Più figli meno tasse, il quoziente familiare significa dare ossigeno alle famiglie italiane rilanciare la natalità. Siamo il Paese in Europa che fa meno figli, questa è una grande questione politica che deve riguardare il governo, deve riguardare il Parlamento. [Continua a leggere]
De Gasperi, la lezione di uno statista di Pier Ferdinando Casini Se c’è una presenza ubíqua nei “pantheon” dei partiti di oggi e di gran parte dei leader politici di destra come di sinistra, è senz’altro quella di Alcide De Gasperi.
Epilogo quasi scontato, considerata la statura politica e morale del leader democratico cristiano che seppe risollevare l’Italia dal disastro della Seconda guerra mondiale e incanalarla sui binari di una ripresa senza eguali in Europa, e la sempre più evanescente, ormai, distinzione tra concetti appartenenti al secolo scorso come destra e sinistra appunto. [Continua a leggere]
In una fase particolarmente delicata della missione Isaf esprimo piena solidarietà ai nostri uomini e alle nostre donne impegnate in Afghanistan contro il terrorismo e per la libertà.
Gli italiani devono essere orgogliosi dei loro militari che consentono lo svolgimento di elezioni storiche in un Paese martoriato dalla violenza e dal fanatismo religioso. Il loro mandato trae piena legittimità non solo al consenso delle forze di governo ma anche da una opposizione che non può mai smarrire una visione repubblicana delle istituzioni e degli impegni internazionali.
Questa estate, sulle spiagge italiane, l’Udc organizza la raccolta firme in favore del quoziente familiare.
Venerdì 14 agosto, alle ore 10.30, Pier Ferdinando Casini sarà all’Atlantis di Otranto (Via Porto Craulo).
In Italia la povertà è legata al numero dei figli: una coppia che mette al mondo un figlio diventa più povera e deve abbassare il suo tenore di vita. Un minore su sette vive sotto la soglia della povertà e nulla viene fatto per sostenere le famiglie che con i loro figli garantiscono il futuro del nostro Paese. Siamo l’ultimo Paese al mondo in fatto di natalità perché i figli costano troppo, non ci sono politiche di conciliazione tra il lavoro e la famiglia, non ci sono servizi di sostegno al lavoro di cura della famiglia. L’Italia spende solo lo 0,9% del PIL per le politiche familiari ed è all’ultimo posto in Europa. Mantenere un figlio costa certamente non meno di 5.000 euro all’anno.
L’Art 53 della Costituzione afferma che ognuno deve concorrere alla spesa pubblica secondo la propria capacità contributiva ed è evidente che, a parità di reddito, un padre con tre figli ha minore capacità contributiva di chi non ne ha. Un fisco più giusto e più equo è un dovere a cui non vogliamo e non possiamo sottrarci e su questa nostra proposta chiediamo la tua firma.
Casini, la Lega vuole disgregare il Paese.
E’ una vera e propria strategia. Bisogna fermarli subito
di Giacomo Galeazzi
Pier Ferdinando Casini (leader dell’Udc ed ex presidente della Camera) che effetto le fa l’attacco di Bossi all’inno nazionale?
«E’ un grave allarme politico. II sentimento di unità nazionale va difeso dalle manovre in corso. La questione non è Mameli o Verdi, la boutade di Bossi rientra nella pericolosa predicazione civile dei cattivi maestri che vogliono disgregare il tessuto identitario del Paese. Non è più la critica alla retorica dell’unita d’Italia, bensì una strategia per minare i costumi, le tradizioni, le basi della comunità nazionale. Ormai serve un’immediata e forte risposta politica perché siamo di fronte a un’emergenza pari per gravità a quella economica. [Continua a leggere]
Bossi è molto intelligente. Ci conosce e ci vuole evitare perché sa che siamo gli unici in Parlamento e nel Paese ad avere avuto il coraggio di dire no alla Lega, no ad un finto federalismo, no ad un provvedimento che finisce per umiliare il Mezzogiorno.
Bossi in questo momento ha carta bianca, gli è stata concessa la possibilità di fare il bello e il cattivo tempo e gli unici che hanno il coraggio di alzare la schiena davanti a Bossi siamo noi. Siamo contenti che lo abbia capito anche lui. Pier Ferdinando
#Partiti sono in crisi, ma non c'è alternativa xpartecipare alla vita democratica: siano finanziati solo quelli con vita interna trasparente 02/02/2012
Non so quanto possa andare avanti questo attaccamento obbligatorio al Governo Monti. Se Monti sbaglia occorre farlo presente. Vabbè stare in scia, ma Monti si scansa spesso e quando lo fa il Terzo polo rimane allo scoperto.
@ salvatore.
molto esaurienti le risposte della redazione.
Forse casini & c sono troppo occupati ad aumentare la benzina e a ripristinare le tasse sulle case (note misure di equità fiscale) , ora credo stiano pensando a come metterla nel c..o agli “annoiati” del posto fisso. Naturalmente lo fanno per il nostro bene. Vuoi mettere essere disoccupato e non annoiarsi più avendo il quotidiano problema della sopravvivenza?
Casini, Bersani, Alfano: il trio che ci darà il colpo di grazia.
Si riporta l’articolo di Valentina Napoleoni riguardante la necessità di liberalizzazione della professione forense che arricchisce il dibattito sulle liberalizzazioni:
“Il collasso del settore
La professione legale è in crisi, va liberalizzata
di Valentina Napoleoni10 Gennaio 2012
Da tempo si parla di liberalizzazione delle professioni, in una prospettiva di riforma del sistema economico, volta a contrastare, superandola, la crisi in atto nei diversi settori. Al centro del dibattito politico si pone la necessità di liberalizzare la professione legale, che incontra le resistenze degli Avvocati iscritti all’ordine, intenti a mantenere integro il loro predominio sul mercato, inibendo l’accesso anche ai praticanti aspiranti Avvocati.
Le condizioni di espletamento dell’esame di Avvocato, in Italia, stanno assumendo connotazioni intollerabili per i praticanti, in aperto contrasto con l’obiettivo di velocizzare i tempi di passaggio dal mondo universitario a quello lavorativo. Conseguita la laurea in giurisprudenza, infatti, il neo laureato è tenuto ad eseguire due anni di praticantato presso uno studio legale. Al termine del tirocinio, si impone il superamento di tre prove scritte, che si tengono ogni anno nel mese di dicembre. I risultati delle stesse, tuttavia, vengono pubblicati circa sei o sette mesi dopo, durante i quali l’aspirante Avvocato non risulta né un tirocinante, né un lavoratore subordinato, restando così privo della minima tutela giuridica, ancorché collabori presso uno studio legale. Nella maggior parte dei casi, le prestazioni lavorative vengono rese senza la sottoscrizione di un contratto ed il collaboratore percepisce forme di retribuzioni mensili pari a circa trecento euro, persino nella capitale.
A Milano si arriva a cifre superiori, che non superano comunque le ottocento euro mensili. Solo in alcuni studi di grandi dimensioni è possibile, per i più fortunati, percepire somme superiori. La “plebe” versa in condizioni di grave precariato, destinate a protrarsi per anni, poiché, qualora si superi l’esame scritto, il candidato è tenuto ad affrontare una prova orale. Se non supera quest’ultima, deve ripetere lo scritto e così via, di anno in anno. Peraltro, l’utilità delle prove nelle quali si articola l’esame di stato, ai fini dell’accertamento della capacità tecnico-giuridica dell’esaminando, è davvero discutibile. Quanto alle tre prove scritte, i giudizi risultano del tutto arbitrari e discrezionali, senza essere accompagnati da alcuna griglia di valutazione e motivazione. Le prove, inoltre, prevedono la redazione di due pareri legali e di un atto giudiziario, in un arco di tempo davvero ristretto, nel corso del quale nessun Avvocato potrebbe ritenere di aver esaustivamente trovato la soluzione vincente o tutte le possibili soluzioni prospettabili al cliente- sic!- Quanto alle prove orali, le stesse prevedono lo studio di sette materie, oggetto di esami universitari, già studiate in precedenza.
L’abilità e capacità di un Avvocato andrebbe testata su altri fronti. Il mercato è già un ottimo banco di prova per misurare la propensione allo svolgimento dell’attività forense dei praticanti, aspiranti Avvocati, in un’ottica di equo bilanciamento tra la necessità di inibirne l’esercizio a soggetti del tutto impreparati e la meritocrazia. Inoltre, la liberalizzazione della professione legale, se intesa come misura di agevolazione dell’accesso all’ordine degli Avvocati, da parte dei laureati in legge, consentirebbe il risparmio di numerosi costi. Tra questi, vanno denunciati aspramente quelli per l’acquisto dei quattro codici aggiornati, degli alberghi dove pernottare durante le prove scritte dell’esame e dei corsi di preparazione allo stesso, tenuti in tutta Italia. Facciamo due conti. La spesa media per l’acquisto dei codici si aggira attorno ai 500 euro, quella per i corsi oscilla tra 1.000 e 3.000 euro e quella per il soggiorno a minimo 300 euro. Un salasso di circa 2.800 euro l’anno per ogni praticante. Se a ciò si aggiungono le scarse retribuzioni percepite dagli esaminandi, è evidente come l’accesso alla professione sia, allo stato attuale, di fatto impedito ai meno abbienti, a discapito della tanto proclamata meritocrazia american style e dell’economia nazionale.
In Italia, infatti, ci sono migliaia di laureati in giurisprudenza che risultano precari a tempo indeterminato e che rappresentano un costo per il paese, pur contribuendo a rimpinguare le tasche di albergatori e docenti di corsi post-universitari. In un momento storico caratterizzato dalla crisi dei mercati finanziari sembra difficile concentrare l’attenzione sulla condizione economico-sociale dei praticanti presso studi legali.
Tuttavia, se si guarda ai numeri, le prospettive cambiano. Nella sola città di Roma, ogni anno, circa 5.000 laureati si accingono ad affrontare il fatidico esame. La concentrazione di Avvocati nella capitale supera quella dei legali presenti in tutta la Francia. Delle due l’una: o si limita l’ingresso alla facoltà di giurisprudenza o si sposa una politica di liberalizzazione della professione legale. Quest’ultima andrebbe intesa in senso relativo e non assoluto. In altri termini, non si tratta di consentire di svolgere la professione di Avvocato a soggetti sprovvisti della laurea in giurisprudenza e che non abbiano eseguito il periodo di praticantato, previsto dalla legge. Si tratta di semplificare i canali di accesso all’ordine degli Avvocati per quanti hanno conseguito una laurea in legge ed eseguito il successivo tirocinio. In tale direzione, sarebbe auspicabile l’abolizione dell’esame di Stato, o comunque una modifica dello stesso, in senso tecnico-pratico e tale da eliminare i costi che gravano sugli esaminandi, riducendo i tempi necessari alla pubblicazione dei risultati”.