postato il 8 Giugno 2011 | in "Ambiente, In evidenza, Riceviamo e pubblichiamo, Riforme"

Referendum, i due quesiti sull’acqua

A pochi giorni dal voto sui referendum provo ad esporre e riassumere i due quesiti sull’acqua, le posizioni e gli effetti dell’eventuale vittoria dei Sì e del raggiungimento del quorum.

PRIMO QUESITO:

Il primo quesito proposto dai promotori dei referendum incide sull’art. 23 bis del decreto Ronchi, che riguarda tutte le liberalizzazioni dei servizi pubblici locali (acqua, ma anche rifiuti e trasporti).

Provando ad entrare un po’ nel merito, e lasciando quindi da parte la retorica dell’acqua che passerebbe ai privati (Il decreto Ronchi riafferma invece che l’acqua, e ovviamente le infrastrutture, rimangono di totale proprietà pubblica), il decreto Ronchi si occupa di liberalizzare la gestione dei servizi pubblici, cercando di favorire una gestione sempre più industriale di servizi e beni comuni così importanti. Lo fa perché lo dice il buonsenso, la normativa europea e un percorso politico degli ultimi vent’anni, portato avanti anche e principalmente dal centro-sinistra (guarda un po’ anche dall’ex ministro Di Pietro).

Il decreto Ronchi spinge per le liberalizzazioni ma non dà, come invece falsificano i promotori, la gestione ai privati. Piuttosto la novità vera sta nella procedura ad evidenza pubblica, che i Comuni devono mettere in atto per scegliere il gestore. Le possibilità di affidamento del servizio, che il decreto Ronchi prevede sono le seguenti:

– assegnare la gestione del servizio pubblico locale tramite gara ad evidenza pubblica, a cui possono partecipare società private, società miste, società totalmente pubbliche (cioè le attuali municipalizzate);

– dare la gestione del servizio senza fare la gara ad evidenza pubblica ad una società pubblica o mista, sempre che questa faccia entrare il privato almeno al 40% delle quote e questo privato sia scelto tramite gara ad evidenza pubblica;

– esiste infine una terza ipotesi, in cui le società potranno mantenere l’ipotesi “in house”, ma in deroga, qualora si dimostrasse la specificità di un territorio che non preveda le condizioni per mettere in atto le liberalizzazioni.

Considerazioni: Insomma alla fine le soluzioni liberalizzatrici sono “parecchio all’italiana” che, per un liberale come me, portano a dire che il decreto Ronchi sia stato anche troppo morbido, non a caso la proposta del ministro On. Linda Lanzillotta del governo Prodi, affossata per le divisioni interne e la crisi prematura del governo, era ancora maggiormente liberalizzatrice.

Le municipalizzate totalmente pubbliche, se efficienti, insomma non si capisce cosa dovrebbero temere da gare trasparenti: credo sia molto probabile che queste siano le favorite a vincere la gara, essendo da anni gestori del servizio. Se non la vincono è evidente che sono talmente inefficienti, che è giusto che altri, privati, misti o totalmente pubblici, gestiscano il servizio al loro posto.

SECONDO QUESITO:

Il secondo quesito, quello della determinazione della tariffa, è ancora più paradossale, assurdo e demagogico: prevede infatti, tra i vari aspetti che portano alla determinazione della tariffa, l’abrogazione dell’adeguata remunerazione del capitale investito. Sarebbe quindi come chiedere che a gestire la risorsa idrica sia un’associazione di volontariato no profit. E qui non c’è un problema di pubblico e privato (non a caso qualche Sindaco furbacchione su questo quesito ha dichiarato il proprio No). La remunerazione sul capitale investito è fissata al 7%. Non so se è troppo, ho scoperto solo che questa soglia fu scelta proprio qualche anno fa dal ministro Di Pietro.

PRINCIPI CHE STANNO DIETRO A CHI E’ A FAVORE DEL REFERENDUM:

Il principio culturale che sta dietro al movimento del sì, movimento che va riconosciuto è riuscito a mettere in atto un forte coinvolgimento popolare dal basso, è che l’acqua (e gli altri servizi pubblici locali, di cui non parlano) debba essere gestita direttamente dal Comune, senza tra l’altro una logica industriale ed economica (visto il secondo quesito).

PRINCIPI CHE STANNO DIETRO A CHI E’ CONTRARIO AL REFERENDUM

I contrari ai referendum invece pensano che tornare ad una gestione diretta, oltre che sbagliata da un punto di vista culturale, sia insostenibile da un punto di vista economico. Nei servizi pubblici locali (acqua, trasporti, rifiuti) si parla di 120 miliardi di euro di investimenti da fare nei prossimi anni e questi dovrebbero essere trovati nelle casse comunali. Avremmo quindi un sistema al collasso, zero investimenti o un netto aumento della fiscalità generale.

COSA SUCCEDE SE VINCE IL SI:

se vince il si ai due referendum sull’acqua, si aprirebbe probabilmente un vuoto  normativo; a coprirlo sarà la  normativa europea, che per la concorrenza e la trasparenza impone che gli affidamenti dei servizi pubblici locali non siano dati “direttamente” al gestore pubblico o privato che sia. Sicuramente il privato non può essere, per legge, escluso dalla gestione dei servizi pubblici. Naturalmente, l’ho già detto, nessuno, privato o pubblico che sia, farà gli investimenti necessari.

RIFLESSIONI CONCLUSIVE:

Io credo che comunque, privati o pubblici, sia importante provare (e questo il decreto Ronchi in parte lo fa) ad incidere sul problema centrale che oggi esiste intorno alle finte liberalizzazioni: dividere cioè il controllore (cioè chi pianifica, sceglie i piani industriali, affida il servizio e controlla) dal controllato (cioè chi gestisce il servizio). Oggi nel sistema misto, ad esempio quello toscano, è molto difficile, in quanto le municipalizzate si sono trasformate in pseudo Spa, con la politica che ancora è pienamente dentro la gestione.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Carlo Lazzeroni

10 Commenti

Commenti

  1. Analisi lucidissma ( e preoccupante), ma morale della favola che ci consiglia di fare?


  2. Un bene smette di essere pubblico già quando la gestione passa ai privati. Astratte distinzioni teoriche-dottrinali che scindono la proprietà dalla gestione non colgono l’essenza del problema.


  3. Per Roberto: la mia posizione è di respingere i quesiti dell’acqua con l’astensione, non ritirando al seggio le due schede.


  4. Due NO.


  5. è un problema complicato, è un errore semplificare la questioni con un SI o con un NO, Personalmente vedo nell’acqua un settore strategico e non lo darei ai privati, ma vedere certe municipalizzate che sono solo una discarica ti politici trombati, assunzioni clientelari e servizi da terzo mondo, mi fa pensare. l’unica cosa sicura è che voterò Si per fermare il nucleare.


  6. E’ il messaggio politico che si vuole dare votando SI ai referendum sull’acqua. Non siamo disposti, come cittadini a perdere il controllo sui beni più importanti e vitali! Hanno già tentato con le spiagge; il profitto di oggi è la povertà di domani perchè è ricchezza solo per pochi, i soliti pochi. Ribadiamolo con forza: non siamo sudditi ma cittadini . Bisogna quindi votare , non ci è rimasto che quello!


  7. Per me
    Si’ sulla scheda rossa (abrogazione dell’articolo 23bis del cd. decreto Ronchi) perché non mi piace l’obbligo di cedere ai privati entro una certa data in assenza di altre scelte, anche se non sono contrario in linea di prnicpio all’ingresso dei privati, purché regolamentato e con meccanismi di premi / punizioni ferrei

    Si’ sulla scheda gialla (remunerazione del capitale investito) perché, anche in questo caso, non sono contrario al principio in sé (la remunerazione del capitale investito deve finire in bolletta e non in fiscalità generale per innescare comportamenti virtuosi da parte degli utenti, che, pagando in proporzione ai loro consumi, stanno più attenti a non sprecare l’acqua), ma trovo la sua applicazione troppo rigida: perché al massimo il 7% e non un aggancio ai tassi di interesse o un’altra formula più sofisticata ma contemporaneamente più equa perché tiene conto di tutti i vari fattori che incidono nell’equa remunerazione? Ci vuole un’Autorità per l’acqua, che regolamenti super partes questo ed altri punti.
    N.B.: il tema in questione vale anche se la distribuzione dell’acqua è 100% pubblica
    N.B. 2: l’esito non cambia nulla, perché se vince il No la legge può essere modificata p.es. introducendo l’auspicata Autorità per l’acqua, se vince il Sì, tale vittoria può essere interpretata sia come remunerare gli investimenti in fiscalità generale sia, come faccio io, remunerarli in funzione dei consumi ma non al 7%. Ergo, il legislatore può, se vince il Sì, tranquillamente replicare l’articolo abrogato solo p,es. cambiando il 7% con il 6%, senza poter essere accusato di andare contro la volontà espressa dal referendum


  8. La tua analisi comunque sarebbe completa ed equilibrata se non contenesse una lacuna per me grave: non dici che l’opzione “dare la gestione del servizio senza fare la gara ad evidenza pubblica ad una società pubblica o mista, sempre che questa faccia entrare il privato almeno al 40% delle quote” è obbligatoria se non si decide entro il 31 dicembre 2011; e questo non mi piace, per cui voto Sì sulla scheda rossa


  9. E’ vero che la politica gestisce gli acquedotti pubblici, ma gestisce anche le asl e tant’altro. Privatizzare non significa eliminare il problema della cattiva gestione, e poi non prendiamoci in giro, sappiamo come si svolgono le gare di appalto, come sappiamo anche che il fenomeno della corruzione non è diminuito, anzi il contrario. Per cui il gestore privato alla fine scaricherebbe tutto sui costi della tariffa, bell’affare per gli utenti! Non mi fido già ora di chi controlla la gesione pubblica, figurati a fidarsi della gestione privata.


  10. vorrei dire a casini che oggi lui si intesta una vittoria non sua. ha avuto una (legittima) posizione sui referendum del tutto contrastante con il risultato. gli esiti sul referendum non fa che dire agli attuali partiti che sono vecchi. pd, pdl e udc hanno posizoni vecchie sulle materie del referendum. lo schiaffo è stato dato dal basso, cattolici compresi, proprio agli attuali leader. sono un cattolico e non faccio parte dei comitati dell’acqua per scelta (visto che non credo nè nei carrozzoni pubblici nè nel privato che gestisce l’acqua), ma la posizione di una parte della chiesa è stata netta. lui è andato (sempre legittimamente) anche contro le correnti più innovative del cattolicesimo. ora non può schierarsi tra i vincenti. è proprio il contrrario. lo ammetta, come spesso ha fatto dicendo che su berlusconi si era sbagliato pure prima. l’acuqa è una risorsa communue e vca gestita secondo modelli innovativi. ci sono tanti studi di economisti e giuristi, ma i vecchi politici non solo non hanno tempo, ma soprattutto non hanno più voglia di pensare il futuro.




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