postato il 6 maggio 2014 | in "In evidenza"

Verso il G7 Energia – Focus sulla sicurezza internazionale

g7 Il G7 dell’energia a Roma
Importante la scelta del Governo di ospitare a Roma la riunione del G7 energia, anche per il collegamento che si potrà realizzare con il semestre di Presidenza, in cui i temi energetici avranno spazio, sia per quanto riguarda le prospettive energetiche europee 2020/2030, sia sul tema delle energie rinnovabili e progetti di nuove infrastrutture

Energia tra politica e mercato
Il mercato dell’energia non è un mercato come gli altri. Decidere da chi comprare energia non è la stessa cosa che decidere da chi comprare bulloni o macchinari (lo stesso ovviamente vale per chi vende). Il tema degli approvvigionamenti e della sicurezza energetica è sempre un tema che ha una forte connotazione politica e propriamente geopolitica (la questione territoriale ha ovviamente una enorme importanza). La scelta di convocare una riunione del G7 sui temi energetici è stata presa nello stesso vertice dell’Aja, lo scorso 24 marzo, in cui si affrontava il tema dell’Ucraina e si sospendeva il formato G8. Per questo rilievo politico si giustifica la presenza a questo dibattito del Presidente della commissione esteri del Senato. Se è vero che è un mercato molto particolare, per la rilevanza politica delle scelte che si compiono, quello dell’energia è comunque pur sempre un mercato, anche questo aspetto occorre tenerlo bene in mente, non fosse altro perché si muove nell’ambito di un tessuto di regole ben precise (ad esempio a livello UE) e poi perché a decidere gli acquisti e le vendite non sono soltanto gli Stati, ma soggetti economici, che possono avere e spesso hanno una presenza importante degli Stati, ma che devono rispondere anche a esigenze commerciali (per esempio: quando si discute di sostituire il gas russo col gas americano non sempre si considera che, oltre alla questione delle infrastrutture che ancora mancano, bisognerà convincere le aziende americane a vendere gas a prezzi più bassi di quelli che si possono avere in Asia)

Sulla crisi Ucraina
La situazione sta precipitando, la crisi è sempre più vasta. Si inizia a parlare apertamente di guerra.
In maniera un po’ brutale: l’annessione della Crimea è contraria a tutte le regole del diritto internazionale e non può trovare giustificazione. Però, per capire il comportamento di Putin, bisogna anche mettersi un po’ nei suoi panni, nella sua prospettiva e cogliere anche gli errori dell’Europa:
– sbagliato delegare il Partenariato orientale ai Paesi baltici e alla Polonia, perché il loro rapporto con la Russia è condizionato dal passato (ora Tusk chiede maggiore unità in tema di energia);
– sbagliato prospettare adesione all’ UE che in realtà non è mai stata un’ipotesi realistica (soprattutto non avendo le risorse per aiutare l’economia ucraina a uscire dalla sua crisi);
– sbagliato seguire un po’ troppo acriticamente gli Stati Uniti (che nei Paesi baltici e dell’est hanno un’ascendenza particolare, anche qui per ragioni comprensibili). Le relazioni, sia politiche che commerciali, tra Usa e Russia non sono come quelle tra Ue e Russia (l’interscambio della Russia con l’UE è 12 volte quello con gli Usa). In primo piano c’è l’energia. Occorre pertanto rilanciare il dialogo, in tutte le occasioni possibili.
Occorre anche provare strade nuove. Il 1° maggio sul Corriere della Sera si avanzava una proposta per certi versi spiazzante: uscire dalla crisi rilanciando, cioè riprendendo la trattativa con l’Ucraina sull’Accordo di associazione e, nello stesso tempo, avviare le trattative per un trattato di libero scambio con la Russia, partendo dal presupposto che si tratta di mercati complementari. Ora, dopo l’accelerazione della crisi, è fantascienza. Ma di proposte del genere dobbiamo cogliere il significato. Sicuramente bisogna ragionarci bene, valutare la fattibilità, non solo economica, vedere come regolare lo status della Crimea e altro ancora, ma forse si può lavorare anche su strade del genere.

Sulla sicurezza energetica
L’Europa condivide l’interesse ad approvvigionamenti sicuri a costi ragionevoli, a ridurre l’impatto ambientale, a rendere le reti efficienti. Finora però si è proceduto in ordine sparso, privilegiando gli interessi nazionali. Le difficoltà non sono poche: gli interessi dei singoli Paesi sono diversi, il loro mix energetico è diverso, in alcuni Paesi ci sono società importanti che hanno strategie globali e in concorrenza tra loro. L’importante è non negare l’esistenza di queste differenze di interessi e partire da qui per cercare una sintesi.
L’Europa è dipendente dalla Russia come la Russia è dipendente dall’ Europa: l’Europa prende un terzo del suo metano dalla Russia (per metà attraverso l’Ucraina) e l’esportazione di gas e petrolio verso l’Europa rappresentano il 70 % delle esportazioni russe. La differenza è nei tempi: nel breve periodo siamo più dipendenti noi da loro che viceversa, a medio termine possiamo trasformare questo rapporto. Ma per farlo dobbiamo rafforzare la cooperazione tra i diversi Paesi in termini di infrastrutture, di diversificazione, di investimenti. La difficoltà è che l’Europa è dipendente dalla Russia in maniera diversificata: alcuni Paesi poco o niente (ad esempio il Regno Unito, che però non vuole condividere le sue risorse con altri Paesi), alcuni molto (come l’Italia o la Germania) e altri quasi totalmente (Paesi baltici e Paesi dell’est)
Anche la Russia rischia molto: non ha interesse a perdere la sua fama di fornitore affidabile, perché si rimetterebbero in discussione progetti già in piedi e si accelererebbero soluzioni e rotte alternative.
In questo quadro si colloca l’Italia. Il rapporto sull’energia pubblicato qualche giorno fa dal Ministero dello Sviluppo economico in questo senso parla chiaro: ci sono luci ma anche molte ombre.
– “L’Italia rimane tra i grandi Paesi europei il più vulnerabile”
– Numerosi operatori internazionali presenti per investire in Italia e “in attesa da anni di ottenere permessi e autorizzazioni, potranno lasciare il Paese, attratti dalle prospettiva crescenti di altee aree internazionali”
La campana dunque non solo suona anche per noi, ma suona soprattutto per noi.

Cosa bisogna fare:
1. progetto di “Unione dell’energia” avanzato dal premier polacco Tusk, su cui la cancelliera Merkel si è già detta d’accordo. Alcuni punti non sono molto facili da realizzare, come la società unica per l’acquisto del gas russo. Ci sono anche difficoltà di competenze, perché il tema dell’energia è ancora essenzialmente nazionale. Su questo si potrebbe stimolare una revisione dei Trattati, magari in occasione del semestre italiano. Ma lo spirito della proposta è senz’altro condivisibile: rafforzare l’interconnessione tra le reti, accrescere le capacità di riserva dei diversi Stati, ecc. E anche qualche meccanismo di solidarietà verso i Paesi che subiscono riduzioni di forniture.
2. agire su diversi piani per rafforzare la nostra sicurezza energetica:
a) diversificare le fonti energetiche + b) diversificare i fornitori + c) diversificare le rotte di approvvigionamento
-giusto puntare su fonti rinnovabili, con investimenti per la ricerca, la green economy, anche se occorre realismo sulle capacità e i tempi di queste fonti
– progetto South stream. Diversificazione delle rotte (gas russo che arriva in Europa senza passare dall’Ucraina). Ci sono molti che sollevano dubbi sulla attualità del progetto, dopo lo scoppio della crisi ucraina, perché importare gas russo senza passare dall’Ucraina sembrerebbe sconveniente dal punto di vista politico e potrebbe significare una preferenza politica. Ma si tratta di un progetto indipendente e precedente. Ieri Renzi nell’intervista al Corriere ha detto che si va avanti col progetto. Ci sono ancora questioni aperte: per esempio la Commissione europea deve valutare se concedere una deroga rispetto al terzo pacchetto energia, sull’accesso alla rete da parte di terzi.

-progetto TAP, che consente una diversificazione dei fornitori (gas azero)
Anche qui l’Unione europea ha fatto degli errori: il Commissario per l’energia, il tedesco Ottinger, non si è certo comportato in maniera neutrale, come avrebbe dovuto, nella competizione tra Nabucco e TAP, e non ha mai nascosto il proprio appoggio al progetto Nabucco addirittura impegnandosi, una maniera ufficiale e ufficiosa, in Azarbaijan perché quel progetto avesse la meglio. Ora Tap ha vinto la gara, per ragioni essenzialmente commerciali (a conferma che il mercato dell’energia è un mercato particolare ma poi è pur sempre un mercato)
Adesso bisogna evitare che l’Italia perda quest’occasione (pericolo di cui parla anche il rapporto del Ministero), sia per i tempi troppo lunghi per l’autorizzazione, sia per il prevalere della logica “non nel mio giardino” da parte delle popolazioni locali. Tap ha fatto errori di comunicazione e di coinvolgimento delle popolazioni locali (come ha ammesso) ma adesso ha imboccato una strada diversa, che bisogna proseguire.
Ci vuole responsabilità anche da parte delle forze politiche. In Senato l’iter di approvazione del Trattato Tap si è svolto in maniera tutto sommato fisiologica. Il passaggio in Commissione esteri è stato rapido, poi in aula c’è stata una richiesta anche legittima da parte delle opposizioni di chiarimenti sugli aspetti ambientali e sulla compagine proprietaria del consorzio. La Viceministro Dassù ha fornito i chiarimenti in aula e poi il trattato è stato approvato. Alla Camera il percorso è stato più complesso, non sono mancati momenti di tensione, sia in commissione che in aula, anche per la strumentalizzazione di alcune forze politiche (come il M5S). Spesso gli stessi che lamentano la nostra debolezza nei confronti delle crisi che ci sono in giro per il mondo sono gli stessi che quando si presenta l’occasione per ridurre la nostra dipendenza si mettono di traverso.
Qui vale lo stesso discorso che vale in altri settori: solo se faremo la nostra parte, in termini di cultura energetica e industriale, saremo credibili per chiedere riforme agli altri, in primo luogo all’Europa.

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