postato il 2 Ottobre 2022 | in "Politica, Rassegna stampa"

Serve rispetto tra i poli, solo così si aiuta il Paese

Pd, il totonomi non basta

L’intervista di Mario Ajello pubblicata sul Messaggero

Presidente Casini, lei è il decano dei parlamentari. Che Parlamento sarà questo che sta per inaugurarsi?
«Ci sono sfide inedite, anche di carattere istituzionale. La riduzione del numero dei parlamentari, 200 senatori e 400 deputati, speriamo che non incida in negativo nella operatività delle Camere. Perché è essenziale il buon funzionamento. Per quanto riguarda poi l’aspetto politico, mi sembra che sia emersa una maggioranza chiara e con numeri ampi. Bisognerà capire se, in termini di coesione interna e di chiarezza programmatica, riuscirà a dimostrare la propria autosufficienza. I numeri ci sono, sarà la politica a darci il verdetto».

Questa campagna elettorale, per lei che ne ha fatte tante fin dal 1983, è stata diversa dalle altre?
«Lo è stata per due ragioni. La prima: quando cominciai esistevano i partiti, la mobilità elettorale era molto più ridotta e c’era ancora la conventio ad excludendum per la sinistra. Il muro di Berlino nell’83 non era ancora caduto. E forze politiche radicate nel Paese e motivate ideologicamente fidelizzavano maggiormente gli elettori. Era diverso anche il ruolo delle leadership. È vero che avevamo grandi personalità, penso ai leader democristiani, a Berlinguer, a Craxi, a Spadolini, ma quelli non erano partiti costruiti sulla persona.
Oggi, invece, abbiamo il partito della Meloni, il partito di Berlusconi, i 5 stelle che sono diventati il partito di Conte e via così. Forse, solo il Pd è rimasto con una leadership plurale. Il che è positivo. Però vedo che anche da queste parti l’evocazione dell’uomo forte rischia di essere una suggestione sempre più potente».

La seconda differenza tra ieri e oggi?
«Allora, il sistema tanto deprecato delle preferenze faceva sì che si costruisse sul territorio una classe dirigente che la gente conosceva. Era impossibile che venissero catapultate persone che non avevano un radicamento. Lo sa, per dirla semplicemente, qual è la differenza sostanziale tra i primissimi anni 80 e adesso? È nelle suole delle scarpe dei candidati. Allora si consumavano, oggi no».

Che destra di governo sarà?
«La partenza della Meloni sembra caratterizzarsi all’insegna della cautela. Secondo me fa bene, perché i problemi del Paese sono così drammatici che richiedono compostezza e serietà. E aggiungo: serve un clima di rispetto reciproco. Ognuno deve fare la sua parte. Chi ha vinto è chiamato legittimamente a governare e deve tenere presente che la nostra democrazia vive su una pluralità di poteri. Ad esempio, penso sia molto importante collaborare con Regioni e Comuni. Non si governa contro una parte del Paese».

L’opposizione?
«Faccia l’opposizione in modo rigoroso, serio, senza fare sconti ma anche con la consapevolezza che o ci salviamo assieme o andiamo a fondo assieme».

Crede dunque che sia sbagliato demonizzare come l’altro giorno ha fatto per esempio Rula Jebreal contro la Meloni?
«Ognuno risponde di quello che dice. Ma se ci sono così pochi argomenti che bisogna addirittura ricorrere a parlare di un padre che ha abbandonato una bambina in tenera età, allora siamo veramente messi male».

Che cosa ne sarà del Pd?
«Sono un indipendente e mi iscriverò al gruppo del Pd per onorare un impegno con il popolo che mi ha mandato in Parlamento. Non voglio entrare nelle scelte congressuali. Dico solo che Letta è stato un signore, ha indicato un metodo. E se quella comunità pensa di risolvere il problema con la corsa al toto segretario che si è aperta i questi giorni, c’è da preoccuparsi».

Ai dem conviene l’opzione a sinistra, verso i 5 stelle, o quella al centro, verso Calenda e Renzi?
«Il Pd deve evitare di farsi sospingere da un lato o dall’altro. Occorre, cioè, che abbia la percezione chiara che una grande opposizione ha bisogno del concorso di esperienze diverse, generazioni diverse, sensibilità diverse. Se alcune di queste prevalgono sulle altre, il rischio di una ulteriore frammentazione è molto forte».

Un dialogo tra maggioranza e opposizione come si può materializzare?
«Vi sono strade diverse. Spetta alla maggioranza identificare una strada e all’opposizione esprimere eventuali disponibilità al dialogo. Ma oggi siamo ancora molto indietro. Si devono insediare le Camere, fare le consultazioni e formare il governo.
Il trascorrere del tempo, in politica, non è una perdita di tempo. Ma un modo anche per placare gli ardori della campagna elettorale e focalizzare i problemi del Paese. C’è un’enorme tensione oggi in Italia. Penso alle centinaia di aziende che rischiano di chiudere e a tutto il resto. E abbiamo il problema energetico che sovrasta ogni cosa. L’Italia nel quadro europeo deve lavorare costruttivamente per affrontare questa emergenza paragonabile solo a quella del Covid».

Ma il nuovo governo non sarà anti-europeo?
«Voglio proprio immaginare che questa possibilità non esista. Il nostro interesse nazionale è discutere con Francia e Germania le riforme necessarie. Senza perdere tempo a inseguire gli Orbán di turno. Ci sono italiani come Gentiloni, collocati in posizioni fondamentali, che possono dare consigli utili. E mi auguro che i contatti siano già in corso».

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