Archivio per ottobre 2011

Riformare. Si deve, si può.

postato il 27 Ottobre 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Il Libertarioil.illibertario.libertario63@gmail.com

Occorre poco per cambiare le cose. Riformare, tagliando i conti pubblici, non è sempre la soluzione migliore. Le riforme sono possibili mettendo mano su quello che già c’è. Basta volerlo. Occorre prendere atto che una vera e necessaria riforma economica e istituzionale in questo Paese non puo’ prescindere dall’eliminazione dei diritti acquisiti e dalla consapevolezza della necessità di un richiamo alla responsabilità comune.

L’Ue, come tempo addietro fece la Bce, ci richiama all’ordine. Molte le obiezioni che si fanno su questo. Ma è chiaro che l’ingresso nella moneta unica europea è stata una scelta condivisa. Una scelta che ha chiamato tutti (destra sinistra, forze politiche moderate o extra parlamentari) a prendere una posizione di campo: o fuori o dentro l’Unione europea. Noi abbiamo fatto la nostra scelta e adesso ci chiedono conto. Ci chiedono conto in primis delle mancate promesse di questo governo. Delle politiche di crescita ”sostenute” e mai portate avanti con coraggio e con forza. Ci chiedono conto delle mancate liberalizzazioni (comprese quelle degli Ordini professionali), di adeguare le pensioni d’anzianità e accompagnamento, ci chiedono di rivedere le finestre d’uscita, di riformare il mercato del lavoro e licenziamenti più facili nel settore pubblico. Ma non solo, ci chiedono continuamente di intervenire sull’evasione e la corruzione imperante. La grande sfida che quest’Italia deve e può risolvere.

Basta poco per traghettare questo Paese fuori dalla palude della recessione. Basta prendere atto dell’urgenza e fare appello (al di fuori delle scelte politiche e degli schieramenti) alla drammaticità del momento. Il mio appello è questo: interveniamo presto e subito seguendo questa direttrice:

  1. Defiscalizziamo i datori di lavoro e/o incentiviamo chi assume manodopera giovane (a tempo indeterminato). Oggi spendiamo (un po’), domani avremo nuove imprese giovani e dinamiche sul mercato.
  2. Detassiamo le nuove aziende che si affacciamo sul mercato. Insomma detassiamo chi rischia con professionalità e coraggio il proprio capitale umano ed economico.
  3. Aboliamo gli Ordini professionali. E’ questa l’unica liberalizzazione possibile. Non svendere, come il passato dimostra, quello che è Pubblico. L’Unione Europea ha stimato che grazie alle mancate liberalizzazioni e alla ”stozzatura” degl’Ordini professionali perdiamo 1,6 punti di Pil all’anno. Eliminare il minino tariffario non ha senso, non spingi la crescita. Ha senso eliminare le Caste impediscono l’accesso alle professioni e non generano concorrenza. Partirei dall’eliminazione della legge dello Stato che regola gli accessi a queste categorie. Accesso libero come ci chiede l’Ue. I cialtroni verrebbero eliminati dal mercato per incompetenza. Sul mercato rimarrebbero i più bravi e preparati, e i servizi -non essendoci minimi tariffari- sarebbero sicuramente più convenienti economicamente, più efficienti, migliori di quello che sono ora.
  4. Introduciamo una Patrimoniale sulle rendite finanziarie e/o sui capitali. In questo modo chi ha forti utili pagherà di più di chi non si puo’ permettere di rischiare il proprio capitale. Trovo antidemocratico che chi ha meno (e sempre quello) deva risponderne del proprio capitale allo Stato e chi ha più debba non rispondere al Fisco perché non c’è una norma che lo impone. O se si pensa che ci sia è un palliativo.
  5. Veniamo incontro all’Ue. Rivediamo il nostro sistema di previdenza/pensionistico. Vediamo se ci sono sperperi e ”abusi”. Eliminiamo le maxi pensioni. Rivediamo le finestre d’uscita, e se occorre incentiviamo (seriamente con bonus ad esempio) chi decide di continuare a lavorare. Eviteremo così lavoro nero e abbatteremo nuovi costi sociali.

Quello che vi presento è un pacchetto di spunti per rivedere le politiche economiche. Sono le mie proposte. Proposte e spunti non autorevoli. Semplicemente le proposte di un cittadino italiano che ha a cuore questo Paese.

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Rischio idrogeologico, non bastano generici impegni

postato il 27 Ottobre 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

E’ notizia di queste ore che i cittadini del Veneto colpiti dall’alluvione un anno fa, si sono visti rifiutare le richieste di polizze dalle compagnie assicurative perché “non è stato fatto abbastanza per mettere in sicurezza il territorio veneto da una nuova alluvione” .
In pratica, i cittadini dei comuni colpiti volevano stipulare delle assicurazioni contro i rischi atmosferici ed eventi come le alluvioni, ma nessuna compagnia assicurativa è disposta ad accettare il rischio, ignorando così la lettera che Zaia, presidente della regione Veneto, aveva scritto questa estate indirizzandola proprio alle compagnie assicurative, per spingerle a stipulare queste assicurazioni.

Pur comprendendo le esigenze dei cittadini, che sono legittime e giuste, non si può neanche dare torto alle compagnie assicurative, perché il governo italiano da anni taglia i fondi destinati alle opere per il contenimento e la riduzione dei rischi legati ad alluvioni e frane.

Questo problema non riguarda solo il Veneto, ma tutta l’Italia come giustamente ricorda il deputato dell’Udc Mauro Libè quando afferma che nel nostro paese ben 6.000 comuni sono a rischio idrogeologico di cui 1700 a rischio frana e 1285 a rischio alluvione (i restanti comuni rischiano sia frane che alluvioni) .

Intervenire per risolvere il problema è possibile, come avevamo già detto un anno fa, e volendo dare una idea delle cifre: basterebbero spendere circa 44 miliardi di euro per eliminare quasi ogni rischio come sostiene il geologo Zampetti.

Sembra una cifra enorme, ma non lo è se consideriamo che lo Stato italiano ha speso dal 1994 al 2004 ben 20 miliardi di euro per i danni prodotti da frane e alluvioni (e se aggiungiamo le cifre spese negli ultimi 7 anni, raggiungiamo e superiamo la cifra dei 40 miliardi di euro).

Ma non è solo questo, perché per la messa in sicurezza e gli interventi più urgenti, basterebbero 4,1 miliardi di euro per evitare la maggior parte dei danni e dei costi successivi, ed è perfettamente inutile che il ministro Prestigiacomo faccia bella mostra di sé, affermando che bisogna “attuare subito il piano anti-dissesto idrogeologico. Ciò che è accaduto è l’ennesima, e temiamo non ultima, conseguenza di una condizione di dissesto del territorio”.

Dico che è inutile questa affermazione perché il ministro dovrebbe sapere che questo governo ha stanziato appena 55 milioni di euro per tutta l’Italia per prevenire i disastri idrogeologi. Con quali soldi il ministro pensa di finanziare questi interventi?

 

 

 

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26 ottobre, Roma

postato il 25 Ottobre 2011

Ore 18.00 – Palazzo dei Congressi Eur (Viale della Pittura, 50 )

Interviene alla manifestazione pubblica “3 firme per cambiare davvero” organizzata dal capogruppo UDC al Comune di Roma Alessandro Onorato

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Misure subito, ogni ritardo è letale

postato il 25 Ottobre 2011


La dichiarazione del Presidente della Repubblica è  un richiamo all’assunzione di responsabilità forte. Il governo, se c’è, deve evitare ogni ulteriore indugio e portare a Bruxelles le misure richieste a partire dalla riforma previdenziale.
Qui si tratta di salvare l’Italia, si tratta di evitare il baratro e ogni esitazione può essere letale.

Pier Ferdinando

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Dodici condoni dodici

postato il 25 Ottobre 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Mantovani

Dodici come gli apostoli, come le porte della città celeste. Si sente la mano evocatrice e visionaria che anima le saghe tremontiane nell’ipotesi dei “dodici condoni”, ma a leggerne i titoli la realtà è banalmente burocratica.
È lo spaccato della complessità e dell’inefficienza della macchina fiscale italiana, sommersa dalle mille norme, dagli errori di contribuenti e fisco e dall’irrilevanza dei controlli: un ottimo pagliaio nel quale occultare le evasioni vere.
Macchina che andrebbe profondamente riformata, senza attendere i diktat europei. Forse i “dodici condoni dodici” non appariranno al supermarket dell’ennesima manovra, ma con o senza di essi il fisco italiano rimarrà una delle palle al piede che frenano la crescita.
Non dico nella realtà, non chiedo tanto, ma almeno nelle bozze un barlume di credibilità e serietà potevano metterlo.

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Caro Silvio ti scrivo…

postato il 25 Ottobre 2011

 

“Riceviamo e pubblichiamo” di Giuseppe Portonera

Caro Silvio (non te la prenderai se evito i formalismi, vero?), ora basta. È ora di fare un passo indietro. È ora di dimettersi. Chi ti scrive, con molta sincerità e anche una punta di sfrontatezza, non è mai stato un tuo sostenitore: sono nato 18 anni fa e tutta la mia vita finora si è svolta sotto l’arco della tua storia politica; quando hai annunciato la tua discesa in campo, io avevo appena 4 mesi e 3 giorni; quando hai vinto per la prima volta le elezioni, 6 mesi e 2 giorni; quando le hai perse, per la prima volta, 1 anno e 4 mesi; quando le hai rivinte, per la seconda volta, 7 anni e 8 mesi; quando le hai riperse, per la seconda volta, 12 anni e 7 mesi; quando, infine, le hai rivinte, per la terza volta, 15 anni. Hai fatto il tuo ingresso nell’agone politico – che ancora io non parlavo e non camminavo – con dei programmi elettorali straordinari, con la promessa di mettere in atto la Rivoluzione Liberale, con il sogno dell’imprenditore venuto a modernizzare un Paese vecchio, stanco e disilluso: 18 anni dopo, se si esclude il fatto che ora parlo e cammino e che tu hai più capelli di prima, a me sembra non sia cambiato niente. Proprio niente. I programmi elettorali si sono susseguiti come tante fotocopie in ogni campagna elettorale; il richiamo alla Rivoluzione Liberale (e allo spirito del 94) è diventato un refrain obbligato e ridicolo; il Paese che tu avevi promesso di cambiare (e che dicevi di “amare”), è ancora più vecchio, più stanco e più disilluso di prima.

Caro Silvio, sei entrato in politica con a fianco intellettuali come Martino e Urbani e saggi consiglieri come Letta o Confalonieri. Guarda chi ti è rimasto accanto: ti professavi “liberista” e la politica economica del tuo governo è in mano a Tremonti, o a Sacconi o a Cicchitto (questi ultimi due non me ne vogliano, io sono pure troppo giovane, ma sbaglio o erano socialisti?); ti definivi “moderato” e in televisione vanno a rappresentarti moderatissimi del calibro di Santanché, La Russa o Stracquadanio; vogliamo parlare dei tuoi consiglieri d’oggi, poi? Finito in un cantuccio Letta (per colpe anche sue, chiaro) e sparito Confalonieri, l’eminenza grigia che ti sostiene, ti consiglia, mette a punto le strategie politiche con te è diventato Lavitola, uno sborone che si divide tra improbabili exit strategy e dichiarazioni di millantato credito.

Caro Silvio, diciamocelo: la situazione ti è sfuggita di mano (ammesso che tu e il tuo governo l’abbiate mai avuta, tra le mani). E va bene che c’è la crisi, ma non ci voleva poi mica tanto a provare a sterzare, a rimettersi in carreggiata: prima di scoprire l’amore per il nostro Paese, facevi l’imprenditore, dovresti sapere che in situazione difficili o si riemerge o si affoga, o si torna su o si va giù. Tu non hai fatto né l’uno e né l’altro: complice un’ambigua situazione e un ovvio deficit di competitività da parte delle opposizioni, sei riuscito in un capolavoro politico, quello di “galleggiare, galleggiare, galleggiare” (avrei voluto ripetere tre volte “resistere”, ma mi sono ricordato che per te sarebbe stata una citazione ostile). E dire che la BCE, diversi mesi fa, ti aveva mandato una bella letterina, con cinque punti assai interessanti di riforme economiche e sociali: non avresti dovuto fare altro che convertirli in legge, invece di barcamenarti in un teatrino delle parti osceno sulla manovra finanziaria estiva. Sei riuscito invece a scontentare tutti: dai sindacati alla Confindustria, dagli indignati ai tuoi elettori, fino ad arrivare ai tuoi partner europei. Hai dimostrato una piena inaffidabilità e hai demolito l’autorevolezza e il credito esteri di questo Paese – e, credimi, io non te lo dico con il sorriso sulle labbra, come ha fatto un tuo (ex?) amico. Io te lo dico, ribadendo quanto scritto su: con sincerità e sfrontatezza, come un ragazzo che alla prossima tornata elettorale voterà per la prima volta e che è stanco di doversi accontentare di fiumi di parole.

Caro Silvio, potresti anche ribattermi che se stiamo a questo punto la colpa non è solo o tutta tua. E sono d’accordo. Ma se questi 17 anni di Seconda Repubblica sono stati i più inutili e fallimentari possibili, la responsabilità è soprattutto tua. Tu hai permesso che le cose prendessero questa piega, tu hai radicalizzato lo scontro portandolo ai massimi livelli, tu hai fatto sì che il marketing pubblicitario si sostituisse alla politica. È con te che è nata la Seconda Repubblica ed è con te che morirà. E io, se permetti, vorrei umilmente occuparmi della ricostruzione dalle macerie, insieme a tanti Italiani di buona volontà.

Ciao Silvio, è stato un piacere.

 

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Serve esecutivo che difenda dignità nazionale

postato il 24 Ottobre 2011

Certi sorrisi vanno solo rispediti al mittente

Oggi serve un governo forte che assuma degli impegni in Europa, li mantenga e difenda la dignità nazionale, perché non possiamo essere svillaneggiati con certi sorrisi che non possono essere che rispediti al mittente.
Però la serietà dei nostri propositi è la migliore garanzia che abbiamo di risolvere i problemi.

Pier Ferdinando

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