della regolamentazione della pubblicazione delle intercettazioni (sicuramente necessaria), le reali intenzioni della maggioranza erano ben altre: e, chiaramente, si riassumevano nella volontà di stringere un bavaglio alla stampa libera. Quando poi qualche geniale mente pidiellina pensò addirittura di estendere quel bavaglio anche ad Internet ai blog, abbiamo subito alzato gli scudi e ci siamo schierati – in ogni sede competente – a fianco di quanti si sono mossi per impedire che venisse approvato il tristemente famoso comma 29: all’epoca il Governo, dopo un lungo tira e molla, decise di lasciare la presa ed evitò di prendere una decisione folle e pericolosa.

In questi giorni, però, sembriamo essere tornati al punto di partenza: scosso e piccato dalle numerose intercettazioni che in questi giorni popolano le pagine dei nostri quotidiani, il Governo ha deciso di ripartire alla carica, riproponendo un nuovo (sigh) pacchetto “anti-intercettazioni”, con incluso il redivivo (o recidivo?) “comma 29”. Per chi non ricordasse cosa contenesse questo emendamento, sappia che in sostanza – se dovesse diventare legge – si procederebbe ad un equiparazione tra “testate professionali” e i blog: questo vuol dire che se a un blogger o a chiunque faccia informazione “non professionale”, dovesse essere richiesta una “rettifica” di quanto scritto, questi avrebbe solo 48 ore di tempo per adempiere a questa richiesta, a prescindere dalla sua fondatezza, pena una sanzione fino a 12 mila euro. Per dire, basterebbero due giorni senza controllare la propria casella di posta elettronica per finire nei guai. Mica caramelle.

Così come due anni fa, anche oggi il nostro blog alza la voce e si unisce alla schiera di coloro che continuano a difendere una delle più grandi ricchezze del nostro tempo, la libertà e la democrazia su Internet. Così come due anni fa, sproneremo anche i nostri parlamentari ad operare in questo senso: Roberto Rao, per esempio, ha già presentato una pregiudiziale di costituzionalità, spiegando che “stiamo per diventare il primo e l’unico Paese al mondo nel quale un blogger rischia più di un giornalista e ha meno libertà. È necessario distinguere tra testate professionali e blog”. E ci fa piacere che l’On. Cassinelli, PDL, abbia già annunciato che interverrà per impedire che il comma 29 venga approvato: però, se possiamo permetterci, all’Onorevole consiglieremmo di impegnarsi più sul fronte interno, per far capire alla sua coalizione che Internet non è la Televisione e che non si gestisce come si gestisce un’emittente televisiva: non esiste par condicio, non si impongono conduttori, non si scelgono le notizie da far passare o meno (potrebbe cominciare a spiegarlo al sottosegretario Giovanardi, per esempio, che ha un’idea molto distorta di come funzioni la Rete). Questo l’hanno capito i 23 milioni di italiani che usano assiduamente la Rete, per informarsi e informare: quando lo capiranno anche i nostri governanti?

Certo, noi che siamo bravi ragazzi, abbiamo provato a farglielo capire anche più di una volta (abbiamo chiesto anche l’intercessione di chi è più importante di noi), ma finora abbiamo sempre tonfato. Ma tant’è. Forse non riusciremo a farvi capire quanto sia fondamentale la libertà di Internet. Di certo, però, non vi permetteremo mai di tarparla.

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28 settembre, Roma

postato il 26 Settembre 2011

Ore 10.30 –  Istituto Sturzo –  (Via delle Coppelle, 35 )

Partecipa al convegno: “Dall’IDC al PPE: l’esperienza dell’IDC nel XX secolo”

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Più veloci della luce e delle polemiche

postato il 25 Settembre 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Jakob Panzeri

Faster than light, più veloce della luce. La comunità scientifica internazionale è sospesa tra incredulità ed entusiasmo. Ci vorranno mesi probabilmente per avere conferma del risultato da parte di altri esperimenti, e almeno un anno per studiare l’effetto su altre particelle dotate di massa, come l’elettrone. Ma una cosa è certa. Se davvero questo evento sarà confermato, ci troveremmo in una nuova stagione della fisica, paragonabile alla straordinaria avventura di inizio Novecento, che portò allo sviluppo della meccanica quantistica e alla teoria della relatività. Ma se allora protagonisti di questa rivoluzione furono individualità geniali, anticonformisti giganti della scienza come Max Planck ed Albert Einstein, ora si tratta di un vero e proprio lavoro di squadra che ha coinvolto circa 160 fisici, ingegneri, tecnici di 31 istituzioni e 11 paese diversi coordinati da Antonio Ereditato, ricercatore napoletano alla guida dell’Istituto di Fisica delle particelle dell’Università di Berna. Questo progetto, denominato “Opera” ha visto l’Italia svolgere una parte da leone, con la mobilitazione di nove centri universitari, da Padova a Bari passando per Bologna a Roma e il sostegno economico di 45 milioni di euro del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca. Ma la scossa parte in profondità, a circa 1800 metri sotto Campo Imperatore, nei Laboratori Nazionali del Gran Sasso, intuizione del noto fisico Antonino Zichichi che li volle nel 1982. Un vero terremoto, che potrebbe rivelarsi la scoperta del secolo. La velocità della luce nel vuoto è infatti il massimo valore per trasmettere segnali ed è considerato un vero e proprio limite universale. La cosiddetta “Relatività ristretta” che Einstein sviluppò partendo dalla relatività galileiana ha come base fondamentale il fatto che non deve esistere alcuna particella che possa viaggiare a velocità superiore a quella della luce, che è di circa un miliardo di chilometri l’ora. Eppure, neutrini che scorrono sotto la superficie terrestre tra i laboratori europei del CERN, a Ginevra, e i Laboratori nazionali del Gran Sasso sono un po’ più veloci della luce.

Nel percorso tra il CERN e il Gran Sasso, circa 732 km, se viaggiasse nel vuoto la luce impiegherebbe circa 2,4 millesimi di secondo. I neutrini inviati da Ginevra ci mettono un po’ meno. La differenza è di appena 60 nanosecondi (un nanosecondo è un miliardesimo di secondo) : poco in assoluto ma una differenza significativa se si pensa che oggi esistono orologi con precisione molto più accurata e che l’incertezza sulla distanza misurata con il GPS non è più di 20 centimetri. Già da tre anni circa erano noti questi risultati ma, con la cautela tipica del metodo scientifico, si è prima cercato di verificare accuratamente i risultati considerando anche eventuali errori dovuti alla strumentazione se non addirittura al terremoto dell’Aquila. Lunedì sarà un giovane ricercatore italiano dal nome ancora poco conosciuto, Pasquale Migliozzi, ad esporre agli occhi e alle orecchie del mondo questa importante scoperta avvenuto per caso, o per serendipità come dicono gli addetti ai lavori. Questa rivelazione avviene pochi giorni dopo che l’European Physical Society ha assegnato i suoi riconoscimenti, considerati inferiori solo ai Nobel, a cinque fisici italiani tra cui il presidente del Centro Nazionale di Ricerca Luciano Maiani. La fisica italiana è sul tetto del mondo. Dobbiamo essere fieri dei giovani e anche dei meno giovani, come il celebre Antonino Zichichi, che si sono resi protagonisti del progetto Opera. Giovani che rappresentano davvero l’Italia migliore. “Chi ha raggiunto lo stadio di non meravigliarsi più di nulla dimostra semplicemente di aver perduto l’arte del ragionare e del riflettere”. Queste parole di Max Planck celebrano a mio parere il vero senso della scienza: una continua lotta, una continua scoperta in un mondo immenso, misterioso, magnifico, un universo dalle mille forze, mille amori e profondità. Dedicare la propria vita alla ricerca è una scelta ardua sorretta dalla passione dove spesso si rimane soli e privi di considerazione , di fondi e di sostegni, ma se non si demorde mai si può giungere a risultati straordinari. Onore davvero alla fisica italiana e ai suoi giovani, onore anche al nostro Ministero dell’Università e della Ricerca nonostante la brutta gaffe del ponte sotterraneo apparsa in un comunicato… ma oggi non vogliamo fare polemica, oggi si deve imbandire il vitello grasso per festeggiare i fisici italiani simbolo di un’Italia migliore augurandoci che aprano una nuova stagione nella fisica e anche una nuova stagione sulla considerazione e l’economia della ricerca italiana.

PER APPROFONDIRE:

Per i meno esperti: una spiegazione semplice e divulgativa di Antonino Zichichi

Per gli appassionati e gli studiosi, il paper della scoperta

Per i curiosi, un consiglio di lettura sul mondo delle scienze

“Solo lo stupore conosce, l’avventura della ricerca scientifica” di Marco Bersanelli e Mario Gargantini

 

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Rassegna stampa, 25 settembre 2011

postato il 25 Settembre 2011
Grande spazio sui giornali di oggi all’Udc: Pier Ferdinando Casini, infatti, ha partecipato ieri a un convegno organizzato dai Circoli Nuova Italia, vicini a Gianni Alemanno, insieme al leader di Sel, Nichi Vendola. Lorenzo Fuccaro, sul Corriere, ce ne fa un interessante resoconto, mettendo l’accento proprio sul clima di reciproco ascolto ed interesse che c’era fra i vari partecipanti: anche se, cioè, molte delle proposte erano divergenti e spesso proprio contrastanti, il confronto è stato fruttuoso, con addirittura alcuni punti di sintonia. Altro intervento di Casini che trovate sui giornali, è quello legato ai referendum elettorali: la modifica della legge elettorale va fatta in Parlamento, e in ogni caso la priorità numero uno è quella di uscire dalla crisi: o il Pdl è già convinto di averci portato fuori dal tunnel (non quello della Gelmini, per carità)? No, perché se davvero qualcuno pensasse una cosa del genere, basta comprare il Sole 24 Ore di oggi: ci troverete un dossier interessantissimo, redatto da Confindustria, sui 5 punti per uscire dalla crisi e rilanciare la nostra economia (pensioni, infrastrutture, tasse, privatizzazioni e liberalizzazioni): punti su cui il governo ha sempre latitato e che invece sono stati al centro delle nostre proposte, a partire dalla contromanovra che aveva presentato il mese scorso. Sarà solo un caso, quindi, che – come si evince dall’osservatorio di Mannheimer di oggi – anche all’interno del Pdl ci sia chi chiede sempre con maggiore insistenza il passo indietro di Berlusconi (prendete per esempio il Formigoni di oggi)? Spazio poi ai commenti: ottima Irene Tinagli su La Stampa; Scalfari su Repubblica; imperdibile, poi, Mucchetti sul Corriere, che ci spiega perché la Lega di Umberto Bossi voterà contro la sfiducia al Ministro Saverio Romano (in nome dell’onestà e della legalità).

Legge elettorale: Pdl e Lega trattano. No di Casini (Alberto D’Argenio, La Repubblica)

Casini gela Alfano: ora la legge elettorale è una buffonata (Andrea Carugati, l’Unità)

E il leader Udc abbracciò Nichi il nemico (Lorenzo Fuccaro, Corriere)

Cinque riforme chiave, tutti i ritardi dell’Italia (Giorgio Santilli, Sole24Ore)

Occorre ridurre il carico fiscale sul lavoro (Antonio Tajani e Olli Rehn, Sole24Ore)

L’Italia precipita senza paracadute (Eugenio Scalfari, La Repubblica)

Il Futuro è più forte delle crisi (Irene Tinagli, La Stampa)

Il 20% degli elettori pdl vuole che il premier lasci (Renato Mannheimer, Corriere)

Vendola e l’alleato involontario (Andrea Fabozzi, Il Manifesto)

Tutti ossessionati dal mal di pancia della base leghista (Mario Giordano, Il Giornale)

Primarie nel Pdl: strappo di Formigoni (Lorenzo Fuccaro, Corriere)

Per il post Berlusconi si fanno avanti i “riservisti” (Marco Alfieri, La Stampa)

Non si può morire per Tremonti (Maurizio Belpietro, Libero)

La cultura dc utile alla rinascita (Paolo Cirino Pomicino, Corriere)

Il ministro inquisito e il voto della Lega (Massimo Mucchetti, Corriere)

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Il governo è assente, meglio andare al voto

postato il 25 Settembre 2011

Le previsioni di Formigoni mi sembra siano ragionevoli

Non vedo come si possa andare avanti con un governo che davanti all’emergenza sociale è assente, indifferente.
Noi abbiamo fatto di tutto per stimolare gli uomini di buona volontà del Pdl ma alle affermazioni private non corrispondono fatti pubblici.
Quindi meglio il voto.

Pier Ferdinando

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La primavera araba e l’inverno europeo

postato il 25 Settembre 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Rocco Gumina

Nel 1989 il muro che divideva l’Europa crollò, quasi, improvvisamente. In pochi anni diversi paesi dell’est sono riusciti ad incanalarsi su una via di sviluppo politico, sociale, economico che continua tutt’ora e che per alcuni stati ex satelliti dell’URSS ha portato all’ingresso nell’Unione Europea. Tale evento storico può essere accostato, seppur lontanamente, a quanto sta accadendo nei paesi del Maghreb? Certamente la storia, gli anni venturi ci mostreranno se è possibile o meno rispondere positivamente a questo quesito. Ma alcuni punti di riflessione, per comprendere la cosiddetta “primavera araba”, dobbiamo svilupparli per dirci, o ridirci, italiani ed europei in un contesto che è davvero alla nostra portata di mano, ma che drammaticamente, come Europa e soprattutto come Italia, manchiamo. E cioè la capacità di offrire a questi popoli vie reali e forti di sviluppo, facendo magari della nostra penisola, e della nostra Sicilia, un punto di snodo fondamentale per rivolgersi con credibilità al futuro proprio e altrui.

 

La “primavera araba” ci sta mostrando, in primis, una generazione protagonista che tramite Facebook e Twitter comunica e coinvolge in un modo del tutto nuovo e quasi totalmente incontrollabile. Possiamo dire, in parte, che è un cambiamento che vogliono, che chiedono i giovani africani, musulmani e cristiani insieme, per vivere con più libertà, con più protagonismo, senza avere paura di quello di negativo che può accadere nel presente o nel futuro. Giovani africani, insomma, che vogliono vivere in e con un sistema sociale molto più “occidentale”. L’Islam, la religione comunque prevalente in questi territori, non ha conosciuto il rinascimento e l’illuminismo, ma sta certamente rielaborando un episodio che ha mutato la storia dell’umanità della cosiddetta post-modernità: l’11 settembre. Questa data, questo tragico evento ha cambiato nella realtà la nostra vita. Basta prendere un aereo o analizzare le proposte politiche di qualsiasi paese o partito in occidente, per notare la rincorsa e riscossa che si ricerca a partire dalla sicurezza nazionale e internazionale. L’11 settembre ha anche cambiato, o sta cambiando, l’islam e gli stessi paesi protagonisti della “primavera araba”. Questa generazione che promuove la rivolta, il cambiamento dieci anni fa, nella maggior parte dei casi, non aveva ancora raggiunto la maggiore età. L’11 settembre 2001, dunque, da vedere anche come snodo, nella sua tragicità simbolica e reale, non solo dell’occidente ma anche del resto del mondo incluso gli stati a maggioranza islamica.

 

Occorre notare, come secondo punto, che queste rivolte sociali nei paesi del nord Africa (ma non dimentichiamo la Siria dove dall’inizio delle contestazioni contro il regime sono morti 2600 manifestanti) hanno mostrato ancora una volta la debolezza della politica internazionale dell’Unione Europea. Sono presenti, infatti, troppi individualismi fra i vari stati membri che stanno portando ad una strategia attendista, non chiara e che in definitiva nuocerà sia agli europei che ai nuovi governi della Tunisia, dell’Egitto, della Libia. La Spagna si è concentrata quasi esclusivamente verso la sponda “amica” del Marocco; la Francia, attraverso il leaderismo di Sarkozy (il quale per passare alla storia come grande statista francese doveva pur organizzare, e speriamo per lui, vincere la “sua” guerra) pompato addirittura dai filosofi francesi come Bernard Henry Lévy, sta facendo della Libia quasi una colonia, dimenticando che un’Europa unita passa oltre che da una moneta unica, anche e forse soprattutto da una politica estera comune; la Germania della Cancelliera Angela Merkel, lodata tanto nelle nostre valli molto poco nei suoi land dove accumula sconfitte elettorali impensabili, che è scomparsa inizialmente per il caso libico per poi cercare di salire sul carretto dei quasi vincitori; l’Italia che in un momento di crisi davvero epocale legge, vede e ascolta alla TV, sui giornali le debolezze di un Presidente del Consiglio mai come adesso non all’altezza della situazione, invece di progettare, stimolare, conoscere vie di crescita nel nostro territorio e nei paesi africani con sponda sul mediterraneo.

 

E infine il ruolo, o meglio, la vocazione dei cristiani in questi paesi protagonisti del cambiamento. Certamente occorre accettare e accogliere queste novità in delle regioni dove la maggioranza musulmana, a volte, sfiora il 100%. Territori, paesi, popoli che attraverso queste sofferenze, queste uccisioni stanno attraversando il loro deserto per giungere alla costruzione di democrazie che rappresentano la Terra Promessa. I cristiani in questo conteso devono sentirsi cittadini al pari dei musulmani e collaborare con essi come sentinelle che aspettano l’alba di una stagione politica, sociale, storica nuova. Cristiani che possono trovare, per il loro impegno in queste circostanze, una profonda radice nello “Spirito d’Assisi” inaugurato da Giovanni Paolo II nel 1986, quando chiamò a raccolta i rappresentanti di tutte le religioni del mondo per pregare per la pace e l’unità dei popoli.

 

La mia generazione (la stessa dei protagonisti delle manifestazioni nel nord africa) in Europa non può che sperare bene nel processo della “Primavera araba” sperando che essa non diventi presto o prestissimo “autunno arabo” e magari lasciandosi stimolare da questi cambiamenti e da questi coetanei per avere il coraggio di dire all’Europa di essere in “Inverno inoltrato”.

 

 

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