Tutti i post della categoria: Politica

Emilia-Romagna: La scelta dei moderati? Non sarà per Salvini. E lasciate stare Guazza»

postato il 11 Gennaio 2020

Il voto disgiunto? Anche da destra

L’intervista a cura di Francesco Rosano pubblicata sul Corriere della Sera edizione di Bologna

Senatore Pier Ferdinando Casini, dove finiranno i voti dei moderati alle Regionali? L’impressione, sentendo i protagonisti della svolta guazzalochiana del ‘99, è che sia una diaspora.

«Innanzitutto togliamo dal campo una disputa disgustosa, quella sull’interpretazione postuma del pensiero di Guazzaloca».

Chi l’ha avviata secondo lei? L’ex An Enzo Raisi?

«Chi l’ha avviata non mi interessa. Io credo di esser stato la persona più vicina a Giorgio, l’ho accompagnato negli ultimi anni, venivo a Bologna solo per incontrarlo. Non posso accettare lezioni, anche perché nessuno sa come avrebbe votato Guazzaloca. Probabilmente, conoscendo il suo sguardo critico, si sarebbe astenuto. Ma mi sembra poco serio porre certe questioni, come chiedersi cosa avrebbe fatto De Gasperi se fosse vivo».

Resta il fatto che Guazzaloca scese in campo la tradizione degli ex Pci.

«Oggi la condizione è totalmente diversa. Guazzaloca ha abbattuto un santuario comunista, oggi non esiste nulla del genere. Alle Europee la Lega ha avuto due punti più del Pd. Altro che regione rossa, al massimo è “rosina”. Lascerei perdere Guazzaloca, chi gli ha voluto bene ne deve rispettare la memoria senza strumentalizzarla. Detto questo una coalizione a guida Salvini non è moderata. Non lo dico io, lo dice anche una parte consistente di Forza Italia. Salvini ha deciso di non essere un moderato, rispettiamo la sua scelta ma è inutile sostenere il contrario».

E Bonaccini è l’uomo dei moderati? In fondo è l’ultima incarnazione della tradizione che dal Pci al Pd ha governato la Regione.

«L’annotazione è legittima, ma vorrei dire una cosa: Gentiloni, Renzi o Minniti sono lasciti preoccupanti del comunismo o persone che hanno governato in piena sintonia con gran parte del mondo moderato?».

Non ha citato Zingaretti.

«Io parlo di chi ha governato rappresentando gran parte del sentimento moderato. A tal punto da rompere con la tradizione comunista, come ha fatto Renzi».

Insomma, niente test del dna per scegliere da che parte stare.

«Non si può interpretare la politica di oggi con le lenti di venti anni fa, il mondo va da un’altra parte. Bonaccini è stato rispettoso del mondo delle categorie, non ho mai sentito rilievi contro di lui da industriali, commercianti o artigiani. Da moderati bisogna ragionare sui fatti, non per slogan. Rispetto Lucia Borgonzoni, ma ha un’idea diversa da quella che ho io. Credo che molte persone faranno voto disgiunto anche dal centrodestra, per quanto sia una possibilità poco nota: voteranno Bonaccini perché lo ritengono più capace, pur votando un partito di centrodestra. Il vento della destra soffia forte anche in Emilia-Romagna, ma qui c’è un argine. Ed è la stima di cui gode il governatore. Ecco perché questa campagna elettorale è “Bonaccini conto tutti”».

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Banche: altra commissione? Partiamo da proposte dell’ultima, finora rimaste lettera morta

postato il 21 Dicembre 2019

L’intervista a cura di Luca Gualtieri, pubblicata su Milano Finanza

Anche se il crack della Popolare di Bari ha riportato il credito al centro dell’agenda politica, oggi non c’è alcun bisogno di una nuova Commissione Banche. Semmai la politica dovrebbe rompere gli indugi e legiferare sulle materie individuate dalla precedente commissione, dalle misure a contrasto delle porte girevoli ai controlli più stringenti sulle competenze dei board. Proposte rimaste finora lettera morta. Pierferdinando Casini ha accolto con forte scetticismo l’iniziativa del nuovo governo e non ha dubbi nel rispedire al mittente le bordate contro Banca d’Italia. «Mi pare di sentire lo stesso spartito suonato due anni fa», taglia corto l’ex presidente della Camera che, tra il 2017 e il 2018, ha presieduto la prima commissione d’inchiesta sulle banche.

Casini, c’è bisogno di una nuova commissione banche in questo momento?

Mi chiedo: questa proliferazione di commissioni di inchiesta ha una qualche utilità per il sistema istituzionale italiano? Evidentemente no, soprattutto perché le commissioni di inchiesta sono uno strumento da maneggiare con estrema cura e rigore: il loro abuso rischia di trasmettere un’immagine distorta dei problemi e quindi di amplificare le crisi. Oggi vedo un uso molto disinvolto dello strumento, spesso piegato dai partiti a pure finalità elettorali in barba al rigore di altri paesi come il Regno Unito.

Le sembra che il caso Popolare di Bari offra qualche elemento di novità rispetto alle crisi esaminate dalla scorsa Commissione?

Questa crisi rispecchia le precedenti per modalità e dinamiche. Semmai la domanda che mi pongo è un’altra: negli ultimi due anni cosa ha fatto la classe politica per tradurre in legge le conclusioni serie e articolate raggiunte dalla precedente Commissione d’inchiesta? Mi pare molto poco. Evidentemente, al di là degli interessi elettoralistici, ai partiti non interessa intervenire per prevenire alla radice l’insorgere delle crisi.

Insomma, le conclusioni della vostra Commissione sono rimaste lettera morta?

Mi pare di sì. L’unico provvedimento preso è stato il protocollo d’intesa tra la Banca d’Italia e la Consob in materia di servizi e attività di investimento e di gestione collettiva del risparmio. Una misura importante, come ha riconosciuto l’ex presidente di Consob Massimo Nava. Sul resto c’è ancora moltissimo da fare per la classe politica.

Eppure la Commissione elaborò molte ipotesi di intervento. Ce ne vuole ricordare alcune?

Le conclusioni sono state molteplici. Tra le principali menzionerei l’attribuzione di maggiori poteri investigativi a Bankitalia, le misure a contrasto delle porte girevoli tra vigilanti e vigilati, i controlli più stringenti sulle competenze dei board, i maggiori presidi sui conflitti di interesse, la nuova fattispecie di truffa ai danni del mercato, la semplificazione dei prospetti informativi, la promozione dell’educazione finanziaria e l’idea di una super procura finanziaria. [Continua a leggere]

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«Venezuela, in Italia i due deputati da sei mesi nella nostra ambasciata»

postato il 1 Dicembre 2019

Sono felici di poter abbracciare i propri cari. Sono grato a chi mi ha consentito di tornare con questi miei colleghi da Caracas

L’intervista di Marco Ventura pubblicata sul Messaggero

Passa anche attraverso Pier Ferdinando Casini e la sua missione di dialogo in Venezuela la riapertura di uno spiraglio di mediazione tra il presidente venezuelano in carica, Nicolás Maduro, e l’autoproclamatosi Juan Guaidó, riconosciuto da 57 paesi eppure inchiodato al suo ruolo di presidente di un Parlamento in scadenza. E il segno del dialogo è un successo che Casini, decollato ieri sera da Caracas per Roma, ha centrato con la sua visita da presidente dell’Unione interparlamentare: portare in Italia due deputati con doppia cittadinanza, venezuelana e italiana, che si erano rifugiati l’8 e 9 maggio nella nostra Ambasciata perché accusati di cospirazione e privati dell’immunità. Gli onorevoli Mariela Magallanes e Americo De Grazia, entrambi del movimento Causa R, sono infatti moglie e figlio di italiani, il secondo ferito nell’assedio all’Assemblea nazionale. «Sono parlamentari che conosco da lunga data e che mi stanno a cuore come mi sta a cuore il Venezuela», spiega Casini lasciando Caracas. «Abbiamo condiviso queste ore nell’Ambasciata e li ho visti in uno stato d’animo altalenante: gli piange il cuore a lasciare il Venezuela, ma sono felici di riabbracciare i propri cari che nel frattempo sono andati in Italia. Ci sono momenti nella vita delle persone che non sono uguali agli altri, come non lo sono stati questi sei mesi per loro». [Continua a leggere]

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Casini libera due italiani. Sono oppositori di Maduro

postato il 1 Dicembre 2019

Missione a Caracas per riportare a Roma i deputati rifugiati in Ambasciata. «Rischiavano il carcere, ho mediato col governo e li ho messi in salvo»

L’intervista di Ettore Colombo pubblicata su QN

Dopo tre giorni di incontri politici ad altissimo livello, con tutti i rappresentanti del governo (il presidente Maduro in testa) e dell’opposizione (dal presidente ad interim Guaidò in giù), oggi Pier Ferdinando Casini, presidente dell’Unione interparlamentare italiana, torna in Italia, dal Venezuela, con un successo personale e politico di indubbio rilievo: riporta in Italia due deputati dell’opposizione a Maduro che rischiavano la galera. Si tratta degli onorevoli Mariela Magallanes e Americo De Grazia, entrambi dalla doppia nazionalità italo-venezuelana, cui era stata revocata l’immunità parlamentare dal Tribunale supremo di giustizia perché accusati di «colpo di Stato», quello di Guaidò. I due deputati si erano rifugiati nella residenza dell’Ambasciatore d’Italia di Caracas a maggio ed è stato permesso loro di partire solo grazie all’intervento di Casini. La Magallanes è sposata con un italiano ed ha tre figli: è stata eletta all’Assemblea nazionale per il Movimento ‘Causa R’ ed ha svolto varie indagini sulle violazioni dei diritti umani. De Grazia è figlio di un italiano e deputato di ‘Causa R’: nel 2017, è stato ferito da un’azione dei ‘Colectivos’ (squadre di picchiatori di Maduro) durante l’assedio al Parlamento. [Continua a leggere]

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EMILIA-ROMAGNA: BONACCINI SIA CANDIDATO CIVICO COME FU GUAZZALOCA

postato il 24 Novembre 2019
Sardine? Fiero che l’Italia abbia prodotto un movimento non violento, creativo e propositivo

L’intervista di Silvia Bignami su Repubblica, edizione di Bologna

«Bonaccini deve essere un candidato civico per vincere in Emilia Romagna. Come fu a suo tempo Giorgio Guazzaloca».
Il senatore di Pier Ferdinando Casini consiglia a Stefano Bonaccini di chiudere i partiti in cantina, proprio come fece Guazzaloca con i manifesti elettorali di Silvio Berlusconi nel ‘99. E di usare, per restare in sella, «l’arma più forte che ha, cioè la buona amministrazione».
«Non fare l’alleanza con il M5S potrebbe essere quasi meglio, perché tante volte i voti non si sommano» spiega. Quanto poi alle sardine, «dò loro un consiglio»: «Non esagerino, siano gelosi di quel che hanno fatto sin qui».
Casini, il Pd però è preoccupato. Si può vincere senza i 5 Stelle?
«La storia è piena di contabilità elettorali che dimostrano che tante volte i voti non si sommano. O c’è una convergeza reale, oppure se è un “vorrei ma non posso”, forse è meglio lasciar perdere. Tanto più che non sappiamo quanti voti i grillini riescano a sottrarre al populismo leghista. E senza contare che oggi l’elettorato è estremamente mobile ed emancipato. Non basta fare una alleanza per “trasferire” i voti».
Quindi Bonaccini sta meglio senza pentastellati secondo lei?
«Bonaccini vince se fa il candidato “civico”. Lasci perdere le questioni nazionali e le foto di Narni. La sua unica arma è il fatto che ha governato bene, e che tante categorie, di commercianti, di artigiani, di persone che alle politiche non scelgono la sinistra, sono pronte a votare per lui. Nel ‘99 la sinistra ha pagato il civismo, questa volta invece proprio col civismo si può vincere. Ricordo quando Guazzaloca chiuse in cantina i manifesti di Berlusconi…».
Bonaccini deve chiuderci quelli di Zingaretti?
«Non è un problema di Zingaretti, è che il Pd ha già preso due punti meno della Lega alle Europee. Il Pd in Emilia Romagna è sotto in questo momento, e non si può ragionare come se non ci fosse un pregresso».
Bonaccini sta già facendo una campagna molto in solitaria. Molti lo reputano troppo “renziano”…
«Non è renziano, è civico. E fa benissimo a esserlo. Come ha fatto bene a contestare la plastic tax del governo, che poteva danneggare le imprese, e i tempi in cui è stato proposto lo Ius Soli. Fa bene a ricordare che lui resterà in Emilia, mentre Salvini deve invece dividersi tra 21 regioni. Nel confronto con la Borgonzoni ho apprezzato che abbia tenuto un tono pacato, da “forza tranquilla”, come era la Dc. Del resto, l’Emilia Romagna è una regione conservatrice. Ha conservato il Pci per 50 anni. Ha conservato persino me, che non sono mai stato comunista, ma che sono stato eletto perché rappresento Bologna».
Eppure questa idea di Bonaccini di fare una campagna elettorale solo sui temi amministrativi desta qualche perplessità. La piazza delle sardine è una piazza politica, di valori. Non sarebbe meglio puntare su quelli? [Continua a leggere]
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Perché Salvini deve scegliere, sopravvivere o soccombere

postato il 19 Ottobre 2019

L’intervista su Il Foglio a cura di Valerio Valentini

 

Il tono, come al solito, è quello un po’ distaccato di chi ne ha viste troppe per lasciarsi prendere dallo stupore. “La politica è una metafora della vita, non c’è mai nessuno che vince o perde sempre”, dice Pier Ferdinando Casini.
“Ed è per questo che anche Matteo Salvini, che è un animale di razza, deve capire se dopo essere uscito con le ossa rotte dalla crisi che lui stesso ha innescato, vuole sopravvivere o soccombere”. La giudica così, l’ex presidente della Camera, oggi senatore nel gruppo delle Autonomie, la supposta conversione al credo eurista dell’ex ministro dell’Interno. “Sa anche lui che deve cambiare se non vuole perdere il controllo del centrodestra. E per farlo, non gli basterà certo continuare a mostrare i muscoli, a esibire sondaggi entusiasmante e piazze piene. Deve, piuttosto, prendere coscienza che la politica ha delle sue leggi, e non c’è nessun uomo forte che possa sovvertirle”. Il Palazzo, certo, lo spirito di autoconservazione del Parlamento, la prepotenza delle istituzioni. “Ma non è solo questo”, corregge Casini. “Il problema, ripeto, è la politica. E’ quella che Salvini ha tremendamente sottovalutato. E soprattutto quella estera”.

E qui la voce di Casini si fa quasi quasi cattedratica, come di chi citasse leggi della fisica che non vanno discusse, vanno solo mandate a memoria. “In primo luogo, gli americani. Salvini deve capire che non si gioca con Washington: e guai a confondere gli Stati uniti con l’Amministrazione pro tempore, tanto più se si tratta di quella Trump. Nel rapporto con gli americani non è ammessa alcuna ambiguità, né si può ricorrere ad astuzie retoriche per cui ‘l’Italia è amica di tutti’. Dopo la diffusione dell’audio del Metropol, spero che Salvini lo abbia capito che scherzare gli Usa è un atto sconsiderato”.

E poi c’è l’Europa. “Altro capitolo critico della diplomazia salviniana. E non tanto per l’idea di uscita dall’euro, talmente sciocca che mi ostino a credere che il capo della Lega non ci abbia mai davvero creduto. Ma la vera follia è stato il posizionamento del Carroccio a livello europeo, totalmente dissennato. Al suo posto, dopo quindici giorni al Viminale, sarei andato a Berlino a incontrare Angela Merkel, sapendo che il rapporto coi tedeschi, che ci piaccia o meno, è imprescindibile. E non lo credono solo gli avversari di Salvini. Lo credono anche i suoi presunti amici, se è vero che Viktor Orban fa il sovranista a casa sua, offre a noi ricette di antieuropeismo, ma lo fa rimanendo nel Ppe, votando per Ursula von der Leyen e garantendosi sempre la protezione della Merkel. Perfino il M5s lo ha capito che doveva passare dal sostegno per i Gilet gialli a quello a quello per Macron. Salvini invece no, e anche per questo Giuseppe Conte dovrebbe fargli un monumento”.
Addirittura? “Certo”, assicura Casini. “Il premier ha capito che era diventato interessante agli occhi di Merkel e Macron proprio come unico argine al salvinismo”.

Stesso ruolo che ora prova a incarnare Matteo Renzi. “Il quale, però, ora deve prendere le misure ai suoi nuovi alleati, il Pd e il M5s, e capire come muoversi all’interno di questa maggioranza. Ma non c’è dubbio che il dibattito da Porta a Porta, martedì, abbia anticipato il canovaccio dei prossimi mesi”. Che, per Casini, si articola intorno a una “concordata divergenza parallela tra i due Mattei. A differenza di altri colleghi, io non vedo alcuna possibilità d’intesa, tra Salvini e Renzi, se non sul polarizzare intorno alle loro figure la dialettica politica. Si legittimano a vicenda proprio accreditandosi l’uno come il nemico dell’altro”.
Pronti entrambi, magari, a spartirsi le spoglie di Forza Italia. “Il destino di quel partito mi pare segnato: una parte andrà con Salvini, una parte con Renzi. I tempi? Dipenderà da quanto ancora Silvio Berlusconi abbia voglia d’impegnarsi in una cosa che oramai non lo appassiona più”.

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Il bello della politica: “Il potere? È il telefono che squilla”

postato il 18 Ottobre 2019

Dieci legislature, trentasei anni passati in parlamento. Ha visto nascere e morire governi, creato e sciolto partiti. Pier Ferdinando Casini si racconta. Democristianamente

L’intervista di Concetto Vecchio pubblicata sul Venerdì di Repubblica

È sabato mattina e il senatore Pier Ferdinando Casini è appena tornato da una corsa nel parco. Ha 63 anni ed è in politica praticamente da sempre. Dieci legislature, trentasei anni senza interruzioni. Ultima collocazione: indipendente nel Gruppo delle Autonomie eletto con il centrosinistra. Come ha fatto a resistere a tutte le rivoluzioni? Quando entrò per la prima volta alla Camera, giugno 1983, c’era ancora Sandro Pertini al Quirinale, i Righeira cantavano Vamos a la Playa e Luigi Di Maio non era nato. È il decano dei parlamentari eletti.

Che ricordo ha del suo arrivo in Parlamento?
“C’erano ancora dei monumenti. Avevo una grande ammirazione per Saragat. Lo vidi il giorno che si votava per il presidente della Repubblica, nel 1985. Fui tentato di avvicinarlo, di stringergli la mano. Mi mancò però il coraggio, c’era una riverenza verso i grandi che ti faceva velo”.

Quanti anni aveva quando fu eletto per la prima volta?
“Ventisette. Tre anni prima ero diventato consigliere comunale a Bologna, c’era Zangheri sindaco. La mia vocazione politica nasce da ragazzino. Alle politiche del 1983 presi 34 mila preferenze e mi ritrovai a Montecitorio. Strinsi un legame personale, fuori dalla cerchia Dc, con il missino Giorgio Almirante e il comunista Alessandro Natta. Erano figli di un passato colmo di storia. Ascoltarli era per me come stare a scuola”.

Che famiglia era la sua?
“Mio padre, Tommaso, professore di latino e greco, era un notabile del partito che aveva conosciuto De Gasperi”. (Casini si alza e indica con il dito una foto che mostra il padre con il leader Dc in piazza Maggiore a Bologna, nel 1953).

È vero che lei prese uno schiaffo da quelli di sinistra davanti al liceo Galvani?
“Non io, mia sorella Maria Teresa. L’avevo incaricata di distribuire un volantino del movimento giovanile della Dc”.

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Olimpiadi Bologna-Firenze 2032: Pensiamo in grande

postato il 8 Ottobre 2019

L’intervento pubblicato sul Resto del Carlino

Si è parlato di sogno ad occhi aperti, di semplice suggestione, o di concreta opportunità. In qualunque modo la si guardi, l’ipotesi di un asse tra Firenze e Bologna per ospitare le Olimpiadi del 2032 ha raccolto da subito un entusiasmo che non si vedeva da tempo, inimmaginabile in un Paese in cui – purtroppo – le tentazioni del campanilismo e del provincialismo, sono sempre dietro l’angolo.
La prima sfida è proprio questa: Bologna e Firenze possono essere le capofila di una grande operazione sui Giochi destinata a rappresentare una chance straordinaria per un territorio molto più ampio e a unire due regioni in una visione di sviluppo complessiva, in grado di coinvolgere l’Italia intera.

D’altronde lo sport è uno dei maggiori patrimoni di valori e di emozioni popolari che l’umanità coltiva e sviluppa costantemente fin dall’antichità. Nella sua pratica c’è qualcosa di più di una semplice attività ricreativa, un qualcosa che lo rende un fattore decisivo di coesione sociale e di progresso culturale. Non a caso, durante le Olimpiadi, i conflitti in corso fra le città-stato della Grecia venivano sospesi per consentire ai soldati di partecipare alle gare.
È infatti nella competizione e nel confronto con gli altri, all’interno di un sistema di regole e di valori condivisi, che si rafforzano i legami reciproci e si alimenta uno straordinario meccanismo di crescita collettiva e individuale.

Tuttavia, realtà complesse e interessi articolati – talora in conflitto – hanno portato ad accostare le Olimpiadi a un coacervo di burocrazia e convenienze lobbistiche volte anche ad alimentare spesa pubblica e corruzione. Le conseguenze finanziarie dello sforzo olimpico portato avanti dalla Grecia nel 2004, ad esempio, furono alla base delle perplessità dell’ex premier Monti di fronte alla candidatura di Roma per le Olimpiadi 2020.
Certo le condizioni oggi sono diverse da quelle di allora e l’Italia fortunatamente non è più a rischio default. Queste ed altre considerazioni hanno portato in passato lo stesso Comitato Olimpico internazionale a valutare l’ipotesi di stabilire nella città di Atene, dove sono nati, la sede permanente dei Giochi o di fissarli, a rotazione, solo in alcune aree del mondo. Oggi Firenze e Bologna hanno una grande opportunità. Quella di sprigionare le energie positive di due città che, già legate in un’area urbana comune, devono continuare a integrarsi, a cominciare dalle infrastrutture logistiche, in una competitività virtuosa per dare slancio internazionale a due Regioni e a tutta l’Italia.

In questo senso, le Olimpiadi congiunte del 2032 non sarebbero qualcosa che esclude, ma che unisce. Ecco perché si è iniziato a ragionare su una proposta che abbia al centro una rete di territori, di competenze, di paesaggi, che indichi una nuova strada per i grandi eventi sportivi nel nome dell’accoglienza e della sostenibilità. A cominciare dall’idea di coinvolgere per gli eventi inaugurali e conclusivi la città di Roma. Sarebbe l’occasione per realizzare un’impiantistica adeguata che poi resterebbe a beneficio del territorio. A questo riguardo, ci sono già i nuovi stadi della Fiorentina e del Bologna FC, ma di certo i capoluoghi da soli non bastano. Vanno coinvolte anche le città toscane ed emiliane con i maggiori impianti sportivi e la fila dei sindaci che si son detti pronti è già lunga. Siamo ancora ai primi passi, ma, per ora, sono passi incoraggianti.

Intanto bisogna raccogliere energie e idee per lanciare ufficialmente la candidatura. È ovvio che questo “sogno” deve poter contare non solo sulla partecipazione di due città e di due regioni, ma anche sul sostegno costante di tutti i settori coinvolti, sulla collaborazione di eccellenze della società civile, su una chiara visione allineata agli obiettivi di sviluppo a lungo termine e su un solido piano di azione. Ma soprattutto non deve costituire in alcun modo un elemento divisivo per la politica, che è chiamata a dare prova di grande maturità. Questa è una partita che può concludersi solo positivamente perché, comunque vada, maturerà una presa di coscienza importante per le due città che hanno l’occasione per rinsaldare un asse strategico a cavallo dell’Appennino e portare a termine opere che i territori meritano anche in prospettiva futura. Senza contare l’indotto psicologico che potrebbe fare da molla per ulteriori investimenti e aumentare la percezione di benessere dei cittadini (una sorta di riproposizione dell’effetto Expo di Milano).

È il momento di pensare in grande e di serrare le fila per una volata finale che potrebbe vederci vincitori, tutti. Non facciamo le Olimpiadi viola o rossoblù, facciamo le Olimpiadi italiane, le Olimpiadi tricolore!

Pier Ferdinando Casini
Senatore di Bologna

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“E’ vero Renzi è temerario, ma potrebbe avere successo”

postato il 18 Settembre 2019

Il nuovo Pd ha rimosso il renzismo e guarda a Leu. Non ho più l’età per essere consigliere né occulto né palese e mi par chiaro poi che Matteo ha tanti pregi, ma non certo quello di farsi consigliare

Pier Ferdinando Casini

L’intervista di Francesco Ghidetti pubblicata su QN

Dica la verità. Lei è dietro l’operazione di Renzi…
Pier Ferdinando Casini ride per un po’. Poi, torna serio: “Non ho più l’età per essere consigliere né occulto né palese e mi par chiaro poi che Matteo ha tanti pregi, ma non certo quello di farsi consigliare”.

Lei da anni parla di spazio enorme al centro.
“Vero. Con LeU al governo e con l’idea che le nozze Pd-M5s dovranno celebrarsi in modo duraturo lo spazio è immenso. Renzi lo ha capito. D’Alema e Bersani stanno per rientrare… Ma mi lasci dire una cosa: basta parlare di centro. Lo chiameremo Andrea. Inventatevi una nuova definizione”.

Ma l’uscita di Renzi rafforza il governo?
“Ecco, su questo avrei qualche dubbio. Una nuova forza politica che nasce ha bisogno di visibilità. E tanto più nelle richieste sul programma. Le priorità potrebbero non coincidere con quelle di Palazzo Chigi, anche se Renzi non pensa a minare la coalizione”.

Intanto Berlusconi…
“Silvio è stato bravo. Pacato in occasione delle consultazioni. Non si è lasciato coinvolgere dalla deriva populista. Certo, deve fronteggiare i suoi gruppi parlamentari spesso più salviniani di Salvini. E quindi è in attesa”. [Continua a leggere]

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Se l’esecutivo è solo frutto di poltrone, facciamo un regalo a Salvini

postato il 2 Settembre 2019

“Il rischio è che dopo la fiducia iniziale, la maggioranza si restringa. Se esecutivo più a sinistra della storia della Repubblica, no sponde da centristi e moderati”

L’intervista di Giuseppe Alberto Falci pubblicata sull’Huffington Post

Da decano del Parlamento e da uomo che di trattative politiche ne ha viste tante, in 36 anni di ininterrotta attività fra Montecitorio e Palazzo Madama, Pier Ferdinando Casini, già presidente del Camera, uno che rivendica da sempre il suo essere democristiano, dice la sua sulla trattativa estenuante fra grillini e democratici: Questa è la premessa: “Non mi scandalizzano le manfrine intorno ai vicepremier. Credo che alla fine la rinuncia di Franceschini aprirà ugualmente la strada a due vicepremier e non a nessuno”.

Da più parti è stata salutata come una intuizione dell’ex diccì Franceschini. Anche lei crede che sia la mossa determinante?

“Dario ha dimostrato di essere il più intelligente”.

Fatta questa premessa, a suo giudizio può resistere un esecutivo fra due compagini che fino a ieri si sono detestate?

“Sono preoccupato della premessa, perché se l’esecutivo è solo frutto di poltrone, di potere, noi faremo vincere a tavolino Matteo Salvini”.

E allora quale deve essere la ricetta per far sì che il governo duri e porti a casa i risultati?

“Intanto, devono essere ben chiari i paletti su cui nasce questa maggioranza. Perché se si prefigura il governo più a sinistra della storia della Repubblica italiana non ci saranno sponde né dei centristi né dei moderati”.

Dice così perché già vede sommovimenti tra i gruppi parlamentari? Raccontano che alcuni grillini, i più sovranisti, sarebbero pronti a fare le valigie e a migrare nel gruppo della Lega.

“Guardi, il rischio è che dopo la fiducia iniziale la maggioranza si restringa invece di ampliarsi”.

Quali correttivi suggerisce per non essere eccessivamente di sinistra?

“Ci deve essere chiarezza sui contenuti. Capitolo tasse: bisogna andare verso un progressivo abbassamento della tassazione. Naturalmente, compatibilmente agli impegni presi con l’Europa”.

E sul fronte migranti che ha determinato l’ascesa di Matteo Salvini e della sua Bestia propagandistica?

“Sul fronte immigrazione dobbiamo iniettare nelle politiche governative valori ormai dimenticati come l’umanità e la solidarietà. Ma se si pensa di passare dalle politiche dei porti chiusi a quelle dei porti aperti andremo a sbattere subito fuori strada. Ecco, un conto è ritrovare un certo feeling con l’Europa. Poi, però, stop. Porti aperti significa che il governo non sopravvive nel Paese. E io non voglio certo fare regali a Salvini”.

 

 

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