postato il 25 luglio 2018 | in "Esteri"

Libia: condivisione su decreto motovedette, in continuità con governi precedenti

La politica si fa col cuore e con la mente

Cari colleghi, non è semplicissimo intervenire in questo dibattito perché naturalmente, come sempre capita quando si parla di temi così delicati e quando si parla di Libia, un conto è il voto che noi siamo chiamati a dare, un conto è l’analisi che siamo chiamati a fare, un conto sono le sensibilità diverse che attraversano il nostro Parlamento.
Allora partiamo dal primo punto: il Gruppo per le Autonomie voterà a favore di questo decreto-legge perché è in continuità con il lavoro dei governi precedenti e perché è giusto dotare di un equipaggiamento navale le forze di controllo costiero libico, perché è giusto, perché è giusto.
Poi, colleghi, facciamo un passo in avanti: la senatrice Bonino ci ha ricordato che non esiste la statualità libica. Purtroppo lo sapevamo tutti in quest’Aula che non esiste la statualità libica. Sappiamo addirittura che c’è un Governo, quello di Haftar, che con la collaborazione di statualità estere e anche europee ha lavorato in questi anni per arrivare ad una tripartizione della Libia nonostante la comunità internazionale abbia insediato un Governo che noi sempre abbiamo appoggiato, con Letta, con Renzi, con Gentiloni e oggi con il Governo Conte in uno spirito di continuità, perché era il Governo legittimato dall’ONU. Ma questo Governo controlla la Libia? Scusate, non siamo su “scherzi a parte”, lo sappiamo benissimo che questo Governo non controlla la Libia. Sappiamo benissimo che non la controllano neanche gli altri due governi. Sappiamo benissimo che ci sono dei soggetti tribali municipali che non a caso sono stati al centro del lavoro che nei mesi scorsi ha fatto il Governo Gentiloni con il ministro Minniti.
Abbiamo in Aula la senatrice Pinotti che è stata parte di quel lavoro che oggi, in continuità, viene ripreso dal Governo Conte.

Allora, scusate, un conto è il mondo che vorremmo vivere, un conto è il mondo che viviamo perché la politica estera non è un pranzo di gala e noi, purtroppo, dobbiamo fare i conti con quello che c’è non con quello che vorremmo che ci fosse. Ho sentito prima alcuni colleghi che hanno detto che chi arriva non ha i documenti. Scusate, ma volete che vadano a chiedere il certificato penale a Mogadiscio quando partono da realtà che sono devastate, prive di qualsiasi statualità?

Allo stesso modo, non ci meravigliamo, purtroppo, di quello che la senatrice Bonino ha dichiarato che, se mi consentite, non può essere un elemento di divisione di questo Parlamento perché sappiamo tutti che i diritti umani, per come noi li concepiamo, non sono adeguatamente rispettati in Libia. Sappiamo benissimo che nei campi di detenzione – a volte non sappiamo nemmeno chi detiene chi – lo standard dei diritti umani, per come noi lo interpretiamo, non è garantito. Cosa dovrebbe fare, però, il Governo di un Paese come l’Italia? Che cosa dovevano fare i Governi precedenti? Non dimentichiamo, infatti, e lo ha detto anche il ministro Salvini (avrei avuto piacere che lo dicesse di più ma comunque l’ho sentito per cui l’ha detto), che il lavoro non parte da zero perché con la ministra Pinotti e il ministro Minniti avevamo già drasticamente ridotto gli sbarchi. È bello o brutto ridurre gli sbarchi? Colleghi, cosa volete che vi si dica? È l’unica strada possibile oggi perché noi rischiamo, se non seguiamo la via di dare più ordine agli arrivi nel nostro Paese, di veder nascere il razzismo tra le classi popolari di questo Paese che si vedono insidiate dall’arrivo sconclusionato e scomposto dei migranti. Non è un problema di destra o di sinistra, è un problema di buon senso.
Tutti noi sappiamo di essere orgogliosi di ciò che fa la Guardia costiera italiana, di quello che fanno i militari italiani, dei salvataggi che, dal Governo Letta in poi, in linea di continuità tutte le forze militari italiane hanno fatto; e vogliamo che continuano a fare. Siamo rassicurati da quello che ha detto il ministro Moavero ieri: vogliamo che si continuano a salvare vite umane ma, nello stesso tempo, non possiamo non porci il problema di cercare di regolare questo fenomeno.

Se non lo regaliamo, infatti, ne saremo inevitabilmente sommersi e – aggiungo io – ne saranno sommerse le forme democratiche come noi le concepiamo nelle società occidentali ed europee. Dunque, lasciamo perdere queste dieci motovedette: è ovvio che noi non possiamo che dare un parere positivo. Io mi auguro veramente, però, che questo dibattito sia e voglia segnare un momento di riflessione comune su ciò che è questo fenomeno, che arriva dal mar Mediterraneo in modo travolgente anche per le questioni demografiche.
Sappiamo tutti, infatti, di aver bisogno anche degli extracomunitari ma sappiamo anche di avere qui, sui banchi del Parlamento, delle persone che vengono da Paesi diversi ma che si sono integrate secondo un ordine e secondo un rispetto delle regole che è esattamente quello che noi vogliamo per tutti coloro che arrivano qui come punto di unione nazionale.
Io ero Presidente della Camera, eletto dal centro destra, e mi dichiarai favorevole, quindici anni fa, allo ius soli. Nessuno disse niente, perché allora lo ius soli non era elemento divisivo come è diventato quindici anni dopo. Siamo andati avanti o siamo andati indietro? Siamo andati indietro, purtroppo. Qui bisogna cercare, piano piano, di andare avanti tutti assieme ed evitare che questi argomenti diventino gli argomenti principe della campagna elettorale.
Perché se saranno gli argomenti principi delle campagne elettorali, nessuno riuscirà ad affrontarli in modo razionale. La politica si fa col cuore e con la mente. Noi dobbiamo farla col cuore, col cuore salviamo le vite umane e con il cuore cerchiamo di dare solidarietà. Io ricordo quando andai a Lampedusa e la polizia mi chiese se volevo entrare in una casetta. Entrai in una casetta dove c’erano tre somali: papà, mamma e una bambina. I genitori avevano perso tre figli nella traversata. Erano partiti da Mogadiscio con quattro figli ed erano rimasti con una bambina che, sperduta, aveva un giochino con cui si trastullava lì. Questi due genitori avevano gli occhi che guardavano il vuoto.

Ebbene queste tragedie sono la catena di tante tragedie che, dalla Turchia alla Grecia a Lampedusa ad altre parti dell’Europa, noi possiamo vivere tutti i giorni. Noi dobbiamo essere intrisi di senso di umanità ma, avendo il compito di guidare i nostri Paesi, dobbiamo anche essere intrisi di razionalità. Se, infatti, perdiamo e smarriamo il senso di razionalità, sappiate, cari amici, che di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno e noi rischieremmo, pertanto, anche per fare in buona fede delle cose buone, di produrre dei pessimi risultati.
Dunque, il voto a favore e di condivisione di questo decreto è un voto che va oltre, per il Gruppo Per le Autonomie, al dibattito di oggi. È un modo con cui noi vogliamo affrontare il problema assieme a voi, maggioranze opposizione, perché su questo non ci devono essere confini ma ci deve essere la capacità di guardare assieme ai problemi del nostro tempo e anche ai problemi di questa nostra Italia, che vuole coniugare umanità e legalità.

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