Archivio per luglio 2016

Tocca a noi evitare lo scontro tra religioni

postato il 29 luglio 2016

L’attacco alla Chiesa è l’inizio di una strategia, non bisogna cadere nella trappola
7460931474_fd7a34d900_bL’intervista di Paolo Conti, pubblicata su Il Corriere della Sera

«La verità è che la Terza guerra mondiale la possiamo innestare noi occidentali se non capiamo cosa sta veramente accadendo. La scelta dipende da noi, non dal terrorismo di matrice islamica. Confidano su una nostra possibile reazione scomposta per innestare quello scontro tra civiltà e quella guerra tra religioni che l’Isis sta chiaramente progettando».
Pier Ferdinando Casini, presidente della commissione Esteri del Senato analizza in questa chiave gli ultimi tragici avvenimenti francesi.

In che senso potremmo avviare noi quel conflitto?
«Stiamo attenti: l’attacco alla Chiesa non è solo un generico salto di qualità. È il preannuncio di una strategia complessiva che, in modo diretto o indiretto, vuole arrivare a uno scontro diretto tra le religioni. C’è l’atroce delitto di due giorni fa. Così come c’è stata la fuga dei cristiani dalla piana di Ninive, con cui ho parlato, messi di fronte a una drammatica scelta: o paghi la tassa, o ti converti, o te ne vai, e nel frattempo c’è il Califfato che spinge i vicini di casa, con cui le famiglie cristiane hanno convissuto pacificamente per decenni, a occupare le loro abitazioni. E poi c’è il proselitismo su Internet, l’arruolamento dei lupi solitari che vengono incentivati a organizzare attentati ovunque».
Ma questa è, secondo Hollande, una guerra…
«Però tocca a noi occidentali non cadere nella trappola. La classe politica, le istituzioni anche culturali dovranno sostenere una grande azione pedagogica per spiegare che questo non è uno scontro tra religioni. Perché se l’Occidente cederà all’escalation, arriverà il giorno in cui qualche fanatico cristiano attaccherà una moschea. E quel terribile giorno l’Isis avrà ottenuto esattamente ciò che vuole. Cioè l’inizio di uno scontro fatale per la civiltà come la conosciamo oggi».
Cosa deve fare la politica?
«Servono quei moderati che alzano i toni per spingere gli imam delle moschee italiane a condannare il terrorismo con più durezza. Occorrono iniziative come quelle del ministro dell’Interno Angelino Alfano per mettere ordine nel cosiddetto Islam italiano e a spingerlo a una minore timidezza nell’esporsi. Ma c’è un limite che nessuno può valicare per una manciata di voti: sostenere che siamo in guerra con l’Islam. Un approccio demenziale: è ciò che cerca il terrorismo».
La classe politica italiana le sembra in grado di sostenere questo clima?
«Questa vicenda ha fatto saltare lo schema destra-sinistra in senso tradizionale perché ci mette di fronte a una scelta fatale, tra la vita o la morte. Nulla di superficiale o di banale. Dobbiamo stare molto attenti alle cose che diciamo. Quando sento dire che dovremo vivere come in Israele, chiedo ai cittadini maschi e femmine italiani: siete disposti, da domani, a fare tre anni di servizio militare obbligatorio con la prospettiva di un richiamo permanente alle armi sacrificando parti cospicue di libertà? O si immagina una legge di questo tipo o è meglio stare zitti perché non si sa di cosa si stia parlando».
Pensa che ci sarebbe un compattamento della politica nel caso di un attentato?
«Vedo tante, troppe divisioni, e temo ci sarebbe una deflagrazione. Ricordo ancora quando accogliemmo a Ciampino, con Ciampi e Berlusconi, le vittime di Nassiriya. Rammento l’emozione della gente che seguì il passaggio dei feretri. Ho paura che oggi non ci sarebbe più quella straordinaria risposta».
Il cardinale Bagnasco richiama l’Europa a ritrovare la sua identità cristiana.
«Condivido l’analisi sulla miopia di un’Unione Europea che non ha avuto il coraggio di inserire nella sua Costituzione un doveroso richiamo alle radici storico-culturali cristiane. Per confrontarci con altri, dobbiamo sapere bene chi siamo, da dove veniamo e soprattutto dove vogliamo andare. O si ha lo strumento dell’identità culturale o qualsiasi dialogo finisce col tradursi in un cedimento di chi non ha quella identità».

 

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Ospite di Agorà estate

postato il 27 luglio 2016

Tutta l’Europa a rischio, ma siamo disponibili a fare come in Israele?

Tutta l’Europa è a rischio. Anche noi in italia siamo a rischio, così come lo soni tutti gli altri paesi. Possiamo fare come in Israele ma lì ogni giovane fa 3 anni di servizio militare. Siamo disponibili a questo? Siamo convinti di voler perdere una parte delle nostre libertà a di fronte della sicurezza come succede in Israele? Quello fra Israele e l’Europa non è a mio avviso un paragone plausibile.
L’Isis è un terrorismo ed è anche un terrorismo nuovo, sia perché il califfato conquista terreno, sia perché i foreign fighters sono messaggeri di morte che il califfato manda e che vengono fidelizzati tramite internet direttamente dal califfato.
Io credo che l’opinione pubblica moderata di un paese si deve chiedere se sia meglio avere qualche moschea, più visibile e più controllata o centinaia di scantinati che non sono vigilati e in cui vanno persone fuori da ogni controllo?

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Ankara e rifugiati, l’Unione paga ambiguità e ritardi

postato il 23 luglio 2016

Troppe esitazioni sul golpe turco fallito, Ue senza strategia

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L’intervista di Umberto De Giovannangeli a Pier Ferdinando Casini, pubblicata su L’Unità

L’Europa è un Mediterraneo in fiamme: dal contro-golpe in Turchia, ai migranti che continuano a morire in mare, alla sfida globale del terrorismo jihadista. Tutti temi di drammatica, stringente attualità. L’Unità ne discute con Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del Senato.
Presidente Casini, dal controgolpe in Turchia all’emergenza migranti. Fronti caldissimi sui quali l’Europa sembra assente, in “vacanza”.
«Purtroppo l’Europa oggi sconta i suoi ritardi. Sono venuti al pettine tutti i nodi una grande assenza di politica estera e di difesa. Ed è singolare che coloro che fino a qualche tempo fa si rivoltavano duramente contro l’Europa, proclamino tutti i giorni le ragioni per le quali ci vorrebbe più Europa. Si chiede il controllo dei confini, il pattugliamento militare del Mediterraneo, e questo da parte degli stessi che fino a ieri hanno rigettato qualsiasi devolution di poteri a favore delle istituzioni europee».
Guardando alla Turchia e collegando questo fronte di crisi alla tragedia dei migranti e dei rifugiati, emerge come l’Europa nei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, e il discorso può estendersi da Ankara al Cairo, invece che interlocutori politici con cui dialogare, sia sempre alla ricerca di “Gendarmi” a cui affidare lavori “sporchi”.
«Anche sulla Turchia noi europei scontiamo le nostre contraddizioni. Se nel 2003, quando Erdogan bussava alle porte del Partito popolare europeo, l’allora presidente francese Chirac e il cancelliere tedesco Schroeder non avessero chiuso brutalmente ogni prospettiva ai turchi, forse non ci sarebbe stata questa repentina svolta neo-ottomana che ha portato disastri a tutti e in particolare alla Repubblica di Ataturk. Purtroppo in politica internazionale ogni decisione ha effetti e si misura negli anni».
Insisterei su l’Europa in vacanza politica. In particolare sul fronte Sud.
«Per anni, l’Italia è stata l’unica a reclamare una politica di vicinato nei confronti dei Paesi mediterranei. Tutti i nostri colleghi guardavano invece solo al Centro-Est europeo. Poi il dramma dei rifugiati ci ha aperto gli occhi, ma ormai quando era troppo tardi».
Un ritardo che l’Europa rischia di pagare pesantemente in rapporto ai drammatici avvenimenti che hanno segnato l’ultima settimana in Turchia. Qual è in proposito la sua valutazione?
«Prima di tutto, mi lasci dire che l’Europa ha esitato troppo a condannare il putsch militare poi fallito. Quella notte è stata scandita da ore interminabili, in attesa di voci che non sono arrivate a difesa della democrazia. Poi è ovvio che oggi siamo preoccupati, e tanto! In primo luogo, per l’atteggiamento di Erdogan che sembra approfittare della nuova investitura popolare per regolare i conti e imprimere una svolta autoritaria. Ma dobbiamo essere riflessivi ed evitare di aggiungere benzina sul fuoco. La Turchia, è bene ricordarlo, ha il secondo esercito della Nato, ed è essenziale che Ankara rispetti il patto stipulato con l’Europa per bloccare l’esodo dei rifugiati dalla Siria e dall’Iraq. Negli ultimi tempi, la ripresa del dialogo con Israele e la Russia aveva fatto sperare in qualcosa di positivo. Speriamo che non tutto vada in fumo, che lo stato di emergenza duri meno del previsto e che le autorità turche diano prova di un qualche autocontrollo».
Presidente Casini, vorrei che tornassimo sulla grande assente: l’Europa. Una Europa che invece di cercare una fattiva politica di vicinato con i Paesi del Vicino Oriente, continua ad erigere muri e a blindare le frontiere.
«Non ci salveranno i muri ma solo una capacità di legare il nostro destino comune ai centinaia di milioni di nostri partner mediterranei che, non dimentichiamolo, subiscono anch’essi le tragiche conseguenze del jihadismo islamico. Da Tripoli a Beirut, da Tunisi alla penisola del Sinai. Anch’essi sono sotto attacco. La guerra è globale e contro di noi non c’è solo il “Califfato” islamico ma anche migliaia di “foreign fighers” e tanti “lupi solitari” attratti da un nichilismo distruttivo per le ragioni più varie. Sono esseri “disintegrati”, accalappiati dalla propaganda jihadista, che non debbono prevalere».

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Ora serve più Europa non risposte populiste

postato il 18 luglio 2016

bandiera europaL’intervista di Marco Ventura a Pier Ferdinando Casini pubblicata su Il Messaggero.
«Diciamo la verità, oggi siamo tutti più deboli. È più debole l’Europa, che ancora una volta è stata vulnerata nel suo cuore a Nizza. Ed è più debole l’Occidente, la Nato, perché quanto è capitato in Turchia non può essere cancellato né dimenticato. Che un paese così importante, un perno della Nato, abbia dimostrato questa fragilità non può che preoccupare. Abbiamo bisogno di alleati solidi e sicuri. Per fortuna il golpe si è concluso con un fallimento».

Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del Senato, invita a reagire con «più Europa, invece che con le risposte contraddittorie dei populisti antieuropei che mentre chiedono all’Europa di risolvere i problemi, sono poi contrari a più Europa e a una gestione unica dei confini».
Non sarebbe stato meglio, come pensa Salvini, che un islamista come Erdogan fosse spodestato?
«Solo degli irresponsabili, o gente che con la politica internazionale ha poca dimestichezza, possono giocare al tanto peggio tanto meglio. Il ritorno al passato con un golpe militare non sarebbe mai stata una buona soluzione. Sarebbe stato cadere nel baratro. Questo lo ha capito bene il popolo turco, che senza distinzione di partito è sceso in piazza per difendere il Parlamento e la democrazia».
C’è il rischio ora di una repressione più dura e non sempre giustificata?
«Il problema che rimane sul terreno è proprio questo. Il timore più che fondato è che Erdogan consolidi una svolta autoritaria i cui effetti in questi anni sono stati l’isolamento della Turchia. Io coltivo la speranza che al di là della dura reazione contro i vertici dell’esercito, peraltro giustificata da quello che è successo, Erdogan usi questa sua vittoria per consolidare i passi che timidamente aveva fatto. Mi riferisco alla riapertura verso Israele e la Russia».
Le accuse della Turchia agli Stati Uniti sospettati di avere spinto verso il golpe creeranno una frattura nella Nato?
«Questo è un problema molto serio, anche se non penso affatto che la regia del golpe sia ricollegabile agli Stati Uniti. Anzi, in un momento topico della nottata in cui non si era ancora capito chi potesse prevalere, la netta dichiarazione di Obama è stata fondamentale per isolare i golpisti e probabilmente scoraggiare coloro che potevano aggiungersi agli insorti».
Erdogan punta l’indice contro Fethullah Gulen, il predicatore miliardario che ha trovato rifugio in Pennsylvania
«Il problema di Gulen è sotto gli occhi di tutti. Ma come ha detto Kerry, sta ai Turchi dare agli americani le prove, sempre che le abbiano, del suo coinvolgimento nel colpo di Stato».
Erdogan sta facendo arrestare anche migliaia di magistrati
«Per questo seguiamo con apprensione gli avvenimenti. Ma dopo qualche anno di politica neo-ottomana che ha portato solo fallimenti, mi auguro che un grande paese come la Turchia scelga la strada della collaborazione con la comunità internazionale e non voglia diventare un paria dell’umanità».
È stato sbagliato, tredici anni fa, sbarrare le porte dell’Europa all’ingresso della Turchia?
«Ricordo sempre nel 2003, prima della chiusura di Schroeder e di Chirac, la partecipazione di Erdogan ai vertici del Partito popolare europeo. Noi abbiamo fatto un grande errore nel chiudere le porte alla Turchia e sono confortato dal fatto che i governi italiani, da Prodi a Berlusconi, questo errore abbiano cercato di evitarlo e abbiano sempre aiutato la Turchia nel rapporto con l’Europa. Credo che l’Italia debba continuare su questa linea».
Tenendo aperta la prospettiva di una Turchia membro della Ue? [Continua a leggere]

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Referendum: Casini-Pera, il centrodestra voti sì per non tradire lo spirito riformatore

postato il 8 luglio 2016

Al di là dei dubbi, se vincesse il no si tornerebbe ad un sistema di veti incrociati che farebbe male al Paese
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La lettera di Pier Ferdinando Casini, presidente della Camera dei deputati dal 2001 al 2006, e 
Marcello Pera, presidente del Senato dal 2001 al 2006, pubblicata su Il Corriere della Sera.

È noto che veti contrapposti e paure incrociate spinsero l’Assemblea costituente ad una scelta compromissoria riguardo all’assetto delle istituzioni repubblicane, in particolare il bicameralismo perfetto.
È noto anche che fin da subito forze politiche e espressioni della cultura costituzionale espressero molte riserve su questo punto. Due camere elette diversamente ma contemporaneamente, con la stessa durata e con la stessa funzione legislativa, non costituiscono un’istituzione che esalta il Parlamento e controbilancia l’azione del governo, ma un meccanismo pesante e faticoso che produce instabilità e lentezza. Durante i decenni, tentativi di correggere questa situazione non sono mancati, dalla commissione Bozzi, a quella De Mita, a quella D’Alema, alla riforma Berlusconi.
Tutti sono falliti e il prezzo in termini di inefficienza della Repubblica è diventato particolarmente oneroso. La lentezza politica ha un costo economico. La diluizione delle responsabilità politiche ha un costo democratico. Nonostante la consapevolezza del problema denunciato per tanto tempo, siamo rimasti un’anomalia costituzionale, perché nessun ordinamento, in Europa e altrove, conosce un sistema di produzione legislativa come il nostro.
In tutte le grandi democrazie, il ruolo delle seconde Camere nell’approvazione delle leggi è sempre limitato e la decisione definitiva è affidata alla Camera politica, dove i Parlamenti decidono le sorti dei governi. Il Parlamento ha ora approvato, dopo due anni di ampio e approfondito dibattito, una incisiva riforma della seconda parte della Costituzione. Non si tratta di una Costituzione nuova, ma di una Costituzione rinnovata, che promette e precostituisce altri interventi.
In ogni caso, non possiamo dire che la riforma sia improvvisata, perché il confronto tra le forze politiche è stato lungo e meditato. Ora tocca ai cittadini esprimersi con un referendum: sta a loro decidere, come richiede la democrazia sulle scelte fondamentali, se confermare o respingere le scelte compiute dal legislatore. Noi siamo a favore dell’approvazione della riforma.
Comprendiamo le perplessità di quanti con condividono alcune delle soluzioni adottate, in particolare in tema di modalità di composizione del Senato e di coordinamento con la legge elettorale della Camera dei deputati. E tuttavia la scelta di trasformare il Senato in organo rappresentativo dei territori, la riduzione del decentramento legislativo, l’attribuzione alla Camera dei deputati del ruolo di organo politico di ultima istanza, salvi gli opportuni temperamenti, il mantenimento e anche il rafforzamento degli organi di garanzia, ci sembrano, tra gli altri, obiettivi ai quali sarebbe grave rinunciare, anche in presenza di pur legittime riserve su questo, o quell’aspetto della riforma. Così come ci sembrerebbe incomprensibile tornare ad un sistema in cui il governo è costretto ad avere la fiducia in due Camere diverse, che, essendo elette con criteri diversi, non garantiscono omogeneità di maggioranza. [Continua a leggere]

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Attentato Dacca: lotta senza quartiere a tutti i terroristi

postato il 7 luglio 2016

11370467404_f60a564cea_oIl mio intervento nell’Aula del Senato dopo l’informativa del ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, sull’attentato di Dacca, dove hanno perso la vita 9 italiani a causa dell’attacco di un commando di jihadisti.

Signor Presidente, mi associo, a nome del mio Gruppo, alle parole del Ministro, che ho trovato ragionevoli, serie, come il suo appello all’unità, perché davanti a queste drammatiche vicende che riguardano i nostri connazionali non ci può essere spazio per pensieri in libertà.
Questa vicenda del Bangladesh, drammatica, terribile, ci dimostra che nessuno è immune, né all’esterno né sul nostro territorio nazionale. Io a volte un po’ mi preoccupo quando sento esponenti politici che con molta disinvoltura si dichiarano tranquilli e sereni perché i nostri Servizi segreti funzionano meglio degli altri. Consiglio a tutti grande cautela, maggiore prudenza; confidiamo nel Signore e naturalmente anche nelle forze dell’ordine, ma teniamo presente che questa è una battaglia globale che non consente a nessuno di esprimere facili sicurezza.
Questo lo dobbiamo dire anche ai nostri concittadini: nessuno è al di sopra di ogni sospetto nel senso di poter essere tranquillo, né fuori dal territorio nazionale né in Italia. E fuori dal territorio nazionale non ci sono luoghi sicuri, perché quando si colpisce un luogo come un ristorante cambogiano a Parigi, spiegatemi voi quale simbolismo può avere non una moschea, non una chiesa, ma un ristorante cambogiano a Parigi: nessuno. Ciò a dimostrazione che non ci sono zone e aree in cui qualcuno può essere tranquillo. Questo è il mondo che noi stiamo vivendo e in cui dobbiamo abituarci a vivere.
Allora, credo che dobbiamo fare una lotta senza quartiere non solo al Daesh, non solo all’ISIS, ma a tutti quei gruppi terroristici che si stanno alleando in una lotta globale contro la civiltà. Non contro il mondo cristiano, non contro l’Occidente, guai a fare questo sbaglio: non facciamo lo sbaglio di pensare che ci sia la lotta ai cristiani o all’Occidente. Se facessimo una macabra contabilità dei caduti, ci accorgeremmo forse che in tutti questi attentati, pensate ai duecento morti di Baghdad, sono caduti più islamici che cristiani.
Qui si cerca di minare le basi della coesistenza pacifica tra civiltà e religioni diverse. Probabilmente, se noi volessimo fare un grande favore e una grande cortesia a questi che impropriamente utilizzano l’islam, noi dovremmo dire che c’è una guerra di civiltà e di religioni: avrebbero ottenuto il risultato che vogliono, che è esattamente quello che sollecitano con tutti questi atti dimostrativi. Lotta senza quartiere, dicevo, a tutti, dal Daesh ad Al Qaeda, da Boko Haram ad Al Shabaab. Prevenzione, repressione, mobilitazione e, consentitemi, sensibilizzazione.
Dobbiamo parlare di queste cose anche nelle scuole e con i nostri bambini. Dobbiamo svolgere un’azione pedagogica, perché bisogna riuscire a suscitare una capacità, che è molto sopita – diciamo la verità -, di indignazione dell’opinione pubblica e di mobilitazione delle coscienze, anche dei nostri bambini e dei nostri giovani. È inutile spegnere loro la televisione davanti a questi fatti. È bene, invece, discutere con loro, e che anche il mondo scolastico si impegni a far maturare una consapevolezza comune.
È giusto l’appello alla comunità islamica italiana: più energia, più forza, più coraggio nella condanna, meno timidezza. Noi pensiamo che questa comunità islamica sia una ricchezza. È anche la nostra comunità islamica, così come noi abbiamo una comunità ebraica che è la nostra comunità ebraica, unita da storia e tradizione centenarie al nostro Paese. La stessa cosa vale per quei bambini che vengono da quei Paesi e che oggi tifano simbolicamente insieme a noi i colori della nostra nazionale di calcio.
Noi dobbiamo chiedere ai rappresentanti ufficiali di questa comunità meno timidezza e dobbiamo lavorare perché ci sia una scuola italiana degli imam, che possa in qualche modo formare chi deve a sua volta formare.
Noi siamo evidentemente in un momento di stupidari collettivi. Vedo, infatti, che ci sono lotte contro l’apertura di nuove moschee. Benissimo, non apriamo nessuna moschea e apriamo invece centinaia di scantinati che sono incontrollabili. Scusatemi, ma io preferisco ci sia una moschea piuttosto che centinaia di scantinati che nessuno è in grado di tenere sotto controllo, tantomeno le Forze di polizia. Questo per dire che a volte, con la demagogia, si fa un gran danno. [Continua a leggere]

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Italia-Russia: bilaterale col Presidente Kosatchev

postato il 5 luglio 2016

Insieme a delegazioni delle Commissioni Esteri dei due Paesi

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Questo pomeriggio un lungo e cordiale incontro tra il Presidente della Commissione Affari esteri, Pier Ferdinando Casini e una delegazione del Comitato Affari esteri del Consiglio della Federazione Russa, guidata dal Presidente Konstantin Kosatchev.
Entrambe le parti hanno ribadito i tradizionali rapporti di amicizia tra Italia e Russia ed espresso l’auspicio che venga superato questo momento di difficoltà nelle relazioni tra Unione europea e Federazione Russa, privilegiando la necessità di un impegno unitario nella lotta contro il terrorismo.
Nel corso della riunione, cui erano presenti i senatori Francesco Maria Amoruso (ALA), Ornella Bertorotta (M5S), Paolo Corsini (Pd), Emma Fattorini (Pd), Claudio Micheloni (Pd) Antonio Razzi (FI) e l’on. Alessandro Pagano (Area Popolare), sono emerse diverse valutazioni sulla vicenda dell’Ucraina, ma è stata espressa intesa sulla necessità di attuare gli accordi di Minsk.
Un secondo incontro, per approfondire e completare i colloqui di oggi, è previsto in Russia il prossimo ottobre. Il presidente Kosatchev, inoltre, ha preannunciato che la presidenza della Camera alta della Federazione Russa inoltrerà un invito al presidente del Senato, Pietro Grasso, per una visita di carattere istituzionale a Mosca.

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È terrore globale, e non va combattuto in ordine sparso

postato il 3 luglio 2016

Chi si illude che davanti a questa sfida basta innalzare muri è di un’ingenuità sconcertante

Casini ZuccariL’intervista di Umberto De Giovannangeli a Pier Ferdinando Casini, pubblicata su L’unità

«Qui c’è un nuovo nazismo, quello jihadista, capace di competere con i regimi più brutali che abbiamo visto all’opera nel Novecento». Nel giorno della strage di Dacca, a lanciare il grido d’allarme è il presidente della Commissione Esteri del Senato, Pier Ferdinando Casini. «Chi si illude – avverte l’ex presidente della Camera – che davanti ad una sfida così complessa basti innalzare muri, è di una ingenuità sconvolgente».

Presidente Casini, una nuova strage a firma Daesh. Stavolta in Bangladesh. Dopo Istanbul, Dacca. Cosa significa questo?

Significa che il terrore è globale e lo sarà in misura crescente, tanto più l’Isis perderà il controllo di parte del territorio in Siria e in Iraq. Nel momento in cui si assestano colpi mortali al “Califfato” e vacilla il dominio siro-iracheno, tanto più questi criminali, per dimostrare di esistere, dovranno cercare di infliggere colpi mortali in giro per il globo. Questo avviene superando anche le vecchie divisioni tra al-Qaeda e il Daesh, e utilizzando tutte le basi logistiche che esistono tra Paesi islamici e Occidente.

La Jihad si globalizza mentre l’Europa tende a frantumarsi e a chiudersi entro le “mura” nazionali.

Ormai questi discorsi stanno diventando stucchevoli, così come le condoglianze di rito. L’opinione pubblica deve capire che è minacciato il nostro modello di vita e che dobbiamo combattere, sia pure in forme diverse da quelle tradizionali, una guerra vera e propria. Appare profetica l’espressione di “terza guerra mondiale a rate” che aveva coniato Papa Francesco. Europa, Occidente, Paesi arabi, Islam, tutti siamo ugualmente minacciati, per cui dobbiamo fare fronte comune, sul piano della prevenzione, su quello della repressione ed anche, e non è meno importante degli altri due, su quello della educazione.

Cosa continua ad attrae migliaia di giovani, anche europei, del messaggio jihadista?

Il mondo jihadista è molto composito. È fatto da occidentali sbandati, da ceceni in cerca di ricollocazione, da islamici fanatici. È un mosaico non è un unicum. E per questo non dobbiamo combatterlo in ordine sparso. Chi si illude che davanti ad una sfida così complessa basti innalzare muri, è di una ingenuità sconvolgente.

Lei in precedenza ha fatto riferimento all’educazione come uno dei campi cruciali per contrastare il messaggio jihadista. Una educazione fondata su principi non negoziabili?
Assolutamente sì. Il rispetto del diritto alla vita e alla dignità dell’essere umano, è un principio universale non negoziabile. E non è il solo. Ma c’è anche dell’altro: i nostri bambini devono capire l’esistenza del male. Di un male assoluto che non possiamo illuderci di minimizzare. Scuole e università sono chiamate ad una straordinaria campagna di verità e di spiegazione. Così come le grandi religioni, che hanno un ruolo fondamentale in termini pedagogici. Qui c’è un nuovo nazismo, capace di competere con i regimi più brutali che abbiamo visto all’opera nel Novecento.

Tra le venti vittime della strage di Dacca ci sono numerosi italiani.

Tanti attentati, per grazia di Dio, non ci avevano colpito in prima persona. Ma non potevamo illuderci: siamo in prima fila come gli altri, anche con i rischi che corre il nostro territorio nazionale.

Terroristi colpiscono i luoghi della normalità: caffè, alberghi, centri commerciali, aeroporti, stadi. Il messaggio è: rintanatevi in casa, perché vi possiamo raggiungere e colpire ovunque? [Continua a leggere]

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FI scelga tra il Ppe e Le Pen, ma Renzi non va abbattuto

postato il 2 luglio 2016

Serve un centrodestra responsabile. Se cacciamo il premier favoriamo solo Grillo

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L’intervista di Ugo Magri a Pier Ferdinando Casini pubblicata su La Stampa.

Confalonieri è sotto attacco da destra per aver consigliato sulla «Stampa» a Berlusconi di superare il malanimo verso Renzi. Lei, Casini, come la vede?
«Questi sapientoni di Forza Italia che sanno solo distruggere mi sembrano per metà incompetenti».

E per l’altra metà?
«Dilettanti allo sbaraglio. Perché oggi la grande questione non è tra sinistra e destra, ma tra il populismo nelle varie sembianze (da Le Pen a Grillo) e le forze responsabili».

Nell’ottica di Berlusconi, che significa?
«Vuol dire, per esempio, che far parte del Ppe non è più, come in passato, un vago richiamo ideale, dopodiché ciascuno fa come gli pare. Oggi il centrodestra italiano deve scegliere: o sta col Ppe e la Merkel, oppure sta con Le Pen. Confalonieri l’ha fatto notare e ha ragione».

In quanto presidente Mediaset lui ha certi interessi da difendere. Per cui suggerisce all’amico Silvio ciò che più gli conviene…
«Degli interessi Mediaset si discute da un quarto di secolo, e certi “puristi” di centrodestra se ne accorgono solo ora che Berlusconi non è più al governo… Confalonieri esprime il buonsenso di chi deve far tornare i conti. E che, quando sente certe idiozie alla Salvini tipo uscire dall’euro, dice a Fi: ma vi rendete conto che, continuando a scuotere l’albero dell’antirenzismo, alla fine ne raccoglierà i frutti solo Grillo? Una prospettiva che Confalonieri non può accettare, ma nemmeno Berlusconi. Difatti ha ripetuto più volte che M5S per lui rappresenta il pericolo più serio».

Berlusconi pare deciso a smantellare Forza Italia per un nuovo partito. Lei sarebbe interessato?
«Figurarsi se può essere una questione di nomi o etichette. Qualora il centrodestra assumesse i connotati di forza seria e responsabile, decisa a fare argine contro i populismi, verrebbero meno le motivazioni di tante divisioni. Se invece l’obiettivo fosse la demolizione di Renzi nella speranza di sostituirlo, beh, allora auguri».

Perché, scusi, per sostituire Renzi il centrodestra non deve prima abbatterlo?
«Una volta cacciato Renzi, il pallino del gioco non tornerà a destra. Se lo prenderà M5S. Per cui posso capire certi risentimenti del mondo berlusconiano nei confronti del premier, ma impostarci su una politica a me sembra follia».

È per questo che lei «tifa» Confalonieri?
«Constato solo che il Berlusconi migliore è sempre stato quello che ha dato retta a Fidel e a Gianni Letta».

Non sono un po’ anziani?
«Avercene, di vecchietti così. E poi, dopo aver visto certi giovani in azione, mi verrebbe da dire: allacciamoci le cinture…».

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Contro yazidi e cristiani in atto un vero genocidio

postato il 1 luglio 2016

yazidiL’intervista di Marco Ventura a Pier Ferdinando Casini, pubblicata su Il Messaggero

Un viaggio nell’inferno della guerra genocida dell’Isis in Iraq, nei territori curdi dove hanno trovato rifugio yazidi e cristiani.
Su 1 milione 800mila sfollati in 11 campi del Kurdistan iracheno, 360mila sono yazidi (su una popolazione totale yazida di 550mila), 3.500 le donne prigioniere dell’Isis, 22 le fosse comuni ritrovate, e 1.293 le vittime civili delle esecuzioni di massa.
Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del Senato, è tornato da tre giorni di immersione nella realtà del conflitto. In una mozione chiede che questa guerra venga chiamata col suo nome, che è «genocidio».
«In Kurdistan ho incontrato il presidente dei curdi iracheni, Barzani, i nostri circa 500 militari che proteggeranno la Diga di Mosul durante i lavori di consolidamento, ho parlato con i peshmerga che insieme all’esercito iracheno si preparano a liberare Mosul mentre Falluja è stata riconquistata dagli sciiti iraniani. Ma l’incontro che mi ha colpito di più è quello con migliaia di sfollati costretti a fuggire dalla Piana di Ninive per l’offensiva dell’Isis dall’agosto 2014».

Quali testimonianze ha raccolto?

«I racconti di yazidi e cristiani sono terribili. La Chiesa locale cristiana sta facendo uno sforzo straordinario. Bisogna dare atto anche ai curdi di aver accolto e assistito gli sfollati, ricollocandoli il più possibile in appartamenti a Erbil. Le donne yazide hanno descritto una tragedia con pochi precedenti nella storia. Una signora è stata rapita e siccome aveva cercato di scappare, per punirla le hanno avvelenato i tre figli piccoli, di 3-6 anni. È riuscita a liberarsi dopo 2 anni e mezzo. La figlia di
13 anni l’hanno rapita e venduta come schiava sessuale. A un certo punto del colloquio ho dovuto chiederle di fermarsi, accanto a lei c’era una ragazzina di 11 anni che piangeva. Altri tremavano».
Per queste persone anche tornare nelle loro case è un problema?
«Per le yazide sì, le loro famiglie sono conservatrici. I primi a chiuder loro le porte in faccia al rientro sono le famiglie, per la vergogna. Sappiamo che cos’è successo nei lager nazisti, ho visitato Auschwitz, e appartengo alla generazione che ha dovuto convivere con i Gulag. Ma vivere in presa diretta quello che hanno sofferto queste persone, queste yazide, ci impone di reagire contro un genocidio che si sta perpetrando a poche ore di aereo dall’Italia».
Che cosa possiamo fare noi in Europa? [Continua a leggere]

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