postato il 17 Aprile 2015 | in "Esteri"

Libia: mano pesante contro i trafficanti, sono uguali ai terroristi

QNL’intervista di Alessandro Farruggia a Pier Ferdinando Casini pubblicata su “QN”

«Serve una doppia via per uscire dalla crisi che dalla Libia si riverbera sul Mediterraneo. Dialogo politico per giungere ad un governo di unità nazionale a Tripoli e interventi decisi contro i trafficanti di esseri umani, che vanno parificati al terrorismo». E’ netta la posizione di Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del Senato.

Presidente Casini, come si può pacificare la Libia se tutti non collaborano al successo dei negoziati di Rabat?
«I negoziati sponsorizzati dall’Onu non hanno alternativa. E tutte le parti devono farsene una ragione. Abbiamo bisogno di un governo di unità nazionale in Libia per poter avere uno Stato con cui fare accordi per stroncare il terrorismo jihadista da un lato e il traffico di esseri umani dall’altro. Noi non crediamo affatto alla possibilità di una prevalenza delle forze di Tobruk o del governo islamista di Tripoli. L’idea che a volte gli egiziani esprimono che la Libia possa essere normalizzata da Tobruk è fuori dalla realtà. Senza un accordo con le forze islamiste di Tripoli e con le principali tribù la Libia non avrà pace».

Il premier di Tobruk, Al Thani, visto il nostro no ad armarlo, si è rivolto a Mosca.
«Le armi possono essere date ma solo dopo un accordo tra le fazioni in lotta e a quel punto la creazione di un esercito unitario può servire a combattere il jihadismo che si annida tra Derna e Sirte. Non si può prescindere da un governo di unità nazionale. E credo che questo sia chiaro anche a Mosca».

Con un governo si potrebbe pensare, su mandato Onu, all’invio di un contingente militare con truppe anche italiane?
«L’esempio deve essere quello dell’Albania. Noi abbiamo stroncato i trafficanti albanesi anche con i presidi dei nostri militari in Albania. Ma lì c’era un governo. Fino a che in Libia questo non c’è non possiamo mandare allo sbaraglio dei militari che si troverebbero in un contesto peggiore di quello iracheno».

Chi sono i nostri nemici in Libia?
«I jihadisti che alzano le bandiere nere di Daesh ma anche i criminali che mandano a morire la gente sui barconi, lucrando sulla loro disperazione, e che hanno palesemente un collegamento con le bande islamiche che controllano parte del territorio libico. C’è, con tutta evidenza, un flusso finanziario tra i trafficanti e i jihadisti. Dobbiamo colpire entrambi, trafficanti e jihadisti, parificandoli».

È d’accordo con la proposta del ministro degli Esteri Gentiloni di azioni mirate antiterrorismo in Libia?
«Sono assolutamente d’accordo e mi auguro che si passi dalle parole ai fatti. Servono azioni di sabotaggio come la distruzione dei barconi quando sono in porto o sulle spiagge. E ovviamente non possiamo tollerare che vengano a riprendersi i natanti sparando contro le nostre navi».

È già successo due volte e li abbiamo lasciati andare.
«Credo che debba essere fatta in Parlamento una relazione chiara su quello che è capitato. L’azione della nostra Marina militare non può essere solo di supporto ai naviganti ma anche di contrasto ai criminali. E gravissimo consentire loro di riprendersi le barche. I trafficanti che cercano di rientrare con le barche vanno colpiti e affondati».

Piangiamo l’ennesima strage che coinvolge dei cristiani. Che fare di concreto?
«Non basta più l’indignazione. Bisogna prenderci le nostre responsabilità e intervenire nelle aree critiche per battere quei terroristi che con finti pretesti religiosi perseguitano i cristiani. Dobbiamo mettere in campo contro Boko Haram in Nigeria e Shabab in Somalia i mezzi di contrasto usati contro Daesh in Iraq e Siria».

1 Commento

Commenti

  1. Sono d accordo , ma gli emigranti non hanno colpa, penso che sia una situazione difficile anche per la politica….speriamo si risolva presto.




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