postato il 6 marzo 2016 | in "Esteri"

Libia: non prendiamo lezioni dagli ambasciatori

L’Italia sa cosa fare. Un intervento ora manderebbe allo sbaraglio i nostri ragazzi
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L’intervista di Francesca Schianchi a Pier Ferdinando Casini pubblicata su La Stampa

«Trovo irrituali e mi meravigliano le interviste degli ambasciatori americano e inglese in Italia». Sono «amici», premette il presidente della Commissione esteri del Senato, Pier Ferdinando Casini, «e dagli amici si può accettare anche qualche eccesso di zelo», ma i colloqui rilasciati nei giorni scorsi sulla questione libica – dal rappresentante diplomatico britannico Christopher Prentice e dal collega Usa John R. Phillips, che ha parlato di un contributo dell’Italia con circa cinquemila militari – «in situazioni così delicate contribuiscono ad alimentare la confusione, non a fare chiarezza».

Pensa che gli alleati stiano facendo troppa pressione per intervenire in Libia?
«È un po’ inusuale assistere a un bollettino di guerra enucleato dai rappresentanti diplomatici a Roma sui giornali italiani. Non mi risulta che il nostro ambasciatore a Washington spieghi agli americani cosa devono fare, o quello a Londra agli inglesi».

Vuole dire che l’Italia sa da sola come comportarsi?
«È inutile forzare la mano, anche perché si rischia di fare peggio, con l’opinione pubblica che si schiera da una parte o dall’altra. L’Italia sa bene cosa fare: un conto sono squadre speciali per interventi mirati, altro è un’azione militare in Libia, che significherebbe mandare i nostri ragazzi allo sbaraglio. E provocare una brutta reazione libica».

Quale reazione?
«Immediatamente si dimenticherebbero dell’Isis e si unirebbero tutti, superando le loro stesse divisioni, contro l’invasione straniera. Oltretutto, parlare di 5 mila uomini in un territorio infestato da tribù, islamisti, criminali comuni, mi sembra fuori dal contesto. La nostra insistenza sulla necessità che nasca un governo di unità non è di facciata, né un modo per prendere tempo».

Quindi è d’accordo con la linea di prudenza del governo?
«E la linea giusta, e mi pare che – salvo qualcuno che fa sbracate polemiche contro Renzi – ci sia ampio consenso sia in maggioranza che nell’opposizione. Non abbiamo paura di prenderci responsabilità, ma non bisogna rifare errori del passato».

Allude all’intervento in Libia nel 2011?
«L’errore veramente marchiano è stato essere intervenuti senza una strategia. Non ci può essere intervento senza una chiara strategia di quello che vogliamo fare, tra Paesi alleati e principali attori nel Mediterraneo. E c’è qualcosa che non quadra in queste ore».

Che cosa?
«L’atteggiamento dell’Egitto: governa le mosse del generale Haftar, che è, nonostante quel che l’Egitto dice, il più strenuo oppositore del governo Onu. E non vorrei che anche la Francia pensasse a una sorta di tripartizione della Libia, un’ipotesi a cui noi siamo contrari. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, non mi sembra ancora chiara la convergenza su una strategia comune dei Paesi occidentali».

Il governo di unità però tarda ad arrivare: quanto ancora possiamo aspettare?
«Il governo è fatto, e c’è una maggioranza del Parlamento di Tobruk che ha firmato un documento di sostegno. L’inviato Onu Kobler si sta muovendo per evitare lo stallo: se il voto del Parlamento sarà impossibile, mercoledì 9 riunirà il Consiglio del dialogo e consentirà il via libera del governo basandosi sul documento di sostegno. Entro il 15 marzo il nuovo esecutivo vuole insediarsi a Tripoli».

Intanto un decreto ha già autorizzato l’eventuale partenza di uomini delle truppe speciali. Alcuni parlamentari si sono lamentati, lei che ne pensa?
«Da cittadino, se pensassi che, con quel che sta capitando, non mettiamo in moto i servizi, la prevenzione, mi preoccuperei. Ma è ovvio che qualsiasi invio di contingenti militari richiederebbe invece l’intesa del Parlamento, e il governo sarebbe il primo a chiederla».
Se vogliamo essere cauti sull’intervento, non sarebbe meglio rinunciare al ruolo guida che i nostri ministri hanno invece più volte rivendicato?
«Ruolo guida significa indicare all’Europa e all’Occidente i pericoli che troveremo su quel terreno, che noi conosciamo bene per tradizionali rapporti. Guidare significa essere i capofila di una strategia: proporsi come forza di occupazione rischia solo di far divampare nuovi incendi. I nostri interessi nazionali si difendono aiutando i libici a camminare sulle loro gambe»

1 Commento

Commenti

  1. Altrimento detto lei vuole che il suo paese guida l’america e l’inghilterra poi il pantano mediorientale nel quale riconosce solo come sempre chi governa come piace ai suoi giornali perferiti , insomma lezione di Mussolini che per prima era giornalista e che sta facendo ancora da maestro al modo di appoggiarsi sul conflitto di interesso per filtare chi deve parlare o no! e considerare come intrusi che non corrisponda ai soliti!




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