postato il 15 Marzo 2015 | in "Spunti di riflessione"

Migranti: l’Europa si svegli

Cattura
L’intervista di Matteo Massi a Pier Ferdinando Casini pubblicata su Quotidiano nazionale

“E’ inutile fare leggi nuove, per colpire anche più duramente i reati, se poi la macchina burocratica fa acqua da tutte le parti. Risultato: i tribunali finiscono con l’ingolfarsi”.
Si parte da Terni per arrivare alla Libia. L’ultimo caso di cronaca – l’omicidio di un giovane da parte di un marocchino che aveva fatto ricorso contro il no alla richiesta di asilo politico e quindi era rimasto in Italia, in attesa dell’ultimo pronunciamento – tira in ballo trattati europei, quello di Dublino, e aule giudiziarie. Ne è convinto Pier Ferdinando Casini, Presidente della Commissione Esteri al Senato.

Che idea si è fatto di tutta questa vicenda?
“Che serve efficienza e tempestività dell’autorità giudiziaria. Qui ci troviamo di fronte a uno sbandato, un disadattato. Aveva chiesto asilo politico e glielo hanno negato”.
E lui ha fatto ricorso?
“O passa il principio che una volta respinta la richiesta di asilo politico, si procede all’espulsione, in attesa dell’esito del ricorso o altrimenti il pronunciamento dell’autorità giudiziaria deve avere dei tempi congrui”.
Torna ad aleggiare lo spettro del trattato di Dublino? L’Italia deve fare mea culpa per quell’intesa?
“Noi siamo un Paese di prima accoglienza e credo che sbadatamente abbiamo firmato quei trattati che ci hanno messo in una condizione drammatica rispetto agli altri Paesi europei”.

Non siamo tutti uguali?
“No, perché questa è l’Europa dell’egoismo e dello scaricabarile. E’ chiaro che se arrivano dei migranti, arrivano prima sulle coste italiane e spagnole. E quindi quella sorta di patronage per la richiesta d’asilo sul Paese che ha accolto per primo un clandestino è un po’ assurda. Ci credo che Paesi come Irlanda e Danimarca abbiano firmato con entusiasmo quei trattati. E poi c’è una fiera dell’ipocrisia”.
In che senso?
“Nel senso che è praticamente impossibile registrare tutti quelli che arrivano. Ho letto di una proposta interessante è fatta dal commissario europeo degli affari interni che prevede centri di smaltimento asilo direttamente nei paesi di provenienza. Bella idea, ma un po’ difficile da attuare”.
Inattuabile, guardando l’altra parte del Mediterraneo?
“Quando arrivarono le prime navi da Valona, durante il primo governo Berlusconi, riuscimmo a fare degli accordi con i paesi che ci avevano permesso di mettere in piedi dei presidi di polizia anche in territorio non italiano E i nostri 007 facevano azioni di ripulisti sui barconi prima che potessero essere utilizzati dei trafficanti del mare. Ma come si può pensare di fare degli accordi ora con un paese come la Libia che non ha una sua statualità”.
E che va considerata come una minaccia?
“Non credo che ci possano minacciare, come non credo che tra i rifugiati ci possano essere dei foreign fighters, sicuramente hanno dei mezzi migliori per viaggiare. Però dobbiamo trovare una soluzione. L’Europa non può stare a guardare”.
È inevitabile chiamare in causa l’Europa. Ma che dovrebbe fare per fronteggiare l’emergenza immigrazione?
“L’ordine pubblico, ovviamente, non è delegabile all’Europa. Le faccio un esempio: in Germania arrivano più extra comunitari che da noi, ma non ci sono clandestini. Sono tutti registrati. La burocrazia deve essere efficiente e non lenta. E poi vanno previste norme dure con gli sfruttatori che spesso hanno la pelle bianca”.
E in Libia che dovrebbe fare l’Europa?
“L’unica strada rimane quella della politica-diplomatica. È evidente che ormai il Mediterraneo non è più una responsabilità degli Stati Uniti che hanno ormai raggiunto una loro autonomia energetica e sono completamente assorbiti dalla crisi nell’est. L’Europa deve prendersi la responsabilità e deve continuare a cercare un dialogo, seguendo anche il lavoro che sta facendo l’inviato Onu Leon, sperando che primo poi nasca un governo di conciliazione nazionale. Qualora si riuscisse nell’intento, non dobbiamo abbandonare la Libia per non ripetere l’errore fatto nel 2011 quando facemmo fuori Gheddafi e non riuscimmo a capire che morto un dittatore, da lì a poco ne sarebbe spuntata un’altra decina”.

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