Tutti i post della categoria: Esteri

Libia: “Siamo stati ridicolizzati da Haftar e da quattro mesi a Tripoli non abbiamo l’ambasciatore”

postato il 30 Novembre 2018

Di Libia e soprattutto con i libici parlano troppi italiani…

L’intervista di Umberto De Giovannangeli pubblicata sull’Huffington Post

Il suo giudizio sulla Conferenza per la Libia di Palermo è tranchant: “L’abbiamo consegnata nelle mani di Haftar. Altro che un successo politico-diplomatico! Si è trattato di un passo indietro”. Reso ancor più evidente dal perdurare dell’assenza a Tripoli del nostro capo legazione, dopo che, il 10 agosto scorso, l’ambasciatore Giuseppe Perrone è stato richiamato a Roma per gravi motivi di sicurezza. “L’unico lato positivo è che dopo la mia sollecitazione e dopo diversi mesi, il ministro Moavero Milanesi convenga sull’urgenza della nomina di un nuovo ambasciatore”.

Ad affermarlo all’HuffPost è l’ex presidente della Camera, e senatore nell’attuale legislatura, Pier Ferdinando Casini. Di una cosa si dice certo. E questa certezza non è stata incrinata dalle considerazioni del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi né risolta da una vicenda, quella che riguarda il richiamo in patria dell’ambasciatore Perrone e l’assenza a Tripoli del massimo referente diplomatico, in una fase particolarmente calda, sul piano politico, nella quale l’Italia ha cercato, e continua a farlo, di affermare un suo ruolo primario sullo scenario libico. Il fatto è, rimarca Casini, ” che “di Libia e soprattutto con i libici, parlano troppi italiani…”. E di questo ne ha fatto le spese il nostro ambasciatore.

Per inquadrare un'”affaire” tutt’altro che risolto va ricordato che inizio agosto, l’ambasciatore aveva sottolineato, in un’intervista in arabo alla tv Libya’s Channel, l’importanza di “preparare bene le elezioni”, con una base “costituzionale chiara” e “condizioni di sicurezza adeguate”. Sostanzialmente, non entro la fine dell’anno, come prevedeva in un primo tempo il piano francese (successivamente l’inviato speciale Onu Ghassan Salamè ha definito una road map che sposta i termini al 2019). La soluzione di andare in tempi stretti alle urne era gradita anche dall’uomo forte della Cirenaica, il maresciallo Khalifa Haftar. Di qui le polemiche immediatamente successive alle dichiarazioni del diplomatico italiano, con bandiere tricolori date alle fiamme e altre dimostrazioni anti-italiane. A muoversi contro Perrone, almeno due istituzioni di Tobruk, nell’Est del Paese controllato da Haftar. La Commissione affari esteri della Camera libica aveva definito l’ambasciatore “persona non grata” e il ministero degli Esteri del “governo provvisorio” (non riconosciuto dall’Onu) lo aveva accusato di interferire negli affari libici. Uno strappo che la controversa presenza di Haftar alla Conferenza di Palermo del 12-13 novembre scorsi, non sembra, al di là di strette di mano e mezzi sorrisi, aver del tutto ricucito. [Continua a leggere]

Commenta

Libia: Question Time sull’Ambasciatore d’Italia a Tripoli

postato il 29 Novembre 2018

Rivolta al Ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, Moavero Milanesi

Signor Presidente, signor Ministro, come lei sa, siamo stati il primo Paese a riaprire l’ambasciata a Tripoli.

Questo va a onore dell’Italia e della nostra diplomazia.

Apro una parentesi e la chiudo: dal segretario generale all’ultimo funzionario, possiamo essere fieri dei nostri diplomatici, che, indipendentemente dai Governi che si susseguono, fanno un lavoro serio nell’interesse del Paese. Dobbiamo essere particolarmente grati a quanti operano in condizioni difficili, come in Venezuela o, nel caso dell’interrogazione, in Libia.

Si dà il caso, però, che dal 20 agosto, noi, che pure abbiamo intrapreso un’iniziativa a Palermo, due settimane fa, nella Conferenza sulla Libia, abbiamo una sede priva dell’ambasciatore, il quale ha fatto un’intervista e successivamente è stato invitato a rientrare (ma non si capisce in base a quali ragioni, veramente). Ieri ho esaminato i testi delle sue risposte in Commissione affari esteri e non si capisce bene se l’ha fatto di sua iniziativa, perché gliel’ha imposto la Farnesina o per interventi terzi; non si capisce. Resta il fatto che in quattro mesi abbiamo avuto a Tripoli l’ambasciata aperta senza ambasciatore – il che equivale a mandare una flotta in mare senza il capitano o il comandante – e tutta la preparazione della vicenda della Conferenza per la Libia ha visto assente uno dei suoi principali conoscitori e soprattutto nostro ambasciatore in Libia. È come se facessimo una Conferenza su un altro Paese senza il nostro ambasciatore, che dovrebbe essere il rappresentante dello Stato in Libia (o meglio, lo è).

Le ragioni aspetto che ce le spieghi con chiarezza, perché forse sono io che non le ho capite, ma non sono chiare; infatti, se controllo nei Resoconti quanto è stato detto in Commissione affari esteri, trovo cose anche diverse. Vorrei dunque che si definisse con chiarezza la ragione per cui l’ambasciatore è qui. Se non può rientrare, nominatene un altro e destinate questa persona – che, peraltro, è un profondo conoscitore del mondo arabo – a fare qualche cos’altro; se il nostro ambasciatore deve stare in Italia a fare non si capisce cosa, perché sembra non abbia partecipato neanche agli incontri preliminari sulla Conferenza per la Libia, non si comprende quali siano l’atteggiamento del Governo e l’utilizzo di questi diplomatici.

MOAVERO MILANESIministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. Signor Presidente, risponderò in ordine alle domande del senatore interrogante. L’ambasciatore d’Italia in Libia, Giuseppe Perrone, non ha partecipato alla Conferenza di Palermo; tuttavia, è del tutto evidente che le analisi da lui svolte nel corso del suo lavoro hanno fornito un contributo importante per la preparazione di tale Conferenza, anche se non ha partecipato ai lavori veri e propri.

Vorrei anche chiarire che l’ambasciatore Perrone è stato fatto rientrare in Italia, a Roma, il 10 agosto e da allora non ha fatto ritorno in Libia. La decisione, presa d’intesa con l’ambasciatore stesso, si giustifica con i gravissimi rischi per la sicurezza della sua persona, nei quali sono sfociati i malintesi creati dall’intervista, che sono stati segnalati dalle autorità libiche e confermati dalle competenti autorità di sicurezza italiane. Su questo punto ho avuto modo di riferire anche in Aula e mi duole se non sono stato sufficientemente bravo ad esprimermi con chiarezza, ma spero di essere chiaro in quest’occasione.

Il Governo intende assicurare la presenza del capo missione a Tripoli nei tempi più rapidi e segnala che l’attività dell’ambasciata non è mai stata sospesa, ma è continuata anche nelle situazioni difficili che si sono verificate. Consideriamo la questione della presenza di un capo missione come urgente, non più differibile e da risolvere nei tempi più rapidi. Il Governo sta già facendo tutte le opportune valutazioni al fine di assumere quanto prima questa decisione.

CASINI .Signor Presidente, signor Ministro, il bicchiere può essere mezzo vuoto o mezzo pieno. Dato che io sono un uomo delle istituzioni, voglio far finta che sia mezzo pieno. La ringrazio del fatto che lei, dopo cinque mesi, conviene con me sul fatto che sia indifferibile la nomina di un altro ambasciatore, visto che non c’è l’agibilità per questo in Libia. A questo punto aspetto la nomina e sicuramente, conoscendola e stimandola, so che sarà una nomina all’altezza della situazione.

Solo alla fine, per quel po’ di polemica che un pochino ciascuno di noi mette, osservo che non so se quanto accaduto era dovuto alla sicurezza dell’ambasciatore o al fatto che autorità anche italiane operanti in Libia hanno idee diverse rispetto alla valutazione che l’ambasciatore faceva in ordine alla situazione libica. Parlano tutti di Libia: le autorità di sicurezza, i Servizi, il Ministero degli esteri. C’è molta confusione e duplicazione di competenza. Io credo che i Servizi che agiscono in Libia, ieri, oggi e domani (è un problema generico), debbano trovare sintonia con le rappresentanze diplomatiche. Non possono fare le cose alle spalle. Sono tenuti sicuramente alla riservatezza, ci mancherebbe altro; se i Servizi di sicurezza non fossero riservati, non sarebbero tali. Però il rapporto con la Farnesina è essenziale. Noi siamo convinti che l’ambasciatore sia entrato in un meccanismo più grande di lui, per cui alla fine abbiamo sacrificato l’ambasciatore. Benissimo, adesso comunque nominiamone un altro e guardiamo avanti, non guardiamo più indietro; stendiamo un velo sul passato. Come lei ha detto – e io sono d’accordo con lei – bisogna rapidamente provvedere all’indicazione di un altro ambasciatore.

Commenta

Libia:il vertice italiano un flop. Prevalsa la linea di Egitto e Francia, l’Europa esce sconfitta

postato il 16 Novembre 2018

L’intervista di Antonella Coppari pubblicata su Quotidiano Nazionale

«Di mancanza di professionalità politica si muore. Conte avrebbe dovuto evitare di imbastire la Conferenza sulla Libia, poiché non c’erano i presupposti: in questo modo avrebbe evitato un fallimento annunciato».
L’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, che in tema di politica estera ha esperienza da vendere, è categorico: «Non ho nulla contro le conferenze internazionali, ma non bisogna organizzarle in modo velleitario perché invece di risolvere, peggiorano le cose».
Perché il summit di Palermo avrebbe peggiorato il quadro?
«Basta vedere quello che è successo mercoledì a Tripoli con il riesplodere della guerriglia urbana: purtroppo, l’Italia ha sbagliato completamente linea. Per far venire Haftar ha determinato l’irritazione di tutta l’area islamica che agisce su Tripoli, sostenuta dal Qatar e dalla Turchia, un’area per noi fondamentale. E così ora, coloro con cui tradizionalmente dialogavamo sono insoddisfatti, mentre la linea che è sembrata prevalere a Palermo è stata quella della Francia e dell’Egitto».
Pure la conferenza organizzata dai francesi è stata un flop.
«Non è una giustificazione: li abbiamo criticati per questo».
Nello scacchiere libico ci sono almeno tre attori europei: Francia, Italia e Inghilterra. E’ possibile che l’Unione non faccia sentire la sua voce?
«Questa è la grande sconfitta dell’Europa. Un soggetto che è assolutamente incapace di incidere una svolta a livello politico perché non ha una politica estera comune. Un dato di fatto che il dossier della Libia ha evidenziato drammaticamente negli anni».
Quanto pesa la competizione internazionale sulla crisi libica?
«Nella vicenda libica la competizione internazionale ha inciso fin dall’inizio, a partire dall’intervento sbagliato proposto da Sarkozy e dagli inglesi contro Gheddafi. Devo riconoscere che, per quanto riguarda i nostri interessi economici, l’Eni in Libia ha tenuto benissimo, non ha sentito la concorrenza della francese Total».
Si può risolvere la situazione senza mettere attorno a un tavolo non solo i libici ma anche le potenze coinvolte?
«Va bene il dialogo politico ma io sostengo che se gli Stati Uniti e la Russia non riuniscono attorno alla Libia gli attori principali, che sono Turchia, Egitto, Italia, Francia e gli Stati del golfo non si produrrà nulla perché questo è terreno di una guerra per procura».
Ha qualche chance di riuscire la mediazione dell’inviato dell’Onu, Salamé?
«Sembra un pochino più efficace di quelle del passato».
La scadenza delle elezioni a giugno in Libia sarà rispettata?
«Non sono in grado di dirlo. Le elezioni ci devono essere quando è garantito un percorso di sicurezza e di tranquillità nel paese. Se il governo legittimo non è in grado di garantirlo nemmeno nelle strade di Tripoli, di cosa si parla?».
Per governare il fenomeno migratorio Minniti prima e Salvini poi hanno puntato sugli accordi con la Libia: ha senso dato che non esiste uno stato libico?
«Da ministro dell’Interno farei le stesse cose, però è chiaro che più la Libia è divisa in fazioni, più è impossibile controllare il fenomeno».

Commenta

Libia: A Palermo soltanto una cerimonia, gli Usa faranno il minimo

postato il 12 Novembre 2018

L’intervista di Fabrizio Caccia pubblicata sul Corriere della Sera

«Io non so se è vero o no che il premier Conte sia volato da Haftar a Bengasi», dice il senatore Pier Ferdinando Casini, ex presidente della Camera e oggi docente di Geopolitica del Mediterraneo alla Lumsa di Roma.

Palazzo Chigi ieri ha smentito.

«Fosse vero sarebbe penoso, vorrebbe dire che siamo ridotti al punto che per tenere in piedi un simulacro di conferenza, che non servirà a nulla, il nostro presidente del Consiglio deve correre da Haftar a chiedergli di partecipare».

Oggi a Palermo comincia la conferenza sulla Libia.

«Al massimo sarà una cerimonia. Perché il livello delle presenze è davvero basso. Gli Usa mandano appena un sottosegretario. Nel gergo diplomatico vuol dire fare il minimo indispensabile, piuttosto che darti un calcio in faccia. Ma forse pure lo è».

Allora cosa aspettarsi?

«Io mi auguro che alla fine Haftar venga, sarebbe un grande atto d’umiltà, anche se Palermo è solo un’ostentazione di velleitarismo. Di sicuro, occorrerà abbassare l’asticella delle aspettative. Alla conferenza, tra chi ci sarà, cerchiamo di creare almeno un dialogo sereno per indurre a un cammino elettorale».

Il futuro della Libia, però, resta un’incognita.

«L’unica soluzione è che Russia e Usa congiuntamente mostrino la volontà reale di coinvolgere gli attori principali: Egitto, Turchia e Unione Europea».

Per adesso comandano le milizie armate.

«La Libia anche con Gheddafi non è mai stata una realtà statuale. Il Colonnello la teneva insieme distribuendo i proventi del petrolio e del gas tra le tribù. Oggi servirebbe un altro capo riconosciuto da tutti, ma non c’è. Haftar è divisivo, Serraj troppo debole. Nessuno rimpiange Gheddafi, ma il problema è che oggi ci sono 50 capi che litigano tra loro».

E l’Italia?

«Ho grande stima del ministro degli Esteri, Moavero. Il problema è la nostra politica estera. Perché ci siamo vantati a lungo di essere rimasti i soli con l’ambasciata aperta a Tripoli e adesso ci ritroviamo con l’ambasciatore Giuseppe Perrone, il più esperto di cose libiche in assoluto, interdetto ad entrare? O forse siamo noi stessi che non lo facciamo più entrare? Sono cose che non capisco».

Commenta

Libia: condivisione su decreto motovedette, in continuità con governi precedenti

postato il 25 Luglio 2018

La politica si fa col cuore e con la mente

Cari colleghi, non è semplicissimo intervenire in questo dibattito perché naturalmente, come sempre capita quando si parla di temi così delicati e quando si parla di Libia, un conto è il voto che noi siamo chiamati a dare, un conto è l’analisi che siamo chiamati a fare, un conto sono le sensibilità diverse che attraversano il nostro Parlamento.
Allora partiamo dal primo punto: il Gruppo per le Autonomie voterà a favore di questo decreto-legge perché è in continuità con il lavoro dei governi precedenti e perché è giusto dotare di un equipaggiamento navale le forze di controllo costiero libico, perché è giusto, perché è giusto.
Poi, colleghi, facciamo un passo in avanti: la senatrice Bonino ci ha ricordato che non esiste la statualità libica. Purtroppo lo sapevamo tutti in quest’Aula che non esiste la statualità libica. Sappiamo addirittura che c’è un Governo, quello di Haftar, che con la collaborazione di statualità estere e anche europee ha lavorato in questi anni per arrivare ad una tripartizione della Libia nonostante la comunità internazionale abbia insediato un Governo che noi sempre abbiamo appoggiato, con Letta, con Renzi, con Gentiloni e oggi con il Governo Conte in uno spirito di continuità, perché era il Governo legittimato dall’ONU. Ma questo Governo controlla la Libia? Scusate, non siamo su “scherzi a parte”, lo sappiamo benissimo che questo Governo non controlla la Libia. Sappiamo benissimo che non la controllano neanche gli altri due governi. Sappiamo benissimo che ci sono dei soggetti tribali municipali che non a caso sono stati al centro del lavoro che nei mesi scorsi ha fatto il Governo Gentiloni con il ministro Minniti.
Abbiamo in Aula la senatrice Pinotti che è stata parte di quel lavoro che oggi, in continuità, viene ripreso dal Governo Conte.

Allora, scusate, un conto è il mondo che vorremmo vivere, un conto è il mondo che viviamo perché la politica estera non è un pranzo di gala e noi, purtroppo, dobbiamo fare i conti con quello che c’è non con quello che vorremmo che ci fosse. Ho sentito prima alcuni colleghi che hanno detto che chi arriva non ha i documenti. Scusate, ma volete che vadano a chiedere il certificato penale a Mogadiscio quando partono da realtà che sono devastate, prive di qualsiasi statualità?
[Continua a leggere]

Commenti disabilitati su Libia: condivisione su decreto motovedette, in continuità con governi precedenti

Italia-Albania: dal presidente Meta il conferimento dell’onorificenza Madre Teresa

postato il 23 Aprile 2018

Oggi a Tirana il presidente della Repubblica dell’Albania mi ha conferito la medaglia dell’Ordine di Madre Teresa, una delle massime onorificenze dello Stato albanese

Ringrazio il presidente Meta dell’onorificenza, che in realtà è tributo non a me personalmente, ma al rapporto speciale fra Italia e Albania. Sono certo che chiunque guiderà l’Italia nel prossimo governo sara’ coerente con la tradizione migliore della nostra politica estera. Anche le forze nuove che si avvicinano al governo del paese, saranno come noi lo siamo stati, testimoni e ambasciatore dell’Albania in Europa. Mi conforta molto oggi vedere tra i punti programmatici che i colleghi del Movimento Cinque Stelle hanno presentato, la conferma di quello che sto dicendo, perché si parla di continuità nell’impegno della politica europea.

***

La medaglia – si legge nelle motivazioni del conferimento a Pier Ferdinando Casini – è in segno di apprezzamento per la sua personalità’ di spicco come politico il quale incarna i valori più’ alti del parlamentarismo, del dialogo e della democrazia, e per essere stato un ponte di collegamento per la permanente amicizia italo-albanese.
Nel suo intervento il presidente Ilir Meta ha sottolineato “lo straordinario aiuto del senatore Casini nel promuovere l’Albania sul campo internazionale. Lui e’ stato un avvocato dell’adesione del paese alla Nato e un fermo sostenitore della prospettiva europea dell’Albania e della regione dei Balcani. L’Italia è un nostro insostituibile partner strategico. Perciò un’Italia forte, stabile e prospera è importante per un’Albania per sviluppata e prospera”.

Commenti disabilitati su Italia-Albania: dal presidente Meta il conferimento dell’onorificenza Madre Teresa

Il percorso da condividere della politica estera italiana

postato il 21 Settembre 2017

Ci sono diversi fattori che rendono un Paese affidabile agli occhi della comunità internazionale. Tra questi c’è la continuità nelle sue scelte di fondo

La mia lettera al Direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana

Caro Direttore,

Angelo Panebianco ha avuto il merito, su queste colonne (Corriere, 14 settembre), di ricordare l’importanza della politica estera nelle scelte dei partiti e nei loro programmi.
Il quadro internazionale, del resto, è straordinariamente complesso. L’emergenza più recente, quella coreana, ha fatto riemergere la prospettiva di un conflitto nucleare. Poi c’è Daesh e la minaccia del terrorismo di matrice islamica, che ormai sono parte integrante della nostra vita quotidiana. C’è il dramma dei migranti, che tocca pesantemente l’Italia, ma che in realtà è una delle grandi questioni planetarie. C’è un uso distorto e perverso delle religioni per spingere ad uno scontro di civiltà. C’è un arco di instabilità e di conflitti che corre per tutta la sponda sud del Mediterraneo, per arrivare fino in Medio oriente.
Proprio la situazione di quest’area è un esempio lampante della crisi del sistema delle relazioni internazionali. Il disimpegno degli Usa, avviato da Obama, ha lasciato un vuoto pericoloso. Che in molti, ora, vogliono riempire: dalla Russia, alle potenze regionali, perennemente in lotta tra di loro.
Uno scenario così frammentato richiede nuovi strumenti di intervento e capacità di lavorare per un “ordine mondiale”, come scrive Kissinger, più aderente alla realtà. Questo non significa, però, mettere in discussione tutto quello che si è fatto finora. Al contrario, proprio perché siamo in una fase così complessa, i pilastri della nostra politica estera devono rimanere ben saldi.
Il primo è la scelta europeista. L’Ue, oggi, ha tante difficoltà ed incertezze, molte delle quali, in verità, dovute più a certe capitali nazionali che a Bruxelles. Ma non dobbiamo dimenticare quello che ci ha garantito fino ad oggi (a cominciare da pace e stabilità), né possiamo illuderci che, per il futuro, ci siano alternative credibili. Il mondo moderno è un mare in tempesta. E gli Stati nazionali, da soli, sono barchette in balia delle onde che rischiano, Germania compresa, di affondare. In più dalla Brexit, che è un male, potrebbe anche venir fuori qualcosa di buono, cioè la formazione di un nucleo duro di Paesi che, come diceva Delors, spinga finalmente sull’acceleratore dell’integrazione, a cominciare da sicurezza e politica estera.
Il secondo pilastro è la scelta atlantica. Le singole amministrazioni possono piacere di più o di meno, o anche per niente. I governi però passano, mentre i popoli restano. E noi, con gli americani, abbiamo un rapporto solido e di lunga data, un’alleanza strategica fondata su una visione condivisa del mondo che dobbiamo preservare ad agni costo.
Il terzo pilastro è il multilateralismo. Anche qui, non si tratta di nascondere la realtà, in primis la debolezza del sistema dell’Onu. Si tratta di convenire che, nelle relazioni internazionali, non esistono alternative alla mediazione e al dialogo, per costruire un ordinamento, come dice la nostra Costituzione, “che assicuri pace e giustizia fra le Nazioni”.
Questi pilastri è bene che restino solidi, condivisi da tutte le forze politiche, o, almeno, dalla loro gran parte. E bisogna dire che, negli ultimi anni, i partiti italiani hanno fornito alcuni esempi virtuosi di coerenza bipartisan nella politica internazionale, a partire dal sostegno alle missioni militari di pace in cui quasi sempre si è ottenuto un consenso più ampio del perimetro governativo. Ma vorrei aggiungere due casi per tutti: Turchia e Iran. I governi italiani, ci fosse Berlusconi o Prodi, hanno sempre tenuto aperta la porta dell’Europa alla Turchia. E se nel 2003 Schröder e Chirac ci avessero dato retta, oggi avremmo probabilmente un Medio Oriente un po’ meno tormentato. Lo stesso vale per l’accordo sul nucleare con l’Iran. Anche qui il nostro Paese ha saputo mantenere, negli anni, una posizione coerente a favore del dialogo e dell’apertura. Personalmente non sono affatto persuaso che la svolta di Trump, annunciata martedì a New York, sia foriera di grandi successi per l’Occidente.
Ci sono diversi fattori che rendono un Paese affidabile agli occhi della comunità internazionale. Tra questi c’è la continuità nelle sue scelte di fondo in politica estera. Per essere forti nel mondo bisogna che la maggioranza e le forze più responsabili dell’opposizione si facciano carico di progettare insieme un percorso condiviso nell’interesse della comunità nazionale.

Commenti disabilitati su Il percorso da condividere della politica estera italiana

Migranti: Casini loda il codice Ong «I cattolici stanno con Minniti»

postato il 10 Agosto 2017

Il Papa non vuole i trafficanti

L’intervista di Antonella Coppari a Pier Ferdinando Casini pubblicata su QN

Convinto anzi arciconvinto che il codice di comportamento per le Ong sia sacrosanto determinato ad appoggiare senza se e senza ma la svolta di Minniti sull’immigrazione che sta producendo ottimi risultati di fronte a voci critiche che si levano dal mondo cattolico Pier Ferdinando Casini presidente della Commissione Affari esteri del Senato con solide radici cristiane, non ha dubbi: “Se si facesse un referendum tra gli italiani che vanno a Messa la domenica sono sicuro che la maggior parte di loro si schiererebbe con il ministro dell’Interno”.

Ma la solidarietà nei confronti dei migranti non dovrebbe essere un imperativo categorico per un cristiano?
“Sicuramente. Ma è un imperativo altrettanto categorico trattare le persone da esseri umani e non da bestie. E siccome chi arriva oggi in Italia va ad alimentare il racket della prostituzione della droga e della criminalità io dico che con i mercanti di schiavi ci deve essere tolleranza zero”. [Continua a leggere]

Commenti disabilitati su Migranti: Casini loda il codice Ong «I cattolici stanno con Minniti»

Libia: su lotta a trafficanti Italia passa da parole a fatti

postato il 30 Luglio 2017

Ospite di Rainews24 intervengo su migranti, rapporti tra Italia e Francia, legge elettorale e prospettive politico-elettorali.

Commenti disabilitati su Libia: su lotta a trafficanti Italia passa da parole a fatti

Libia: Il pattugliamento un colpo ai trafficanti

postato il 29 Luglio 2017

Nel derby con l’Italia a rischiare è Parigi

 L’intervista di Marco Ventura pubblicata su Il Messaggero
Il derby Italia-Francia rischia di trasformarsi in un boomerang per Parigi. Su Fincantieri e sulla Libia il presidente Macron ha fatto due operazioni azzardate. I cantieri di Saint-Nazaire, una volta nazionalizzati, rischiano di restare in carico al governo francese senza funzionare, mentre il vertice con Al Serraj e Haftar è stato poco più di una photo opportunity come è dimostrato dai pesci in faccia di Haftar a Al-Serraj due giorni dopo».
È netto il presidente della Commissione Esteri del Senato, Pier Ferdinando Casini, su quello che l’Italia dovrebbe fare in Europa e Nord Africa. «Nel dossier libico sono coinvolti Paesi come gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto, col quale l’Italia ha diversi contenziosi a cominciare dal caso Regeni. Non si può lasciar bighellonare alla Farnesina uno dei nostri migliori diplomatici, Giampaolo Cantini, da tempo nominato ambasciatore al Cairo. Dev’essere mandato a insediarsi e risolvere i problemi».

È in pericolo l’amicizia tra Roma e Parigi?
«L’amicizia italo-francese è più forte delle contingenze, e la storia ha dimostrato che quando Italia e Francia non sono state in sintonia ne sono venuti fuori guai per tutti. Ma oggi il problema è più per Macron e per il governo francese. Lui sarà preoccupato dal calo di sondaggi, si è candidato in nome dell’Europa ma sa quanto sia forte in Francia la spinta sovranista».
Che cosa può succedere adesso?
«Sul fronte della cantieristica, o Macron rinnega la posizione di Hollande e la Francia farà una figura meschina, squalificandosi in Europa per una scelta inaccettabile, o invece il tutto è finalizzato a un nuovo accordo e questo farebbe parte delle regole del gioco. Fincantieri fa un’operazione industriale, non politica. Se la politica glielo impedisce, i francesi vadano avanti per conto loro. I coreani erano ben accetti perché soci finanziari? Fincantieri, proprio perché è una vera industria, può dare una prospettiva ai lavoratori francesi». [Continua a leggere]

1 Commento


Twitter


Connect

Hai già cliccato su “Mi piace”?

Community

Login with Facebook:
Last visitors
Powered by Sociable!

ULTIME SEGNALAZIONI FACEBOOK

Facebook Fans

Twitter EstremoCentro

Ultimi commenti

  • Alzetta Gianfranco: Credo che anche questo governo vada giudicato per quello...
  • Pini lucia: Speriamo bene! Sulla strada provinciale 27 della docciola montese...
  • Giuseppe: Il popolo italiano, al momento del voto, deve avere. Il coraggio e...
  • armando: Bravo Sen. Casini ottimo intervento è necessario organizzare ed...
  • Mario Lupo: Caro Pier, condivido la tua lucida analisi e mi complimento con...
  • Pini lucia: C è una gran confusione a forza di simboli non si capisce più...
  • nello: Casini la dice come la pensa l’uomo di buon senso.Che sono tanti...
  • Giovanni Leuzzi: Una premessa redazionale. La sesta domanda include un...
  • tommaso Pragliola: ora che sei a galla fai lo spiritoso
  • patrizia: Se un famoso ateniese diceva: ‘La Repubblica si difende con le armi...
udc tour