Tutti i post della categoria: Giustizia

Una riforma della Giustizia seria, a misura di cittadino

postato il 7 febbraio 2013 da gebuono

di Giuseppe Portonera

L’Italia è stata, a lungo, culla della civiltà giuridica: qui è nato il diritto privato, qui ha mosso i primi passi quello penale, qui Cesare Beccaria ha insegnato al mondo intero il valore della rieducazione del condannato, del suo recupero nella società. Oggi, l’Italia è diventata il regno dell’incertezza del diritto, proprio quando la globalizzazione dell’economia ha posto la necessità di regole certe, chiare, agili per attrarre investimenti e vincere la sfida sui mercati mondiali.

L’inefficienza del settore giustizia, infatti, costa ogni anno un punto di pil di mancata crescita. Le cifre del disastro sono sotto gli occhi di tutti: in Italia pendono 5,4 milioni di cause civili e 3,3 milioni di processi penali. Un processo civile oggi è destinato a durare in media 845 giorni in primo grado e 1032 in appello. Oltre 5 anni. A cui bisogna aggiungerne altri 4 circa per ottenere il giudizio della Cassazione, che in caso di rinvio in appello rimette in moto ulteriormente il meccanismo. Un processo penale tra inizio delle indagini e sentenza d’appello dura mediamente quattro anni. Sono numeri che ci collocano al 160° posto su 185 nelle graduatorie stilate dalla Banca Mondiale. A questi ritardi va poi aggiunta la cosiddetta emergenza carceri, che rappresenta lo sfregio e la vergogna più grande della nostra “civiltà” giuridica: i detenuti sono oltre 66 mila, di cui 24 mila stranieri, contro una capienza dei 206 istituti di pena presenti sul territorio nazionale di 45 mila posti.  Il 40,2% della popolazione penitenziaria, peraltro, è costituito da persone in attesa di sentenza definitiva. Ed il numero dei suicidi e dei tentativi di suicidio rappresenta un altro sintomo inequivocabile di una situazione insostenibile, di tradimento del principio posto dall’art. 27 della nostra Costituzione. Il risultato è l’esposizione del Paese ad un numero crescente di condanne da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Archiviati il bipolarismo rissoso e le vagheggiate riforme epocali, è giunto il momento di intervenire sul servizio giustizia in Italia con alcuni chirurgici – ma non per questo meno rilevanti – interventi sui veri gangli inceppati del sistema.

Nel nostro programma sono inseriti, per esempio: la depenalizzazione dei reati minori; la valorizzazione dell’operato della magistratura onoraria e dei Giudici di Pace; la modifica dell’istituto della prescrizione (che costa ogni anno un enorme spreco di risorse umane e materiali e un inaccettabile resa dello Stato di fronte alla domanda di giustizia dei cittadini) e del sistema di carcerazione preventiva (diventata un insopportabile abuso); una lotta senza quartiere al fenomeno della corruzione (che costa circa 60 miliardi l’anno, il triplo dell’IMU) e alla criminalità organizzata.

Una vera riforma della Giustizia, che metta da parte una volta per tutte leggi ad o contra personam, e che abbia come target di riferimento solo ed esclusivamente il cittadino e il consumatore: la nostra economia riparte anche da qui.

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Il grado di civiltà di una società si misura dalle sue prigioni

postato il 24 novembre 2012 da gebuono

“Riceviamo e pubblichiamo” di Vincenzo Massimo Pezzuto

Un tempo le prigioni, o meglio le carceri giudiziarie, erano luoghi dove espiare un qualcosa di ben definito, la risposta dello Stato verso chi commetteva dei reati. Il principio era prettamente retributivo, legittimo e doveroso era retribuire il male con il male. La pena era fine a se stessa, senza scopo alcuno al di fuori della realizzazione dell’idea di giustizia. Successivamente la funzione della pena si è collocata anche su un altro piano, quello della prevenzione, per cui la sanzione criminale ha la funzione di “prevenire” i delitti mediante l’efficacia intimidatoria che le è inerente.

Nella nostra “Mater Lex”, a dimostrazione che l’Italia (almeno sulla “carta”) possa essere considerato un Paese civile, afferma al 3° comma dell’art. 27 che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Sulla “carta”. Ebbene si. Sarà che il nostro ordinamento non ha ben compreso che il diritto penale è estrema ratio, ma nelle 206 carceri italiane di spazio proprio non ce n’è. Sono 21 mila i detenuti in più, rispetto ai posti letto disponibili nei penitenziari del nostro Paese: ovvero, 145 persone per 100 letti. La situazione degli istituti di pena (ad es. Poggioreale ha superato la sua capienza massima del 50%, con 2.600 detenuti), ha indotto il Capo dello Stato ad affermare che si tratti di “una realtà che ci umilia in Europa e ci allarma, per la sofferenza quotidiana – fino all’impulso a togliersi la vita – di migliaia di esseri umani chiusi in carceri che definire sovraffollate è quasi un eufemismo”.

Il sovraffollamento, le pessime condizioni igienico-sanitarie, la carenza di fondi per la manutenzione ordinaria, sono tutti nodi che non sono venuti al pettine negli ultimi tempi, sono questioni di “civiltà” che ci trasciniamo sulle spalle da decenni. Quale rieducazione ai fini del reinserimento in società può esserci in queste condizioni? Dall’inizio dell’anno all’estate appena trascorsa, sono morte in carcere 89 persone, 31 delle quali per suicidio. Il fallimento della macchina “punitiva”, soprattutto di quella “rieducativa”, è sotto gli occhi di tutti. Basti pensare che secondo una statistica ben 7 detenuti su 10 ritornano a delinquere, quindi a rioccupare il proprio posto in cella. La soluzione al problema non può neanche essere costituita dal ricorso all’indulto, soprattutto perché nella nostra penisola tale strumento ha svilito l’esigenza di certezza della pena. Due soluzioni a basso costo potrebbero risolvere un problema così importante: lavoro per i detenuti e costruzione/ristrutturazione delle carceri. Quanto alla prima, è ormai acclarato che solo il 12% di coloro i quali, durante la detenzione in carcere, hanno avuto la possibilità di fare veri lavori per conto di imprese o cooperative, sono ritornati a delinquere. Tutto ciò è possibile grazie ad una legge del 2000 (Legge Muraglia) che prevede incentivi fiscali (516 euro di credito d’imposta per ogni detenuto) e contributivi (80% di riduzione) a favore delle aziende che decidono di cercare manodopera all’interno delle carceri. Dal 2000 la legge è stata rifinanziata sempre con gli stessi soldi: 4,6 mln euro all’anno, permettendo solo a 2.257 detenuti di poter entrare nel circuito lavorativo.

Un circuito che dati alla mano, sarebbe l’unico in grado di garantire una vera e propria riabilitazione ai fini di un corretto reinserimento di chi nella vita ha commesso qualche errore. Senza dimenticare che anche l’altra tipologia, seppur meno incisiva della prima, di lavoro carcerario ha subito forti tagli (spesini, scopini, scrivani, portavitto, gabellieri, manutentori…). Ogni punto percentuale di recidiva in meno significa restituire alla società circa 700 ex detenuti che non delinqueranno più, che non graveranno più sullo Stato con costi riguardanti i beni rubati, rapinati o danneggiati, le cure mediche per le ferite personali, la polizia, i magistrati, i cancellieri e tutta la macchina giudiziaria.

Ma c’è di più. Lo Stato risparmierebbe di botto 35 mln euro l’anno, considerando che le stime più contenute indicano 140 euro come costo giornaliero per ogni detenuto. E qui giungiamo alla seconda soluzione, strettamente legata alla prima. Dove reperire le risorse per l’ampliamento/costruzione delle carceri? Dalla riduzione della recidiva, grazie alla soluzione già proposta. Abbiamo a portata di mano lo strumento che ci permetterà di ottenere un contenimento dei costi, il raggiungimento dello scopo rieducativo della pena e la possibilità di riammodernare l’assetto infrastrutturale carcerario italiano. Ora tocca alla classe politica darvi atto.

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Giustizia: ma quanto ci costi?

postato il 9 ottobre 2012 da gebuono

“Riceviamo e pubblichiamo” di Marta Romano

La Giustizia italiana, purtroppo, è tra le più lente del mondo: ci vogliono addirittura (in media) 1120 giorni per risolvere una controversia giuridica. Più di tre anni per affrontare i tre gradi di giudizio, che portano, secondo le stime di Mario Draghi, presidente della BCE, alla perdita di quasi un punto percentuale di PIL. Per dirla in breve, a causa della lentezza della giustizia italiana, lo Stato perde circa 18 miliardi di euro, che invece potrebbero significare investimenti proficui e benefici enormi per l’economia.

Il risultato è questo: le aziende, italiane e soprattutto straniere, preferiscono investire altrove, lì dove non è necessario affrontare 41 passaggi prima di risolvere una controversia commerciale. Anche perché, una volta risolta, e magari vinta una causa, le aziende si accorgono di dover pagare più di un quarto del valore complessivo della disputa. Ebbene, non è certo una bella pubblicità per gli investimenti stranieri.

Ecco perché è più che necessario muoversi per modificare questo stato di cose: il sistema giuridico italiano è in una pericolosa fase di stallo, sono presenti meccanismi troppo vecchi, e le modalità impiegate ad oggi sono inefficienti e improduttive.

Le semplificazioni attuate dal Governo sono già importanti passi in avanti, ma si può fare di più, e sempre meglio. Magari, un grande aiuto potrebbe giungere dall’informatizzazione dei luoghi della giustizia, così da rendere immediate le comunicazioni di notifiche, utilizzando il metodo della PEC (Posta Elettronica Certificata).

Si tratta di un provvedimento basilare, che andrebbe a snellire i tempi delle cause, oltre che i costi per i tribunali. Piccole misure per la risoluzione di un problema così importante e  grandi vantaggi economici, per un Paese che necessita di investimenti, così come l’uomo necessita dell’aria per vivere.

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Venti anni fa

postato il 23 maggio 2012 da Redazione

di Giovanni Villino

Sono passati venti anni. Quella sera è ancora viva e nitida nei colori e nei brividi che correvano lungo la schiena. Mi trovavo a casa dei nonni. Nella terrazza dei vicini si festeggiava un compleanno. Ad un certo punto ricordo lo squillo del telefono e la musica abbassarsi improvvisamente. Uno dei ragazzi, dopo aver parlato al telefono, tornando in terrazza dice: “Mario non può venire, c’è l’autostrada bloccata. Un attentato”. Corro in casa. Pochi istanti e la sigla del Tg1 “edizione straordinaria”.

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Su sicurezza e giustizia il governo sia determinato come sulle misure anticrisi

postato il 29 marzo 2012 da gebuono

Sono preoccupato che il governo, che si e’ insediato con la mission prioritaria di affrontare la crisi economica, possa rassegnarsi alla ordinaria amministrazione su settori come sicurezza e giustizia.
Sarebbe un errore perché sono temi fortemente legati alla lotta contro la crisi economica e devono essere  affrontati da parte del governo con la stessa aggressività, forza e determinazione con cui si sta affrontando la crisi economica.

Pier Ferdinando

 

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Riforma della giustizia: non per la crisi, ma per la persona.

postato il 18 gennaio 2012 da Redazione

“Riceviamo e pubblichiamo” di Adriano Frinchi

Fino a pochi mesi fa parlare di riforma della giustizia era impensabile. Il dibattito intorno alla giustizia era stato ridotto ad una puerile disputa intorno ai guai giudiziari dell’ex Presidente del Consiglio: era tutto un parlare di lodo Alfano, prescrizione breve ed intercettazioni. Ieri come d’incanto tutte queste cose sono sparite, ma purtroppo sono rimasti sotto i riflettori i veri mali del nostro sistema giustizia fino ad ora passati sempre in secondo piano. L’occasione è stata data dalla relazione che il ministro della Giustizia Paola Severino ha tenuto alla Camera sull’amministrazione della giustizia nell’anno 2011 e sugli interventi prioritari. Il ministro Severino ha posto all’attenzione dei parlamentari quattro emergenze e cioè il sovraffollamento nelle carceri, l’efficenza degli uffici giudiziari, lo smaltimento dei procedimenti arretrati e l‘aggiornamento tecnologico della struttura amministrativa e dei servizi giudiziari. Ma un altro dato rilevante in tempi difficili e di crisi economica è il costo dell’emergenza giustizia. La sola entità degli indennizzi liquidati, ad esempio, è ormai stratosferica e sempre crescente: si è passati dai 5 milioni di euro del 2003, ai 40 del 2008 per giungere ai circa 84 del 2011. Il dato che, a detta del ministro Severino, rende più l’idea è quello fornito dalla Banca d’Italia secondo cui l’inefficienza della giustizia civile italiana può essere misurata in termini economici come pari all’1% del PIL.  In altri termini: è giusto dilapidare le casse dello Stato per trattenere per tre giorni in carcere  21.093 persone o per risarcire vittime di errore giudiziario ed ingiusta detenzione? Il ministro Severino ha giustamente detto che questo è il momento più opportuno per mettere mano ad una seria riforma della giustizia e un incoraggiamento in questo senso è stato il semaforo verde per Largo Arenula arriva anche dalla Camera dove è stata votata una mozione congiunta Pd-Pdl-Terzo Polo. Tuttavia è necessario dire una cosa fondamentale sui motivi della riforma della giustizia: non si riforma la giustizia perché semplicisticamente non funziona o peggio perché c’è la crisi economica, si riforma la giustizia perché in un Paese civile, che si vanta di essere culla del diritto, non sono giustificabili detenzione disumana e tempi biblici per i procedimenti giudiziari. La difficile congiuntura economia e la necessità di rigore possono essere solo un altro motivo per spingere verso una riforma del sistema giudiziario ormai improcrastinabile, la giustizia si riforma solamente perché deve essere giusta ed è giusta quando vengono rispettati il valore e la dignità della persona umana.

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Giustizia, agenda scarna ma chiara per riforme condivise

postato il 19 dicembre 2011 da Redazione

Finita l’epoca della guerra di religione sul fronte della giustizia serve un’agenda scarna ma chiara per riforme condivise, in modo da rendere accettabile il funzionamento del sistema. Incontreremo altri operatori di settore e cercheremo un’intesa non per la riforma epocale, ma per porci realisticamente obiettivi minimalisti ma concreti.

Pier Ferdinando

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Carceri, diamoci subito da fare in Parlamento

postato il 15 agosto 2011 da Pier Ferdinando

Dobbiamo accettare la giusta provocazione radicale di occuparci di più delle carceri italiane e arrivare con dei provvedimenti veri in Parlamento.

Presso la casa circondariale di Borgo San Nicola di Lecce ho trovato una situazione difficile perché c’è il doppio di carcerati di quelli che potrebbero essere ospitati. Di positivo ho trovato un grande sforzo della polizia penitenziaria e una grande civiltà da parte dei detenuti. 

Il sovraffollamento è un elemento di cui prendere atto. Certo, bisogna lavorare, fare qualcosa di concreto, incisivo, anche con ipotesi di depenalizzazione. Le misure alternative sono una priorità assieme all’edilizia carceraria, non stabilirei delle classifiche. Forse bisognerà pure depenalizzare alcuni reati.
Soprattutto, più della metà degli ospiti del carcere di Lecce sono detenuti in attesa di giudizio definitivo. Ciò è vergognoso, intollerabile, incivile. Ci siamo occupati di processi brevi, processi lunghi occupiamoci finalmente di snellire queste procedure infinite, che sono indegne di un paese civile.

Pier Ferdinando

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Ferragosto in carcere, una battaglia di civiltà

postato il 15 agosto 2011 da Redazione

Ferragosto è una festa per l’uomo. Sacro e profano si intrecciano, falò in spiaggia e pontificali in cattedrale in fondo hanno un comun denominatore: lo splendore della vita umana che nella gioia e nel riposo del giorno festivo viene oggi vissuto e che viene celebrato nella festa della Dormizione della Madre di Dio come sconfitta della morte. Ma questa giornata così bella e luminosa, questa celebrazione dell’umanità splendente viene offuscata dal dramma che si consuma nelle carceri italiane. Forse non è un caso che ogni anno nel giorno di Ferragosto i riflettori si accendano, anche se per un momento fugace, sulle carceri italiane e sulle condizioni di coloro che lì vivono e purtroppo anche muoiono. Negli istituti penitenziari italiani in molti casi non c’è vita, nel senso che tra le spesse mura delle celle, i chiavistelli e le grate la vita muore lentamente per mancanza di spazio, di attenzione, di rispetto delle più elementari regole di civiltà. Ci sono fiumi di inchiostro sull’emergenza carceri ma c’è soprattutto l’impegno dei radicali di Marco Pannella che ogni anno rompono con coraggio la spensieratezza di questa giornata per ispezionare un carcere, per confortare e denunciare, per portare avanti una battaglia di civiltà che è cominciata nel lontano 1976, quando i quattro radicali eletti per la prima volta in Parlamento e i loro supplenti, Franco De Cataldo, Roberto Cicciomessere, suor Marisa Galli e Angelo Pezzana, cominciarono ad andare su e giù per carceri. Dal 1976 non ci sono Natale, Capodanno o Ferragosto senza che i radicali non facciano visita alla “massa dannata” che sopravvive nelle discariche del nostro sistema giudiziario e il loro impegno ha fatto scuola se anche oggi 2mila persone aderiscono alla loro protesta pacifica e se c’è una nuova sensibilità tra i politici su questo problema. Ne è consapevole il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini che oggi visiterà il carcere di Lecce ma che ieri ha sentito anche la necessità di ringraziare i Radicali Italiani e Marco Pannella. Occorre però che la politica non si limiti alla compassione, che fa piacere ma di cui la varia umanità detenuta se ne fa ben poco, ma è necessario che finalmente intraprenda azioni significative e condivise per porre fine al dramma delle nostre carceri. Ha ragione Roberto Rao (Udc) quando afferma che “la politica e’ chiamata a restituire dignità a chi sconta la pena nelle carceri italiane (dove quasi la metà dei detenuti e’ in attesa di giudizio definitivo) e a chi vi opera in condizioni estreme, con grande professionalità ed umanità e spesso ben oltre quelli che sono i propri compiti”. Oggi è il giorno delle visite, della protesta non violenta, del digiuno e della riflessione personale e collettiva, ma domani dovrà essere il giorno della responsabilità; è il momento dell’impegno perché ogni giorno della vita sia una festa per l’uomo e dell’uomo, perché viva la sua vita pienamente e in dignità, anche in carcere.

Riceviamo e pubblichiamo Adriano Frinchi

 

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Domattina visiterò il carcere di Lecce

postato il 14 agosto 2011 da Pier Ferdinando

Domattina visiterò il carcere di Lecce. Sento il bisogno di ringraziare i Radicali Italiani e Marco Pannella dal quale mi dividono tante cose, ma a cui devo onestamente riconoscere una grande coerenza e passione civile, su questa e altre battaglie.

Pier Ferdinando

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