Tutti i post della categoria: Europa

Impegnati per l’Italia, impegnati per l’Europa.

postato il 30 gennaio 2012 da Redazione

“Riceviamo e pubblichiamo” di Jakob Panzeri

L’Italia uscì dalla guerra stremata e piena di rovine: nelle grandi città tutto era da ricostruire e le vie di comunicazioni erano danneggiate. Gli italiani furono colpiti da una pesante inflazione, i prezzi aumentarono di venti volte e la svalutazione della lira rendeva impossibile la ripresa. Eppure proprio allora successe qualcosa. Fu proprio questo lo stimolo, come magnificamente racconta Carlo Maria Cipolla nella sua “Storia facile dell’economia italiana dal Medioevo a oggi” il trampolino di lancio di quella che sarebbe diventata una delle sette potenze mondiali,  l’Italia provò a produrre di tutto,  dalla Vespa alla Lambretta, dalle macchine per cucire ai frigoriferi, dalle lavatrici alle gelaterie, dalla macchine per il caffè ai ventilatori con un notevole successo per i prezzi contenuti e per l’ingegno e il design di alta qualità. E vennero uomini come Giulio Natta che con il suo ingegno rivoluzionò la chimica scoprendo un’ampia classe di catalizzatori  per facilitare la polimerizzazione del polipropilene ideale per la nascita di fibra tessile e articoli di plastica. E vennero uomini come Alcide de Gasperi che capirono che affidarsi all’Europa non era una limitazione di potere e dignità della propria sovranità ma una conquista per una stabilità comune e più forte: nel 1951 l’Italia fu in prima linea nella costituzione della CECA – Comunità Europea per il Carbone e per l’Acciaio – istituzione antesignana nel metodo e nella composizione delle successive tappe di integrazione europea. Nel metodo perché, come sottolinea sempre il prof. Cipolla, si trattava di un’istituzione con potere decisionale e  nella composizione perché vide il superamento del contrasto franco-tedesco simboleggiato nelle figure di Bismarck e di Napoleone III che aveva bagnato di sangue l’Europa nei due secoli precedenti, formando ora un’asse  duraturo bilanciato dall’Italia e dai floridi paesi del Benelux (Belgio-Paesi Bassi-Lussemburgo) .  La Gran Bretagna si autoescluse e fu ammessa solo due decenni dopo.

Sessanta anni dopo, ancora si agitano i venti di crisi. Ma a differenza di quegli anni non si vedono sotto i riflettori grandi uomini e grandi imprese, e soprattutto sembra mancare la speranza di una rinascita. E in molti si augurano il crollo dell’Europa e della sua moneta unica invocando la sovranità nazionale molto spesso dimenticando o tralasciando in malafede che inevitabilmente essa sarà legata a un’inflazione paurosa, all’aumento di povertà e di disoccupazione. E’ invece il momento di compiere il grande passo: quello di trasformare un Europa burocratica e finanziaria nella grande Europa dei popoli. Un’Europa che porti in primo piano una politica comune per lo sviluppo e per la crescita, un’Europa che possa dare impulso alla ricerca e all’innovazione per diventare “l’economia della conoscenza più sviluppata del mondo” (Rocco Buttiglione).

Nei primi giorni di gennaio alcuni grandi passi sono stati compiuti:  il primo è  il trattato intergovernativo per la stabilità economica firmato dai 27 paesi dell’Unione Europea , ad esclusione della Gran Bretagna che ancora una volta si è autoesclusa . La stabilità economia, che passa per il pareggio di bilancio che il governo italiano si prefigge di raggiungere nel 2013, è fondamentale ma è un mezzo: il fine è il lavoro, l’occupazione, il benessere, la vita buona per le cittadine e i cittadini dell’Europa. E potremmo fare questo solo se non avremo paura ancora una volta di mettere in gioco il nostro ingegno, se non avremo paura di cedere la nostra sovranità nazionale con la speranza e la consapevolezza di incentivarla in una grande sovranità che possa passare per l’Europa federale prendendoci tutti per mano. Il secondo passo, che forse ha avuto poca diffusione e risalto nei media, merita una pari considerazione: è la mozione unitaria firmata dai partiti , tra cui l’Udc, che sostengono l’attuale governo italiano che è giusto conoscere e diffondere:

“ L’Italia si impegna a perseguire con determinazione il rafforzamento del tradizionale ruolo dell’Italia quale membro fondatore dell’Unione Europea con l’obiettivo di riaffermare il metodo comunitario quale asse centrale del processo di integrazione, riducendo il peso, oggi eccessivo, del metodo intergovernativo e rilanciando la prospettiva di un’unione federale; ad illustrare ai Paesi membri ed alle autorità istituzionali dell’Unione europea la portata delle misure adottate a più riprese nel corso del 2011 dall’Italia per il risanamento finanziario e recentemente per la competitività e la crescita, evidenziando in modo particolare l’impegno costituzionale in corso di attuazione in materia di pareggio di bilancio e l’impegno del Parlamento e di tutte le maggiori forze politiche per una scelta strategica di lungo periodo a favore di politiche di serietà e di rigore e per l’adozione del modello europeo dell’economia sociale di mercato, scelte che vengono in tal modo sottratte al variare delle contingenze mutevoli della politica, offrendo un impegno strategico e di lungo periodo

Avete sentito ragazzi? E’ ora di mettersi di gioco, è ora di tornare protagonisti, perché l’ingegno e la speranza dell’Italia e dell’Europa del futuro possano sorgere.

 

 

 

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Ungheria, una prova per l’Ue

postato il 5 gennaio 2012 da admin

“Riceviamo e pubblichiamo” di Giuseppe Portonera

Quanto sta accadendo in Ungheria è assai preoccupante. Il locale governo di centrodestra ha, cavalcando l’onda lunga della crisi economica, scelto di imboccare una via autoritaria, procedendo a una revisione profonda della Costituzione nazionale e minando il principio liberale della separazione tra i poteri (trasformando, di fatto, in enti subordinati la Corte suprema e la Banca Centrale). Il protagonista assoluto di questa manovra è il Premier Viktor Orbán, leader del partito di maggioranza Fidesz, che ha deciso, da una parte, di sbattere in faccia la porta all’Ue e al FMI – sostenendo che «non c’è nessuno al mondo che possa dire ai deputati eletti dal popolo ungherese quali leggi possono o non possono votare» – e, dall’altra, di rilanciare la demagogia del nazionalismo, tornando ad agitare il sogno di una Grande Ungheria.

Pugno duro, quindi, contro l’Unione Europea, rea di voler “commissariare la democrazia nel Paese” (e dire che io una cosa del genere l’ho sentita pure qui in Italia, eh). Certo, ora che senza aiuti internazionali, la situazione economica ungherese è arrivata sull’orlo del collasso (Iva al 27%, tassi di debito oltre il 10 per cento, valore del fiorino crollato), il premier Orbán pare stia riconsiderando la sua posizione: ma il punto della discussione resta un altro. E cioè questo: come è possibile che l’Ue non abbia reagito, fin da subito, di fronte all’involuzione autoritaria del governo di Budapest? Come è possibile che i nostri organi comunitari non abbiano alzato fin da subito la voce, stroncando sul nascere le velleità di Orbán? Vladimiro Zagrebelsky, su La Stampa di oggi, ha ragionato in modo approfondito su questo punto, spiegando che è “in Europa le vicende interne agli Stati membri, siano esse economiche o relative alla democrazia e alle libertà civili, riguardano tutti, istituzioni europee e cittadini”. Il rispetto dei principi liberali e dei diritti civili in ogni Stato membro non è un affare nazionale, ma una responsabilità comune: e se uno degli Stati, come nel caso dell’Ungheria, decide di mettersi fuori dal rispetto delle basilari regole di convivenza civile, la soluzione non può certo essere il “congelamento” della sua adesione, o in caso estremo, la sua “espulsione”, dall’UE. Lo ha spiegato bene Le Monde, ieri, scrivendo che l’Europa “non può rimanere indifferente: una comunità di valori democratici condivisi ha l’obbligo di intervenire per tutelarli”.

In Ungheria è in gioco il rispetto della Democrazia. L’Unione Europea ha il dovere di intervenire per riportare l’ordine e ricordare che la nostra Unione non è solo un fatto giuridico.

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Da Madrid a Roma, le responsabilità dei moderati.

postato il 22 novembre 2011 da Redazione

“Riceviamo e pubblichiamo” di Adriano Frinchi

L’era Zapatero si chiude con una storica debacle socialista e un ex premier fischiato anche all’uscita del seggio. Sembrano lontanissimi i fasti dell’effimero boom economico e gli encomi per l’enfant prodige del socialismo spagnolo, il popolo spagnolo stremato e preoccupato dalla crisi economica ha deciso di consegnare le chiavi della Moncloa al popolare Mariano Rajoy che dopo tre tentativi falliti riesce a conquistare il governo. Ma la svolta degli spagnoli non deve stupire, non è un banale cambio della guardia o un’alternanza costruita solamente sul fallimento socialista. C’è in realtà un sottile filo rosso che lega la schiacciante maggioranza ottenuta dal Partido Popular e l’alto gradimento che in questi giorni i sondaggi registrano il governo di Mario Monti e per i partiti centristi, Udc in testa.  La gente, a Madrid come a Roma, ha percepito la gravità del momento e ha preferito dare fiducia a chi, rifuggendo ogni forma di populismo, preferisce affrontare con coraggio la dura realtà. Mario Monti non ha dietro di sé un mandato elettorale come Mariano Rajoy, ma è arrivato a Palazzo Chigi con il consenso determinante delle forze moderate, che percependo la difficile congiuntura politico-economica hanno spinto per affidare ad una compagine governativa di alto profilo supportata da una vasta maggioranza parlamentare  le sorti del Paese. La vittoria elettorale dei popolari spagnoli e la fiducia degli italiani nel governo Monti sono due dati che devono far pensare e che indicano chiaramente una certa propensione dell’opinione pubblica europea ad affidare la grave responsabilità di tirare il vecchio continente fuori dalle secche della crisi alle forze moderate. In Italia dove i moderati patiscono una dolorosa scomposizione politica, è necessario ritrovare le ragioni di una unità per tradurre lo spirito e le idealità che hanno consentito la formazione del governo Monti in una proposta politica permanente capace di misurarsi nelle urne. Non si tratta banalmente di tirare per la giacca Monti e i suoi ministri, bensì di concretizzare lo spirito di responsabilità e di coesione in un progetto politico di ampio respiro. I moderati italiani sono chiamati a dare una risposta politica, sono chiamati in altri termini a cogliere nella difficoltà della crisi, l’opportunità di avere un nuovo ruolo sulla scena politica italiana ed europea.

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Il Mediterraneo, tra Europa e Primavera Araba

postato il 10 settembre 2011 da Redazione

Riceviamo e pubblichiamo di Jacob Panzeri

Il termine Mediterraneo deriva dalla parola latina Mediterraneus, che significa “in mezzo alle terre”. Vero e proprio ponte tra territori, è la culla di alcune tra le più antiche civiltà del pianeta e uno straordinario crocevia di genti e di culture. Ma da tempo le acque del Mediterraneo sono inquinate, e non solo per le 500 tonnellate di frammenti di plastica che vi galleggiano, ma per l’incapacità di creare una reale politica in grado di abbracciare  i popoli Mediterranei. Venire incontro all’inesauribile desiderio di libertà protagonista della primavera araba dovrebbe essere un diritto e un dovere per l’Europa, e non con il mero scopo di  preservare o rafforzare i propri accordi economici, ma per creare una vera realtà mediterranea. Un abbraccio in cui potenziarci a vicenda che si avvalga di una seria campagna immigratoria non propagandistica (il numero dei clandestini giunti in Italia tramite i famigerati barconi sono soltanto il 2-3% dei clandestini che per lo più si intrufolano ottenendo un permesso temporaneo, un visto turistico, per poi rendersi latitanti). Occorre una nuova prospettiva in cui guardare non solo alle braccia ma al cuore e al cervello, respingere con durezza chi non desidera davvero  migliorare la propria vita e rendere un servizio all’Italia e  allo stesso tempo accogliere con maggiore efficacia e umanità i giovani dei paesi mediterranei che potranno un giorno diventare protagonisti della vita del loro paese, migliorarlo e conseguentemente migliorare anche noi. Ecco perché è una prospettiva sbagliata quella condotta per oltre trent’anni e cioè avallare regimi con limitazione delle libertà personali e sociali che possono essere definite delle vere e proprie dittature in cambio della stabilità politica del territorio ed economica per i nostri interessi.

L’età media dell’Egitto è 22 anni, è un paese con un altissimo tasso giovanile che vuole sentirsi protagonista, è in contatto con tecnologie come internet che gli permettono di avere uno sguardo globale, sono giovani che non si fanno condizionare dai radicalismi islamici e desiderano una vita migliore di democrazia e libertà. E’ il caso di Abdu Azzab, giovane egiziano al terzo anno di economia dell’Università di Trento che ci ha reso una preziosa testimonianza del suo paese. I giovani egiziani sono stati 18 giorni in piazza Tahir a chiedere le dimissione del governo Mubarak e una nuova speranza per l’Egitto. Gli estremisti hanno tentato durante la rivolta a più riprese di prenderne la testa ad esempio con il tentativo di sabotaggio dell’ambasciata israeliana del Cairo ma venendo anch’essi sconfitti dalla sete di libertà dei giovani. Ci racconta Abdu che oggi Piazza Thair ha raggiunto per lui davvero un valore sacro e uno dei segni che più lo ha emozionato è stata la preghiera interreligiosa tra cristiani e musulmani. Oggi i principali esponenti del governo Mubarak sono agli arresti e l’Egitto è in attesa delle prime elezioni democratiche dopo trenta anni. Auguriamo all’Egitto e agli altri paesi oppressi di poter finalmente vedere la luce e a questi giovani di abbeverarsi continuamente alla loro speranza per costruire un futuro migliore. Insieme. Per un nuovo grande Mediterraneo.

 

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Perché Londra brucia

postato il 12 agosto 2011 da Redazione

Londra brucia. Tutto ha inizio giovedì 4 agosto nel quartiere di Tottenham, il ventinovenne tassista Mark Duggan, membro di una gang locale e presunto spacciatore di droga, rimane ucciso in un conflitto a fuoco con Scotland Yard durante un tentativo di fuga. La notte successiva Londra brucia: giovani del quartiere nero di Tottenham saccheggiano negozi, incendiano auto, spaccano vetri, assaltano agenti con bottiglie, pietre, spazzatura, molotov artigianali. Subito i principali commentatori associano queste immagini alle rivolte delle banlieau di due anni fa nei quartieri ghetti di Parigi e la colpa delle violenze ricade sul disagio sociale e sull’incapacità di integrare culture diverse. L’intellettuale Roger Scruton, professore di filosofia alla Boston University e autore de “Il manifesto del conservatorismo contemporaneo” subito muove il dito contro il fallimento del multiculturalismo e la sua incapacità di preservare le vere identità culturale annacquandole insieme in un unico meticciato mentre Damian Thompson, editorialista del Daily Telegraph, si esprime con parole durissime :” “Abbiamo creato una cultura della gang violenta, sessista omofobica e razzista; è una vergogna che cadrà sui multiculturalisti bianchi veri responsabile di questo disastro”. I giorni passano, vengono contagiati anche i quartieri di Brixton, Peckam, Islington, Lewisham e Oxford City e il tumulto raggiunge infine anche Liverpool e Manchester spargendosi a macchia d’olio in tutta l’Inghilterra. Più si guarda da vicino queste rivolte più ci si accorge della superficialità e dei gravi errori del primo giudizio: dai tribunali aperti 24 ore su 24 e in cui vengono portate più di 1.200 persone emergono storie incredibili e raccapriccianti: giovani studenti, mamme single, padri di famiglia disoccupati, poveri e non, delinquetelli comuni, gente di ogni etnia, età, origine sociale. La storia più sconvolgente è sicuramente la testimonianza riportata su “Il Corriere della Sera”da Fabio Cavalera della signora Onelia Giannattano, parrucchiera italiana emigrata a Londra: ““Sembrava un angelo, un angelo col caschetto di capelli rossi. Avrà avuto quindici o sedici anni, una ragazzina bellissima. Poi l’angelo è diventata una strega. Era con alcuni giovani, suoi amici, che all’improvviso si sono scatenati. Hanno sfasciato senza una ragione le mie vetrine e razziato ogni cosa. E lei se la rideva tranquilla e mi prendeva in giro: te la fai sotto eh? Quegli occhi, quelle parole di sfida non li dimenticherò mai”.

E allora ci si accorge che il malumore della periferia e dell’integrazione sono solo la miccia, la punta dell’iceberg che cela al di sotto un quadro molto più preoccupante. E’ un’intera società a ribellarsi e a scatenare un incendio di violenza le cui fiamme sono la carenza di desiderio e l’inconsapevolezza del domani.

E tutto ciò mentre è a rischio l’intero modello economico (e non solo) occidentale.

Mala tempora currunt: Londra brucia e noi insieme a lei.

Riceviamo e pubblichiamo Jakob Panzeri

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Norvegia, le rose della civiltà

postato il 27 luglio 2011 da Redazione

Nel profondo inverno del 2009 il vento gelido del Mare del Nord accoglieva con sé il respiro di Arne Naess, il più importante pensatore della filosofia norvegese.   Ness, che già a 27 anni aveva una cattedra all’Università di Oslo, è il fondatore della ecosofia o come la chiamava lui della T sofia, dal nome del monte Tvergastein, rifugio solitario nel cuore della Scandinavia in cui rifletteva  sull’ecologia “profonda”. Ness sosteneva il valore intrinseco delle realtà naturali. Pensava infatti che se tutto ciò che esiste è correlato, se cioè “tutto dipende da tutto”, l’essere umano non è più separato dal mondo naturale ma ne è solo una parte.

La Norvegia è stato il terreno ideale di questo pensatore, terra di montagne e fiordi che oltre a elementi naturali sono simboli di un paese con 33 parchi naturali e decine di aree protette. I valori norvegesi si ancorano su una società contadina che viene celebrata nella festa nazionale facendo indossare ai bambini i costumi di un’idilliaca società bucolica. Ma la Norvegia non è solo natura: lo notiamo subito guardando l’indice ISU. L’ISU è un indicatore di sviluppo macroeconomico che al contrario del PIL non considera solo i beni materiali e i servizi prodotti ma tiene conto di numerosi fattori sociali come l’istruzione, lo sviluppo dei servizi sociali e della sanità, la promozione dei diritti umani. L’ISU vuole misurare non la ricchezza ma il benessere. Ebbene, al primo posto dell’indice ISU troviamo proprio la Norvegia. Eppure i norvegesi sono uno dei popoli con il numero più elevato di tasse. Ma le pagano sicuramente più volentieri di noi perché sanno che il loro Stato si prenderà cura di loro “dalla culla alla tomba”, come recita un vecchio andante del pensiero socialdemocratico, in un welfare state  che copre tutti i servizi dello stato sociale. Si può essere d’accordo o meno con questo sistema e preferire dei modelli più liberali e sussidiari, ma certo c’è da tenere della buona realizzazione del welfare scandinavo. Le pagano volentieri perché oltre a un grande comprensione e amore per la natura sono animati da una fede luterana che ha contribuito a sviluppare in loro una morale di responsabilità che si è manifestata anche nell’economia e negli aspetti della loro vita , come alcune scuole storiche di pensiero insegnano.  Un paese con una sincera cultura giuridica in cui il massimo della pena di detenzione è 21 anni perché hanno fiducia nella possibilità degli uomini di redimersi e di essere riaccolti nella società, vera missione che l’istituzione carceraria dovrebbe avere attraverso la pena che troppo volte è invece considerata un fine e non un mezzo .

Ma anche nella favole entra il male. Male che ha volte ha la faccia di un ragazzo come tanti, ma nel cuore il seme della morte e della dolore. Un uomo che ha messo un  paese in ginocchio, che ha avvelenato la gioventù di Oslo, estremista anti-islam, massone, ultra-conservatore,  amante dei giochi di ruolo di violenza, scrittore di un vero e proprio manuale di terrorismo di 1500 pagine, fondatore di un ordine neo-templare, un folle che sognava  nei suoi incubi di far saltare in aria le raffinerie siciliane e di attentare alla vita del Papa. Per la Norvegia un numero di vittime, 92, che equivale al numero di morti violente di tre anni e uno dei giorni più bui dopo la fine della II° guerra mondiale in cui si mantenne neutrale ma fu schiacciata dai panzer hitleriani che la ritenevano strategica.

Ma il Paese che assegna ogni anno il premio Nobel per la Pace ha risposto così al male: con una marcia di rose: 150.000 persone intorno al municipio di Oslo che con dignità e compostezza hanno levato in aria i loro cuori e i loro fiori delicati. Breivik ora rischia 21 anni, forse 30, massimo 35 se sarà riconosciuto colpevole di crimini contro l’umanità e di possibilità di reiterazione di strage. Tutto questo mi ha fatto molto riflettere e pensare anche al mio paese in cui la cronaca nera diviene facilmente protagonista di prime serate e passa di bocca in bocca, dove migliaia di persone fanno la coda per assistere ai processi di assassini come Rosa e Olindo e gridare e gracchiare contro il colpevole, in una giustizia forcaiola dove la pena non è un mezzo di punizione e redenzione ma molto più spesso vendetta. Può esistere una cultura e una diversa mentalità. Onore al popolo norvegese!

Riceviamo e pubblichiamo Jakob Panzeri

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Berlusconi dirà che giudici Ue sono comunisti?

postato il 28 aprile 2011 da Redazione

Fanno demagogia e poi le loro norme vengono bocciate

Aspettiamo solo che Berlusconi ci venga a dire che i giudici europei che hanno bocciato il reato di immigrazione clandestina sono comunisti. Questa presa di posizione del premier ancora non e’ ancora arrivata, ma l’aspettiamo entro sera visto che la maggioranza non trova altro modo di giustificare i pasticci che fa se non individuando nemici riconducibili al Terzo Polo o ai comunisti.
Questa norma è stato bocciata dalla Corte Europea come avevamo previsto. Il governo, essendo in stato confusionale, fa provvedimenti demagogici che puntualmente vengono smentiti.
Questo è indicativo di come si sta procedendo. Così non si puo’ andare avanti.

Pier Ferdinando

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Le contraddizioni del governo sono figlie degli equivoci di questi anni

postato il 7 aprile 2011 da Redazione

Le contraddizioni politiche sono figlie degli equivoci politici che il governo ha portato avanti in questi anni.

Dall’elenco dei centri di prima accoglienza si evince che non c’è una regione dell’Italia del Nord. Il problema non è Maroni, ma la contraddizione politica di mettere una parte della nazione contro l’altra. Ci comportiamo con le parti del territorio nazionale, come l’Europa si comporta con noi. I cocci che raccogliamo sono quelli della mancanza di un’Europa politica.

Pier Ferdinando

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L’Italia non pesa in Europa, non otterremo nulla

postato il 29 marzo 2011 da Redazione

E’ giusto chiedere all’Europa di non lasciarci soli ma siccome in Europa non pesiamo, non otterremo nulla. I rifugiati meritano comprensione e accoglienza ma i clandestini non possono passare da un’amnistia all’altra.

Pier Ferdinando

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Serve un piano straordinario

postato il 28 marzo 2011 da Redazione

E’ da irresponsabili dividersi anche sul tema dell’immigrazione

O l’Europa si pone seriamente il problema di aiutare l’Italia o tra poco non solo l’Italia, ma anche i Paesi limitrofi, saranno invasi dagli immigrati. Lo spaccato che emerge è drammatico perché, accanto a una parte minoritaria che ha il diritto ad essere accettata come rifugiati – penso a chi viene dall’Iran, dall’ Iraq, dalla Somalia, dalla Eritrea – la maggior parte dei tunisini che stanno in questi centri sono lì in attesa di andare via e non hanno alcun titolo ad essere trattenuti.
Quello che chiediamo è un piano straordinario perché è da irresponsabili dividersi anche sul tema dell’immigrazione facendo polemica gli uni contro gli altri, la destra contro la sinistra, chi è al governo contro chi sta all’opposizione.
Questo è un evento a cui non si può reagire con le solite categorie ideologiche della destra o della sinistra. Qui non c’entra neanche il tema dell’accoglienza o del buonismo, c’entra un’analisi realistica della situazione.

Pier Ferdinando

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