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Quando si vende l’anima e ci si rinchiude nel “cerchio magico”

postato il 13 Ottobre 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Stefano Barbero

Di questi tempi la Lega non se la passa di certo bene: tra mal di pancia nella base e instabilità governativa il movimento padano mostra i muscoli con meno disinvoltura. L’imbarazzo c’è ed è tanto: il Carroccio ha mantenuto poche delle promesse fatte al suo “popolo” negli anni scorsi, l’abbraccio con il Cavaliere sta diventando mortale, tanta parte della Lega non vuole essere trascinata da Berlusconi con il suo governo pericolante.

La cartina di tornasole della salute dei partiti spesso è rappresentata, si sa, dai rapporti di forza locali, dalle dinamiche delle sedi periferiche. E quanto più le crepe si vedono nei feudi elettorali, tanto più la crisi è profonda ed evidente. Accade in via Bellerio, dove la lotta intestina per la successione (al capo – formalmente – indiscusso) continua a spaccare il partito. Il congresso provinciale di Varese, culla del movimento, terra del suo padre-padrone, ha confermato una situazione che i cervelli leghisti hanno cercato in tutti i modi di ridimensionare o derubricare a “dialettica interna” (di questi tempi è particolarmente di moda, nel lessico partitico). A Varese gli sfidanti del candidato di stretta osservanza bossiana si sono ritirati, in nome dell’”unità”. Un partito è forte se si mostra tale, devono aver pensato. Così ha vinto a tavolino il candidato unitario, tale Maurilio Canton del giro di Bossi: la Lega dorme sonni tranquilli e i giornalisti affamati rimangono a bocca asciutta. Ma a riaccendere i riflettori sulle agitate acque del Carroccio ci hanno pensato loro, gli stessi elettori, gli stessi iscritti, la “base”, che non hanno digerito l’imposizione di un segretario provinciale non gradito. Ormai la fazione maggioritaria è quella che fa capo al ministro dell’Interno Maroni, sempre più interprete di una Lega che vuole voltare pagina e se possibile smarcarsi da un premier che trascina ideali e voto popolare nel pozzo degli scandali e dell’immobilismo parlamentare. Così quel popolo verde che non sta zitto ha piazzato un bello striscione impossibile da non vedere fuori dalla segreteria della Lega Nord di Varese, con l’evocativo messaggio “Canton segretario di nessuno”. Più chiaro di così.

Intervenuta per l’ennesima volta la censura del “cerchio magico”, la foto aveva ormai fatto il giro del web. La Lega da struttura monolitica, militare, compatta si ritrova a fare l’imitazione di quel PD che a ogni elezione mette in discussione il vincitore. Ultimamente al Carroccio capita così, Bossi (e la Lega ufficiale) perdente – Valcamonica, Brescia i casi più eclatanti – e l’erede, le faccia istituzionale, più rassicurante prosegue la sua ascesa, forte del sostegno della maggioranza degli energici elettori leghisti, che a poco a poco si allontanano dal senatùr, ostaggio, si dice, della ristretta cerchia che lo circonda.

Non entriamo nel merito delle diatribe di un partito che ha, come tutti i partiti, una sua vita, fatta di alti e bassi. Vogliamo solo svolgere questa piccola considerazione: i leghisti che hanno creduto in quella Lega che illo tempore sventolava il vessillo della libertà e dell’indipendenza non si trovano a disagio nel vedere che il movimento cui appartengono è quello che mette la sordina a tutte le voci dissenzienti, che scomunica Flavio Tosi per le sue uscite moderate, che zittisce i sindaci che legittimamente protestano per i tagli? Forse è arrivato il momento di fare chiarezza e trarre le conclusioni: scegliere tra Bossi e Maroni, e soprattutto decidere sul proprio futuro. Berlusconi non è eterno.

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Ecco perché gli italiani sono un popolo e i padani no

postato il 21 Settembre 2011

di Jakob Panzeri

« Una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue, di cor » scrive Alessandro Manzoni nella lirica Marzo 1821, l’ode patriottica in cui celebra i primi moti carbonari piemontesi e immagina il varco del Ticino di Carlo Alberto di Savoia. Più prosaicamente  la Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli , siglata a Barcellona nel 1990, così definisce un  “popolo”: Ogni collettività umana avente un riferimento comune ad una propria cultura e una propria tradizione storica, sviluppate su un territorio geograficamente determinato la quale ha diritto a sentirsi popolo e a dichiararsi nazione”.

Il primo utilizzo della parola “Italia” è documentato nello storiografo greco Erodoto di Alicarnasso che fa derivare l’etimologia dal nome dal nome greco “italòs” che significa “vitello”, l’Italia viene identificata come una terra ricca di mandrie, di tori e di vitelli. Questo nome sarà in seguito ripreso da Tucidide, Aristotele, Antioco di Siracusa, Strabone tra gli storici greci, lo troveremo anche in Aulo Gellio, Varrone, Sesto Pompeo Festo e Virgilio presso i  latini. Il primo utilizzo della parola “Padania” invece risale al noto e simpatico giornalista sportivo Gianni Brera che usò poeticamente e forse ironicamente il termine Padania in alcune cronache degli anni ’60.

Le origini di un primitivo popolo italiano risalgono al Neolitico, quando diverse ondate migratorie portano alcuni popoli indoeuropei a coabitare pacificamente e a mescolarsi tra loro nella bella terra dei vitelli, popoli come i Liguri, i Paoleoveneti, gli Umbri, i Latini, i Lucani… popoli che ancora oggi rivivono nei nomi dei nostri enti regionali! Popoli che saranno conquistati dai romani e riuniti con il nome di “soci italici”.  Un popolo padano invece nella storia non è mai esistito e nessuno ha mai rivendicato l’unione di questo popolo prima della Lega Nord con la Dichiarazione di Indipendenza della Padania del 15 settembre 1996.

Un popolo inoltre deve riconoscersi in una comune lingua e tradizione. La lingua italiana è una lingua romanza, erede del latino, basata sul fiorentino letterario del trecento e ha come padre indiscutibile Dante Alighieri e la Commedia. La lingua padana non esiste, esiste solo un miscuglio di idiomi galloitalici retroromanzi. Ancora,  un popolo deve avere un’espressione geografica. L’Italia, unificata nel 1861 e infine allargata a Trento e Trieste al termine della prima guerra mondiale, ha avuto la fortuna di essere già prima unificata non dalle armi e dalla storia ma da una forte tradizione e cultura che la faceva respirare Italia anche se geograficamente divisa. Sui confini della Padania ancora oggi si discute: se la dichiarazione di indipendenza del 1996 dichiarava la Padania divisa in dieci stati federali nordisti  (Valle d’Aosta-Piemonte-Liguria-Lombardia-Trentino-Alto Adige-Friuli-Emilia-Romagna) e  tre regioni centrali ( Toscana-Umbria-Marche), Renzo Bossi, inaugurando il giro di Padania, ha di fatto smentito il padre e tagliato le gambe al centro, affermando che Padania è “dalla Alpi al Po”. I Romani, popolo pragmatico e quadrato, organizzando le suddivisioni amministrative avevano definito una Gallia cispadana e una Gallia transpadana per una ragione geografica molto semplice: la presenza del Po, il fiume più lungo d’Italia. Gallia perché in quella terra abitavano i galli, cis e trans perché gli uni stavano “al di qua” e gli altri “al di là” del Po. Ma da qui a definire la Padania ne passa di acqua sotto i ponti.

Dunque senza una lingua, senza una precisa espressione geografica, senza una tradizione e la consapevolezza espressa nella storia di essere popolo, non si è popolo. L’Italia è un popolo, la Padania non lo è.

Un ultima parola agli amici leghisti: siate fieri della vostra tradizione, siate fieri soprattutto pensando ai Longobardi. I longobardi, il cui patrimonio storico e culturale è stato recentemente dichiarato patrimonio mondiale dell’Umanità (e io in quell’occasione ho avuto l’onore di vincere il Certamen Giannoniano) hanno assolto per l’Italia una missione fondamentale: hanno saputo tenere salda la fierezza delle loro origine, ma allo stesso tempo si sono aperti al diritto romano e ai principi cristiani portando in salvo la tradizione romana dai tempi oscuri di fine impero, hanno abbracciato il sud e il nord Italia facendo risplendere città come Monza e Pavia ma anche Spoleto e Benevento,  infine si sono fusi con i franchi ponendo l’origine del Sacro Romano Impero e della nostra odierna Europa.

L’Italia, e nemmeno la Padania, in questo momento ha bisogno di secessione, servono misure strutturali, riforme fiscali, un rilancio dell’economia. Serve un nuovo spirito nazionale per costruire qualcosa per valga ancora la pena vivere e non sopravvivere. Serve unirsi , da nord e sud, e tutti insieme, abbracciarci.

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Per la libertà dei popoli, ma la poltrona viene prima

postato il 15 Settembre 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Stefano Barbero

Il partito più leninista d’Italia ci ha dato una nuova lezione di scuola di regime. I liberi sindaci del Nord manifestano tutta la loro disapprovazione per la manovra varata dal governo (e ieri dal Parlamento). Manifestano fisicamente, andando in piazza, a urlare il proprio dissenso. Lo vorrebbero fare anche i sindaci leghisti, i tesserati del Carroccio, ma via Bellerio ha posto il veto, con un diktat secco: i primi cittadini della Lega non possono aderire.

Così parlarono Bossi e la tolda di comando del partito-bifronte: un po’ di lotta, un po’ di governo. Un po’ Pontida, un po’ il Palazzo. I traguardi si conquistano con la diplomazia, il compromesso, l’intesa parlamentare. I voti si attirano con le urla, gli slogan arruffati, il populismo profondo. Ma il meccanismo si è rotto, come un carillon che gira a vuoto per troppo tempo. Questo perenne oscillare tra protesta e accordo ha rivelato il suo tragicomico paradosso: i borgomastri in camicia verde, educati ad esprimersi contro i nemici, che siano Roma ladrona, i democristiani o i vetusti centralisti, hanno reagito anche stavolta a chi colpisce le autorità locali, chi vuole soffocare le autonomie, chi vuole annientare lo spirito federalista.

Ma ecco intervenire il politburo leghista: sopita la lotta, chi dissente si accomodi alla porta. Così anche un nome di primo piano come Attilio Fontana, sindaco di Varese e presidente dell’Anci Lombardia, ha dovuto adeguarsi alla volontà del regime padano: “Sto con Bossi”, e per coerenza si è dimesso dalla presidenza dell’associazione dei sindaci che ha indetto lo sciopero.

La Lega è il movimento della libertà dei popoli ma quando le esigenze delle comunità locali vanno a cozzare contro gli interessi dei grandi capi, autoproclamatisi antispreco a Pontida ma esperti poltronari a Roma, è pronto a mettere la sordina a tutti i dissidenti. La manovra costringerà i comuni a tagliare i servizi, a non rispondere più ai problemi della gente, a limitare le spese. Ma poco importa ai mastri parolai del Carroccio che hanno fatto crescere una generazione di classe dirigente col dna della protesta: questa volta bisogna stare zitti e mosca, dissensi pur legittimi sacrificati all’altare realpolitik in salsa padana che continua a fare danni. L’ennesima contraddizione di un partito che a lungo andare non sarà più il paladino dei bisogni locali ma solo il brutto prodotto di un populismo di maniera che ha solo ingannato. Per il popolo verde è l’ultima chiamata: aprite gli occhi e rifiutate l’imbroglio.

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Rassegna stampa, 23 agosto 2011

postato il 23 Agosto 2011
Continua la strategia di “pressing” dell’Udc sul Governo: dopo l’intervista di Casini di ieri, si delinea la possibile convergenza in Parlamento tra maggioranza e opposizione, a costo dell’abbandono della Lega, che è sempre più in crisi nera. Il Senatur è preoccupato dai sondaggi che danno il suo partito in caduta libera e dalle lamentele sempre più forti che si sollevano dal territorio: ecco perché pensa di rilanciarsi abbandonandosi agli insulti e alla propaganda; torna addirittura la Padania (leggete dalla Padania, “Fratelli ce l’abbiamo fatta”: ma c’è o ci fa?), ma Berlusconi non ci sta e per la prima volta in 17 anni sconfessa ufficialmente il proprio alleato di governo con una nota di Palazzo Chigi: l’Italia è una sola e tale resterà. Trovate due analisi interessanti di questa “strategia” leghista sul Foglio e su Liberal: dallo “stronzo” che Bossi ha urlato a Casini si può capire che la “parabola” dei padani volge al termine (zero idee, zero progetti) e che quindi l’unica cosa che resta da fare è attaccare tutti quelli che stanno per superarti. I sondaggi dell’ultimo periodo, tra l’altro, lo confermano: Pdl e Lega, ad oggi, non supererebbero nemmeno il 30% e i consensi moderati travasano verso l’area del Terzo Polo (dato al 20%, anche se con l’apporto di Montezemolo) e addirittura verso il Pd. E mentre – come ci spiega Folli sul Sole – il baricentro del Paese si sta riorientando e si “riscopre” il Quirinale (leggete il bel commento di Macaluso al discorso di Napolitano di ieri), il Premier ha l’ultima occasione per giocarsi tutto, sostiene Sorgi su La Stampa. A nostro avviso, sbagliando: Berlusconi non ha più il polso della situazione e non crediamo proprio che (a meno di improbabili colpi d’ala) riuscirà a recuperarlo.

Mossa udc: molli il Senatur e avrà i voti. E il Pd presenta le sue controproposte (Alessandro Trocino, Corriere della Sera)

Buttiglione: “Bene Silvio, ma arriva in ritardo” (La Repubblica)

Rimini Meeting. Napolitano: «Svolta per crescere». La politica: proviamoci (Angelo Picariello, Avvenire)

Dopo il discorso del Presidente (Emanuele Macaluso, Il Riformista)

Se il baricentro del Paese si sposta al Quirinale (Stefano Folli, Sole24Ore)

Bossi: fratelli la Padania sta arrivando (Paolo Bassi, La Padania)

Insulti Padani (Il Foglio)

Pombeni: “Pernacchi ed insulti per coprire un vuoto, la Lega ha finito le idee” (Francesco Lo Dico, Liberal)

Angelino nella giungla pdl. Per Silvio la Padania non c’è (Alessandro Calvi, Il Riformista)

Emorragia di voti nel centrodestra. Pd e Terzo polo ne approfittano (Libero)

Obama, Nato, Francia. Chi ha vinto la guerra? (Luigi Offeddu, Corriere della Sera)

Ora il Premier si gioca tutto (Marcello Sorgi, La Stampa)

Nello Stato debole prosperano le P4 (Miguel Gotor, La Repubblica)

Lo scambio: Iva al 21% e niente supertassa (Antonio Signorini, Il Giornale)

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‘Berlusconi osi senza subire i veti di Bossi. Il Parlamento lo sosterrà’

postato il 22 Agosto 2011

Pubblichiamo da ‘La Stampa’ l’intervista a Pier Ferdinando Casini

di Ugo Magri

Roma – Berlusconi la smetta di giocare a nascondino. Prenda l’iniziativa. Rifiuti di subire i veti della Lega. E se troverà il coraggio di chiedere all’Italia i sacrifici necessari con misure veramente serie ed eque, allora troverà pure i voti che gli servono in Parlamento», assicura Pier Ferdinando Casini, leader del Terzo Polo.

Un momento, scusi: la manovra del governo non è già abbastanza severa? Qui si parla di 45 miliardi levati dalle nostre tasche…
«Intanto faccio notare che le tensioni interne alla maggioranza rischiano di rendere tutto quanto inutile, sacrifici compresi. L’Europa ci tiene d’occhio, certi atteggiamenti divaricati non sfuggono. Hanno fatto di corsa la manovra per dare un segnale ai mercati e a chi compra i nostri titoli di Stato, in primis la Bce. Ma oggi la babele di linguaggio nella maggioranza è tale che rischia di azzerare i vantaggi della rapidità».

Fantastico. E poi?
«La manovra è iniqua. Colpisce quanti non evadono nemmeno un euro. Non si capisce perché chi circola in yacht con un reddito dichiarato di 30 mila euro non debba pagare niente, e lo Stato se la prenda con i soliti che è più facile spennare».

Cioè i redditi sopra i 90 mila euro. Però il governo pare intenzionato a salvare chi ha figli a carico.
«Il quoziente familiare mi va benissimo, ma è la tassa che va levata. Colpisce il ceto medio e finisce per rendere addirittura più equa la patrimoniale».

Quindi pure lei la pensa come Montezemolo…
«Con tutto il rispetto per Montezemolo, già due mesi fa in Parlamento io dissi: chi più ha più deve dare. La patrimoniale è un nome odioso, ma un prelievo sulle grandi ricchezze sarebbe la cosa giusta».

Allora anche la Chiesa dovrebbe pagare l’Iva, dicono dal fronte laico…
«Ma che laicismo, questo è anticlericalismo d’accatto. Si ignora la straordinaria dimostrazione giornaliera di solidarietà da parte del volontariato, la supplenza che viene svolta nei confronti di uno Stato assente. Via, non si può considerare la Chiesa alla stregua di un imprenditore immobiliare…».

Torniamo alla manovra. Dove trovare le risorse per renderla più equa?
«Si potrebbe agire sull’Iva, piccolissimi aggiustamenti a livello di decimale sull’aliquota del 20 per cento. Oppure, meglio ancora, si possono fare quelle riforme strutturali che l’Europa ci chiede, e sono assenti da questa manovra. Incominciando dalle pensioni. L’adeguamento dell’età pensionabile alla durata della vita è ormai ineludibile, per uomini e donne».

Lei si sta attirando i fulmini della sinistra. [Continua a leggere]

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Rassegna stampa, 22 agosto 2011

postato il 22 Agosto 2011

Si ritorna, dopo una lunga assenza, a ragionare insieme di politica e cose di casa nostra. E lo si fa in “grande stile”, con una concentrazione niente male di articoli sull’Udc e Casini. Partiamo, allora, con l’intervista che il nostro Presidente ha rilasciato a Ugo Magri della Stampa, in cui assicura che se Berlusconi avrà il coraggio di smettere di giocare a nascondino e di prendere l’iniziativa lui, troverà nell’opposizione una sponda dialogante e collaborativa: questo è il tempo dei sacrifici e delle scelte impopolari, non ci può permettere di continuare a ciondolare e a cincischiare, rifiutando decisioni importanti e soprattutto difficili. Ma può, davvero, il premier riuscirci? Se continua a subire i veti della Lega (che è in grossi problemi, leggete Cundari dall’Unità), sicuramente no (anche perché da quelle parti sono grandi amanti del dialogo, come ci insegna Bossi). E non ci riuscirà nemmeno (come vi racconta Zuccolini sul Corriere) continuando un corteggiamento nei nostri confronti che non porta da nessuna parte (se per qualcuno non fosse chiaro: da nessuna parte). Da un Presidente a un altro, da Casini a Napolitano: ieri, il Capo dello Stato è intervenuto al Meeting di Cl a Rimini, tenendo un discorso alto e preciso, che ha rappresentato un duro attacco alle inconsistenti politiche dell’attuale governo: per aiutarvi in una sua comprensione più vasta possibile, vi indichiamo che su La Stampa potete trovarne ampi stralci; mentre su altri giornali ci sono delle opinioni interessanti: Cacace sul Messaggero scrive di “ultimo avviso del Colle” (tutto sta per cambiare, nuove forze si stanno muovendo); Massimo Giannini esalta il forte richiamo alla “verità” espresso da Napolitano (memore della grande lezione della Arendt su verità e democrazia); il Giornale, infine, con un pezzo di Macioce insinua qualche dubbio sull’insolito rapporto tra la platea di Cl e il Presidente Napolitano (o “presidente condottiero”, come lo definisce Alfieri su La Stampa).

Casini: “Berlusconi osi senza subire i veti di Bossi. Il Parlamento lo sosterrà” (Ugo Magri, La Stampa)

Il Pdl continua a «corteggiare» l’Udc ma Casini conferma il no dei centristi (Roberto Zuccolini, Corriere della Sera)

Casini: grazie degli insulti così si vede la differenza (Il Messaggero)

La Lega tratta con il governo intanto ripesca la secessione (Francesco Cundari, L’Unità)

Napolitano – Il linguaggio della verità (La Stampa)

L’ultimo avviso del Colle (Paolo Cacace, Il Messaggero)

La strana passione di Cl per un ex Pci (Vittorio Macioce, Il Giornale)

Il Falò delle Verità (Massimo Giannini, La Repubblica)

E il Presidente “condottiero” conquista la platea (Marco Alfieri, La Stampa)

Romano – Strana guerra senza vincitori (Sergio Romano, Corriere della Sera)

Quello che Silvio non può dire (Vittorio Feltri, Il Giornale)

Montezemolo: “Il nuovo partito? Forse fra un anno e mezzo” (Sandra Riccio, La Stampa)

Intimidazione e disinformazione sui cattolici (Pierluigi Castagnetti, l’Unità)

Il ruolo forte della Chiesa (e un gesto per il Paese) (Aldo Cazzullo, Corriere)

Bottega padana (Andrea Cangini, QN)

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Ringrazio Bossi, evidenzia differenza tra noi

postato il 21 Agosto 2011

Bossi ieri mi ha insultato per l’ennesima volta. Non gli rispondo, anzi, lo ringrazio perché così è ancora più chiara la differenza tra noi.

Pier Ferdinando

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Se Bossi non parla più al profondo nord

postato il 20 Agosto 2011

Le vivaci contestazioni subite dai ministri Bossi, Calderoli e Tremonti in occasione della loro recente permanenza tra le montagne del Cadore hanno probabilmente sorpreso solo gli osservatori meno attenti; era infatti noto a molti come da qualche tempo covasse un chiaro malcontento anche tra gli elettori ed i simpatizzanti leghisti più convinti.

Quello che pare invece essere più sorprendente è l’annullamento del previsto incontro pubblico e la conseguente “ritirata strategica” operata da Bossi in piena notte stravolgendo i piani di ospiti ed interlocutori amici e contrari. E’ infatti una delle prime volte, se non la prima, che il grande istrione rinuncia al confronto con la folla, abbandonando la piazza e dando così un’immagine del tutto opposta a quell’iconografia che di solito lo accompagnava.

Certo l’episodio va inquadrato nel preciso momento storico, all’indomani del varo di una manovra economica aggiuntiva che va ad incidere duramente sulle finanza degli enti locali e dei comuni cittadini; sarebbe però sbagliato ed oltremodo riduttivo pensare che si tratti di un evento isolato e fine a se stesso.

La luna di miele tra Bossi ed il suo elettorato pare infatti essersi guastata già da qualche mese e gli effetti negativi possono essere rintracciati già nei dati delle Elezioni Europee del 2009. Prendendo l’esempio dei dati elettorali della Regione del Veneto, si scopre facilmente come nelle elezioni politiche del 2008 per la Camera la lega Nord abbia raccolto 830.000 voti pari al 27,1 % dei voti validi; dopo un solo anno alle Europee del 2009 la lista della Lega Nord era salita al 28,4 % dei voti espressi ma scendendo in termini assoluti alla cifra di 767.000 consensi.

Alle Regionali del 2010 pur avendo un candidato popolarissimo quale Luca Zaia la lista non ha saputo fare meglio che raccogliere 788.000 voti e cioè 50.000 voti circa meno del 2008 e solo la scarsa affluenza alle urne ha permesso di mascherare il vistoso calo di consensi; basti ricordare che in Veneto nelle elezioni politiche del 1996 la Lega Nord aveva sfiorato la cifra di un milione di voti.

Pare quindi che l’elettore leghista si stia stancando dell’eterno copione recitato dal partito di Bossi, quello della “Lega di lotta e di governo” o “dottor Jekyll e mister Hyde” come altrimenti chiamato. Le evidenti contraddizioni tra quanto promesso nei comizi sul territorio e quanto prodotto nelle aule parlamentari hanno finito per intaccare anche la carismatica figura del leader.

E nemmeno casuale deve essere considerato il luogo dove è avvenuto il “gran rifiuto”, uno di quei piccoli Comuni di montagna cui questa ultima manovra finanziaria assesta probabilmente un colpo mortale. Quei piccoli Comuni di montagna dove il sindaco spesso non riceve alcun compenso, dove quasi tutti si conoscono per nome ed il sindaco è il primo da chiamare, anche in piena notte, quando succede qualcosa. Quei piccoli Comuni di montagna dove si fa politica per essere utili alla comunità e non per arricchirsi visto che, molto spesso, le spese di tasca propria sono molto superiori delle entrate.

Proprio quei piccoli Comuni di montagna che la manovra di questo governo intende azzerare, indicandoli come responsabili degli sprechi della Pubblica Amministrazione; quei piccoli Comuni di montagna che, messi tutti insieme, costano all’anno come una decina di parlamentari.

I tagli indiscriminati agli enti locali, che si sommano a quelli già effettuati negli ultimi due anni, stanno pregiudicando ogni possibilità di garantire anche i minimi livelli dei servizi locali e neanche il promesso federalismo fiscale potrà migliorare la situazione, visto che si limiterà ad attribuire la libertà di aumentare i tributi locali per sopperire ai minori trasferimenti.

Quello che i montanari sanno bene è che 30 chilometri in pianura si percorrono in 20 minuti mentre in montagna può volerci un’ora e per quei 30 chilometri in pianura bastano due litri di benzina mentre in montagna ce ne vuole il doppio; queste cose semplici i montanari non riescono a farle capire a chi li governa.

Ma i montanari, gente abituata a lavorare e tacere, a volte si stancano di ascoltare promesse che sanno perfettamente essere vane; per vivere in montagna sono indispensabili due qualità: la pazienza e la buona volontà ma qualche volta la prima si esaurisce!

Riceviamo e pubblichiamo Roberto Dal Pan

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