Tutti i post della categoria: Esteri

La primavera araba e l’inverno europeo

postato il 25 settembre 2011 da Redazione

“Riceviamo e pubblichiamo” di Rocco Gumina

Nel 1989 il muro che divideva l’Europa crollò, quasi, improvvisamente. In pochi anni diversi paesi dell’est sono riusciti ad incanalarsi su una via di sviluppo politico, sociale, economico che continua tutt’ora e che per alcuni stati ex satelliti dell’URSS ha portato all’ingresso nell’Unione Europea. Tale evento storico può essere accostato, seppur lontanamente, a quanto sta accadendo nei paesi del Maghreb? Certamente la storia, gli anni venturi ci mostreranno se è possibile o meno rispondere positivamente a questo quesito. Ma alcuni punti di riflessione, per comprendere la cosiddetta “primavera araba”, dobbiamo svilupparli per dirci, o ridirci, italiani ed europei in un contesto che è davvero alla nostra portata di mano, ma che drammaticamente, come Europa e soprattutto come Italia, manchiamo. E cioè la capacità di offrire a questi popoli vie reali e forti di sviluppo, facendo magari della nostra penisola, e della nostra Sicilia, un punto di snodo fondamentale per rivolgersi con credibilità al futuro proprio e altrui.

 

La “primavera araba” ci sta mostrando, in primis, una generazione protagonista che tramite Facebook e Twitter comunica e coinvolge in un modo del tutto nuovo e quasi totalmente incontrollabile. Possiamo dire, in parte, che è un cambiamento che vogliono, che chiedono i giovani africani, musulmani e cristiani insieme, per vivere con più libertà, con più protagonismo, senza avere paura di quello di negativo che può accadere nel presente o nel futuro. Giovani africani, insomma, che vogliono vivere in e con un sistema sociale molto più “occidentale”. L’Islam, la religione comunque prevalente in questi territori, non ha conosciuto il rinascimento e l’illuminismo, ma sta certamente rielaborando un episodio che ha mutato la storia dell’umanità della cosiddetta post-modernità: l’11 settembre. Questa data, questo tragico evento ha cambiato nella realtà la nostra vita. Basta prendere un aereo o analizzare le proposte politiche di qualsiasi paese o partito in occidente, per notare la rincorsa e riscossa che si ricerca a partire dalla sicurezza nazionale e internazionale. L’11 settembre ha anche cambiato, o sta cambiando, l’islam e gli stessi paesi protagonisti della “primavera araba”. Questa generazione che promuove la rivolta, il cambiamento dieci anni fa, nella maggior parte dei casi, non aveva ancora raggiunto la maggiore età. L’11 settembre 2001, dunque, da vedere anche come snodo, nella sua tragicità simbolica e reale, non solo dell’occidente ma anche del resto del mondo incluso gli stati a maggioranza islamica.

 

Occorre notare, come secondo punto, che queste rivolte sociali nei paesi del nord Africa (ma non dimentichiamo la Siria dove dall’inizio delle contestazioni contro il regime sono morti 2600 manifestanti) hanno mostrato ancora una volta la debolezza della politica internazionale dell’Unione Europea. Sono presenti, infatti, troppi individualismi fra i vari stati membri che stanno portando ad una strategia attendista, non chiara e che in definitiva nuocerà sia agli europei che ai nuovi governi della Tunisia, dell’Egitto, della Libia. La Spagna si è concentrata quasi esclusivamente verso la sponda “amica” del Marocco; la Francia, attraverso il leaderismo di Sarkozy (il quale per passare alla storia come grande statista francese doveva pur organizzare, e speriamo per lui, vincere la “sua” guerra) pompato addirittura dai filosofi francesi come Bernard Henry Lévy, sta facendo della Libia quasi una colonia, dimenticando che un’Europa unita passa oltre che da una moneta unica, anche e forse soprattutto da una politica estera comune; la Germania della Cancelliera Angela Merkel, lodata tanto nelle nostre valli molto poco nei suoi land dove accumula sconfitte elettorali impensabili, che è scomparsa inizialmente per il caso libico per poi cercare di salire sul carretto dei quasi vincitori; l’Italia che in un momento di crisi davvero epocale legge, vede e ascolta alla TV, sui giornali le debolezze di un Presidente del Consiglio mai come adesso non all’altezza della situazione, invece di progettare, stimolare, conoscere vie di crescita nel nostro territorio e nei paesi africani con sponda sul mediterraneo.

 

E infine il ruolo, o meglio, la vocazione dei cristiani in questi paesi protagonisti del cambiamento. Certamente occorre accettare e accogliere queste novità in delle regioni dove la maggioranza musulmana, a volte, sfiora il 100%. Territori, paesi, popoli che attraverso queste sofferenze, queste uccisioni stanno attraversando il loro deserto per giungere alla costruzione di democrazie che rappresentano la Terra Promessa. I cristiani in questo conteso devono sentirsi cittadini al pari dei musulmani e collaborare con essi come sentinelle che aspettano l’alba di una stagione politica, sociale, storica nuova. Cristiani che possono trovare, per il loro impegno in queste circostanze, una profonda radice nello “Spirito d’Assisi” inaugurato da Giovanni Paolo II nel 1986, quando chiamò a raccolta i rappresentanti di tutte le religioni del mondo per pregare per la pace e l’unità dei popoli.

 

La mia generazione (la stessa dei protagonisti delle manifestazioni nel nord africa) in Europa non può che sperare bene nel processo della “Primavera araba” sperando che essa non diventi presto o prestissimo “autunno arabo” e magari lasciandosi stimolare da questi cambiamenti e da questi coetanei per avere il coraggio di dire all’Europa di essere in “Inverno inoltrato”.

 

 

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Sarkozy e Cameron in Libia, gli interessi in ballo

postato il 16 settembre 2011 da Redazione

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

Sarkozy e Cameron, leader di Francia e Inghilterra, sono atterrati in Libia acclamati come eroi.

Dopo la guerra civile, la Libia rappresenterà, fra le altre cose, un enorme affare: la ricostruzione delle infrastrutture danneggiate, senza contare i contratti petroliferi e i punti di passaggio per il petrolio e il gas del resto dell’Africa (ad esempio il petrolio nigeriano). L’Italia che fino a ieri era il partner privilegiato della Libia, rischia a breve di essere tagliata fuori, con ripercussioni alle aziende, le finanze, i lavoratori.

Giusto per dare un’idea degli interessi che l’Italia ha in Libia, basta citare che prima della guerra civile, eravamo al primo posto per l’export e al quinto per l’import da Tripoli, con un interscambio nel 2010 che si aggirava sopra i 12 miliardi. Dalla Libia proviene quasi un terzo del petrolio e del gas che utilizziamo, senza contare che i libici possedevano circa il 7% di Unicredit, la finanziaria Lafico possiede il 14,8% della Retelit (società controllata dalla Telecom Italia attiva nel WiMax), il 7,5% della Juventus e il 21,7% della ditta Olcese. A questo aggiungiamo che Tripoli possiede una partecipazione attorno al 2,01% di Finmeccanica, e circa 100 imprese italiane in Libia, prevalentemente collegate al settore petrolifero e alle infrastrutture, ai settori della meccanica, dei prodotti e della tecnologia per le costruzioni. L’elenco è smisurato, ma, volendo restare alle più note, non possiamo non citare Iveco (gruppo Fiat) presente con una società mista ed un impianto di assemblaggio di veicoli industriali, Impregilo (i contratti stipulati con la Libia pesano per circa l’11% del fatturato della società), Bonatti, Garboli-Conicos, Maltauro, Ferretti Group (tutte società di costruzioni). Altri settori sono quelli delle centrali termiche (Enel power), impiantistica (Tecnimont, Techint, Snam Progetti, Edison, Ava, Cosmi, Chimec, Technip). Telecom è presente anche con Prysmian Cables (ex Pirelli Cavi). Nel 2008 inoltre i libici hanno formalizzato un’intesa con il ministero dell’Economia italiano che dovrebbe permettere a Tripoli di aumentare le partecipazioni in ENI (di cui già possiedono lo 0,7% del capitale) inizialmente al 5%, poi all’8%, fino a un massimo del 10%.  L’ENI è il primo produttore straniero nel paese libico, con una produzione di circa 244mila barili di petrolio al giorno, oltre al gas prodotto dai campi libici attraverso il gasdotto denominato GreenStream (che in questi giorni è stato chiuso a scopo precauzionale dall’ENI) che collega Mellitah, sulla costa libica, con Gela, in Sicilia.

Ma tutto questo era niente se confrontato con il piano di modernizzazione della Libia concepito da Gheddafi, che prevedeva investimenti per 153 miliardi di dollari per realizzare infrastrutture, progetti urbanistici e tecnologie per sviluppare l’industria estrattiva del petrolio e del gas.

Ovviamente questo piano acquista maggior peso ora che la Libia è da ricostruire interamente e in questo senso Impregilo che ha fatto molti affari in Libia: aveva vinto una commessa per la costruzione di una torre di 180 metri e un albergo di 600 camere a Tripoli, ha realizzato gli aeroporti di Kufra, Benina e Misuratah, e il Parlamento a Sirte. La stessa società ha vinto l’appalto per costruire tre università, più diversi alberghi e è in gara per la costruzione di una autostrada fino all’Egitto.

Tutto questo rischia di sparire se il governo non si muoverà per tempo come stanno facendo i governi di Francia e Gran Bretagna, ma, ed è questo il vero problema.

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11 settembre 2001: dieci anni dopo

postato il 11 settembre 2011 da Redazione

“Riceviamo e pubblichiamo” di Jakob Panzeri

“Ero a casa, la mia casa è nel centro di Manhattan, e alle nove in punto ho avuto la sensazione d’ un pericolo che forse non mi avrebbe toccato ma che certo mi riguardava. La sensazione che si prova alla guerra, anzi in combattimento, quando con ogni poro della tua pelle senti la pallottola o il razzo che arriva, e rizzi gli orecchi e gridi a chi ti sta accanto: «Down! Get down! Giù! Buttati giù». L’ ho respinta. Non ero mica in Vietnam, non ero mica in una delle tante e fottutissime guerre che sin dalla Seconda Guerra Mondiale hanno seviziato la mia vita! Ero a New York, perbacco, in un meraviglioso mattino di settembre, anno 2001. Ma la sensazione ha continuato a possedermi, inspiegabile, e allora ho fatto ciò che al mattino non faccio mai. Ho acceso la Tv. l’ audio non funzionava. Lo schermo, sì. […] E su ogni canale, qui di canali ve ne sono quasi cento, vedevi una torre del World Trade Center che bruciava come un gigantesco fiammifero. Ero un pezzo di ghiaccio. Anche il mio cervello era ghiaccio” (Oriana Fallaci)

L’attacco fu così devastante da non aver precedenti in tempo di pace: ad essere colpita era l’invulnerabilità degli Stati Uniti d’America e con loro di tutto l’Occidente. Chi non aveva trovato subito la morte bruciato vivo nell’impatto dei due aerei, si buttava giù dalle finestre schiantandosi al suolo per evitare una morte atroce tra i tormenti delle fiamme. Immagini raccapriccianti, il riconoscimento delle vittime polverizzate tramite i loro effetti personali, immagini toccanti, il ritrovamento di una croce di legno tra le macerie delle torri, testimonianze di autentici eroi come l’italoamericano Daniel Nigro, il capo dei pompieri chiamati in soccorso.

Quel giorno il mondo conobbe un uomo, Osama Bin Lader, di cui non aveva mai sentito parlare e la sua organizzazione terroristica Al Quaeda, la base. Il movimento era nato negli anni Ottanta per liberare l’Afghanistan dai carri armati e dalle ambizioni dell’Unione Sovietica, giovani studenti di teologia, i mujaddin,costrinsero al ritiro l’Armata Rossa. Al Quaeda a partire da quegli anni ha iniziato una politica di decentramento organizzativo che ha iniziato a diffondere l’islamismo radicale in versione terroristica nel mondo arabo ma senza risultare evidente ai nostri occhi. Gli occhi del mondo occidentale si aprirono in modo drammatico e inaspettato sullo sconosciuto divenuto lo sceicco del terrore. Da quel terribile giorno in un crescente clima di terrore, nel nome della sicurezza e dell’ordine sono stati calpestati i più basilari diritti umani, altri attentati terroristici sono sorti penetrando nel centro dell’Europa, nelle metro di Londra e Madrid, nelle sue città e nei suoi cuori dilaniati.

Proprio quest’anno, il decennale del tragico episodio delle Twin Towers, ha visto la morte di Osama Bin Lader ma soprattutto ha visto migliaia di giovani del Medio Oriente ribellarsi e mettersi in gioco non per il fanatismo e la guerra santa ma per la libertà e la democrazia. E’ questa la vera morte di Osama, la primavera araba e l’inesprimibile sete di libertà del cuore umano che hanno saputo abbattere il fanatismo e il terrorismo e stanno costruendo un nuovo mondo arabo, o forse no, stanno facendo vedere e crescere ciò che i nostri occhi e i nostri cuori avvelenati ci impedivano di scorgere. Non abbandoniamoli, vinceremo insieme.

 

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11 settembre, 10 anni dopo

postato il 11 settembre 2011 da Redazione
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Il Mediterraneo, tra Europa e Primavera Araba

postato il 10 settembre 2011 da Redazione

Riceviamo e pubblichiamo di Jacob Panzeri

Il termine Mediterraneo deriva dalla parola latina Mediterraneus, che significa “in mezzo alle terre”. Vero e proprio ponte tra territori, è la culla di alcune tra le più antiche civiltà del pianeta e uno straordinario crocevia di genti e di culture. Ma da tempo le acque del Mediterraneo sono inquinate, e non solo per le 500 tonnellate di frammenti di plastica che vi galleggiano, ma per l’incapacità di creare una reale politica in grado di abbracciare  i popoli Mediterranei. Venire incontro all’inesauribile desiderio di libertà protagonista della primavera araba dovrebbe essere un diritto e un dovere per l’Europa, e non con il mero scopo di  preservare o rafforzare i propri accordi economici, ma per creare una vera realtà mediterranea. Un abbraccio in cui potenziarci a vicenda che si avvalga di una seria campagna immigratoria non propagandistica (il numero dei clandestini giunti in Italia tramite i famigerati barconi sono soltanto il 2-3% dei clandestini che per lo più si intrufolano ottenendo un permesso temporaneo, un visto turistico, per poi rendersi latitanti). Occorre una nuova prospettiva in cui guardare non solo alle braccia ma al cuore e al cervello, respingere con durezza chi non desidera davvero  migliorare la propria vita e rendere un servizio all’Italia e  allo stesso tempo accogliere con maggiore efficacia e umanità i giovani dei paesi mediterranei che potranno un giorno diventare protagonisti della vita del loro paese, migliorarlo e conseguentemente migliorare anche noi. Ecco perché è una prospettiva sbagliata quella condotta per oltre trent’anni e cioè avallare regimi con limitazione delle libertà personali e sociali che possono essere definite delle vere e proprie dittature in cambio della stabilità politica del territorio ed economica per i nostri interessi.

L’età media dell’Egitto è 22 anni, è un paese con un altissimo tasso giovanile che vuole sentirsi protagonista, è in contatto con tecnologie come internet che gli permettono di avere uno sguardo globale, sono giovani che non si fanno condizionare dai radicalismi islamici e desiderano una vita migliore di democrazia e libertà. E’ il caso di Abdu Azzab, giovane egiziano al terzo anno di economia dell’Università di Trento che ci ha reso una preziosa testimonianza del suo paese. I giovani egiziani sono stati 18 giorni in piazza Tahir a chiedere le dimissione del governo Mubarak e una nuova speranza per l’Egitto. Gli estremisti hanno tentato durante la rivolta a più riprese di prenderne la testa ad esempio con il tentativo di sabotaggio dell’ambasciata israeliana del Cairo ma venendo anch’essi sconfitti dalla sete di libertà dei giovani. Ci racconta Abdu che oggi Piazza Thair ha raggiunto per lui davvero un valore sacro e uno dei segni che più lo ha emozionato è stata la preghiera interreligiosa tra cristiani e musulmani. Oggi i principali esponenti del governo Mubarak sono agli arresti e l’Egitto è in attesa delle prime elezioni democratiche dopo trenta anni. Auguriamo all’Egitto e agli altri paesi oppressi di poter finalmente vedere la luce e a questi giovani di abbeverarsi continuamente alla loro speranza per costruire un futuro migliore. Insieme. Per un nuovo grande Mediterraneo.

 

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Gheddafi, ultimo atto.

postato il 23 agosto 2011 da Redazione

Dopo oltre 150 giorni di combattimenti, caratterizzati da fortune alterne per entrambi gli schieramenti, sembra che per il Colonnello le ore siano ormai contate.

I combattenti del Comitato Nazionale di Transizione controllano ormai la capitale libica.

La Guardia Presidenziale, l’unità di elite del regime, si è arresa.

Radio e televisioni, che in questi mesi hanno propagandato la voce del regime chiamando il popolo al massacro degli oppositori, tacciono.

Fino a qualche ora prima dell’arrivo dei ribelli, hanno trasmesso nastri registrati dal Rais. Ora non sono più il megafono del regime.

A Tripoli la gente si è riversata nelle strade per accogliere i le milizie del C.N.T.: stridono nella memoria le immagini di un Gheddafi stanco che qualche settimana fa arringava poche centinaia di persone nella centralissima Piazza Verde, nel tentativo di mostrare al mondo la potenza di un regime già in caduta libera.

Sono state smentite le voci sul fatto che due figli del Colonnello siano prigionieri degli insorti: tra questi il secondogenito Saif al-Islam, che nei disegni del padre avrebbe dovuto prendere in mano le redini del regime.

Proprio in merito a ciò si apre una delicata questione politica: ora che la dittatura si appresta a vivere le sue ultime ore, tra defezioni sempre più numerose (ultima in ordine di tempo ma non certo di importanza, quella del comandante della Guardia Presidenziale), quale sarà la sorte dei funzionari e dei politici, specialmente di alto lignaggio, che in oltre 40 anni sono stati l’ossatura del regime?

Quale sarà la sorte del Rais se venisse catturato?

La Libia non aderisce infatti alla Corte Penale Internazionale: su di essa non grava alcun obbligo in merito all’estradizione del leader e dei suoi familiari.

I leader politici occidentali si sono spesi per ricordare agli insorti che la liberazione del Paese non deve trasformarsi in un bagno di sangue. Tuttavia lo scenario è molto complesso.

La struttura del potere in Libia, in questo simile a molti Stati del continente africano, si è articolata e consolidata negli anni grazie al clan da cui il Rais proveniva.

Del tutto disomogenea dal punto di vista clanico  si mostra la compagine di governo del C.N.T.: da un lato essa rappresenta in maniera più democratica la società libica, raccogliendo le istanze di quelle tribù escluse dal potere o vessate per decenni.

Nondimeno, sono evidenti due rischi molto gravi per la stabilizzazione del Paese: il primo è che il clan del Colonnello venga fatto oggetto a sua volta di feroci violenze a seguito delle inevitabili epurazioni dagli apparati amministrativi e di governo; il secondo invece coinvolge direttamente gli insorti, i quali potrebbero aprire un fronte interno, specialmente quando le contingenze della guerra saranno venute meno, per determinare i rapporti di forza nel post-Gheddafi.

Un segnale importante di quanto si rischi l’instabilità politica e di quanto la Libia sia divisa è data dall’intervento dei berberi del deserto contro i beduini del clan al potere.

La frattura non è solamente clanica, all’opposto anche etnica. I berberi, per anni posti ai margini della società libica, ora reclamano la propria parte nella vittoria: sono stati tra i primi a sollevarsi, partendo da minuscoli villaggi ai bordi del deserto, ma col tempo assestando colpi letali alle truppe lealiste che si trovavano ad operare con uno spazio di manovra sempre più ristretto.

Senza un intervento chiaro e legittimante da parte di quegli stessi Paesi che quasi sei mesi fa si sono assunti la responsabilità di mettere fine alla repressione, c’è il rischio che la nascente democrazia libica piombi in un nuovo medioevo di lotte fratricide. L’Italia sembra aver rinunciato a giocare quel ruolo determinante che è suo di diritto: è importante ricordarci che ciò che avviene a qualche centinaio di miglia a Sud delle nostre coste, rientra non solo nella nostra politica estera, ma è persino una priorità interna.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Federico Poggianti

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Perché Londra brucia

postato il 12 agosto 2011 da Redazione

Londra brucia. Tutto ha inizio giovedì 4 agosto nel quartiere di Tottenham, il ventinovenne tassista Mark Duggan, membro di una gang locale e presunto spacciatore di droga, rimane ucciso in un conflitto a fuoco con Scotland Yard durante un tentativo di fuga. La notte successiva Londra brucia: giovani del quartiere nero di Tottenham saccheggiano negozi, incendiano auto, spaccano vetri, assaltano agenti con bottiglie, pietre, spazzatura, molotov artigianali. Subito i principali commentatori associano queste immagini alle rivolte delle banlieau di due anni fa nei quartieri ghetti di Parigi e la colpa delle violenze ricade sul disagio sociale e sull’incapacità di integrare culture diverse. L’intellettuale Roger Scruton, professore di filosofia alla Boston University e autore de “Il manifesto del conservatorismo contemporaneo” subito muove il dito contro il fallimento del multiculturalismo e la sua incapacità di preservare le vere identità culturale annacquandole insieme in un unico meticciato mentre Damian Thompson, editorialista del Daily Telegraph, si esprime con parole durissime :” “Abbiamo creato una cultura della gang violenta, sessista omofobica e razzista; è una vergogna che cadrà sui multiculturalisti bianchi veri responsabile di questo disastro”. I giorni passano, vengono contagiati anche i quartieri di Brixton, Peckam, Islington, Lewisham e Oxford City e il tumulto raggiunge infine anche Liverpool e Manchester spargendosi a macchia d’olio in tutta l’Inghilterra. Più si guarda da vicino queste rivolte più ci si accorge della superficialità e dei gravi errori del primo giudizio: dai tribunali aperti 24 ore su 24 e in cui vengono portate più di 1.200 persone emergono storie incredibili e raccapriccianti: giovani studenti, mamme single, padri di famiglia disoccupati, poveri e non, delinquetelli comuni, gente di ogni etnia, età, origine sociale. La storia più sconvolgente è sicuramente la testimonianza riportata su “Il Corriere della Sera”da Fabio Cavalera della signora Onelia Giannattano, parrucchiera italiana emigrata a Londra: ““Sembrava un angelo, un angelo col caschetto di capelli rossi. Avrà avuto quindici o sedici anni, una ragazzina bellissima. Poi l’angelo è diventata una strega. Era con alcuni giovani, suoi amici, che all’improvviso si sono scatenati. Hanno sfasciato senza una ragione le mie vetrine e razziato ogni cosa. E lei se la rideva tranquilla e mi prendeva in giro: te la fai sotto eh? Quegli occhi, quelle parole di sfida non li dimenticherò mai”.

E allora ci si accorge che il malumore della periferia e dell’integrazione sono solo la miccia, la punta dell’iceberg che cela al di sotto un quadro molto più preoccupante. E’ un’intera società a ribellarsi e a scatenare un incendio di violenza le cui fiamme sono la carenza di desiderio e l’inconsapevolezza del domani.

E tutto ciò mentre è a rischio l’intero modello economico (e non solo) occidentale.

Mala tempora currunt: Londra brucia e noi insieme a lei.

Riceviamo e pubblichiamo Jakob Panzeri

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Sangue Siriano

postato il 2 agosto 2011 da Redazione

1274 a.C. , Qadesh. Sulle rive del fiume Oronte si contrappongono, in uno dei conflitti più celebrati e documentati dell’antichità, le due più grandi potenze del Medio Oriente: l’impero ittita di Muwatalli III e l’Egitto del faraone Ramses II. Ancora oggi le sabbie del fiume Oronte sono sporche e imbrattate di sangue. Oggi ad Hama, nelle vicinanze dell’antica Qadesh, le strade della città sono cosparse di cadaveri e feriti frutto della tempesta di fuoco e delle raffiche di mitragliatrici sparate dall’esercito fedele al governo contro il popolo in giorno di festa, alla vigilia del Ramadan. Secondo dati diffusi dalle organizzazione per i diritti umani circa 2.000 persone sono rimaste uccise nelle violenze che si succedono in Siria da quando sono cominciate le proteste contro il regime del presidente Bashar al Assad a metà marzo. Almeno altre 12.000 persone sono state arrestate. Nel frattempo, in un messaggio alle forze armate per l’ anniversario della loro fondazione, il presidente siriano si è congratulato con quello che ha definito l’esercito “patriottico” simbolo dell’ orgoglio nazionale. Oggi alle ore 16.00 nella conferenza stampa del Terzo Polo a cui hanno aderito gli onorevoli deputati Lorenzo Cesa, Ferdinando Adornato, Benedetto Della Vedova, Barbara Contini e Gianni Vernetti è stato richiesto al governo di ritirare l’ambasciatore italiano da Damasco in segno di protesta. Domani mattina alle ore 9.45 il governo riferirà in aula nella persona di Stefania Craxi, sottosegretario con delega agli affari esteri. Rivolgo queste poche righe ai parlamentari che si sono impegnati personalmente in questa iniziativa e mi rivolgo a tutti le persone animate dal senso della giustizia nel loro cuore: l’11 marzo 2010 la presidenza della Repubblica ha riconosciuto il presidente siriano Bashar al Assad “Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica italiana decorato di gran cordone “. Chiediamo l’immediato ritiro dell’onorificenza.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Jakob Panzeri

LINK:

Dal sito della Presidenza della Repubblica, l’elenco dei cavalieri di Gran Croce.

Dettaglio decorato Bashar el Assad.

Una petizione mondiale per i siriani scomparsi che invito a visionare

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La carestia nel Corno d’Africa, urge un intervento.

postato il 1 agosto 2011 da Redazione

L’uomo è ciò che mangia” affermava nel 1862 il filosofo Ludwig Feuerbach, un pensiero a prima vista molto bizzarro, ispirato alla recensione di un trattato di cucina popolare tedesco, che postulava  l’alimentazione come elemento  base per costruire e migliorare l’essenza dell’uomo;  un popolo potrebbe dunque migliorare la propria condizione e il proprio carattere partendo in primo luogo dall’alimentazione. A volte penso che Feuerbach nel suo materialismo sfrenato abbia un pochino ragione guardando alla nostra società consumistica e godereccia in cui  per noi, ammettiamolo, è quasi impossibile immaginare e porre lo sguardo su  situazioni diverse di fronte alle quali siamo ciechi e ci illudiamo di risolvere spedendo ogni tanto ,per pulirci la coscienza, pacchi di dollari di finanziamenti che probabilmente finiranno nella mani di qualche corrotto e ambizioso potentato locale.

Eppure in Somalia e in tutto il corno d’Africa  si sta consumando sotto i nostri occhi una carestia che qualche esperto definisce “secolare”.  Ecco alcuni dati che ho rintracciato sul sito dell’Unicef: in questo momento 12 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile, il 30% della popolazione sta soffrendo di  malnutrizione con picchi del 55% in alcune regioni, si registrano 4 decessi al giorno ogni 10.000 bambini. Una carestia che certo rende ancor più drammatiche le condizioni di una regione che non trova pace da oltre 40 anni: dal 1969, anno del colpo di stato del generale Siad Barrè,  la Somalia è in uno stato di guerriglia permanente alimentata da spietati signori della guerra e capibanda tribali. Guerre di clan rivali per il controllo del sud della Somalia, zona fertile e agricola, scontri di secessione che hanno dato origine al Somaliland,  non riconosciuto dalle Nazioni Unite, in un clima di quasi ritorno alla spaccatura coloniale dove il nord e il sud del paese erano divisi tra inglesi e italiani (ricordo che nel 1891 il governo Crispi aveva aperto le vie del modesto colonialismo italiano ottenendo proprio per 160.000 rupie un protettorato sui principali porti della Somalia, protettorato estinto solo nel 1960) . In questa guerriglia perenne si è intromessa anche Al Quaeda che sta cercando di ottenere il controllo della regione con le sue corti islamiche e affermare la legge della Sharia. Ancora oggi, mentre i bambini muoiono di fame, per le strade di Mogadiscio si combatte tra miliziani fedeli al debole governo,  uomini di Al Qaeda e guerriglieri Shabab. Una tragedia umanitaria dove la mancanza di solide istituzioni, e il perenne stato di disordine, hanno aggravato la drammatica situazione della siccità e della conseguente carestia. In questi giorni il Wfp, Programma alimentare mondiale, è riuscito ad attivare un corridoio alimentare aereo per distribuire aiuti alla popolazione e questa è una buona notizia ma sa purtroppo di già sentito: noi siamo sempre quelli che corriamo in aiuto a fare gli eroi, ma dopo qualche settimana abbiamo già dimenticato tutto. Si parla forse ancora di Haiti? Eppure certo non stanno meglio di prima.

Aiutiamo il popolo somalo, ora e non solo.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Jakob Panzeri

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Norvegia, le rose della civiltà

postato il 27 luglio 2011 da Redazione

Nel profondo inverno del 2009 il vento gelido del Mare del Nord accoglieva con sé il respiro di Arne Naess, il più importante pensatore della filosofia norvegese.   Ness, che già a 27 anni aveva una cattedra all’Università di Oslo, è il fondatore della ecosofia o come la chiamava lui della T sofia, dal nome del monte Tvergastein, rifugio solitario nel cuore della Scandinavia in cui rifletteva  sull’ecologia “profonda”. Ness sosteneva il valore intrinseco delle realtà naturali. Pensava infatti che se tutto ciò che esiste è correlato, se cioè “tutto dipende da tutto”, l’essere umano non è più separato dal mondo naturale ma ne è solo una parte.

La Norvegia è stato il terreno ideale di questo pensatore, terra di montagne e fiordi che oltre a elementi naturali sono simboli di un paese con 33 parchi naturali e decine di aree protette. I valori norvegesi si ancorano su una società contadina che viene celebrata nella festa nazionale facendo indossare ai bambini i costumi di un’idilliaca società bucolica. Ma la Norvegia non è solo natura: lo notiamo subito guardando l’indice ISU. L’ISU è un indicatore di sviluppo macroeconomico che al contrario del PIL non considera solo i beni materiali e i servizi prodotti ma tiene conto di numerosi fattori sociali come l’istruzione, lo sviluppo dei servizi sociali e della sanità, la promozione dei diritti umani. L’ISU vuole misurare non la ricchezza ma il benessere. Ebbene, al primo posto dell’indice ISU troviamo proprio la Norvegia. Eppure i norvegesi sono uno dei popoli con il numero più elevato di tasse. Ma le pagano sicuramente più volentieri di noi perché sanno che il loro Stato si prenderà cura di loro “dalla culla alla tomba”, come recita un vecchio andante del pensiero socialdemocratico, in un welfare state  che copre tutti i servizi dello stato sociale. Si può essere d’accordo o meno con questo sistema e preferire dei modelli più liberali e sussidiari, ma certo c’è da tenere della buona realizzazione del welfare scandinavo. Le pagano volentieri perché oltre a un grande comprensione e amore per la natura sono animati da una fede luterana che ha contribuito a sviluppare in loro una morale di responsabilità che si è manifestata anche nell’economia e negli aspetti della loro vita , come alcune scuole storiche di pensiero insegnano.  Un paese con una sincera cultura giuridica in cui il massimo della pena di detenzione è 21 anni perché hanno fiducia nella possibilità degli uomini di redimersi e di essere riaccolti nella società, vera missione che l’istituzione carceraria dovrebbe avere attraverso la pena che troppo volte è invece considerata un fine e non un mezzo .

Ma anche nella favole entra il male. Male che ha volte ha la faccia di un ragazzo come tanti, ma nel cuore il seme della morte e della dolore. Un uomo che ha messo un  paese in ginocchio, che ha avvelenato la gioventù di Oslo, estremista anti-islam, massone, ultra-conservatore,  amante dei giochi di ruolo di violenza, scrittore di un vero e proprio manuale di terrorismo di 1500 pagine, fondatore di un ordine neo-templare, un folle che sognava  nei suoi incubi di far saltare in aria le raffinerie siciliane e di attentare alla vita del Papa. Per la Norvegia un numero di vittime, 92, che equivale al numero di morti violente di tre anni e uno dei giorni più bui dopo la fine della II° guerra mondiale in cui si mantenne neutrale ma fu schiacciata dai panzer hitleriani che la ritenevano strategica.

Ma il Paese che assegna ogni anno il premio Nobel per la Pace ha risposto così al male: con una marcia di rose: 150.000 persone intorno al municipio di Oslo che con dignità e compostezza hanno levato in aria i loro cuori e i loro fiori delicati. Breivik ora rischia 21 anni, forse 30, massimo 35 se sarà riconosciuto colpevole di crimini contro l’umanità e di possibilità di reiterazione di strage. Tutto questo mi ha fatto molto riflettere e pensare anche al mio paese in cui la cronaca nera diviene facilmente protagonista di prime serate e passa di bocca in bocca, dove migliaia di persone fanno la coda per assistere ai processi di assassini come Rosa e Olindo e gridare e gracchiare contro il colpevole, in una giustizia forcaiola dove la pena non è un mezzo di punizione e redenzione ma molto più spesso vendetta. Può esistere una cultura e una diversa mentalità. Onore al popolo norvegese!

Riceviamo e pubblichiamo Jakob Panzeri

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  • max: @ salvatore. molto esaurienti le risposte della redazione. Forse casini...
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  • Dott2°.Ing.Arch.Giovanni Colombo: Gentile Onorevole Senatore Pier Ferdinando...
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  • salvatore: @ Redazione … [Confidiamo nel gran lavoro di Compagnon e...
  • Angelo: Se i giovani debbono scordarsi il “noiosissimo&# 8221; posto...
  • Patrizia: Credo che la parola “sepolcri imbiancati” sia il...
  • salvatore: @ Gentile Redazione, debbo di nuovo rilevare che tanto...
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