postato il 10 Aprile 2016 | in "Esteri"

Regeni: Se Egitto non collabora fermiamo i turisti

L’Europa vari misure serie assieme a noi
casini
L’intervista di Marco Ventura a Pier Ferdinando Casini, pubblicata su Il Messaggero.

E se il richiamo dell’ambasciatore non bastasse a convincere l’Egitto a collaborare?
«Esaurito l’elenco delle misure simboliche, bisognerà adottarne di nuove – avverte Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del Senato -. Per esempio, si potrebbe inserire l’Egitto nella ‘lista nera’ dei paesi pericolosi compilata dalla Farnesina, sconsigliarlo come meta per i nostri turisti e ricercatori. La vicenda di Giulio dimostra proprio questo: che nessuno può sentirsi più al sicuro in Egitto».

Richiamare l’ambasciatore è stato giusto?
«Renzi ha difeso il decoro della nazione. Come ho detto subito al Tg arabo di Al Jazeera, noi italiani siamo tristi di questa decisione perché siamo, ci sentiamo, amici dell’Egitto, lo consideriamo un partner essenziale. Però siamo anche delusi: per due mesi siamo stati deliberatamente presi in giro con l’invenzione di verità di comodo presto rivelatesi improbabili, con un depistaggio perfino nei confronti dei nostri magistrati. Gli egiziani hanno sbagliato a considerare la visita a Roma poco più che una scampagnata».

Adesso tocca fare di più?

«Il richiamo dell’ambasciatore è un atto simbolico ben meditato e la scelta dei tempi probabilmente giusta, anche se io l’avrei fatto prima. Ma è una scelta che impone conseguenze: o gli egiziani capiscono che facciamo sul serio, oppure siamo obbligati a procedere con nuove misure».

L’indicazione dell’Egitto meta pericolosa va fatta subito?
«Sì, se nell’arco dei prossimi giorni non ci saranno risposte positive dal Cairo. Il regime egiziano e Al Sisi rischiano di sottovalutare la situazione, di non capire che da quello che forse considerano un granellino può venire giù una valanga. Il caso Regeni è solo la goccia che fa traboccare il vaso rispetto ad altri comportamenti egiziani poco convincenti: nello scenario libico il generale Haftar e il Parlamento di Tobruk, condizionati dal Cairo, continuano a opporsi al governo voluto dall’Onu e insediato a Tripoli. C’è chi continua a sostenere l’idea di tripartizione della Libia con la Cirenaica appannaggio dell’Egitto. Non è più solo un problema, noto, di diritti civili, ma anche di politica e scelte strategiche dell’Egitto».

 Stavolta riusciremo ad avere dalla nostra l’Europa?
«Chiediamo che la Ue su questa vicenda sia corresponsabile con l’Italia. L’Europarlamento l’ha già fatto con una mozione. Federica Mogherini ha un’occasione irripetibile per dare un contributo da commissario europeo. Le parole sono tante, ora bisogna passare ai fatti».

Anche noi abbiamo parecchio da perdere nel braccio di ferro…?
«Certo. Nello scontro tra due paesi amici a perdere sono entrambi, anche se l’Egitto ha da perdere più di noi. La contabilità di ciò che si può perdere non può però farci arretrare davanti ai valori indisponibili. Pur nel naturale cinismo della politica estera, che notoriamente non è un ballo per dilettanti, gli europei devono saper riconoscere i confini da non superare. Regeni è l’Italia, e la verità su Giulio è un valore insuperabile».

Renzi dice che non finirà come con i marò…
«Il rischio purtroppo c’è, perché le decisioni non dipendono solo da noi. Il governo sta mettendo tutta la determinazione, ma il pericolo che ci si vada a impantanare come con l’India esiste. E proprio considerando la relazione esemplare che c’era tra Italia ed Egitto, ulteriori reticenze da parte egiziana fotograferebbero un regime che non può permettersi alcun atto di verità. Da amici di Al Sisi diciamo: attento, i tuoi tanti nemici traggono alimento da questa vicenda per delegittimarti».

Si arriverà a sanzioni economiche?
«Scoraggiare i turisti dall’andare in Egitto sarebbe una misura concreta: gran parte del flusso di turisti è italiano e già è diminuito per il terrorismo. Sarebbe concreto pure il blocco di nuovi accordi commerciali e economici, e sarebbe un concreto dato negativo per l’Egitto operare nel Mediterraneo in una condizione di freddezza con un paese come l’Italia. Tanto più se l’Unione Europea sarà compartecipe delle nostre decisioni».

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