postato il 21 Agosto 2022 | in "Spunti di riflessione"

ENTRERO’ NEL PD. LA PASSIONE POLITICA NON MUORE MAI

Il partito di Letta si è mosso con coerenza. Io sarò indipendente. Sì allo Ius soli, è una battaglia di civiltà: lo ripeto da vent’anni. No all’elezione diretta del Presidente: non tiene conto della Carta.

L’intervista a cura di Valerio Baroncini, pubblicata su Quotidiano nazionale.

Pier Ferdinando Casini, a 39 anni dalla prima elezione alla Camera dei deputati si ricandida per il Senato, con il Pd: non si è stancato?
«E’ una domanda che mi hanno fatto i miei figli e che mi faccio anche io tante volte: la politica, comunque, prima che una professione è una passione che non muore mai. E poi aveva ragione quel filosofo greco quando diceva che “le città si difendono con le lance dei giovani e con i consigli degli anziani”. Comunque tutti sono importanti, nessuno è indispensabile».

E a chi dice invece ‘Siamo stanchi di Casini’? I critici ci sono.
«La critica è il sale della democrazia e io non sarò mai tra quei politici che alzano le spalle. Cerco di capire, com’è mio dovere, anche se non condivido. Chi è spaventato di affrontare le critiche è bene che cambi mestiere. Certo, confesso una grande nostalgia per le preferenze, un metodo sicuro per verificare il consenso delle persone».

Perché la conferma di candidarsi ancora insieme con il Pd?
«Ho sostenuto da tempo in Parlamento governi legati al Pd (Letta, Renzi, Gentiloni) e altri in fase diverse, come Draghi, con la mozione di Fiducia presentata fino all’ultimo giorno. Il Pd, ai miei occhi, ha preso la posizione più coerente su tutti i dossier principali: interni, europei e internazionali. E sui conti pubblici ha saputo responsabilmente evitare demagogie. Monti e Draghi sono stati passaggi dolorosi, ma il Pd ha fatto prevalere l’interesse dell’Italia».

E qui viene da pensare alla Costituzione, da giorni al centro del dibattito politico soprattutto quando si evoca la vittoria del centrodestra: Enrico Letta dice che lei servirà a difendere la Carta. Ma la Carta o, a dire meglio, la democrazia è davvero sotto attacco?

«Sarei un presuntuoso se pensassi di poter corrispondere in solitudine a una responsabilità così alta. Ma io vedo sicuramente troppa superficialità. Vi sono sistemi presidenziali chiaramente democratici, ma qui si parla di elezione diretta del presidente della Repubblica senza tenere presente che la nostra Costituzione delinea un sistema con pesi e contrappesi e trasformare la figura terza del Capo dello Stato da arbitro a giocatore significa scassare tutto. Poi parliamoci con franchezza: se c’è una figura istituzionale sempre all’apice di credibilità e reputazione essa è quella del Presidente della Repubblica. I cittadini vedono in Mattarella un pater familias saggio e assennato, che contribuisce a far sentire tutti gli italiani parte della casa comune. Trasformare il Capo dello Stato nell’espressione principale dei dissidi politici è del tutto autolesionista».

Mattarella quindi deve restare?
«Il tema non si pone neanche. Mattarella è stato eletto per 7 anni e la durata del suo mandato è indisponibile. Solo ragioni di salute, come è capitato in passato, possono cambiare questa impostazione».

Torniamo al Pd: alcuni circoli sono stati critici con lei a Bologna.
«Che ci siano state critiche da alcuni circoli Pd lo ritengo logico. Logico per loro e per me: salvaguarda la storia di entrambi. A me non si può chiedere un’omologazione, ho la mia storia. E sarebbe offensivo per la tradizione della sinistra anche l’inverso. Ricordo le storiche battaglie tra democristiani e comunisti, ma esse erano figlie di un’altra epoca e non possiamo rimanere prigionieri in eterno del passato. Lo stesso vale per questioni a lungo divisive, come quelle sui diritti civili del mio amico Franco Grillini. A volte non le ho condivise, ma le ho sempre rispettate e gli sono molto grato di averlo ricordato con affetto in questi giorni».

Proprio quello dei diritti è un campo che si apre sempre più. 
«Ne parlo spesso con le mie figlie: c’è una sensibilità su questi temi da parte delle nuove generazioni, chiaramente diversa dalla nostra. Ma tutto deve basarsi sul rispetto e sull’ascolto. E proprio per questo ho votato con convinzione le unioni civili in Parlamento. E vent’anni fa, mentre presiedevo la Camera, fui il primo ad esprimermi pubblicamente in più di un’occasione a favore dello Ius Soli, una battaglia di civiltà che ho sempre ritenuto fondamentale per legare a un destino comune migliaia di giovani che si sentono e sono italiani».

Non vede un Pd troppo a sinistra?
«Letta si è speso per fare alleanze anche con le componenti centriste, non solo con la sinistra. E il governo peraltro non l’ha certo fatto cadere Fratoianni: la mia mozione non è stata votata né dai M5S, né da Fi e la Lega. Dunque il Pd è stato coerente ed è la ragione per cui non avrò esitazioni a iscrivermi, come indipendente, al Gruppo del Senato del Partito democratico. Non lo feci 4 anni fa perché mi venne chiesto di aderire al Gruppo Per le Autonomie assieme al Presidente emerito Giorgio Napolitano e con il Pd Gianclaudio Bressa. Decisione assunta in sintonia col Gruppo dem del Senato».

Quanto peserà la corsa solitaria di Azione e Italia Viva?
«Ho condiviso l’accordo con Calenda e mi dispiace che non si sia concretizzato. Ma per rispondere a questa domanda vorrei ricordare quello che mi capitò nel 2008 quando ruppi duramente con Silvio Berlusconi all’insegna dello slogan ‘I nostri valori non sono in vendita’. In quella campagna elettorale mi accorsi che ogni volta che facevo polemica con Berlusconi, in realtà prendevo dei voti a Veltroni e non a destra. Credo che lo stesso possa accadere anche oggi, a parti inverse, ad Azione – Italia Viva: potrebbero prendere più voti a destra di quelli che sottrarranno al Pd».

E il centrodestra? Molti nel Pd parlano di nuovi fascisti e di una deriva autoritaria.
«Voglio essere chiaro, senza alzare troppo i toni. Ciò che veramente temo è un livello di sprovvedutezza, incompatibile con i problemi che il periodo della storia ci richiede di affrontare. Pensiamo solo alla competizione tra Cina e Russia e alla crisi energetica. Parlare di flat tax, poi, è un’inaccettabile concessione alla demagogia: da un lato è ingiusta e inefficace, dall’altro irrealizzabile. Speriamo che quando finirà la campagna elettorale qualcuno si accorga che deragliare da un’oculata gestione della spesa pubblica, come ha cercato di fare Draghi, significa fare un danno incommensurabile ai risparmiatori e ai cittadini italiani».

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