postato il 8 maggio 2017 | in "Politica, Rassegna stampa"

«Coraggio Silvio, non farti ammazzare da Salvini»

«Se Berlusconi molla la Lega e riunisce i centrini superiamo il 20%. L’uomo giusto può essere Calenda. Non ci sarà più un altro Monti»

L’intervista di Pietro Senaldi pubblicata su Libero

«Le faccio il caffè? Vuole dell’acqua? La aiuto a portare la borsa… Sa, sono abituato ho tanti figli». In Parlamento dal 1983, Pier Ferdinando Casini è abituato alle interviste e pur essendo un moderato vuole partire in vantaggio; così approfitta di un leggero ritardo («Io sono una persona seria, cominciamo male…») per metterti in soggezione. L’incontro è nella saletta Sea dell’aeroporto di Linate. Contavo sull’Alitalia per recuperare ma il presidente ha barato sull’orario d’arrivo, o il volo è atterrato con insolito anticipo.

Presidente, quel che vorrei è sapere come vede la situazione politica, da grande esperto, dico?
«Dica pure da padre nobile. Osservo da non giocatore, sono in pace con tutti e non ho rivalse».

Cos’è cambiato in 35 anni?
«Essenzialmente due cose. La prima riguarda tutto il mondo, non solo l’Italia. Negli anni della crescita la politica dava ai cittadini, con l’avvento della grande crisi si è capovolto il rapporto, oggi la politica chiede alla gente; per questo è diventata impopolare e, salvo eccezioni, chi governa, dopo perde le elezioni mentre un tempo era avvantaggiato».

E per quanto riguarda più specificatamente l’Italia?
«A parte i venti che vanno in tv, i politici oggi non sono più conosciuti dalla gente, che così è tagliata fuori. Senza più preferenze e senza collegi, gli elettori hanno perso punti di riferimento, non hanno più nessuno con cui lamentarsi e a cui far sentire la propria voce. Al deputato, per farsi rieleggere, conviene andare a fare il weekend con il segretario piuttosto che battere il territorio».

Questo l’ha voluto la politica…
«E infatti qualunque legge elettorale si farà, nessuno toccherà il meccanismo delle liste bloccate, la grande passione dei segretari».

Ma c’è volontà di cambiare la legge elettorale prima del voto?
«Si andrà a votare con il proporzionale, uno sbarramento non alto e un piccolo premio di maggioranza. Il sistema oggi è tripolare e nessuno vuole correre rischi che ci sia un unico vincitore».

L’ingovernabilità è garantita…
«Potrebbe esserci una grande coalizione, come in Germania».

Il centrodestra come si presenterà alle urne?
«Se ci fosse una logica politica, il centrodestra dovrebbe presentarsi separato, Berlusconi sta nel Ppe e ha poco in comune con Salvini e Meloni. Temo però che, a discapito della coerenza, prevarrà l’interesse spicciolo a mettersi insieme evocando una possibile vittoria».

Come accadeva ai tempi suoi e della Casa delle Libertà…
«Allora Berlusconi aveva quattro volte i voti di Bossi, che a differenza di Salvini non mirava alla leadership. Oggi Silvio ha vent’anni in più e i rapporti di forza sono cambiati».

Cosa farebbe al suo posto?
«Farei una scelta di responsabilità nazionale e riproporrei in Italia una formazione che comprenda le stesse forze che ci sono nel Ppe. Certo, richiederebbe una convinzione che forse Silvio non ha più; per questo, anche se non lo farà, continuerò a volergli bene».

Più che la convinzione forse gli mancherebbero gli elettori…
«Non è vero, se si unisse alle forze moderate e presentasse una proposta politica coerente, Forza Italia potrebbe tornare sopra il 20%».

Comunque resterebbe la terza forza, dietro M5S e Pd…
«Sempre meglio che la linea Toti, di subalternità alla Lega. Quel che conta non è arrivare secondi o terzi ma essere decisivi quando Mattarella distribuirà le carte».

È allora che, grazie al proporzionale, Berlusconi potrebbe decidere di spaccare il centrodestra e andare con Renzi e i centristi?
«Certo, succederà così, ma sarà una scorciatoia. Non nobile».

In caso d’ingovernabilità prevede una soluzione alla Monti, con i tecnici chiamati a salvare la baracca, come molti analisti sostengono che i mercati auspichino?
«L’evocazione di Draghi viene fatta un giorno sì e uno no ma io credo che la scelta rimarrà sul terreno della politica. I tecnici in questi anni sono stati bruciati e non si torna indietro. L’affermazione di Renzi nel Pd è la riprova che non ci sono nostalgie tecniche».

Monti ha fatto terra bruciata?
«Eviterei lo sport nazionale di prendere a calci Monti. Quel governo l’hanno appoggiato anche Berlusconi e il Pd, se dobbiamo fare mea culpa, facciamolo in compagnia. Hanno fatto pagare a Monti, e a me, quello che abbiamo fatto tutti insieme, in circostanze difficili. Questa ipocrisia a ritroso mi infastidisce».

Perché Monti, Montezemolo e Passera, hanno di fatto tutti fallito la salita in politica?
«Facciamo delle distinzioni. Monti è ormai un capro espiatorio. Montezemolo invece è il più furbo di tutti: non voleva far politica, si è solo divertito un po’ e poi ha scaricato i suoi candidati su Monti. Quanto a Passera, ha sottovalutato il fatto di essere un banchiere, categoria ancor meno di moda dei politici».

Ora ci sta provando Parisi…
«Non vedo milioni di persone che si interrogano sul futuro di Parisi. È senz’altro molto esperto di politica, visto che la faceva con De Michelis prima che io entrassi in Parlamento. Vedo contraddizioni: prima pone una giusta pregiudiziale sulla Lega, poi in Sicilia sostiene gli stessi candidati di Salvini. Non capisco da che parte sta e cosa vuole».

E lei, da che parte sta?
«Sono qui, se qualcuno bussa e mi chiede consigli, posso darglieli. Non ho ambizioni leaderistiche».

Qui al centro intende? Ma non siete un po’ in troppi?
«Una sintesi del Centro è doverosa, e sarebbe importante decidere in fretta, non a due mesi dal voto».

Alfano ha il quid per guidare il Centro?
«Una delle più grandi ingiustizie della politica sono le critiche ad Alfano, danneggiato da quella battuta di Berlusconi, che ha sempre tagliato le gambe ai migliori. Detto questo, credo che una personalità emergente che possa fare la differenza sia Calenda. Non ha spocchia, ha un’esperienza professionale seria alle spalle e una dimensione internazionale ma deve crederci lui, ciascuno è artefice del proprio destino».

Berlusconi lo accetterebbe?
«La riunione delle forze del Ppe deve partire da Silvio, che ha più voti e con il proporzionale non deve individuare nessuno prima delle urne. Ma se Berlusconi resta ancora fermo, dovremo muoverci da soli».

Che rapporti ha oggi con lui?
«Ho un ottimo rapporto privato: la politica passa, le nostre dispute le vedo con la lente dei ricordi. Silvio rimane una personalità straordinaria in tutti i sensi. Con lui abbiamo trascorso momenti importanti».

Quando però eravate alleati di governo e lei era presidente della Camera gli scatenava contro Follini un giorno sì e l’altro pure…
«È stato difficile spiegare a Berlusconi che la Camera non è un’appendice di Palazzo Chigi ma alla fine di quella legislatura i miei rapporti con Silvio erano ottimi. La rottura c’è stata prima delle elezioni anticipate del 2008, quando è nato il Pdl».

E Fini la tradì…
«Diciamo che mi aspettavo una mano e non me la diede».

Si consoli; poi Fini tradì anche Berlusconi…
«Quello che è successo è semplice. Berlusconi piazzò Fini alla presidenza della Camera e subito dopo cominciò a scalargli il partito, che è l’unica cosa che un leader politico non può accettare. Ci provò anche con me, senza riuscirci. Con i colonnelli di An invece ha avuto più successo e Fini è andato in sofferenza. Ha cambiato linea sui temi etici e dell’immigrazione e la base del partito non l’ha più seguito».

Ha iniziato a commettere gravi errori anche nella vita privata?
«Non voglio dare giudizi definitivi, quella della casa di Montecarlo e dei soldi di Corallo è una storia che si capirà bene alla fine. Certo è una storia triste che mi dispiace molto personalmente e provoca dolore a tutti. Soprattutto a Fini, immagino».

È rimasto in contatto?
«Sono in contatto con tutte le persone con cui ho lavorato in politica. Fini non fa eccezione. Ma per favore, non mi faccia andare oltre. Non so spiegarmi cosa sia successo».

Anche la Boldrini sembra vittima della maledizione della presidenza della Camera…
«Quale maledizione? A me ha portato benissimo».

La presidenta mischia battaglia politica e ruolo istituzionale. Cerca una nuova casa?
«Gli ex presidenti della Camera o parlano bene dei propri successori o tacciono. Passiamo oltre».

Parliamo di attualità: da cattolico, come dobbiamo affrontare l’emergenza immigrazione?
«Ho la posizione delle persone responsabili. Arrivano in troppi. È stato superato il limite di una possibile accoglienza e si va verso la devastazione della nostra società. I numeri non consentono una decorosa integrazione. Oggi gli immigrati vivono in uno stato di illegalità, sfruttati dagli italiani, che fanno i soldi con l’accoglienza o li fanno lavorare in condizioni di sottoproletariato. L’unica via è creare condizioni di sviluppo in Africa. Nel 2050 saranno due miliardi, non possiamo ospitarli tutti».

Non teme che con Macron presidente si creerà in Europa un asse Germania-Francia che ci lasci definitivamente indietro?
«Non possono lasciarci indietro, specie dopo la Brexit, l’Italia è troppo importante negli equilibri Ue».

Uno degli errori che si rimproverano a Renzi è di non aver sfruttato a sufficienza il semestre italiano di presidenza Ue.
«Del senno di poi sono piene le fosse. Renzi sta pagando la sconfitta del referendum ma lo stop alle riforme lo sta pagando tutta l’Italia».

Il suo atteggiamento con la Ue è ambiguo, pare inseguire l’antieuropeismo di Grillo e Salvini.
«Ogni tanto è ondivago. Ma complessivamente è un europeista».

Lo accusano di aver fatto una politica economica di mutili bonus solo a scopo elettorale…
«In economia nessuno in Italia è mai stato coraggioso. Neppure Berlusconi, che ha incolpato gli alleati di avergli impedito di fare la rivoluzione liberale invece, appena arrivato al governo, si è preoccupato di rassicurare l’establishment che nulla sarebbe cambiato».

Stavamo parlando di Renzi…
«A lui l’elettorato di centrodestra deve riconoscere il merito di non aver ripercorso i sentieri triti e consunti della vecchia sinistra».

Ha il merito di averci liberato dai comunisti al posto di Silvio?
«Certo non ha riproposto i vecchi schemi della sinistra italiana, anche se il Pd resta un partito conservativo. Ma se vuole tornare al governo, Renzi deve presentarsi con un programma liberale, perché è questo che serve all’Italia».

3 Commenti

Commenti

  1. Caro Presidente, condivido la sua analisi.
    Un pochino meno la strategia che pare delinearsi.
    La linea Toti da lei esplicemente osteggiata è l’unica al momento in grado di coagulare una maggioranza di governo.
    Lei (e io con lei) ha condiviso un percorso con i leghisti di Bossi e Maroni.
    Oggi la lega è diversa. Salvini è palesemente più intelligente, giovane e realista rispetto ai predecessori. Ha costruito un movimento nazionale. Renzi ha fallito con i suoi e ora viene a chiedere la forza per governare agli utili idioti portatori d’acqua?
    Se crede in questa battaglia, la faccia. E la perda da solo.


  2. Non credo che Berlusconi si farà ammazzare da Salvini. Del resto forse riuscirebbe a resuscitare dalla tomba politica, finche non giungerà la sua morte fisica. Sarebbe come fece quando la magistratura politicizzata ha creduto di averlo fatto fuori e quando aveva tutti contro, magari anche lei caro onorevole, e anche Fini, il maramaldo che lo dava per morto. Penso che oggi molti si saranno accorti dei danni che ha causato la sua cacciata illegale dal governo e poi dal Senato, e l’avvento della sequenza di distruttori che ha governato fino ad ora, eccetto Renzi.
    E se arriva Grillo saranno cavoli amari ulteriori ….


  3. Leggere l’intervista di Pierferdinando Casini, per uno come me che è stato senatore dal 1992 al 2006 significa ricordare che Casini ha sempre parlato da condottiero assennato e pieno di idee ma nella pratica, poi, le parole non si sono tradotte in comportamento politico conseguente. Io penso che assieme a Fini abbia responsabilità precise e pesanti nel fallimento della politica di centrodestra e nella fase di restaurazione del centro sinistra. Peccato, perché Casini è veramente un uomo molto intelligente ma forse pretendeva di contare molto di più di quel che poteva data l’esiguità dei numeri del suo partito.




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