postato il 6 Giugno 2014 | in "Interventi, Riforme"

Sulla riforma del Senato ripartire dal testo base del governo

Miglioriamolo, ma no ad arroccamenti ostruzionistici

Pier Ferdinando CasiniIl rinvio dell’esame a dopo le elezioni europee della riforma costituzionale del bicameralismo e del sistema delle autonomie a seguito della contrastata seduta della Commissione Affari costituzionali del Senato del mese scorso dovrebbe ora comportare risvolti positivi.
È necessario infatti che una riforma di tale importanza venga affrontata con maggiore pacatezza e con la determinazione necessaria per arrivare ad una efficace conclusione, in un clima scevro dall’ansia dei partiti per l’esito del risultato elettorale.
Il disegno di legge del Governo può e deve essere rifinito in dettagli importanti, ma il suo impianto portante non può essere seriamente posto in discussione perché affronta, con soluzioni apprezzabili nelle grandi linee, problemi istituzionali che ci trasciniamo da lungo tempo.
Non appaiono quindi giustificate posizioni di retroguardia nel difendere attribuzioni del Senato che mal si conciliano con la funzione di organo di rappresentanza delle autonomie. Ma soprattutto desta stupore la circostanza che riemergano, e ancor più che possano trovare consenso, posizioni che ripropongono il confuso e rissoso pseudo federalismo degli anni passati che pensavamo ormai superato dai fatti. Mi riferisco all’ordine del giorno Calderoli approvato dalla Commissione Affari costituzionali il 6 maggio scorso, il cui contenuto stride con la successiva decisione di adottare il disegno di legge del Governo come testo base.
L’ordine del giorno prevede la competenza legislativa esclusiva delle Regioni (il che significa che lo Stato non può intervenire) in settori decisivi come sanità, istruzione, servizi sociali, governo del territorio, mercato e politiche del lavoro. Stabilisce che la “clausola di supremazia” della legge dello Stato su quelle delle Regioni (vale a dire la deroga alle ordinarie attribuzioni di queste ultime, quando lo richiedono esigenze di unità giuridica o economica oppure la realizzazione di programmi e riforme economico-sociali di interesse nazionale) possa essere azionata solo in presenza di eventi eccezionali e per un periodo limitato di tempo.
Prevede inoltre che il Senato sia eletto regione per regione in proporzione alla popolazione di ciascuna e affida alla legge regionale (sia pure sulla base della legge dello Stato) la disciplina di tali elezioni. Al Senato verrebbe in pratica conferito il potere di bloccare o di condizionare in maniera decisiva la funzione legislativa della Camera. Questa infatti per superare un’eventuale opposizione del Senato, decisa con maggioranza assoluta o superiore, dovrebbe assumere deliberazioni “con maggioranza equivalente”. Per fare un esempio, se il Senato rigetta una legge o propone di modificarla con maggioranza di due terzi, per approvarla nel testo che reputa più opportuno, la Camera deve votarla con la stessa maggioranza di due terzi. E’ un marchingegno micidiale che rende più difficile approvare una legge anche rispetto al vigente sistema della navette. E’ più probabile che ampie convergenze si realizzino tra i rappresentanti degli Enti locali che siedono al Senato rispetto ai componenti di un’assemblea politica divisa tra maggioranza e opposizione.
Altro che devolution dei tempi di Bossi. Calderoli va ben oltre. Il suo ordine del giorno pone né più né meno che le basi per la disintegrazione dello Stato unitario e alimenta il terreno di cultura di quel confuso sentimento secessionista che ha trovato una sua farsesca e tuttavia inquietante manifestazione nel referendum telematico per l’indipendenza del Veneto.
Per altro verso, ammesso e non concesso che un regionalismo così concepito, fondato su una rigida divisione di competenze e un sovraccarico di quelle delle Regioni, possa funzionare nel nostro paese, esso priva di ogni significato la creazione di un Senato delle autonomie, che è istituzione tipica del regionalismo cooperativo. Gli spazi della cooperazione legislativa Stato – Regione sarebbero infatti drasticamente ridotti.
Mi chiedo se i senatori non appartenenti alla Lega che allora avevano votato l’ordine del giorno abbiano percepito l’esatta portata del suo contenuto. Probabilmente è stato un voto in chiave tattica per non far apparire troppo vincente la proposta del Governo. Era comprensibile che certe cose potessero accadere in un clima pre-europee. Ma oggi sono da respingere le confuse fughe in avanti dell’ordine del giorno Calderoli e gli arroccamenti ostruzionistici, per ripartire dal testo base del Governo e migliorarlo all’interno della sua logica iniziale, non per destrutturarlo senza alcuna coerenza e con oltre 5000 emendamenti.

Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Affari esteri del Senato della Repubblica

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