Archivio per giugno 2010

01 luglio, Roma

postato il 30 giugno 2010

Ore 10.30 – Camera dei Deputati  (Sala del Mappamondo)

Conferenza stampa sulla creazione di un sistema di allarme rapido contro pedofili presentata dall’europarlamentare UDC Tiziano Motti

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01 luglio, Roma

postato il 30 giugno 2010

Ore 10.00 – Piazza Montecitorio

Partecipa alla manifestazione indetta dai rappresentanti di tutte le sigle sindacali del comparto sicurezza in protesta contro i tagli previsti dalla manovra economica varata dal Governo

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01 luglio, Roma

postato il 30 giugno 2010

Ore 8.50 – SkyTg24

E’ ospite di ‘Un caffè con’

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Energia: tariffa bioraria dal 1° luglio. Costi e benefici

postato il 30 giugno 2010

di Antonio Di Matteo

4,5 milioni di utenti, dal 1° luglio, e fino alla fine dell’anno saranno ben 20, beneficeranno della modifica della tariffa di fornitura della corrente elettrica. È stato deciso dall’Aeeg, Autorità per l’energia elettrica e il gas, per favorire un nuovo modello di consumo consapevole e per ottimizzare i consumi elettrici, che si concentrano tutti nelle ore diurne, nei momenti di piena attività produttiva della nostra economia. Questo passaggio alla tariffa bioraria sarà effettuato solo per quei milioni di clienti che non hanno beneficiato della possibilità di svincolarsi dal loro fornitore iniziale dopo la liberalizzazione del mercato dell’energia.

Questa nuova tariffa funziona in un modo molto semplice: dalle 19 alle 8 del mattino, i consumi energetici avranno un costo inferiore, dovuto alla bassa richiesta dell’energia, stessa cosa si applica ai consumi nei giorni festivi e nel fine settimana; invece dalle 8 alle 19, i costi saranno più alti, perché lì si concentrano i maggiori consumi energetici italiani, e quindi: più alta la domanda, più alto il prezzo; più bassa la richiesta di energia, più basso il suo costo, ceteris paribus. È un modo per responsabilizzare il consumatore e renderlo capace di scegliersi una propria e personale bolletta, scegliendo consapevolmente come spendere. Naturalmente, questa nuova tariffa sarà addolcita dai gestori, seguendo un accordo siglato con le categorie dei consumatori, che prevedeva un differenziale tra il prezzo diurno e il prezzo notturno di un 10% fino alla fine del 2011. Dal 1° gennaio 2012, si applicheranno i veri e propri prezzi di mercato, senza nessun vincolo.

Rilevanti sarebbero anche le economia di scale per i produttori, nelle eventualità il livello di energia richiesta durante l’intera giornata, si stabilizzasse attorno ad una media. Infatti, una volta preventivato il livello di consumo possibile, le società energetiche immetteranno nella linea la quantità che maggiormente minimizza i loro costi. Questa politica energetica, se ben sorvegliata dall’Aeeg, potrebbe favorire comportamenti virtuosi per produttori e consumatori. Per partecipare a questa conversione tariffaria, bisogna possedere il nuovo contatore elettronico, che i vari gestori hanno istallato ai propri utenti, e riprogrammarlo per consentire la tele lettura dei consumi biorari. Tutte queste informazioni sono state inviate ai clienti già nelle ultime tre bollette.

Dal comunicato dell’Aeeg si legge espressamente che: “i possibili risparmi (ma anche l’eventuale maggior spesa) saranno inizialmente molto contenuti ma si offrirà comunque un importante segnale di prezzo verso abitudini di consumo più efficienti e consapevoli del ‘bene’ energia elettrica.” Anche se i potenziali benefici potrebbero essere molti: “l’Autorità per l’energia stima che, se l’insieme delle famiglie italiane spostasse il 10% dei consumi nei periodi più favorevoli, si otterrebbe una riduzione di 450 mila tonnellate l’anno di anidride carbonica (CO2), equivalente alle emissioni di una centrale in grado di soddisfare i consumi di una città di circa 500 mila abitanti. In termini economici, si risparmierebbero circa 9 milioni di Euro l’anno per minori emissioni di CO2, circa 80 milioni come costo per il combustibile e oltre 120 milioni come costi di impianto. Nell’insieme, il risparmio a favore della collettività delle famiglie e dei piccoli consumatori, sarebbe di oltre 200 milioni di Euro l’anno.” In più, si legge sul sito dell’Aeeg che: “occorre tenere presente che già oggi, la media delle famiglie italiane ripartisce i suoi consumi per i due terzi (oltre il 66% del totale) nei momenti più convenienti e che le ore più a minor prezzo in un anno sono circa il doppio di quelle più costose.” Quindi lo spazio di manovra per le famiglie italiane è abbastanza esiguo.

Naturalmente, chi non volesse subire questo cambio tariffario, può tranquillamente scegliere sul libero mercato l’operatore, e le offerte da esso proposte, che più si gradiscono. Aspetteremo con impazienza i primi esiti di questa nuova tariffa: risparmi economici per le famiglie, minore inquinamento, nuova cultura della differenziazione dei consumi. Speriamo bene.

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Vogliamo una Calabria senza rifiuti tossici

postato il 30 giugno 2010

di Daniele Coloca (Estremo Centro Calabria)

La questione ambientale in Calabria si fa sempre più preoccupante. A subirne le conseguenze, oltre al nostro meraviglioso territorio, sono tutti i cittadini calabresi.

Da anni, la nostra terra, è oggetto di continui saccheggi, devastazioni che vanno dalle coste alle montagne, dal Pollino fino a Capo Spartivento.

L’elenco è lunghissimo, più volte abbiamo ripreso articoli sulle scorie tossiche di Amantea, sugli scarichi abusivi che inquinano mari e laghi, sulla depurazione delle acque, per non parlare del problema del dissesto idrogeologico causato soprattutto dalla cementificazione selvaggia e abusiva sul territorio.

La Calabria, viene ancora e sempre più considerata come un territorio di conquista per l’affermazione d’interessi particolari, resi ancora più difficili da contrastare, a causa dello strapotere mafioso che ormai domina su tutto.

E’ stata proprio questa mentalità diffusa e radicata a fare della Calabria il paradigma del dissesto e del degrado ambientale, una regione in cui s’ipotizza  un decollo sociale ed economico basato sul turismo e sulla cosiddetta valorizzazione delle risorse locali e nello stesso tempo si opera per distruggere tutto quello che si dice di voler valorizzare, ovvero le nostre coste, i nostri boschi, le nostre montagne.

Parliamo oggi della questione delle ferriti di zinco nella sibaritide. E’ in corso dal 1997 un’inchiesta della Procura di Castrovillari che nei mesi scorsi ha ordinato il sequestro di oltre sessanta ettari di terreno contaminati a ridosso dei tre siti interessati: tre aree ubicate nelle contrade ”Tre Ponti” e ”Chidichimo” di Cassano allo Ionio e ”Capraro” di Cerchiara di Calabria, con circa ventidue mila tonnellate di ferriti di zinco. L’indagine scaturisce da un’attività precedente, svolta dalla Guardia di Finanza di Trebisacce (oggi soppressa) che in passato aveva evidenziato un sistema ben collaudato di smaltimento illecito di svariate tonnellate di rifiuti tossici.

Il sequestro dei siti già in precedenza cautelati e poi dissequestrati, è stato disposto a causa della mancata realizzazione degli interventi di bonifica in conformità al progetto approvato dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare; interventi, per i quali erano stati anche stanziati quattro milioni e mezzo di euro nell’ambito dell’Accordo Quadro di Programma in materia di tutela e risanamento del territorio della Regione Calabria.

La questione delle ferriti di zinco nella sibaritide è stata riaperta in questi giorni in Parlamento dai deputati dell’Udc Mario Tassone e Michele Vietti, su sollecitazione del sindaco di Cassano Jonio e consigliere regionale Gianluca Gallo.

I parlamentari evidenziano nell’interpellanza come la salute e la vita stessa dei cittadini che abitano in queste zone sono sotto il pericolo continuo di un inquinamento a cui non si riesce a porre rimedio, sebbene la situazione sia conosciuta ormai da più di dieci anni. Numerosi sono infatti i richiami e solleciti da parte delle Amministrazioni interessate, in particolar modo del sindaco del Comune di Cassano, Gianluca Gallo, che chiede da tempo un intervento concreto delle autorità preposte per ripristinare le normali condizioni ambientali e igienico-sanitarie delle zone.

In gioco, come al solito, c’è la salute dei cittadini ed il futuro di un’area, quella dell’Alto Ionio, a forte vocazione agricola e turistica. Urge avviare una bonifica e la messa in sicurezza ambientale del territorio. Sono quasi ventidue mila le tonnellate di ferriti di zinco già individuate e lasciate a giacere coperte da teloni spesso addirittura lesionati e deteriorati.

Non si può chiedere a queste popolazioni di veder messo in discussione il diritto a vivere nella propria terra e di progettarvi il futuro. Ci aspettiamo un intervento tempestivo della giunta regionale e del Governo, ricordando allo stesso che non potranno ripeterci quello che ci hanno detto sulle “navi dei veleni”, ovvero che ci sbagliavamo, che i rifiuti tossici non c’erano. Qui lo scempio ambientale è sotto gli occhi di tutti e non è figlio di un gesto folle.

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Accorpare i piccoli comuni. Efficienza Vs campanilismo

postato il 29 giugno 2010

di Livio Napoleone

La manovra che il ministro Tremonti, non senza polemiche, (talvolta esagerate) ha presentato qualche settimana fa sembrava essere imperniata su una drastica riduzione della spesa pubblica tramite tagli piuttosto pesanti nel settore del pubblico impiego. Molti hanno fatto notare come poco, in realtà, si stia facendo per circoscrivere un grandissimo problema di questo Paese come l’evasione fiscale e come suddetta manovra, necessariamente restrittiva, manchi, tuttavia, di prospettive di crescita, attraverso, investimenti sia pur limitati in settori strategici per l’economia nazionale, in particolare in favore delle piccole e medie imprese, che più hanno subito il fardello della crisi e che da sempre hanno rappresentato il “nocciolo duro” del sistema produttivo italiano. E’ un’altra, però, la questione di grande rilievo che l’esame della manovra ha posto in luce: la necessità impellente di tagliare Enti inutili e dispendiosi quali le Province.

E’ riguardo a questo tema che la linea rigorosa del super-ministro dell’economia ha dimostrato tutte le sue contraddizioni. Prima l’annuncio in pompa magna dell’eliminazione di tutte le province, poi, in seguito alle prime reazioni negative della Lega (ancorata molto più di quel che vuol far credere alle poltrone e alle logiche clientelari) le province da abolire si sono ridotte a una manciata (in base a una discriminazione non fondata su criteri di efficienza, ma di popolazione). Infine, a quanto si apprende dalle ultime indiscrezioni, tali enti non saranno toccati. Allora a questo punto è legittimo porsi una domanda: dov’è la credibilità di un partito come il Pdl che gode ancora del consenso maggioritario degli Italiani? Questa è una domanda cui sarebbe fin troppo semplice dare la seguente risposta: il Pdl non è un partito, ma un gruppo di persone variegate (molte anche perbene) che ha delegato al proprio capo il compito di siglare un patto di sottomissione alla Lega.

La manovra, però, non è ancora stata approvata e allora bisognerebbe fare in modo (come peraltro il gruppo Udc sta facendo con gli emendamenti presentati), di collaborare in maniera costruttiva con il Pdl per riportarlo nel solco della ragionevolezza e spingerlo ad assumere un atteggiamento coraggioso, indispensabile per ridurre gli sprechi e fronteggiare la crisi. Non serve un’ opposizione gridata come quella dell’Idv o sterile come quella del Pd. V’è bisogno al contrario di una opposizione decisa a contrastare ogni forma di deroga al principio del rigore e della legalità (condoni edilizi, sanatorie ecc.), ma allo stesso tempo a favorire l’emergere dell’anima riformista del Pdl, compressa finora dal paradossale burocratismo leghista. Bisogna perseguire l’efficienza come valore di sobrietà e di buon governo ecco, perchè, ritengo assolutamente indispensabile l’accorpamento di tanti Comuni che spesso son distinti, per motivi esclusivamente campanilistici, pur occupando delle aree economicamente e socialmente, molto affini ed essendo situati in un fazzoletto spesso ristretto di territorio. Il riferimento ovviamente, non è legato a situazioni specifiche, ma a tantissime di questo tipo sparse un pò in tutta Italia. Anche se, a dir il vero, vivendo in un Paese (Parabita) in provincia di Lecce, con poco meno di diecimila abitanti, spesso mi chiedo se non sia opportuno accorparlo insieme ad altri Comuni adiacenti per farne una città di dimensioni rispettabili in cui vi possano essere più opportunità per tutti e in particolar modo per i tanti giovani che sempre più di frequente vanno via in cerca di un domani migliore.

Se la Lega ci tiene al federalismo, deve sapere che federalismo significa in primo luogo riduzione di sprechi e di trasferimenti a pioggia, ma significa altresì abolizione delle province accorpamento dei Comuni, autonomia d’imposta con vincoli su un fondo perequativo comune. Ma, soprattutto, il federalismo implica fedeltà assoluta al vincolo di bilancio per tutti gli Enti pubblici locali (art. 31 Cost.), realizzabile solo attraverso quel coraggio riformatore che consenta di aprire al mercato e all’efficienza settori ancora sotto la cappa protettiva e corporativa delle autorità pubbliche centrali e locali e finanziate essenzialmente attraverso il circolo vizioso del ricorso al debito, da scaricare sulle generazioni a venire. Questo coraggio è mancato finora al Governo e a un “partito”, il Pdl, che pure fa nominalmente riferimento al valore della libertà, ma che stenta a praticarlo concretamente con liberalizzazioni e privatizzazioni non più rinviabili, se si vuole garantire un futuro alla nostra finanza pubblica. Non basta sollevare la questione, peraltro infondata, della presunta inadeguatezza dell’art.41 della Costituzione (molto spesso interpretato a proprio piacimento dal legislatore, soprattutto per giustificare con finalità sociali e redistributive operazioni clientelari di trasferimenti pubblici), serve una svolta riformista, che coordini le esigenze centrali e quelle locali, senza mai cedere a posizioni di privilegio.

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Spesa pubblica 2009 in aumento e i servizi sono in discesa: noi produciamo, il governo spende male

postato il 28 giugno 2010

di Gaspare Compagno

Oggi l’ISTAT ha dato una notizia pessima sul fronte della Spesa pubblica italiana, e quindi sulle dinamiche presenti e future del debito pubblico.

Ed è la seconda cattiva notizia in questo campo, in pochi giorni: infatti già due giorni fa la CGIA di Mestre, aveva pubblicato uno studio in base al quale si evinceva che nella classifica mondiale delle qualità delle prestazioni offerte dalle istituzioni pubbliche, stilata dal World Economic Forum (Wef), il nostro Paese si piazza al 97° posto.

Che significa? Significa che lo Stato, gli enti locali, insomma tutto il settore pubblico dà agli italiani dei servizi scadenti, tra i peggiori del mondo intero, e sicuramente i peggiori in assoluto tra i paesi più economicamente sviluppati, come ha sottolineato Giuseppe Bortolussi, segretario della CGIA di Mestre.

Oggi, dopo questa notizia, si è aggiunta anche la notizia da parte dell’ISTAT che la spesa pubblica nel 2009 ha raggiunto i 798,854 miliardi di euro, in pratica 800 miliardi di euro, con la conseguenza di superare oltre la meta’ del prodotto interno lordo (ovvero quanto produciamo). In pratica quasi la metà di quel che è prodotto in Italia viene bruciato dalla spesa pubblica che, come abbiamo detto sopra, dà dei servizi non adeguati.

Questo livello di spesa rispetto al PIL era stato raggiunto solo negli anni Novanta e per la precisione solo nel 1996, quando il rapporto spesa-PIL era al 52,6%.

Ma questo risultato a cosa è dovuto?

Sicuramente, come si evince dai dati finanziari pubblicati dall’ISTAT, hanno pesato gli ammortizzatori sociali, infatti le prestazioni sociali in denaro (pensioni, sussidi, ecc.) nel 2009 hanno inciso oltre il 36% sulle uscite totali e sono cresciute rispetto al 2008 del 5,1%. Questa è già la dimostrazione che, contrariamente a quanto si sosteneva da parte del governo, la crisi in Italia era ben presente già nel 2009.

Ma la cosa peggiore è che questo aumento della spesa complessiva è avvenuto nonostante i tassi bassi avuti nel 2009 che hanno permesso allo Stato italiano di rispamiare sugli interessi passici (-12,2%) facendo diminuire di quasi il 9% le uscite in totale.

Che significa tutto ciò? Nel 2009 lo Stato ha pagato meno interessi, e questo ha comportato un risparmio di circa il 9% (pari a circa 10 miliardi di euro), ma questa diminuzione di interessi passivi sono stati più che compensati dall’aumento di spesa determinato dalla crisi mondiale (che il governo sosteneva non esserci o che quanto meno non era presente in Italia) che ha inciso per il 36% Parlaimo di diecine di miliardi di euro.

Ed è tutto qui il problema. Avere negato l’esistenza di una crisi, salvo poi ritrovarsi con una manovra aggiuntiva che si sta discutendo ora in Parlamento, e con una spesa pubblica fuori controllo.

Le altre voci di spesa sono rimaste pressocchè invariate (ad esempio la spesa per stipendi è aumentata del solo 1%) o con aumenti minimi ( ad esempio la spesa sanitaria è aumentata del 4,4%).

Di contro si registra una notevole diminuzione del PIL, superiore al previsto, che ha prodotto una diminuzione del gettito fiscale. E questa è una pessima notizia che conferma quel che tutti gli italiani sapevano, ma il governo negava: già nel 2009 l’Italia era in piena crisi (mentre nel 2009 il governo negava), infatti la flessione delle imposte dirette è dovuta essenzialmente al calo del gettito Ires (-23,1%), mentre quella delle imposte indirette ha risentito delle significative diminuzioni del gettito dell’Iva (-6,7%) e dell’Irap (-13%). In pratica sono diminuite le entrate perchè l’economia andava male, si produceva di meno, si guadagnava di meno e le aziende si fermavano o chiudevano.

Secondo il TG1 di Minzolini l’Italia si colloca al quinto posto, insieme alla Francia, in Europa per pressione fiscale.

Con tutto il rispetto per Minzolini, ma registriamo che non tutti sono d’accordo con la sua lettura dei dati. Infatti stando all’ufficio studi del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili bisogna rileggere il dato sulla pressione fiscale, da cui risulta che siamo primi per la pressione fiscale come afferma Claudio Siciliotti, Presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili. Infatti, spiega Siciliotti, se consideriamo la pressione fiscale sulla sola componente del Pil che le imposte le paga per davvero, ossia sulla componente depurata della quota stimata di economia sommersa, si vede chiaramente come la pressione fiscale ”reale” in Italia sia superiore: 51,6% nel 2009 rispetto al 50,8% nel 2008. Quindi molto al di sopra della Francia e delle altre nazioni. Questo è dovuto alla componente di economia sommersa stimata in Italia, che e’ percentualmente piu’ rilevante di quella di tutti gli altri Paesi europei, esclusa la sola Grecia. Ovvero, a causa dell’evasione e del sommerso (sempre in attesa di qualche condono o scudo fiscale), i lavoratori onesti pagano molto di più, e l’indice della pressione fiscale ”reale” cresce significativamente di piu’ di quello che accade con riferimento ad altri Paesi.

E non sono solo i dottori commercialisti a sostenere questa tesi, perchè anche la CGIA di Mestre  afferma la stessa cosa che anzi quantifica il sommerso in Italia pari a 250 miliardi di euro nel 2009 e l’Istat stessa: infatti l’Istituto nazionale di statistica non fa altro che applicare le disposizioni previste dall’Eurostat (Istituto europeo di statistica), che stabilisce che i sistemi di contabilita’ nazionale di tutti i Paesi europei, devono includere nel conteggio del Pil nazionale anche l’economia non osservata.

A conclusione di ciò si può solo sperare che il governo  prenda atto di una realtà assolutamente negativa per la spesa pubblica, per la produttività italiana e soprattutto per le tasche degli italiani, una realtà che era nota agli italiani, ma non al presidente del Consiglio che fino all’ultimo ha negato l’esistenza della crisi.

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La necessità di un colpo d’ala, l’editoriale di Ernesto Galli della Loggia

postato il 28 giugno 2010

Corriere della Seradi Ernesto Galli della Loggia

Parlare di crisi finale di ‘ Berlusconi e del berlusconismo è senz’altro azzardato. Niente lascia credere, infatti, che se tra sei mesi ci fossero le elezioni politiche il Cavaliere non riuscirebbe per l’ennesima volta a riportare la vittoria. In un modo quale che sia, ricorrendo alle offerte elettorali più irreali, radunando le forze più diverse, gli uomini (e le donne) più improbabili, ma chi può dire che non ci riuscirebbe?
Se però il futuro appare incerto, il presente invece non lo è per nulla.
Dopo due anni alla testa di un’enorme maggioranza parlamentare il governo Berlusconi può vantare, al di là della gestione positiva della crisi economica, un elenco di risultati che dire insoddisfacente è dire poco. Inauguratesi con l’operazione «Napoli pulita» esso si trova oggi davanti ad un’altra capitale del Mezzogiorno, Palermo, coperta di rifiuti, ridotta ad un cumulo d’immondizia, mentre l’uomo del miracolo precedente e dell’emergenza terremoto, Bertolaso, è assediato dalle inchieste giudiziarie, n simbolo di un fallimento non potrebbe essere più evidente. Ma c’è ben altro.
C’è l’elenco lunghissimo delle promesse non mantenute: elenco che la difficile situazione economica e i grandi successi nella lotta al crimine organizzato non sono certo in grado di compensare. C’è la riforma della giustizia con la separazione delle carriere dei magistrati ancora di là da venire; ci sono le liberalizzazioni (a cominciare da quella degli ordini professionali) di cui non si è vista traccia; c’è il piano casa e delle grandi infrastrutture pubbliche a tutt’oggi sulla carta; la costruzione dei termovalorizzatori, idem.
La promessa semplificazione delle norme e delle procedure amministrative è rimasta in gran parte una promessa; la riforma universitaria ha ancora davanti a sé un iter parlamentare lunghissimo e quanto mai incerto; delle norme sulle intercettazioni meglio non dire; e infine pesa sull’Italia come prima, come sempre, la vergogna -della pressione e insieme dell’evasione fiscali più alte del continente.
Una tale inadempienza programmatica è il risultato in buona parte dell’incapacità di leadership da parte del premier. Nel merito dei problemi che non lo riguardano in prima persona Berlusconi, infatti, continua troppo spesso ad apparire incerto, assente, più incline ai colpi di teatro, alle dichiarazioni mirabolanti ma senza seguito, che ad una fattiva operosità d’uomo di governo. In questa situazione lo stesso controllo che egli dovrebbe esercitare sul proprio schieramento è diventato sempre più aleatorio. Benché con modi e scopi diversi Fini, Bossi e Tremonti dimostrano, infatti, di avere ormai guadagnato su di lui una fortissima capacità di condizionamento. Riguardo le cose da fare ne risulta la paralisi o il marasma più contraddittorio.
Anziché governare le decisioni, il presidente del Consiglio sembra galleggiare sul mare senza fine delle diatribe interne al suo schieramento. E nel frattempo dalla cerchia dei fedelissimi, dove pure qualche intelligenza e qualche personalità autonoma esiste, continua a non venire mai alcun discorso d’ordine generale, continua a non venire mai nulla che abbia il tono alto e forte della politica vera, n silenzio del Pdl che non si riconosce in Fini è impressionante. Ad occupare il proscenio rimangono così, oltre l’eterno conflitto d’interessi del premier, solo i ministri ridicoli (Scajola) o impresentabili (Brancher), il giro degli avidi vegliardi delle Authority, le inutili intolleranze verso gli avversari. Dov’è finita la rivoluzione liberale di cui il Paese ha bisogno?

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