postato il 17 Ottobre 2012 | in "In evidenza, Lavoro e imprese, Riceviamo e pubblichiamo"

La Lucchini di Piombino: una nuova vicenda Ilva?

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

La vicenda dell’Ilva di Taranto ha aperto una finestra sul mondo dei grandi impianti industriali, in particolare sulla cosiddetta “industria pesante”. Una vicenda che si trascina da parecchi anni (almeno dal 2008), anche se molti la ignorano.

Per quanto riguarda la produzione dell’acciaio, in Italia, oltre a Taranto un altro grande centro è quello di Piombino che da alcuni anni versa in gravi condizioni economiche tanto che si prospetta la chiusura dell’azienda Lucchini nei prossimi mesi.

Questa azienda gestisce ed è proprietaria del complesso di altoforni a Piombino, e, da alcuni anni, ha provato a vendere invano il complesso industriale.

Sostanzialmente parliamo di 3000 operai che rischiano il loro posto di lavoro, a causa di una profonda crisi che ha colpito tutta la siderurgia europea e ha messo alle corde le aziende più piccole e deboli del settore. In totale, nel polo siderurgico di Piombino lavorano circa 6mila persone, di cui 300 appunto nella Lucchini.

Il polo è stato messo in vendita alcuni anni fa, ma nessuno si è fatto avanti per rilevare l’azienda, anche perché, oltre ai debiti pregressi, l’impianto (che è ancor attivo) perde 10 milioni di euro la mese. Significa che chi investe in questa azienda dovrebbe recuperare efficienza per 120 milioni di euro annui più i debiti contratti con le banche. Ovviamente questa è una situazione gravissima e c’è chi teme a breve un default dell’azienda.

Attualmente il complesso in questione è pesantemente indebitato verso le banche e, oltre al problema finanziario, vi è anche un problema di economicità: l’impianto risulta essere vecchio e dovrebbe essere ammodernato e ristrutturato per sostenere la concorrenza internazionale, ma, proprio a causa dei debiti pregressi, non si può intervenire investendo e migliorando l’efficienza.

L’ideale sarebbe che il governo aprisse un tavolo o, meglio ancora, decidesse di intervenire direttamente, ristrutturando il debito (senza accollarselo), rinegoziando quindi le scadenze e lanciando un programma di investimenti per l’intero settore siderurgico.

Per fare ciò, il primo passo che dovrebbe effettuare il governo è riconoscere che il polo siderurgico di Piombino è una area di crisi complessa (come si sta facendo per altre zone d’Italia), ai sensi e per gli effetti del Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico del 24 marzo 2010 che permetterebbe l’applicazione delle agevolazioni previste dalla legge 15 maggio 1989, n. 181 e quindi l’accesso a fondi speciali e soprattutto potere rivedere i meccanismi di intervento da parte della regione Toscana.

Il problema è ovviamente complesso, come è complessa la storia di questa azienda: nel 2005 il 60% del Gruppo Lucchini passa, attraverso un aumento di capitale, al gruppo russo Severstal che ha come presidente Aleksei Mordashov. La notizia di per sé è buona, perché Severstal è uno dei più grossi gruppi siderurgici al mondo nonché uno dei primi gruppi industriali russi ad aver fatto acquisizioni all’estero. La famiglia Lucchini, invece, si concentra invece sul business ferroviario acquistando da Severstal nel 2007 il 100% della BU Lucchini RS con sede a Lovere (Bergamo) e filiali industriali in altri Paesi europei.

Di fatto, abbandonando la gestione dell’azienda di famiglia, abbandono sancito nel 2010, quando la Severstal ha acquisito tutte le quote del Gruppo Lucchini ancora in mano alla famiglia (alla data deteneva ancora una quota del 20%). A questo punto, Severstal, visto che l’impianto non riesce ad essere profittevole, conduce un processo di vendita dell’intero pacchetto azionario di Lucchini SpA, conclusosi senza acquirenti. Visto l’insuccesso, per deconsolidare il debito Lucchini SpA dai bilanci Severstal, il 51% di Lucchini SpA è stato ceduto a una società cipriota facente capo a Mordashov, mentre il restante 49% è restato di proprietà di Severstal.

E veniamo ai giorni nostri: nel 2011 viene venduta la BU Ascometal per la cifra di 325 milioni di Euro. L’incasso è servito a preparare un piano di ristrutturazione, omologato a Febbraio 2012 dal Tribunale di Milano, col quale si prevedeva di avere altri 6 mesi di liquidità per trovare al più presto un compratore. Purtroppo i 6 mesi sono passati, e nessun compratore si è fatto avanti, con il risultato di gettare ombre sul futuro di questa realtà industriale.

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