postato il 27 aprile 2017 | in "Politica, Rassegna stampa"

«L’inchiesta lo provò come il male. Per lui la reputazione era sacra»

Il rapporto con Zuppi: «È andato a trovarlo fino alla fine e gli ha dato l’estrema unzione»

L’intervista di Marco Marezzi pubblicata sul Corriere di Bologna

Un applauso del Senato ha salutato Giorgio Guazzaloca. A chiedere a Roma di onorarlo è stato Pier Ferdinando Casini, ragazzino quando «il macellaio più famoso d’Italia» già macinava la sua ascesa al cielo degli autodidatti, poi per oltre trent’anni fra i suoi amici più cari, lui Dc, l’altro repubblicano, tutti e due molto, molto determinati. Il presidente della Commissione Esteri ha tramutato il ricordo di Guazzaloca in un inno a Bologna, a una «bolognesità» di incontri, chiacchiere, scontri, Madonna di San Luca e Curva di San Luca, San Petronio e fede rossoblu. «Da laico, sempre». «Ora tutta Bologna, al di là di ogni differenza lo onora», ha evocato Casini, che per chiudere ha citato «il professor Prodi, il Pd» e «la presidente del Consiglio dell’Emilia-Romagna». «Guazzaloca ha seguito con disciplina e onore la sua città». Poi, per il lutto e qualche sorriso fra amici. Casini si è ritirato nel suo ufficio con il ministro Gian Luca Galletti, un altro degli ex ragazzi de diventati grandi con Guazzaloca. A Palazzo Madama intanto parlava il senatore Giancarlo Sangalli, Pd, che alla fine degli anni Novanta venne eletto presidente della Camera di Commercio di Bologna al posto di Guazzaloca. Casini ride: «A Giorgio offrirono la Fiera. Io gli dissi di accettare. ‘La carità la prendi poi tu’ mi rispose. Nel suo ufficio facemmo un incontro, Galletti, io, il sindaco Walter Vitali e Sandro Ramazza, il segretario dell’ex Pci che voleva sostituire proprio Vitali. Giorgio gelò tutti: ‘Se non faccio il presidente della Camera, mi candido io a sindaco».

Come vive 18 anni dopo la sua vittoria?
«Abbatté un muro, unico. Adesso tutti scoprono Macron, potevano scoprire Guazzaloca tanti anni fa. Civico vero, sostenuto dal centrodestra, mise il bavaglio ai partiti del centrodestra, tenne i manifesti di Berlusconi in cantina. A chi sognava di andare in Comune a far vendetta, a sostituire tutti, lui rispose con Fulvio Medini come suo più stretto collaboratore. Lo stesso da Dozza a Fanti, Zangheri, Imbeni, Vitali. È stato il sindaco di una bolognesità, forse di una Bologna, che non esiste più. A voi del Corriere disse che si sentiva un uomo di un’altra epoca. Un uomo di grande coraggio, combattente su tutto».

Il suo grande dolore politico?
«L’inchiesta sul Civis, una sofferenza immensa, pazzesca, come quella che ha affrontato nei tanti anni di malattia. Si sentiva violato nella sacralità della sua reputazione. Il proscioglimento non è bastato».

Lei quando lo ha salutato?
«Prima di partire per l’America, qualche giorno fa. Sono partito con il terrore che sarei tornato quando tutto era già successo… Invece Giorgio ha resistito fino a quando ha potuto, anche se era tanto stanco. Gli ha dato l’estrema unzione l’arcivescovo Zuppi».

A un colossale fan di Giacomo Biffi?
«Giorgio era un biffiano di ferro. Zuppi è stato esemplare. Era appena giunto a Bologna gli parlai di Guazzaloca, volle andare a casa sua a trovarlo, ha continuato fino all’ultimo. Ha fatto breccia nel cuore di Giorgio».

A lei cosa ha lasciato?
«Il valore dell’amicizia, l’insegnamento della coerenza e della lotta. Scardinammo insieme un sistema di potere dc, io dall’interno, lui dall’esterno, alla Camera di Commercio, i miei compagni di partito per anni non lo vollero. È stato un uomo scomodo e retto».

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