postato il 10 Gennaio 2020 | in "Spunti di riflessione"

Libia: noi tagliati fuori, ma non è solo colpa di Di Maio

Non ha senso confrontare i politici di oggi con Fanfani o Andreotti. Il contesto internazionale è cambiato

L’intervista a cura di Lorenzo Bianchi pubblicata su QN – Quotidiano Nazionale

Fayez al Sarraj, il capo del governo di accordo nazionale di Tripoli riconosciuto dall’Onu e appoggiato dalla Turchia e dal Qatar, mercoledì non ha voluto fermarsi a Roma. Oggi ha accettato il cessate il fuoco chiesto da Ankara e dalla Russia a partire da domenica.

«La giornata di mercoledì – annota Pier Ferdinando Casini, presidente dell’Interparlamentare italiana, l’organismo della Camera e del Senato che aderisce all’organizzazione mondiali dei Parlamenti – va divisa fra il folclore e la sostanza. La sostanza purtroppo l’hanno fatta a Istanbul Erdogan e Putin. Hanno riproposto lo schema siriano in Libia, senza però arrivare alle estreme conseguenze».
In che senso?
«Vogliono mettere il cappello sul Paese, a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste, con un accordo di spartizione delle sfere di interesse. Amministreranno a loro piacimento i rubinetti della questione energetica e di quella migratori».
Un disastro per l’Italia?
«È esplosivo quello che sta succedendo. Aggiungo, perché bisogna essere onesti e non strumentali, che non accade perché c’è di Maio agli Esteri o Conte a Palazzo Chigi. Entrambi sono in continuità con le difficoltà che abbiamo avuto negli ultimi tempi».
Viene però spontaneo pensare alle personalità politiche della prima Repubblica.
«Paragonare Andreotti a Di Maio o Fanfani a Conte è un esercizio che non voglio fare, diventa una cosa quasi ridicola! Il punto è che bisogna ricordare che il contesto internazionale è completamente diverso. Allora c’erano gli americani che invece oggi, per la questione energetica, si sono ritirati dal Mediterraneo, c’era Gheddafi che riconosceva all’Italia un certo patronage, c’era Ben Alì in Tunisia che era stato insediato da un colpo di stato di fatto teleguidato dagli italiani ossia dai nostri servizi, c’era una leadership algerina più solida e Mubarak, un nostro amico alla guida dell’Egitto».
Ora è tutto cambiato.
«E noi facciamo fatica».
Però mandiamo in giro migliaia di militari.
«Bisognerà spiegare all’opinione pubblica che combattono il terrorismo, che non fanno le crocerossine».
In altre parole possono usare i fucili e i bazooka.
«Certo non sono la Caritas o Sant’Egidio».
L’Italia però continua a escludere l’uso della forza.
«I nostri militari sono all’estero per difendere interessi e per contrastare il terrorismo, non per azioni di filantropia. E debbono farlo con le armi. In certi passaggi è inevitabile l’uso della forza». Torniamo al paragone con il passato.
«È chiaro che la conoscenza della realtà mondiale era del tutto diversa».
Sarraj mercoledì a Roma non si è neppure fermato. Che cosa è successo?
«Il faccia a faccia doveva restare segreto. La pubblicizzazione ha messo in essere una reazione dei tripolini e dei misuratini. Hanno specificato al leader del governo di accordo nazionale che, se fosse andato a Roma, poi non sarebbe più rientrato a Tripoli. Pochi giorni fa sono state uccise decine di reclute militari per mano di Haftar. È chiaro che una sfilata nella capitale italiana era inaccettabile per la maggioranza dei sostenitori di Sarraj. Sono cose evidenti. È stato un atto di imperizia, anche se è falso che il capo del Gna non sapeva che a Roma c’era anche Haftar».

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