Tutti i post della categoria: Economia

Tasse e dintorni: tutte le bugie del Cavaliere

postato il 31 dicembre 2012 da gebuono

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

 Chi è il vero partito delle tasse? Il Pdl di Berlusconi. E chiunque sia un po’ attento, lo sa. Non solo, il PDL è il partito che favorisce i ricchi facendoli pagare tanto quanto i ceti popolari. Berlusconi afferma di volere togliere l’IMU sulla prima casa. Splendido, ma per compensare la minore entrata, ha affermato che aumenterebbe altre tasse, quindi alla fine per il cittadino non cambia niente: se paga l’IMU o se paga la stessa cifra con altre tasse, non cambia nulla. Ecco la prima bugia smascherata: Berlusconi non alleggerirebbe il carico fiscale per i cittadini meno abbienti.

In compenso lo alleggerisce per i cittadini ricchi, agendo come un Robin Hood al contrario: toglie ai poveri per dare ai ricchi. Supponiamo che Berlusconi tolga l’IMU sulla prima casa e aumenti le tasse su alcolici, tabacco e altri beni. Ovviamente tutti i cittadini pagherebbero queste maggiori tasse consumando a prezzo più caro questi prodotti (per inciso, questo penalizzerebbe i produttori italiani di vino), ma chi ne trae vantaggio sono i ricchi: l’IMU è pagata in base al valore dell’immobile, quindi più un immobile è di pregio e più si paga. Chi ha le case di maggior valore? Il poveraccio o il ricco? Facciamo un esempio concreto: se Berlusconi toglie l’IMU sulla prima casa e mette come sua residenza principale la sua casa di maggior valore (ad esempio villa Macherio ad Arcore con un valore stimato di 78 milioni di euro o la villa in Sardegna, valutata sopra i 100 milioni di euro), risparmierebbe moltissimo, molto più di quanto potrebbe spendere in alcolici. E questa differenza chi la pagherebbe? Ovviamente i cittadini. Quindi ai ricchi conviene togliere l’IMU sulla prima casa perché risparmierebbero molto più di quanto pagherebbero con le tasse sugli alcolici. La differenza la metterebbe il ceto medio. Seconda bugia smascherata: contrariamente a quello che dice Berlusconi, togliendo l’IMU sulla prima casa e aumentando le altre tasse, agevoliamo i ricchi e non i cittadini.

Ovviamente si dirà che l’IMU è colpa di Monti. Ma è davvero così? L’IMU è stata introdotta dal governo Berlusconi con il decreto legislativo del 14 marzo 2011, molto tempo prima che arrivasse Monti a governare. E lo stesso Berlusconi la introdusse per TUTTI i cittadini perché Berlusconi aveva abolito l’ICI ai ricchi; infatti il precedente governo Prodi aveva già tolto l’ICI su quasi tutti i cittadini italiani, tranne per quelli che avevano un reddito elevato. Berlusconi quindi tolse l’ICI solo ai ricchi, creando un buco nelle casse dello Stato per diversi miliardi.

E chi ha legato l’Italia all’austerità europea? Voi direte Monti, ma sbagliate di grosso, perché il governo che impegnò l’Italia al rigore europeo è stato proprio il governo Berlusconi, ad esempio ci siamo scordati la manovra da 47 miliardi fatta da Berlusconi nell’Estate 2011? Portò aumento di tasse sui conti correnti e sui btp detenuti dai piccoli risparmiatori oltre che tagli alla spesa pubblica per 20 miliardi di euro per il 2013 e il 2014.

E sempre nel 2011 Berlusconi diceva che abbassare la pressione fiscale era impossibile (andate a guardarvi le sue dichiarazioni nel Maggio 2011). Terza bugia svelata.

Infine sveliamo la quarta e piu’ clamorosa bugia: il famoso fiscal compact che porta tanta austerita’ ed e’ tanto criticato da berlusconi, e’ stato approvato proprio da berlusconi il 24 marzo 2011.

 

1 Commento

Che cos’è lo Spread?

postato il 13 dicembre 2012 da gebuono

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

Si parla spesso di spread, ma cosa è e perché influenza la nostra vita?

Lo spread è il differenziale tra il nostro tasso di interesse (che lo stato paga sui btp) e un altro tasso di interesse preso come “pietra di paragone” e che generalmente è pagato dagli investimenti ritenuti “sicuri”. In pratica, più rischioso è l’investimento, maggiore è l’interesse che vuole chi presta il denaro. Se la cosa vi sembra eticamente discutibile, provate a riflettere: voi prestereste denaro ad una persona inaffidabile con il rischio di non averlo restituito? E se prestate questo denaro, è chiaro che maggiore è il rischio, maggiore è il guadagno che chiedete per compensare il rischio corso.
Allo stesso modo dobbiamo ragionare con lo spread e il nostro debito pubblico:  lo spread è la differenza tra il tasso di interesse pagato dallo stato italiano e quello pagato dallo stato tedesco (reputato uno degli investimenti più sicuri). Supponiamo che abbiamo un tasso pari a 6%, se quello tedesco è del 2%, allora lo spread è del 4% (6-2=4).

Da queste considerazioni discende che se uno stato, come ad esempio l’Italia, diventa sempre più inaffidabile a causa dell’andamento dell’economia o perché i governanti non fanno le riforme o si dimostrano incapaci, chiaramente il tasso di interesse che paga salirà e quindi salirà anche lo spread. Sotto questo punto di vista lo spread è un primo termometro di quanto è affidabile un debitore o una nazione che si indebita.

Ma che significa per le nostre tasche uno spread alto? Ogni mese scadono dei titoli di stato (BOT, BTP, CCT, CTZ) che in massima parte vengono rinnovati: se lo spread aumenta, aumenta anche il tasso di interesse che lo stato paga sui nuovi titoli emessi; quindi se prima pagava il 4%, poi paga il 5%. In soldoni, significa che la spesa per interessi passivi dello stato italiano, aumenta e se aumenta lo stato italiano in seguito avrà meno soldi per investimenti e avrà bisogno di maggiore liquidità e quindi dovrà tagliare servizi ai cittadini o aumentare le tasse. Il nostro debito è di 1900 miliardi di euro; aumentare di 1% il nostro spread su tutto il debito (fingendo per semplicità di rinnovarlo tutto in un colpo solo) significa che gli italiani dovranno pagare 19 miliardi di euro in più ogni anno. A questo dobbiamo aggiungere che la maggiore spesa per interessi ha un effetto depressivo sul PIL e quindi non solo paghiamo più soldi, ma con un PIL minore, diminuisce anche la nostra economia 8quindi siamo penalizzati due volte): è stato calcolato che un aumento dell’1% del tasso di interesse significa per l’Italia un aumento di spesa per interessi pari allo 0,2% del PIL il primo anno, dello 0,4 il secondo anno e dello 0,5 il terzo anno, rispetto agli stati più “sicuri” (come la Germania); se si fosse mantenuto una differenza del 4%, come ai tempi di Berlusconi, per lo stato italiano si sarebbe parlato di una spesa aggiuntiva di circa 100 miliardi di euro di interessi.

Inoltre alti tassi di interesse implicano per le banche, le imprese e le famiglie, maggiori difficoltà nel reperire i fondi necessari; in altre parole una famiglia pagherà di più come interessi per avere un prestito, ma anche le imprese pagheranno di più (due estati fa, con Berlusconi, i prestiti alle imprese erano saliti ad un tasso di interesse del 9%).

Commenti disabilitati

Se la spending review si può fare grazie ad Internet

postato il 8 dicembre 2012 da gebuono

di Giuseppe Portonera

La spending review dovrebbe essere un metodo permanente dell’azione di governo e il taglio dei costi, collegato all’aumento dell’efficienza e della velocità dei servizi offerti, andrebbe programmato annualmente. Grazie al Governo Monti questa strada sembra essere stata intrapresa: i ministri Giarda e Patroni Griffi, che hanno combattuto una battaglia dura contro gli immensi sprechi che si nascondono nei meandri della Pubblica Amministrazione, si sono dovuti scontrare con un moloch pesante e da più parti inattaccabile, finendo con l’incidere tagli col bisturi, anziché con l’accetta, come sarebbe servito. Questo per una molteplicità di motivi: ma quello che più mi sembra primario, è il non aver usato i giusti strumenti operativi. Il Governo Monti è il Governo dell’Agenda Digitale, che più di altro può rappresentare uno stimolo alla crescita: perché, allora, in sede di programmazione della spending review non si è pensato a tagliare i costi delle PA puntando sulla trasformazione digitale? Cosa può avere più successo della smaterializzazione delle procedure, dei documenti, dei tempi d’attesa, in materia di riduzione dei costi burocratici e maggiore efficienza del servizio?

Del resto, le idee in campo non mancano. Specie da parte nostra. Sulla scia di quanto proposto da Stefano Quintarelli, per esempio, noi pensiamo sia necessario imporre, per legge: alle PA, che qualsiasi atto o procedura non digitale sia vietato a patto che non si dimostri essere più conveniente del digitale; ai ministeri, di produrre annualmente un piano di innovazione tecnologica. È un diritto per il cittadino-utente ricevere notifiche e certificati via mail; mentre per lo Stato investire su sanità elettronica e giustizia digitale significherebbe un risparmio notevole (pensate ai faldoni di carta che occupano spazio e che per essere trasportati da un ufficio a un altro succhiano via moltissime risorse). Già in questi campi si possono attivare iniziative a costo zero: con lo switch-off nelle PA, il lavoro di trenta camminatori siciliani, per dire, sarebbe svolto da una, massimo due persone (con un risparmio di soldi pubblici e una notevole riduzione dei tempi di attesa). Una trasformazione digitale, poi, non gioverebbe solo sul fronte economico, ma anche e soprattutto su quello della trasparenza delle PA: bisogna puntare, infatti, sull’OpenData e sul FOIA. Ogni atto delle pubbliche amministrazioni (dal governo ai comuni, alle istituzioni tutte) appartiene alla comunità e deve essere conosciuto dalla comunità. Il cittadino deve poter conoscere, in ogni momento, l’attività dei suoi rappresentanti politici o amministrativi (quindi leggi, bandi, bilanci per chi gode di finanziamenti pubblici). In questo modo l’efficienza delle PA sarebbe evidente e conoscibile a tutti, e questo obbligherebbe la burocrazia a conformarsi a standard molto più elevati, rispetto a quelli di oggi. Più trasparenza, infatti, vuol dire prima di tutto meno corruzione (e quindi meno costi). Secondo la Corte dei Conti, la corruzione costa all’Italia circa 60 miliardi all’anno: negli Stati Uniti, dove la legge sul diritto all’informazione è utilizzatissima dai cittadini, il costo totale annuale per l’applicazione della legge è di circa $ 416 milioni annui, cioè di meno di $1,4 per ogni cittadino. Mentre a noi italiani la corruzione pubblico-privata costa 1.000 euro a testa all’anno. Anche una piccola diminuzione della corruzione ripagherebbe ampiamente i costi di applicazione della legge: e questa sì che sarebbe spending review!

Al prossimo governo spetta quindi questa eredità: capire che la riduzione (necessaria, profonda) dei costi della PA deve passare soprattutto attraverso l’innovazione digitale. Ecco perché sul progetto di un’Italia più trasparente, efficiente e always connected incentreremo la nostra campagna elettorale.

Commenti disabilitati

Chi paga, veramente, l’Imu?

postato il 6 dicembre 2012 da gebuono

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

In questi gironi i giornali titolano “stangata IMU”, e si lanciano in calcoli apocalittici affermando che “la città più cara sarà Roma con picchi di 470 euro. Il valore della tassa per la seconda casa, invece, sarà mediamente di 372 euro ma potrà arrivare fino ai 1.200 euro nelle grandi città. Mediamente quindi tra acconto e saldo, l’importo complessivo sarà di 278 euro per la prima casa e 745 euro per la seconda”.

E non solo, altri affermano ancora calcoli peggiori, perché infatti scrivono che “per le seconde case, l’Imu peserà mediamente 745 euro, con punte di 1.885 euro a Roma; di 1.793 euro a Milano; di 1.747 euro a Bologna; di 1.526 euro a Firenze”. Altri affermano che le “grandi città del Centro-Nord che dovrebbero far registrare un aumento complessivo fino a circa 700 euro rispetto al 2011, e in quelle del Sud intorno ai 250 euro”.

Numeri apocalittici, completati con la,ormai consueta, affermazione che le tredicesime serviranno per pagare l’IMU. E’ giustificato questo allarme o si tratta di terrorismo psicologico supportato da dati “grezzi”? Scopriamolo insieme.

Intanto specifico subito che, se le stime saranno rispettate, il gettito IMU sarà di 23 miliardi di euro, di cui 15 destinati ai comuni, mentre solo 8 miliardi andranno allo Stato. Ma al di là di questa precisazione, osserviamo che l’IMU è una tassa meno ingiusta e meno esosa di quanto affermano certi giornalisti che riportano sempre cifre medie. IN pratica prendono l’introito stimato e lo dividono per il numero di contribuenti, con il risultato che, nei loro calcoli dozzinali, ricchi e poveri pagano la stessa cifra. Ma non è così. Infatti se si va a studiare meglio i dati, si scopre che rispetto all’Ici che esisteva sulle prime case, l’Imu ha un profilo più progressivo, colpisce cioè più duramente chi guadagna di più. E in moltissimi casi la nuova imposta si rivela, grazie anche al gioco delle detrazioni, più leggera. Fatti i calcoli con le aliquote standard (il 4 per mille per l’Imu, il 5 per l’Ici), e considerate le relative detrazioni, secondo il ministero dell’Economia la nuova Ici è più leggera, rispetto alla vecchia Ici, per tutte le unità immobiliari che hanno una rendita catastale inferiore ai 660 euro. Che sono il 74% di tutte le abitazioni censite, e rappresentano il 50% in termini di rendita complessiva. Ma la vera sorpresa è scoprire chi paga davvero l’IMU. Ovvero chi è più ricco paga, giustamente, molto di più di chi ha poco.

Infatti, considerando solo le proprietà delle persone fisiche, il 10% delle unità con le rendite catastali più elevate paga il 44,7% dell’Imu complessiva, con un importo medio di 2.693 euro, mentre il 10% dei contribuenti i cui immobili sono caratterizzati dalle rendite più basse versa appena il 2,8% del totale.

Prendendo come parametro la ricchezza personale, e non il valore dell’abitazione, il discorso non cambia moltissimo. Si scopre, infatti, che il 10% dei contribuenti con i redditi maggiori (tutti quelli che dichiarano oltre 55 mila euro annui lordi), pagano circa il 20% dell’Imu complessiva. Mentre il 50% dei redditi più bassi arriva al 10% dell’imposta complessiva.

Dai dati sopra riportati, si vede che l’IMU è una tassa molto meno ingiusta e molto meno invasiva di quello che si può pensare e che anzi fa pagare di più chi ha di più, dando vita ad un effetto redistributivo.

9 Commenti

La lotta all’evasione comincia dallo scontrino

postato il 26 novembre 2012 da gebuono

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

La lotta all’evasione condotta dal governo Monti e da chi lo sostiene, è sempre più accesa. Oggi la Commissione Finanze del Senato ha dato il via libera alla Delega Fiscale. In particolare segnalo il “contrasto di interessi”. Cos’è?

Per molti è la panacea risolutiva per limitare l’evasione fiscale. In pratica si potranno portare in detrazione fiscale gli scontrini e le fatture. Intendo tutti gli scontrini e tutte le fatture. Perché si chiama “contrato di interessi”? Perché vi è un in interesse contrastante tra venditore e consumatore: il primo ha convenienza a non emettere scontrino, ma il consumatore ha convenienza a richiederlo perchè lo può portare in detrazione fiscale e pagare meno tasse. A parte pochi casi in cui la documentazione fiscale è necessaria per altre ragioni, oggi non c’è un vantaggio nel chiedere scontrino o ricevuta fiscale quando si paga un bene o un servizio. Soprattutto se il venditore propone uno sconto.

Ma ora si cambia. Con il nuovo principio gli scontrini diventano la via per ottenere sconti sulle tasse da pagare. Questo sistema funziona in molti paesi del mondo (giusto per citarne uno, gli USA), e dà un aiuto concreto alla lotta all’evasione. Infatti il cittadino ha convenienza a richiedere lo scontrino, perché così pagherà meno tasse, inoltre questo agevola anche le famiglie e i singoli rendendo il fisco più equo: alla fine ad essere tassato sarà il reddito non usato per vivere.

Mi spiego meglio: se io guadagno 100, ma spendo 80 per vivere, è giusto che pago le tasse sul 20 che resta. Proprio per questo motivo, gli italiani vorranno gli scontrini, perché avranno la possibilità di scaricare dalle tasse una parte delle spese regolarmente fatturate.
Nello schema contenuto nell’emendamento, viene data al governo una delega legislativa con il compito di fissare le regole del contrasto d’interessi all’italiana, disciplinando la misura prevedendo le «opportune fasi applicative» e le «eventuali misure di copertura».

Il contrasto d’interessi, comunque, dovrà essere «selettivo», ed essere concentrato «con particolare riguardo nelle aree maggiormente esposte al mancato rispetto dell’obbligazione tributaria».
Di sicuro, però, sarà conveniente ora chiedere lo scontrino al bar o la fattura fiscale al proprio dentista. Ora la passa alla camera dei deputati e poi, si spera di approvare tutto il pacchetto entro Natale per renderlo operativo già nel 2013.

3 Commenti

Avanti con Monti e l’Italia può farcela

postato il 22 novembre 2012 da gebuono


I sacrifici fatti non sono stati vani

I sacrifici di questi mesi non sono stati vani, da oggi le imprese e le famiglie che hanno bambini beneficeranno di un alleggerimento della pressione fiscale: è il risultato della politica della serietà e continuando così ce la potremo fare.  Interrompere ora l’esperienza Monti vorrebbe dire tornare al punto di partenza, come nel gioco dell’oca. Non dimentichiamo che eravamo sull’orlo del baratro.

 Pier Ferdinando

3 Commenti

I frutti della ritrovata credibilità all’estero

postato il 20 novembre 2012 da gebuono

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

A chi si lamenta della “scarsa incisività” del governo Monti segnalo che le cose stanno cambiando: i primi risultati della cura Monti si vedono e stanno portando vantaggi concreti.

Pochi giorni fa annunciavamo, tra le varie cose positive, il provvedimento per estendere “l’iva per cassa” alle piccole aziende che fatturano fino a 2 milioni di euro, andando incontro alle richieste di artigiani e piccoli imprenditori; oggi possiamo dare due belle notizie figlie della ritrovata credibilità internazionale dell’Italia.

La prima riguarda la visita di questi giorni nel Medio Oriente del presidente Monti, che sta portando un risultato molto tangibile: dal Qatar arriveranno massicci investimenti nelle società italiane che operano nell’alimentare, nella moda, nel lusso e in generale nel made in Italy.

Si formerà infatti una joint venture tra il Fondo Strategico Italiano (gestito dalla Cassa Depositi e Prestiti) e la Qatar Holding che porterà in dote due miliardi di euro al sistema produttivo italiano. Si creerà la “Iq Made in Italy Venture”, una joint venture che partirà subito con 300 milioni che diventeranno due miliardi nei prossimi anni. Questa jv nasce grazie alle eccellenti relazioni tenute da Monti e dalla ritrovata credibilità internazionale dell’Italia e , oltre ai soldi, mette a disposizione delle aziende italiane due partner con competenze complementari che possono portare opportunità e stimoli per migliorare la competitività.

L’altra notizia invece riguarda la possibilità di un accordo con la Svizzera per tassare i capitali all’estero.

Dopo mesi di lavoro, il governo è sul punto di chiudere l’accordo con la Svizzera, addirittura si dice che dovrebbe accadere già entro la prima metà di dicembre.

In pratica con questo accordo, similarmente a quelli stretti con altre nazioni, la Svizzera si impegna a tassare i capitali degli italiani lì depositati e a girare tali proventi al governo italiano, in cambio manterrebbe l’anonimato dei correntisti, tutelando il segreto bancario.

La tassazione avverrebbe in due modalità, ma sempre con le stesse aliquote in vigore in Italia: la prima sarebbe una sorta di sanatoria con il passato e quindi si parla di una percentuale di prelievo molto più consistente del ridicolo 7% del precedente governo: il governo Monti vuole accordarsi per una aliquota pari a circa il 35-40% da applicare su un capitale complessivo stimato sui 160 miliardi di euro. In pratica, la cifra che dovrebbe entrare nelle casse dello stato dovrebbe aggirarsi sui 48-60 miliardi di euro.

Ma non ci si ferma qui, perché, oltre a questa tassazione (che varrebbe per il passato), vi sarebbe anche un prelievo sui rendimenti dei conti correnti da effettuare ogni anno e che sarà in linea con quello già applicato in Italia (pari a circa il 20%) e che, nelle ipotesi più conservative, potrebbe portare a un introito annuo di circa 6-10 miliardi di euro.

Ottimi risultati, che premiano gli sforzi del governo Monti e di chi ha creduto in lui.

Commenti disabilitati

I primi frutti dell’austerità

postato il 16 novembre 2012 da gebuono

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

In questi mesi vi sono state tante critiche alle scelte prese dal governo Monti, ma oggi, con il ddl Stabilità, si vedono i primi frutti. Certo, chi segue i mercati ha notato che oggi lo spread è stabilmente sotto i 400 punti, in netto miglioramento rispetto all’eredità lasciata dal precedente governo (spread a 550 punti), ma grazie al ddl di prossima votazione, anche le famiglie inizieranno a beneficiare di questi risultati.

A testimonianza di ciò, basta considerare alcuni numeri contenuti in questo disegno di legge.

Intanto chiariamo subito che i maggiori vantaggi li avranno i nuclei di famiglie numerose (quelli con 4 figli per intenderci) che vedono salire lo sconto per i redditi fino a 15mila euro fino a 1.693 euro, mentre con l’attuale normativa ci si fermava a circa 1350 euro (si parla, quindi di un maggiore vantaggio per le famiglie di poco più di 300 euro). Per essere precisi, se si hanno 4 figli la detrazione reale arriva a 3500 euro (+643 euro) sempre per la fascia di reddito di 15mila euro, mentre per una famiglia con reddito a 30mila euro, lo sconto è di 123 euro in presenza di un figlio e arriva fino a più 566 euro con 4 figli, se andiamo a considerare le famiglie con figli sotto i 3 anni di età la detrazione passa da 800 euro a 1080 euro.

Per quanto riguarda invece le piccole imprese e gli artigiani (che sono l’ossatura del sistema produttivo italiano), è stato previsto un apposito fondo per la riduzione dell’Irap. Questo fondo avrà una dotazione iniziale di 248 milioni nel 2014 e 292 l’anno dal 2015. Ovviamente siamo coscienti che questo fondo non può risolvere di colpo tutti i problemi delle PMI, ma sicuramente rappresenta un primo passo di attenzione verso il sistema produttivo, come anche un primo passo è rappresentato dall’emendamento Occhiuto che blocca l’aumento dei vitalizi spostando questi soldi agli esodati.

Anche in questo caso non pretendiamo di aver risolto d’un colpo problemi assai complessi, ma riteniamo di aver dato un segnale concreto.

Altro passo è stata la costituzione del Fondo Kyoto che permette di dare un notevole impulso alla green economy in Italia, come anche dare la possibilità di pagare l’Iva per cassa alle aziende con fatturato di 2 milioni di euro 8venendo incontro alle esigenze delle piccole aziende e degli artigiani).

Sono segnali, questi, che i sacrifici fatti non sono stati fatti invano e che stanno iniziando a dare i loro frutto.

4 Commenti

La politica ambientale in Italia e nel resto del mondo: numeri a confronto

postato il 9 novembre 2012 da gebuono

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

È indubbio che per potere attuare delle politiche ambientali bisogna non solo imporre normative contro l’inquinamento (e l’Europa in questi anni ha dato vita ad una normativa antiinquinamento tra le più rigide nel mondo), ma bisogna anche promuovere azioni tese all’utilizzo di carburanti ecologici, all’utilizzo di materiali per il risparmio energetico, il riciclaggio e sviluppare una “cultura verde” nei cittadini. Per fare tutto ciò, ovviamente, occorrono soldi, molti soldi e solamente uno Stato può permettersi di finanziare in maniera compiuta queste attività.

E qui sorge la domanda: come si comporta l’Italia rispetto ad altre nazioni?

È una domanda importante, perché questo settore non conviene solo per tematiche ambientali, ma anche per tematiche “economiche” in quanto può rappresentare un interessante traino per l’economia e il lavoro, basti pensare al mercato, che si è aperto solo negli ultimi due-tre anni, del riciclaggio delle terre rare (attualmente esportate solo dalla Cina e fondamentali per tutti i prodotti tecnologici che usiamo).

Uno dei provvedimenti recenti varato dal governo italiano è il “Fondo Kyoto” che è stato finanziato per 600 milioni di euro, e ha lo scopo di promuovere investimenti pubblici e privati per l’efficienza energetica nel settore edilizio e in quello industriale; diffondere piccoli impianti ad alta efficienza per la produzione di elettricità, calore e freddo; impiegare fonti rinnovabili in impianti di piccola taglia; la gestione sostenibile delle foreste; la promozione di tecnologie innovative nel settore energetico. Altro punto interessante è quello delle energie rinnovabili, soprattutto alla luce degli obblighi assunti dall’Italiaper arrivare a centrare il traguardo che l’Unione europea (e l’Italia) si è data con l’obiettivo 20-20-20, cioè entro il 2020 diminuire del 20% le emissioni di CO2, aumentare del 20% l’efficienza energetica e produrre il 20% dell’energia da fonti rinnovabili. Al di là degli obblighi assunti, dobbiamo considerare che il mondo delle energie rinnovabili è una risorsa da esplorare: i benefici netti delle rinnovabili stimati al 2030 sono pari 76 miliardi di euro, divisi fra maggiore occupazione (+130.000 posti di lavoro entro il 2030), diminuzione dell’importazione di combustibili fossili, export netto dell’industria e riduzione del prezzo di picco dell’energia, come è affermato da uno studio condotto dall’Osservatorio internazionale sull’industria e la finanza delle rinnovabili presieduto da Andrea Gilardoni, dell’Università Bocconi, e realizzato con il supporto di Anev, Aper ed Enel Green Power. A proposito di Enel Green Power, segnalo che entro il 2015 entrerà in funzione la prima centrale termodinamica al mondo con tecnologia a sali fusi, che avrà rendimenti doppi rispetto alle attuali centrali fotovoltaiche e senza i problemi legati allo smaltimento dei pannelli fotovoltaici (questa centrale e tutto il lavoro di ricerca e sviluppo dietro, è stato finanziato in parte da Enel Green Power e in parte dallo stato italiano). Nonostante questo primato osserviamo che nella classifica legata alla capacità diattrarre investimenti nel settore delle rinnovabili siamo solo sesti peggiorando la nostra posizione, visto che nel 2010 eravamo quinti, e questo grazie ad una generale riduzione dei finanziamenti statali in tutta Europa e in particolare in Italia.

Migliora, anche se non di molto, la classifica italiana se ristretta al comparto fotovoltaico: quarto posto per l’Italia nel segmento dell’energia solare. Al vertice delle classifiche la Cina, mentre il secondo posto del podio spetta agli USA (grazie alle notevoli detrazioni fiscali per i progetti sulle rinnovabili, che sono in scadenza per fine 2012). Quello che penalizza l’Italia è da un lato un quadro normativo che cambia ogni anno e il prospettato taglio agli incentivi nei prossimi anni. Di contro, nel resto d’Europa, per ovviare al taglio dei finanziamenti statali si procede con una politica “dal basso”, ovvero impianti posseduti e gestiti da piccole comunità locali. Ad esempio in Germania e Danimarca, abbiamo un gran numero di impianti eolici gestiti da piccole comunità locali che si apprestano a soppiantare i grandi impianti nazionali; nel Regno Unito si assiste allo sviluppo di un analogo fenomeno, aiutato anche dalle riduzioni fiscali previste dal Governo per i progetti che vedono coinvolti due o più comunità locali.

Fuori dall’Europa è da segnalare il programma canadese ComunityFeed-In Tariff, rivolto a organizzazioni non profit, cooperative e municipalità, che sta avendo un successo senza precedenti. Se andiamo nello specifico osserviamo che la Cina è il paese dove il settore delle rinnovabili ha una maggiore capacità di attrazione di investimenti, in particolare per l’eolico offshore. Dopo la Cina, come abbiamo detto, vi sono gli Usa, grazie all’impegno preso dal Governo per installare 10 GW da rinnovabili su terreni pubblici oltre all’ipotesi di rinnovo del programma di detrazioni fiscali per i progetti sulle rinnovabili. Al terzo posto troviamo la Germania grazie all’approvazione a inizio 2012 di una nuova legislazione che garantisce di vendere l’energia rinnovabile direttamente ai consumatori e di accedere così a due vantaggi: il primo è la differenza tra la tariffa incentivante e il prezzo mensile medio a cui viene scambiata l’energia, il secondo è legato alla compensazione dei costi per la vendita dell’energia stessa. Dopo la Germania, troviamo l’India,grazie ai 400 MW di energia rinnovabile connessi nel 2011, e la Gran Bretagna che sta finanziando la creazione di un grande parco eolico offshore. Per l’Italia, il settore che attira maggiori investimenti è il fotovoltaico (seguono la geotermia e l’eolico onshore). Tra le sorprese “negative” spicca la Spagna che è uscita dalla top ten dei paesi con maggiori finanziamenti per le energie rinnovabili, a causa della sospensione degli incentivi per gli impianti di nuova costruzione. Anche l’Italia ha tagliato parecchio, ricordiamo che recentemente è stato annullato l’incentivo per la bonifica dell’amianto, una misura che ha consentito di bonificare 12 milioni di metri quadrati circa di tetti, che ospitano ora 1100 megawatt di energia elettrica pulita. Su questa situazione così diversa da stato a stato, interverrà a breve l’Unione Europea che, a giugno 2012, ha fatto sapere di essere intenzionata a sostituire i finanziamenti erogati dai singoli stati, con un corpus normativo unico a cui farà da contraltare una politica energetica europea che armonizzi le varie sovvenzioni.

Commenti disabilitati

Importiamo buone idee dalla Francia: il CAF per l’affitto

postato il 31 ottobre 2012 da gebuono

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

Se in Italia parliamo di CAF, intendiamo il Centro Assistenza Fiscale, ma in Francia è l’acronimo di una delle migliori e più utili istituzioni d’oltralpe che si potrebbero mutuare e sviluppare anche in Italia: Caisses d’Allocations Familiales.

Il Fondo francese di Assistenza alle famiglie (ma non fatevi ingannare dal nome, il suo funzionamento lo rende più simile alla nostra INPS) e funziona tramite vari strumenti, ma i più noti sono l’APS ( Allocation de Logement Sociale) e l’APL ( Aide Personnalisée au Logement) che erogano aiuti finanziari.

Il livello di aiuto dipende dal reddito, dal tipo di alloggio e dall’affitto e gli aiuti sono indirizzati a coloro che hanno un reddito basso, in certi casi specifici agli studenti, a coppie di fatto, e a cittadini singoli. Nel caso di proprietà condivise, ogni inquilino può beneficiare dell’assistenza, in base all’affitto di ognuno. Ogni inquilino dovrà farne richiesta per via separata.

Tra i requisiti per inoltrare la richiesta è necessario avere un contratto d’affitto a proprio nome, se l’appartamento è in condivisione, è necessario che compaia il nome del richiedente nel contratto e l’importo dell’affitto sia ben specificato. Se invece non si dispone di un contratto d’affitto, bisogna farsi fare una dichiarazione di hébérgement (ospitalità) da chi offre alloggio in Francia.

E’ importante chiarire che non è mai un contributo integrale, ma solo una parte dell’affitto.

Si potrebbe importare questo sistema per andare incontro a studenti fuori sede (anche stranieri) e per le coppie (di fatto e sposate) con reddito basso. Fondamentale è però a vere chiaro in mente che questo aiuto è limitato nel tempo ed è necessaria una copertura finanziaria adeguata.

Una valida alternativa possono essere i Centri di riadattamento sociale (CHRS) che esistono nelle grandi città francesi per trovare alloggio alle persone che non hanno un posto in cui vivere.

Questa alternativa ha il pregio di potere avere una minore necessità finanziaria da parte dello Stato, perché l’Italia potrebbe usare (riadattandole) le caserme in disuso e gli altri edifici in disuso dello stato. Questi edifici potrebbero essere girati al ministro del Wellfare e risparmiare i soldi degli aiuti (in pratica invece di dare soldi o caricarsi affitti, si forniscono alloggi di proprietà dello stato per un limitato periodo di tempo).

Commenti disabilitati


Twitter

Connect

Hai già cliccato su “Mi piace”?

Community

Login with Facebook:
Last visitors
Powered by Sociable!

ULTIME SEGNALAZIONI FACEBOOK

Facebook Fans

Twitter EstremoCentro

Ultimi commenti

  • patrizia: Sig. Nello Pennisi, la grande maggioranza dei politici italiani di...
  • Nello Pennisi: Continua l’assordante silenzio dell’UDC e di...
  • patrizia: “”"̶ 1; Quell’Italia diversa che spero per i miei...
  • cittadino: Presidente Casini, lo spazio politico c’è, l’...
  • mario pezzati: @rufus: studiati meglio le cife dell’imu, la maggior...
  • patrizia: Diatribe ed insulti credo debbano finire, l’urgenza del paese...
  • patrizia: Sig.Rufus mi vergogno come italiana di lei e di chi la rappresenta...
  • Maurizio: L’elezione di Casini a Presidente della Commissione Esteri...
  • salvatore: XVI LEGISLATURA — DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI — DOCUMENTI CAMERA...
  • rufus: allora, SENATO:P.D.8.400.000 VOTI PDL:6.830.00 VOTI MARIO...
udc tour